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Juve Stabia: e se l’erede di Migliorini fosse già in casa?

Vigilia di Juve Stabia – Melfi. La domanda che tutti si pongono riguarda il sostituto di Migliorini, partito in direzione Avellino. I principali candidati ad affiancare il difensore ceco Polak sono Samuele Romeo, chiuso sulla corsia destra dal definitivo recupero di Cancellotti, e Daniele Liotti, più volte disimpegnatosi bene nel ruolo di centrale di difesa.

Alla lettura della distinta, però, ci si rende conto che tutte le ipotesi fatte sono sbagliate e che, al contrario, la scelta di Zavettieri è sorprendente.

Nella prima partita del dopo Migliorini il tecnico gialloblù infatti decide di schierare il giovanissimo Luigi Carillo, difensore classe 1996, cresciuto proprio nel vivaio delle Vespe.

La scelta di Zav si rivela giusta; Carillo sfodera una prestazione gagliarda, fatta di impegno, grinta e determinazione. Guidato da Polak, il nuovo numero 6 della Juve Stabia chiude bene gli attaccanti del Melfi, rapidi e brevilinei, esibendosi anche in interventi in scivolata con tempismo perfetto. Il fisico solido e prestante del difensore non soffre dinanzi agli scambi stretti dei lucani, che più volte si infrangono sulle chiusure della difesa gialloblè.

Nel post partita l’attenzione è tutta per il giovane difensore, il quale non si esalta, predica umiltà ma anche ambizione, facendo capire di essere pronto, se chiamato ancora in causa, a raccogliere la pesante eredità del corazziere scuola Torino.

La scelta di nuovo difensore titolare della prima squadra segna forse il punto più alto, per ora, della storia di Carillo alla Juve Stabia. Il difensore fu infatti scoperto dal responsabile del settore giovanile delle Vespe, Alberico Turi, quando militava nella Polisportiva San Giuseppe. Turi, dopo aver fiutato le doti del ragazzo, decide di aggregarlo alle giovanili della Juve Stabia, di cui Carillo diventa sempre più leader. Nella sua ultima stagione tra le “Vespette”, Carillo è il punto di riferimento della squadra allenata da Mario Turi e la sua stagione conta 19 presenze e 3 gol.

Le doti di Carillo accendono l’interesse del Catania, che lo preleva dal settore giovanile gialloblè, dando l’opportunità al giovane difensore di misurarsi con un campionato difficile ed importante come la Serie B, già assaggiata dal Carillo nella stagione precedente, quella della retrocessione della Juve Stabia.

Ora Carillo è tornato a vestire la maglia gialloblè ed è visibile a tutti quanto l’anno in Sicilia lo abbia fatto maturare in campo e fuori.

Sorge, a questo punto, una domanda: e se le Vespe avessero già in casa l’erede di Migliorini?

 

Raffaele Izzo

Il linguaggio omofobo di Sarri, una “normalità” da sradicare nel calcio. MAURIZIO CROSETTI* (VIDEO)

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Il diverbio in campo tra Roberto Mancini (a sinistra) e Maurizio Sarri (ansa)

L’aggressione verbale del tecnico del Napoli a quello dell’Inter rientra in una cultura diffusa e tollerata nell’ambiente, ma la reazione di Mancini è forse l’indice che qualcosa sta cambiando.

Sono cose da campo, cose che succedono, e dal campo non devono uscire. Si dice sempre così, infatti l’ha detto anche Maurizio Sarri dopo aver dato del finocchio e del frocio al suo collega Roberto Mancini. Poi Sarri ha chiesto scusa, e Mancini gli ha risposto: non devi chiedere scusa, hai sessant’anni, devi vergognarti. Difficile non dargli ragione.

Il calcio è quel luogo in cui il presidente federale Tavecchio ha parlato di Optì Pobà che mangia le banane, e un dirigente poi rimosso ha definitoquattro lesbiche le giocatrici di pallone. Non tutti, per fortuna, sono così, ma neanche pochi. Il calcio non è uno sport per signorine, di diceva una volta: neanche per omosessuali, se la loro stessa esistenza viene considerata una potenziale offesa. Accade nell’Italia in cui si litiga, anche e soprattutto a sinistra, purtroppo, sulle adozioni per le coppie gay.

Napoli-Inter, Mancini accusa Sarri: “Mi ha chiamato finocchio” – VIDEO

E’ un problema culturale, dunque si parte dal linguaggio. Maurizio Sarri, che qualche anno fa già disse “il calcio sta diventando uno sport da froci”, ha usato il suo come una clava, come un uomo delle caverne. Ed è ancora più grave che in sala stampa, dopo lo sfogo, abbia cercato di minimizzare dicendo“non mi ricordo quel che ho detto, ho usato le prime parole che mi sono venute in mente” e quasi tutti, in quella sala stampa, hanno riso. Questo rende l’idea di quanto Sarri, nella sua caverna, si trovi in ottima compagnia.

Mandiamo i nostri figli alle scuole calcio sperando, come minimo, che venga insegnato loro qualche comportamento degno, una sanità non solo del corpo. Non è moralismo chiamarli valori, perché se lo sport non è un luogo di educazione e crescita, allora a cosa serve? Solo a svagarci? Solo a dimenticare che esistono persone che dileggiano e insultano senza neppure rendersi conto di quello che dicono?

Al netto del dibattito che ne è seguito, assai sproporzionato e fuori sintonia come spesso succede in Italia, nel calcio e non solo (a Napoli c’è già chi sostiene che sia tutto un complotto contro la squadra di Sarri prima in classifica, la più forte finora e con pieno merito, la più divertente, molto più della Juve che la insegue), la tristissima scena di Sarri e Mancini (mai visto tanto sconvolto l’ex fuoriclasse, eppure ne avrà viste e sentite, nella sua vita) ci racconta a che punto siamo a livello di integrazione, percezione delle cose, modernità di pensiero, tolleranza, educazione e cultura.

Ora è inevitabile l’effetto ventilatore, ma la materia tra le pale l’ha messa Sarri. Un signore che vive di calcio da moltissimi anni, arrivato tardi sulla scena della serie A forse perché questa è una casta blindata, oppure perché questo signore ha limiti di linguaggio e di pensiero, come indicherebbe la sua dialettica che pure, a volte, è apparsa di rottura, originale e sincera in un ambiente plastificato, pieno di parole tutte uguali e banali. Ma se invece le parole “originali e diverse” sono ancora più uguali, e riflettono un pensiero non comune ma purtroppo diffuso, allora è meglio restare al “giocheremo la nostra partita, la palla è rotonda, ringrazio i tifosi e il mister”. Oppure, invece, sta proprio cambiando qualcosa: dopo i nomi e cognomi degli ultrà del Genoa, squadernati dal coraggioso Gasperini, ecco Mancini che apre il recinto e ci fa entrare lì dentro. Cose che succedono da sempre? E cosa vuol dire? Non devono succedere più, punto. E se in Italia nessun calciatore ha mai avuto il coraggio di dire sì, sono omosessuale, e allora?, forse dipende anche dall’ambiente che lo circonda, da quelli che gli risponderebbero: stai zitto, frocio.

Regione Lombardia, portaborse e segretari: adesso i partiti ne vogliono assumere 200. ANDREA MONTANARI*

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Gioco d’anticipo dei consiglieri in vista della riforma costituzionale che elimina i contributi ai collaboratori. Contrari i Cinque Stelle, favorevoli Pd e Lega

I partiti presenti al Pirellone vogliono una legge per stabilizzare il loro collaboratori: centonovantacinque contratti di lavoro a tempo determinato che costano ogni anno alle casse regionali 4.587.953,65 euro. Posti che sono messi a rischio da una norma transitoria contenuta del testo delle riforma costituzionale che sarà oggetto di referendum confermativo in autunno. Una disposizione che prevede che non possa più essere corrisposto ai consiglieri regionali un contributo per i collaboratori.

Altre Regioni negli anni passati hanno già assunto il personale dei partiti, la Lombardia non lo ha mai fatto e pensa di correre ai ripari ora, prima che arrivi la scure della riforma della Costituzione. L’unico gruppo apertamente contrario è il Movimento Cinque Stelle, nonostante i 389.979,04 euro che il gruppo grillino ha percepito l’anno scorso per pagare 22 collaboratori: due con il contratto di collaborazione coordinata e continuativa, quattro collaboratori professionali e sedici con il contratto a tempo determinato.

La cifra corrisposta a M5S è poco più di un terzo dei 1.032.255,47 euro presi nel 2015 dal Pd, per tre contratti di collaborazione coordinata e continuativa, una occasionale e 25 assunzioni a termine. Dopo c’è la Lega Nord, che prende ogni anno 859.092,21 euro per i suoi 33 collaboratori. Mentre Forza Italia al Pirellone finora riceve ogni anno dalle casse regionali 515.442,85 euro per i suoi trenta; il gruppo Maroni Presidente 661.740,82 per i suoi 32; quello del Patto civico Ambrosoli 297.700,02 euro per 11 contratti. Il Nuovo centrodestra 559.556,25 euro per 26. E il gruppo Fratelli d’Italia 150.013,61 euro per i suoi cinque. Il partito dei Pensionati, poi, nonostante sia composto da un solo consigliere regionale, Elisabetta Fatuzzo, ha ricevuto l’anno scorso 82mila euro per pagare i suoi collaboratori. Il doppio del gruppo misto-Fuxia People composto dalla sola Maria Teresa Baldini, che ne ha portati a casa 40.171,77 per tre contratti di collaborazione.

Tutte persone che con il taglio previsto dal nuovo testo della Costituzione rischiano di perdere il posto. Una spesa – nel bilancio del Consiglio regionale – che in tempi di tagli ai costi della politica finora ha resistito. Non per gli M5S, che vorrebbero abolirlo e accusano il Pd di incoerenza: “Mentre a Roma il Pd di Renzi distrugge la nostra Costituzione – accusa Stefano Buffagni – il Pd lombardo pianifica di stabilizzare a spese dei cittadini il personale politico con l’avvallo della Lega. È una proposta incostituzionale. Non è così che si cancella un passato fatto di sprechi e spese pazze e che si difende l’immagine della Regione che noi vogliamo tutelare”.

Di parere opposto il Pd Enrico Brambilla, che spiega: “Lo spirito della riforma costituzionale è chiaro, si riducono ulteriormente i compensi dei consiglieri e si tolgono quei fondi di funzionamento che per il comportamento di alcuni sono stati fonte di scandalo. Noi siamo convinti che i consiglieri regionali debbano lavorar meglio e per farlo i collaboratori sono necessari. Dire che non è così è cedere alla demagogia. Stiamo lavorando a una proposta che farebbe risparmiare soldi al Consiglio regionale”.

Anche il leghista Massimiliano Romeo si schiera a favore di una stabilizzazione del personale: “Almeno di quella parte che nel corso di questi anni ha dato un contributo oggettivo alla stesura delle legge. Va bene avere cancellato i rimborsi tre anni fa, va bene aver rinunciato al trattamento di fine mandato, ma cerchiamo di evitare che il personale finisca sulla strada”.

Due visioni diverse dell’Unione STEFANO LEPRI*

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Divergono assai, la visione che dell’Europa ha Matteo Renzi e quella che ne ha Mario Draghi. Dentro a questa contrapposizione tra i due principali italiani del continente si legge in modo esemplare una difficoltà che è di tutti. L’impazienza del primo conquista la scena proprio quando il sapiente gradualismo del secondo è forse vicino ai suoi limiti. 

In questo inizio d’anno in cui l’intero pianeta sembra debba rassegnarsi a una ripresa economica fievole, se non temere una nuova ricaduta, è naturale mettere in questione i rimedi pazienti (lo stesso governo italiano si trova in difficoltà sulle banche non perché non ha agito, ma perché non l’ha fatto abbastanza in fretta). 

Draghi è stato definito «il primo degli europeisti». Come capo dell’unica istituzione davvero federale, ha tutto l’interesse che il processo di unione vada avanti. Dopo aver salvato l’euro nel 2012, un anno fa è riuscito ad adottare potenti misure di espansione monetaria che la Bundesbank voleva impedire. I risultati sono buoni – in Italia credito meno caro di 1,2 punti per le imprese, 0,5% di maggior crescita del Pil nel 2015 – eppure non sufficienti. 

Nel mondo si discute se per ottenere una valida ripresa basti la sola azione delle banche centrali.  

Nell’area euro per giunta la Bce è intralciata dai contrasti degli interessi nazionali, soprattutto delle lobby finanziarie. Contro i tassi di interesse a zero non combattono solo le banche tedesche, perché non ci guadagnano; ora, pare, anche quelle francesi. 

Fin qui, Draghi ha avuto sostegno da Angela Merkel, a dispetto di molti in Germania. Ora i due appaiono «leidgenossen», ovvero compagni di sventura: la cancelliera sotto attacco della destra politica a causa dei migranti, l’italiano di Francoforte sotto attacco della destra economica perché le sue scelte monetarie gioverebbero soltanto ai Paesi deboli. 

Si vede bene uno scarto tra quanto sui pericoli del momento affermano Draghi e i membri del direttivo a lui vicini, il belga Peter Praet e il francese Benoît Coeuré, e le fiacche decisioni prese dal consiglio Bce nel suo insieme. Serve tempo per comporre i dissensi. Nuove misure espansive arriveranno non prima di marzo, il loro effetto sarà lento. 

Renzi, per parte sua, si è convinto che l’Italia non può più aspettare. La stessa confusione che mette in difficoltà i tecnici – litigio di tutti contro tutti sui profughi, Spagna senza governo, Francia incapace sia di guardare oltre i propri confini sia di riformarsi davvero, paura del terrorismo – eccita il suo azzardo politico. Dato che nessuno è capace di guidare, tanto vale alzare la voce. 

La questione da porsi è se davvero le regole europee ci impediscono di fare qualcosa che, da soli, faremmo meglio. Sulle sofferenze bancarie la Commissione di Bruxelles ha sgradevolmente ecceduto, tuttavia non è priva di ragioni. Sull’Ilva si capisce che a noi prema salvare il lavoro a Taranto, non è falso che l’Europa abbia acciaierie in sovrappiù. 

E quanto può aiutarci trasgredire i vincoli di bilancio? La «flessibilità» ottenuta finora, già ampia, come effetti di crescita vale non oltre un terzo rispetto alla azione della Bce. L’austerità modello tedesco del «Fiscal compact» è sempre più screditata nel mondo; non è però attraente, né presumibilmente efficace, sostituirle vecchie pratiche di spesa pubblica all’italiana. 

Vedremo se questo gioco rischioso funziona. Tra i numerosi guai dell’Europa, quasi tutti non si comprende come possano essere risolti se non con strumenti collettivi. Occorre avanzare proposte. Altrimenti a molti altri Paesi la disciplina teutonica, seppur gravosa e scarsa di speranze, apparirà male minore rispetto a nostre intemperanze di corto respiro. 

 

*lastampa

Tangentopoli, Feltri contro Feltri. MATTIA FELTRI*

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Giovedì scorso è uscito un mio libro – «Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite», edito da Marsilio – e ieri il «Giornale» ne ha pubblicato un’ampia stroncatura firmata da Vittorio Feltri, cioè mio padre. Non c’è stupore né amarezza, abbiamo un rapporto eccellente e franco: in «Novantatré» lui è «scaraventato nella discarica dei reietti», per usare le sue parole, ma sappiamo entrambi che non c’è niente di personale. E poi su Mani pulite discutiamo da decenni, io spretato e critico, mio padre più favorevole, sebbene non entusiasta come quando dirigeva l’«Indipendente»; talvolta pare che ci stiamo avvicinando e invece no, ognuno resta al punto di partenza. Ci resta soprattutto lui, che mi rimprovera di trascurare «furti su furti, per decenni impuniti» da parte dei politici che «spendevano e spandevano senza requie» e per questo «il debito pubblico impazziva e ne soffriamo ancora gli effetti devastanti». Dunque «se la Giustizia ha sbagliato al 30 per cento, i ladri della Prima Repubblica hanno sbagliato al 70». Eppure il pentapartito non pensò mai di «legittimare il finanziamento privato della politica» perché sennò «zero margini per appropriazioni indebite». Infine, «Craxi quando disse che il ladrocinio era un male comune colse nel segno. Sul piano storico e politico pronunciò un discorso condivisibile (…) su quello giudiziario egli aveva torto: non esistono malversazioni a fin di bene».  

Sono un po’ in imbarazzo perché la disputa mi sembra fuori fuoco: la disonestà generale della classe politica non è contestata, ma è il presupposto – nell’introduzione avverto che il libro non è negazionista, «le mazzette c’erano, i colpevoli c’erano, il sistema era talmente diffuso da coinvolgere tutti…» – esattamente come era il presupposto di Bettino Craxi che nel luglio del 1992, all’alba della grande inchiesta, riconobbe davanti a un Parlamento silente e vile che «fioriscono e si intrecciano casi di corruzione e di concussione, che come tali vanno definiti, trattati, provati e giudicati». Né impunità né «malversazione a fin di bene», piuttosto Craxi aggiunse che nessuno aveva diritto di nascondersi dietro un’onestà provvisoria, e da questa considerazione, politica, non penale, bisognava trarre le conseguenze. Un nuovo regime fondato sulla menzogna delle mani pulite vincenti sulle mani sporche non sarebbe andato lontano. Come poi si è visto. 

Mi spiace che le mie pagine vengano lette come i tempi supplementari del derby politica-magistratura. Non ci credo più da secoli. La magistratura fu pessima come pessimi fummo tutti noi, semmai disponeva di armi micidiali; al linciaggio del pentapartito, che ci aveva tenuti dalla parte giusta della storia, e cioè lontani da Mosca, parteciparono in massa con sanguinario disincanto i giudici e gli ex comunisti, seconde file della politica e imprenditori, giornalisti e popolo eccitato, tutti a ritagliarsi uno spazio e un ruolo nell’Italia che rinasceva, e a ritagliarselo all’ultimo minuto, come al solito. Si esultava collettivamente a ogni arresto e a ogni suicidio perché avevamo trovato il capro espiatorio. E fummo così inconsistenti e sprovveduti da restare senza fiato quando si andò a sbattere contro l’esito della scalcagnata rivoluzione: nel ’93 avevano diritto di cittadinanza soltanto i partiti eredi delle tradizioni assassine del Novecento, postcomunisti e postfascisti, condannati dalla storia, ma assolti in tribunale. Ed era già troppo tardi. 

Il mio libro si chiama «Novantatré» (come ha capito perfettamente Gianni Riotta, che lo ha recensito per la «Stampa») ma si potrebbe chiamare Sedici. Perché da ventitré anni continuiamo a raccontarci una favoletta insopportabile: tutta colpa della casta. Anche mio padre fa risalire il debito pubblico anzitutto alle tangenti, quando invece è stato contratto per garantire un colossale assistenzialismo fatto di welfare e pubblico impiego, per sopportare l’assenteismo degli statali e l’evasione fiscale degli autonomi: chi viveva e continua a vivere al di sopra delle proprie possibilità è un Paese intero. Il problema del «Novantatré» è lo stesso problema del Sedici: la malattia sono gli italiani. Se abbiamo questa politica e questa magistratura e questo giornalismo è perché siamo questa Italia.

 

*lastampa

Furto con strazio. MASSIMO GRAMELLINI*

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Hai settantatré anni e ti senti ancora vitale. Sei stato un camionista e adesso sei un camminatore di montagna, abituato a tenere gli occhi aperti, a diffidare. Quando suonano alla porta, in questo martedì di gennaio, dici a tua moglie: vado io. Dall’altra parte dello spioncino ti sorridono due giovani maschi di carnagione chiara. Indossano tute da tecnici, abbozzano saluti in piemontese. Ma tu non apri la porta. Aspetti che ti mostrino un tesserino e si dichiarino in missione per conto dell’Enel. Allora li lasci entrare. Continuano a sorridere e a parlare. Quanto parlano, pensi. Ti raccontano di un problema elettrico, di cavi che finiscono proprio in casa tua e che bisognerebbe controllare. Trafficano con strumenti strani. Finché uno dei due, il più simpatico, butta lì: «C’è un contatto con qualcosa di metallico: ha una cassaforte in casa?». E tu lo guidi fino all’antro che custodisce le povere ricchezze di una vita: qualche anello, qualche medaglia, le posate della lista di nozze. Un minuto dopo ti riappare davanti con il solito sorriso. «Vado a prendere un attrezzo in macchina e torno». Ma non torna più, e tu corri alla cassaforte, e la trovi vuota, e ti dai del fesso, e la rabbia ti monta dentro assieme all’umiliazione e alla pressione. Ti senti un vecchio da fregare, un vecchio da buttare. Esci per recarti dai carabinieri, arrivi al cancello, poi tutto diventa buio.

Ti chiamavi Franco Colombo e abitavi in una villetta a due piani di Vigliano Biellese. I ladri che si sono presi gioco dei tuoi capelli bianchi e ti hanno pugnalato a morte con le parole meriterebbero l’aggravante di furto con strazio.

lastampa

Agguato a colpi di fucile: ferito un 53enne. L’ombra del narcotraffico (Francesco Ferrigno*)

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CASOLA DI NAPOLI. Agguato a colpi di fucile nella tarda serata di ieri: ferito lievemente C. O. di 53 anni, noto alle forze dell’ordine per il suo coinvolgimento in diverse inchieste riguardanti il narcotraffico di marijuana nell’area dei monti Lattari. Sull’episodio stanno indagando i carabinieri della compagnia di Castellammare e i militari della stazione di Gragnano.

Il raid è avvenuto a Casola di Napoli, nei pressi dell’abitazione del 53enne: l’uomo è stato colpito di striscio alla spalla da uno dei tre proiettili esplosi dai sicari. Il 53enne si è recato presso l’ospedale “San Leonardo” di Castellammare dov’è stato dichiarato guaribile in dieci giorni.

Le forze dell’ordine non escludono nessuna pista ma la più battuta sembrerebbe essere quella legata alle organizzazioni criminali che dominano il comprensorio. Solo un “avvertimento”, oppure il 53enne è sfuggito ad un raid mortale? A queste domande cercheranno di rispondere nelle prossime ore i carabinieri.

Come già accennato, il nome della vittima del raid comparve in due importanti inchieste di forze dell’ordine e magistratura, da anni impegnate a combattere i narcos. Il 53enne fu coinvolto nell’operazione “Jamaica” di carabinieri e Procura di Torre Annunziata, scattata a novembre 2012. Jamaica provò l’esistenza di un gruppo di persone che coltivava marijuana nel salernitano per poi rivenderla nelle piazze di spaccio dei Lattari. Lui comparì poi tra gli indagati dell’inchiesta “Secundario” di Guardia di Finanza e Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. In questo caso furono ricostruiti intrecci e sodalizi criminali che consentivano la produzione e la vendita di “erba”.

L’agguato a colpi di fucile, inoltre, non rappresenta un caso isolato. Nell’ottobre del 2014 a Lettere un 56enne, pregiudicato per reati di droga, fu ferito mentre si trovava a bordo della propria auto insieme alla moglie. Da sottolineare che l’attenzione delle forze dell’ordine sul territorio di Lettere è altissima e gli equilibri criminali del territorio sono monitorati anche dalla Dda di Napoli. Sempre a Lettere nell’agosto del 2013 un’autobomba ferì tre persone che, secondo le autorità, erano collegate al business della marijuana sui monti Lattari. Quattro mesi dopo ancora a Lettere un altro ordigno costruito con polvere da sparo fu rinvenuto sotto un “Apecar”: il proprietario, accortosi della bomba, allertò in tempo i militari che intervennero con gli artificieri. Episodi che hanno fatto temere lo scoppio di una vera e propria guerra tra clan camorristici per il predominio dei traffici di droga.

*ilmattino

Lutto nel mondo del cinema: E’ morto Ettore Scola

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E’ morto a Roma Ettore Scola regista cinematografico e sceneggiatore . Aveva 84 anni ed è spirato nel reparto di cardiochirurgia del Policlinico di Roma. Nato a Trevico (Avellino) il 10 maggio 1931, Ettore si trasferì a Roma con la famiglia da bambino. A sua la firma su capolavori della storia del cinema italiano come:  “C’eravamo tanto amati”, “Una giornata particolare”, “La famiglia”.
Si intitola invece  Ridendo e scherzando il film con cui Ettore Scola ha detto addio al cinema e al suo pubblico. Un documentario con cui le sue figlie, Paola e Silvia, lo hanno restituito nella sua complessità di regista, artista e padre. Ha attraversato più di cinquant’anni di cinema e storia italiana. Con lui se ne va l’ultimo grande maestro della commedia italiana.
La camera ardente si aprirà dalle 10.30 di domani, 21 gennaio, alla Casa del Cinema di Roma.

L’unione che divide

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Roma. Le unioni civili dividono un intero Paese. È un tema che colpisce tutti  e fa discutere anche gli stessi membri del Governo. I padri costituenti pensarono alla famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. È proprio in base all’ articolo 29 che molti si chiedono quanto possa essere influente questo passaggio in fase di approvazione. Il rischio che Mattarella rispedisca il testo alle Camere c’è e non deve essere sottovalutato. Per ora il Capo dello Stato non si è espresso.

«Il mio ddl è costituzionale e si farà grazie al mio cattivo carattere e grazie alla volontà di tutto il Pd».

Insomma, Monica Cirinnà  corre ai ripari e rassicura chi aveva dubbi. Dimentica l’area democristiana del Partito Democratico, non favorevole alle adozioni. Il percorso è arduo, considerando che al Senato Renzi non gode di ampia maggioranza. Il voto probabilmente sarà a scrutino segreto e potranno esserci sorprese.  La Chiesa dirà la propria in piazza il 30 Gennaio con il “Family Day”.

«La piazza fa la piazza, la Chiesa fa la Chiesa e il Parlamento fa il Parlamento, nessuna piazza può ostacolare il Parlamento».

La senatrice Cirinnà pensa che la manifestazione non condizionerà il voto in aula. I cattolici, però, in Italia non sono pochi e ricoprono una fetta consistente dell’ elettorato passivo. Una piazza non può ostacolare il Parlamento, ma è la piazza che lo elegge. 

Emilio D’Averio

Coppa Italia, Napoli-Inter, i voti di Vivicentro: peccato!

Il Napoli esce dalla coppa Italia dopo la sconfitta interna subita contro l’Inter di Mancini: 0-2 il risultato finale. Questi i voti di Vivicentro.it:

Reina 6, Hysaj 5.5, Chiriches 6.5, Koulibaly 7, Strinic 6.5, Allan 6, Valdifiori 5.5, David Lopez 6, Callejon 6.5, Gabbiadini 5, Mertens 6. A disp. Gabriel, Rafael, Jorginho 6, Higuain 6, Maggio, Hamsik 5, Dezi, Insigne, Ghoulam, Albiol, El Kaddouri, Luperto. All. Sarri 6

dal nostro inviato al San Paolo, Ciro Novellino

TERREMOTO Campobasso. Scossa di Magnitudo 4.1 avvertita al Sud Italia

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Forte terremoto a Campobasso poco prima delle 20. La scossa di magnitudo 4,1 è stata registrata alle 19,55 ore italiane. La scossa è stata avvertita oltre che sul Molise anche in Puglia, Campania ed Abruzzo. Molte segnalazioni sono arrivate da Benevento e persino da Napoli nelle zone collinari. L’ipocentro è avvenuto ad una profondità di circa 10 km. 

Sismogramma contenente parte dello sciame e la scossa di magnitudo 4.1

In realtà si tratta di uno sciame sismico cominciato a ora di pranzo con l’evento più forte delle 19.55 ma attualmente si stanno registrando altri terremoti, l’ultimo evento risale alle 21.00 mentre vi scriviamo ed ha avuto una magnitudo di 3.4.

Per il momento non si hanno altre notizie. Vi terremo aggiornati. 

Lavoro, oltre 500.000 contratti stabili in più

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Roma – Crescono i contratti stabili nei primi 11 mesi del 2015: secondo i dati Inps i posti fissi sono stati oltre mezzo milione in piu’. Boom di voucher (+67,5%) e assunti con gli sgravi 1,15 milioni di lavoratori. Il premier Matteo Renzi accoglie con soddisfazione i dati diffusi dall’Istituto previdenziale: “Oltre mezzo milione di posti di lavoro a tempo indeterminato in piu’ nel 2015. Inps dimostra assurdita’ polemiche su Jobs act #avantitutta”, scrive su twitter. Nei primi undici mesi del 2015, si legge nell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, si sono registrati 510.292 rapporti di lavoro a tempo indeterminato in piu’ rispetto al 2014. Nel dettaglio, i nuovi rapporti di lavoro risultano 442.906 in piu’ (+37%) rispetto all’anno precedente, a cui si aggiungono +79.581 trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti a termine (+25,8%), +16.337 apprendistati trasformati in contratti stabili (25,3%) a fronte di 28.532 cessazioni in piu (+1,9%). La variazione positiva e’ di 510.292. A consuntivo di queste dinamiche dei rapporti di lavoro dipendente, la loro variazione netta – vale a dire il saldo tra assunzioni e cessazioni – attesta, per il periodo gennaio-novembre 2015, un miglioramento, nel confronto con l’analogo valore per l’anno precedente, pari a 356mila unita’.

Su base annua, considerando quindi gli ultimi dodici mesi, si evidenzia una crescita complessiva delle posizioni di lavoro dipendente pari a 300.000 unita’, effetto di una crescita rilevante delle posizioni di lavoro a tempo indeterminato (oltre 450.000 in piu’) e di una contrazione di quelle regolate con contratti a termine e apprendistato. Tali andamenti spiegano anche il cambiamento nell’incidenza dei rapporti stabili sul totale dei rapporti di lavoro attivati/variati, passata dal 31,9% dei primi undici mesi del 2014 al 38,6% dello stesso periodo del 2015. Nella fascia di eta’ fino 29 anni, l’incidenza dei rapporti di lavoro “stabili” sul totale dei rapporti di lavoro e’ passata dal 24,5% del 2014 al 31,3% del 2015. Nei primi undici mesi del 2015 risultano inoltre venduti 102.421.084 voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro, con un incremento medio nazionale, rispetto al corrispondente periodo del 2014 (61.129.111), pari al 67,5%, con punte del 97,4% in Sicilia, dell’85,6% in Liguria e dell’83,1% e 83% rispettivamente in Abruzzo e in Puglia. Il dato e’ ritenuto “allarmante” dalla Cisl, che pur riconoscendo la “scossa positiva” data dagli sgravi contributivi, chiede al governo un incontro per apportare opportuni correttivi all’uso dei voucher.

Weber, Renzi mette a rischio credibilità Ue per populismo

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Accusa leader Ppe, Italia condiziona 3 miliardi Turchia a contropartita

STRASBURGO, 19 GEN – “Renzi sta mettendo a repentaglio la credibilità dell’Europa a vantaggio del populismo”. Lo ha detto il presidente del gruppo popolare europeo (Ppe), il tedesco Manfred Weber, intervenendo alla plenaria di Strasburgo. “Quando vediamo che l’Italia non è disposta ad aiutare la Turchia se non in cambio di una contropartita – ha detto Weber in Aula – tutto ciò va a svantaggio dell’Europa, della sua forza e della sua credibilità.”

Infine, anche Juncker rincara la dose: «I governi che attaccano Bruxelles si guardino allo specchio». 

L’ESCALATION IN QUATTRO TAPPE  

1) Lo scontro sull’asse Roma-Bruxelles si infiamma a inizio gennaio quando Renzi torna a chiedere più margini di flessibilità sui vincoli di bilancio. 

2) Il 15 gennaio il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker sbotta: «Renzi ha a vilipenderci e criticarci ogni volta che può. Un comportamento sbagliato, che non capisco».  

3) Il 16 gennaio la replica del premier: «Da Bruxelles vogliono farci paura, ma è solo un flebile ruggito. Pensano di poter intimidire e telecomandare l’Italia: si illudono, siamo un grande Paese». 

4) Il 18 gennaio il nuovo botta e risposta: «Con Roma non si riesce a parlare», tuona Juncker. A replicare ci pensa il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni: «L’Italia ha un governo nel pieno dei suoi poteri, sono polemiche inutili». 

LA SFIDA DEL PREMIER  

Oggi l’ultima puntata. «Se ne facciano una ragione: l’Italia è tornata, più solida e ambiziosa», dice Matteo Renzi via Facebook tornando a suonare la carica anti-Ue. Dall’altra parte del campo, oltre confine – attacca il premier – «chi, forse impaurito da questo nuovo protagonismo italiano, preferirebbe averci più deboli e marginali, come purtroppo è spesso accaduto in passato». Il premier incontra a palazzo Chigi i vertici della Cisco: «L’Italia – dice – è sempre più aperta e attrattiva per gli investimenti internazionali. Con grandi aziende globali che non fanno più mordi e fuggi come in passato, ma hanno deciso di puntare sul nostro Paese, di scommettere sul suo futuro». Ad attrarre gli investitori, ne è convinto Renzi, le riforme del Governo, fino a qualche mese fa apprezzate dall’Ue, e in particolare il Jobs act. 

LO SCHIAFFO DI WEBER  

Da Roma quindi nessun profilo basso in attesa che passi la burrasca. Ma anche a Bruxelles non scherzano. la novità è che scende in campo il Partito popolare europeo. «Renzi sta mettendo a repentaglio la credibilità dell’Europa a vantaggio del populismo», tuona il presidente del gruppo del Ppe, il tedesco Manfred Weber, intervenendo alla plenaria di Strasburgo. Il nodo è ancora l’immigrazione: «Quando vediamo che l’Italia non è disposta ad aiutare la Turchia se non in cambio di una contropartita – aggiunge il “ventriloquo” della cancelliera tedesca Angela Merkel all’Europarlamento – tutto ciò va a svantaggio dell’Europa, della sua forza e della sua credibilità». Weber elogia invece Mogherini: «L’Europa è capace di grandi successi. Sono stato orgoglioso di vederla siglare l’accordo sul nucleare iraniano. E la voglio ringraziare per il suo lavoro, dice. Dichiarazione che va letta nell’ottica del crescente fastidio di Renzi nei confronti dell’Alto rappresentante per la politica estera europea, ormai considerata dal premier fuori controllo

LA RISPOSTA DEL PD  

Non è la prima volta che il «falco» Weber fa da spina nel fianco al premier. Gli aveva già dato filo da torcere un anno fa battendogli il tempo su conti e riforme, mentre all’avvio del semestre di presidenza italiana lo aveva invitato a rispettare le regole. E poco dopo aveva provocato, soffiando sulle critiche rivolte da Renzi, il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker che sbottò: «Non sono a capo di una banda di burocrati». La replica italiana arriva per bocca di Patrizia Toia, capodelegazione degli eurodeputati Pd: «La credibilità dell’Europa l’ha messa a rischio chi come Weber e i suoi amici hanno voluto un’austerità ideologica che ha messo i cittadini in difficoltà e ha aumentato le diseguaglianze». Secondo Toia «Weber mette a rischio coalizione con i progressisti». Per il presidente del Pd Matteo Orfini «chi chiede che l’Europa cambi aiuta l’Europa, non la danneggia. È chi le dà un’impronta non in linea con la sua storia che la danneggia».  

JUNCKER: 11 PROGETTI SOLO IN ITALIA  

Non arretra neanche il Presidente della Commissione Ue. «C’è chi ritiene che la Commissione non sia stata sufficientemente attiva, ma non è vero», dice Juncker. «Il piano di investimenti è in azione, sono stati già mobilitati 40 miliardi. E 11 di questi progetti sono in Italia». «Senza un’azione comune, una politica europea dell’immigrazione, Schengen non sopravvivrà», avverte. «Bisogna andare oltre gli egoismi nazionali. L’Europa può e deve ritrovare unità. La solidarietà europea può portare ciascun Paese a superare la crisi». Poi l’ennesimo affondo, senza citare direttamente «l’Italia: Alcuni governi sono veloci ad attaccare Bruxelles, ma si guardino allo specchio, anche loro sono Bruxelles».  

  • ANALISI – Ecco le 6 ragioni di conflitto tra Italia e Ue (di Marco Zatterin)  
  • COMMENTO – Sospendiamo Schengen per salvarlo (di Bill Emmott)  

Italia-Ue, ecco le 6 ragioni di conflitto MARCO ZATTERIN*

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Bilanci, banche e Caso Ilva, ma anche rapporti con Russia e Turchia. La strategia di Renzi nei confronti di Bruxelles

Una parte di voglia di necessario cambiamento, una parte di difesa preventiva rispetto a possibili stangate su dossier molto sensibili e una parte di occhio alla politica interna dove la componente di chi gode quando si parla male di Bruxelles è rilevante. Ecco le tre principali ragioni che alimentano la strategia muscolare di Matteo Renzi nei confronti dell’Unione europea. Tre motivi forti, di cui il secondo è certamente il più concreto. Perché in questo momento, i dossier caldi italiani aperti nella capitale dell’Unione sono sei, almeno.

BILANCIO

Bene che il deficit sia sotto il 3% del pil, però l’Italia è in ritardo nella correzione del debito, almeno rispetto agli obiettivi concordati con l’Ue. Renzi promette 16 miliardi di flessibilità e di maggiori spese che non ha ancora in tasca. La metà circa è sicura. Il resto va negoziato. Con la trattativa per la clausola migranti/sicurezza (0,2 punti di pil) e quella per gli investimenti (0,3) che richiederanno molto lavoro sino ad aprile. L’aria che tira in queste ore è che non le avremo tutte e che si rischia una procedura per debito eccessivo. L’attivismo quasi scettico amareggia Bruxelles. Tuttavia c’è tempo. E il ministro Padoan è uomo che, quassù, raccoglie consensi.

ILVA

Oggi la Commissione europea avvia un’indagine formale sui presunti aiuti di stato concessi al sito siderurgico tarantino. Nel mirino è la legittimità del prestito ponte da 300 milioni deciso ai primi di dicembre, ma anche gli 800 milioni stanziati con la legge di Stabilità 2016 e i fondi già erogati per l’emergenza ambientale, altri 400 milioni. Ora c’è un periodo di consultazione per arrivare ad una quadra nel rispetto delle norme comunitarie che prevedono che lo stato si comporti come un qualunque azionista privato nel gestire le sue partecipazioni. Meglio che una procedura di infrazione. La buona novella attesa è che i servizi della commissaria Vestager assicurano l’intenzione di non interferire con le iniziative che saranno prese dal governo per porre rimedio al danno ecologico, proprio in considerazione dell’urgenza vitale degli interventi. L’inchiesta, insomma, non blocca gli interventi per l’ambiente. Però obbliga i futuri acquirenti del gruppo a rimborsare tutti soldi spesi. Il che rappresenta un ostacolo non da poco per la cessione che il governo ha promesso entro giugno.

BANCHE

Altro caso intricato per Padoan. I salvataggi delle ultime settimane, effettuati secondo i consigli di Bruxelles, non dovrebbero generare problemi, salvo errori ed omissioni. E’ intanto partito il negoziato per la bad bank in cui far confluire i crediti incagliati del sistema nazionale. E’ uno strumento vitale per la sicurezza delle banche e il rilancio degli impieghi, cruciale per far ripartire l’economia. Migranti. Infrazione dolorosa per la presa delle impronte. E’ stata «alla carriera» più che per l’interpretazione più recente. Roma deve convincere l’Ue a prendersi in carico di chi arriva assicurando tutti che la vigilanza sulle frontiere è salda. Tutti devono fare la propria parte e l’Italia per prima. Ma, stavolta, per ballare bisogna essere in Ventotto.

RUSSIA E GAS

Renzi pensa a riprendere a parlare con Mosca e riaprire il senso delle sanzioni post Ucraina. In mezzo, c’è il gasdotto Nord Stream che collega la Russia alla Germania. Bruxelles non ha avuto da ridire mentre ha bocciato il quasi speculare South Stream che doveva rifornire la penisola. E’ un comportamento squilibrato, ha tuonato il premier, forte di una decina di alleati. Sarà un duello interessante per questo 2016.

TURCHIA

L’Italia ha bloccato per ragioni tecniche (vuole che si valuti se i soldi possono venire tutti al bilancio Ue) il dibattito sul fondo da 3 miliardi per i rifugiati in Turchia e nessuno lo ha davvero gradito fra gli altri ventisette dell’Ecofin. Il no impedisce di andare avanti. Senza i soldi, è difficile che Ankara faccia quello che ha promesso, cioè bloccare i flussi e colpire i trafficanti. Senza i turchi, i rifugiati continueranno ad arrivare. *lastampa

Castellammare di Stabia: la processione della statua di San Catello (VIDEO)

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Sulla vita di Catello si sa davvero molto poco.

Si sa che fu Vescovo di Castellammare di Stabia e che visse all’epoca dell’invasione longobarda, tra il VI ed i VII secolo.

Si sa che ebbe una vita molto sofferta: sul monte Faito dove spesso si rifugiava in preghiera insieme a sant’Antonino, gli apparve in sogno l’arcangelo Michele e a ricordo dell’apparizione costruì un piccolo tempio, oggi totalmente ricostruito, conosciuto come santuario di San Michele Arcangelo al Monte Faito.

Colpito da calunnie da suoi “familiari” (forse si intende vescovi di diocesi vicine), fu portato per un breve periodo a Roma, finché papa Gregorio I, a cui aveva predetto il pontificato, non gli riaffidò la diocesi di Stabia: tornò trionfante in città, accolto dall’amico Antonino, poi divenuto abate in Sorrento.

Questo sulla storia di ieri mentre sul suo ricordo odierno sembra che ci si avvii a lasciare ancora meno notizie.

La storia odierna, infatti, sembra che stia facendo del tutto per far dimenticare anche quel poco che si conosce(va) “declassando” sempre più la festività a lui dedicata nella città da lui salvata, la nostra città. Una città che l’ha sempre considerato e venerato come il suo principale protettore sia contro alcuni devastanti eventi naturali (vedi l’eruzione del Vesuvio) che durante gli eventi bellici ed i bombardamenti durante la seconda guerra mondiale.

Certo la fede in San Catello resta forte nelle sue “roccaforti” come, ad esempio, è sempre stato il porto con i cantieri navali della città dove, nonostante il degrado (declassamento) della festività, ancora oggi non manca di fermarsi e sostare durante quella che ormai sembra sempre più essere solo “l’ora d’aria” concessa al santo in uscita dalla Cattedrale come, ancora oggi, gli operai – devotissimi al Santo – non mancano di affiggere, prima di ogni varo, una sua foto su tutte le navi (sempre più poche) che in essi vengono costruite

Saranno forse i morsi del tempo che passa che, morso dopo morso, riducono anche memoria e tradizione. Sarà quel che si vuole, di certo non c’è più quell’aria di festa che un tempo pervadeva la città a partire dalla fiera di San Catello che, con le sue bancarelle e le sue “grida”, accompagnava la giornata di San Catello. E questa “modernità” non ci piace per niente. Sa tanto di stanco trascinare qualcosa di cui si va a perdere sempre più la memoria.

Come sempre noi abbiamo provato a documentare la giornata ma, credeteci, è stata dura tener su le braccia per effettuare almeno le riprese di quella che era una grande e bella processione. Confidiamo che la prossima volta lo spirito della festa e della devozione si sentano di più. Nell’attesa, eccovi la nostra documentazione. Buona visione

https://www.youtube.com/watch?v=yqvo0-icpTs

Anacapri: Piacevole risveglio con nevicata

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Neve Anacapri

Isola di Capri. Questa mattina ad Anacapri, nel comune “più alto” dell’isola di Capri gli abitanti hanno avuto una piacevole sorpresa: la neve.

Meraviglia e stupore hanno pervaso l’animo di tutti gli anacapresi che non essendo quasi mai abituati a fenomeni atmosferici di questo tipo si sono abbandonati per un attimo alle piacevolissime sensazioni che si prova nei paesi di alta montagna in inverno quando nevica.

La presenza di neve sull’isola di Tiberio è un evento eccezionale in quanto il mare bagnando la costa dell’isola non consente in genere il verificarsi della temperatura adatta ad una nevicata ed inoltre il punto più alto dell’isola, il Monte Solaro è alto appena 600 metri, in genere non bastevoli per far si che vi sia presenza di neve.

E invece questa mattina ha fioccato. Tanta l’euforia anche dei bambini che al caldo delle scuole o delle case hanno potuto assistere anche loro all’imbiancamento parziale del loro paese.

Tutti con il naso al cielo ed i cellulari in mano per immortalare un momento più unico che raro ma che comunque ad ogni modo rende tutti un po’ più bambini… e più felici.

Costanzo Federico 

Castellammare: rubano pavimento dal pastificio D’Ambrosio, arrestati in 5

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I carabinieri hanno preso anche un minorenne

Castellammare di stabia – I militari hanno colto in flagranza 5 persone, tra cui un minorenne, mentre stavano rubando la pavimentazione del pastificio “D’Ambrosio”. Il pastificio non lavorava e loro hanno approfittato per sradicare la pavimentazione.

I carabinieri della stazione di Castellammare hanno arrestato cinque stabiesi per furto di materiale edile. I cinque, Aniello Sarcinelli (39anni), Gaetano Esposito nato Castellammare (50anni), Alfonso Esposito Ingenito (30anni), Salvatore Brano (22anni) e G.C. (17anni) sono stati bloccati mentre stavano togliendo una a una le lastre di pietra lavica e le stavano accatastando su un furgone che è stato sequestrato.

La refurtiva è stata restituita al proprietario e, dopo le formalità di rito, gli arrestati maggiorenni sono stati tradotti ai domiciliari in attesa di rito direttissimo mentre il minore è stato accompagnato nel centro di prima accoglienza dei colli aminei.

ISCHIA: ”DI COSTANZO SARA’ IL NUOVO ALLENATORE ,NELLA GIORNATA DI OGGI E’ ATTESA L’UFFICIALITA’ “

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L’Ischia dopo le dimissioni della settimana scorsa di Bitetto, e aver affidato temporaneamente la panchina ad Antonio Porta nella trasferta di Rieti contro la Lupa Castelli Romani, la società dopo un summit, ha deciso di affidare la panchina a Nello Di Costanzo. Lo scorso anno arrivò a campionato in corso a Messina,che portò la squadra a disputare i play out persi contro la Reggina e la retrocessione della squadra. Il tecnico ex Messina, c’è da dire che predilige giocare con il classico modulo del 4-4-2,proprio per questo ha già parlato con la società dove quasi certamente arriveranno giocatori con caratteristiche per giocare con questo modulo. L’ex allenatore della Juve Stabia, nella giornata di oggi è attesa la firma decisiva che lo leghi al club isolano.

IL PUNTO SULLA 18ma GIORNATA DI LEGA PRO GIRONE C

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CASERTANA BEFFATA SUL FINALE, FOGGIA PAREGGIO IN EXTREMIS. VOLA IL BENEVENTO, PAREGGI PER ISCHIA E JUVESTABIA

Dopo la 18^ giornata del campionato di Lega Pro girone C. Rimane invariato il distacco in vetta tra la Casertana e il Foggia. La capolista viene beffata sul finale. Calabresi avanti nel primo tempo con Mancosu,poi nella ripresa la rimonta è firmata da De Angelis e Jefferson, ma a due minuti dallo scadere e Razzitti che sigla il gol del definitivo pareggio di 2-2.

Stesso risultato per il Foggia contro la Paganese. Ospiti in vantaggio prima con un autogol e poi raddoppiano con bomber Caccavallo. Nella ripresa i pugliesi trovano il gol che accorcia le distanze con Iemmello e poi con Chiricò che firma il pareggio.

Al terzo posto solitario c’è il Benevento, che cala la manita al Messina in trasferta. Dopo pochi minuti ad aprire le marcature è proprio l’ex di turno Ciciretti. Al 20’ Cissè raddoppia. Il 3-0 è firmato da De Falco con un gran tiro dal limite dell’area. A chiudere il match ci pensa prima Ciciretti che sigla una doppietta e poi Marotta con un gol alla “Ibra” mette a segno il quinto gol.

Il Lecce non va oltre allo 0-0 nel derby pugliese contro l’Andria. 

Martina Franca-Cosenza rinviata per neve.

Il Matera di Padalino continua a volare e ottiene la quinta vittoria consecutiva,vincendo 1-4 ad Agrigento contro l’Akagras. Nel primo tempo partita già chiusa: Infantino segna il prirmo gol, poi Di Lorenzo e Rolando chiudono la prima frazione di gioco sul risultato di 0-3.

Al 48’ Di Grazia segna il gol della bandiera,ma bomber Letizia chiude il match. In casa Juve Stabia un altro 1-1,questa volta contro il Melfi. Vespe in vantaggio con Arcidiacono e poi pari di Herrera.

Un altro 2-2 di giornata è quello tra Lupa Castelli Romani ed Ischia Isolaverde. Isolani in vantaggio con Kanoute al 10’. Al 14’ da calcio d’angolo Petta di testa pareggia. Sul finire del primo tempo ancora Kanoute riporta in avanti l’Ischia e firma una doppietta.

Al 93’ Morbidelli realizza il definitivo 2-2 con un calcio di rigore.

Tra Catania e Monopoli termina a reti bianche.

CASTELLAMMARE di STABIA: si tornerà a “volare” e, in soli 7 minuti, passare dal mare ai 1100 metri di Monte Faito

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CASTELLAMMARE DI STABIA. La funivia del monte Faito, opera prestigiosa della città inaugurata il 15 agosto del 1960 e incompresibilmente ferma dal 2012, è tornata a rientrare negli interessi del comune e della regione che il 16 gennaio scorso hanno, finalmente, aperto il cantiere per l’esecuzione dei necessari lavori di manutenzione che prevedono, primariamente, la sostituzione del cavo di acciaio che consente la movimentazione delle cabine che collegano la stazione di Castellammare alla vetta del Monte Faito con un viaggio mozzafiato di grande suggestione e in un panorama meraviglioso che, in 7 minuti, consente di passare dal livello mare agli oltre 1100 metri del Monte Faito.

FUNIVIA Monte Faito Ieri mattina i dipendenti dell’Eav,  come previsto dall’intervento programmato dalla Regione Campania, hanno consegnato la fune  di traino delle “panarelle”, come sono chiamate le cabine che accolgono i passeggeri e li trasportano in un viaggio da sogno fino alla vetta di Monte Faito e, da questa, nuovamente alla città di Castellammare.

L’intervento prevede anche l’adeguamento dell’infrastruttura alla normativa antisismica a fronte di un costo complessivo di circa 2 milioni di euro e dovrebbero concludersi entro la prossima estate.

castellammare di stabia antiche terme Che dire: speriamo che i tempi siano rispettati ed i lavori siano eseguiti a regola d’arte e che possano essere di traino, o contorno, anche alla volontà di far rinascere una delle altre gemme di Castellammare di Stabia: le sue TERME note ed apprezzate sin dai tempi dei romani e così duramente e colpevolmente abbandonate, senza ne remore ne vergogna, ad un iniesorabile declino ed oblio da chi di dovere, invece, avrebbe dovuto tutelare e utilizzare un bene della natura che ci ha sempre offerto una innumerevole quantità di acque minerali (più di 17, lisce, fredde, calde, aciule, ferrate ecc ecc) da poter porre a frutto come e più di quanto, altre Città, hanno saputo fare sfruttando una sola semplice e striminzita fonte di un’unica acqua.

castellammare di stabia terme nuove Ma questa, purtoppo, è Castellammare. Una Regina (non a caso definita Regina delle Acque e Perla del Golfo di Napoli) ridotta a vasciaiola nell’indifferenza se non di tutti, di sicuro di tanti, incontestabilmente di chi doveva e poteva averne cura e, in questo, chiedo scusa, pongo anche quella parte miope del personale – con in testa alcuni amministratori – che, in esse, hanno sempre visto NON un bene della Città ed una benedizione della natura ma, sic et simplicite, una mucca da mungere a più non posso e, preferibilmente, senza nemmeno andare a farlo sul posto ma standosene a casa o altrove.

Cambieranno le cose? Speriamo di sì e ci auguriamo che i cavi d’acciaio appena consegnati abbiano la forza di trainare anche l’inettitudine di altri riportando a galla e trainando anche le terme senza dimenticare un’altro gioiello stabiese: gli storici cantieri navali.

Castellammare, una perla incompiuta

Combo Castellammare