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Auriemma: “Mancini è entrato nello spogliatoio del Napoli, voleva mettere le mani addosso a Sarri”

Raffaele Auriemma ai microfoni di Radio Crc: “Sarri ha sbagliato, lo sappiamo sia noi che lui tanto che dopo si è scusato. Questo già è un ravvedimento da parte dell’allenatore, penso possa bastare. Se invece non può bastare devo capire che c’è dell’altro. Ieri ascoltando Raisport mi sono venuti i brividi perché hanno messo in mezzo Sarri come un condannato a morte senza potersi difendere. Ha sbagliato Mancini per vari motivi: uscendo dal campo si è tolto il cappotto dicendo a Sarri ti aspetto giù. Cosa ancora più grave è che Mancini sia andato negli spogliatoi del Napoli e l’hanno dovuto dividerlo da Sarri visto che il Mancio voleva mettergli le mani addosso. Dallo spogliatoio del Napoli di quello che ha detto Mancini non è uscito niente. E’ un codice d’onore che piaccia o meno. Secondo me la sua apparizione davanti alle telecamere è stata studiata a tavolino per mettere in difficoltà Sarri. Si è gettato fango su Sarri e Napoli per nascondere una prestazione non eccelsa. Se Mancini ha deciso di fare ciò per moralizzare il calcio mi sta bene, ma se invece c’è dell’altro non ci sto. Al prossimo coro che ascoltiamo contro i napoletani, il capitano Hamsik dovrà uscire dal campo immediatamente così come prevede il regolamento. Vogliono screditare Sarri e infangare una realtà pulita come quella napoletana”.

JUVE STABIA – Antonio dell’Oglio: A Lecce sarà difficile ma non impossibile fare…

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AntonioDell OglioDurante l’ultima puntata de “Il Pungiglione Stabiese”, programma radio sulla Juve Stabia in onda ogni lunedi alle ore 20:15 su ViViRadioWEB, abbiamo avuto come ospite telefonico l’ex centrocampista gialloblè Antonio Dell’Oglio.

Ciao Antonio, la Juve Stabia è attesa dal match con il Lecce, tu che hai giocato allo stadio Via del Mare, ti chiediamo . come è possibile vincere in un stadio in cui il pubblico è il 12° uomo in campo?

Sicuramente quello di Lecce è un campo difficile con tanto pubblico che incita la propria squadra, ho visto però la Juve Stabia a Foggia, altro stadio difficile,  e mi è piaciuta molto. Zavettieri è un allenatore molto preparato che ha schierato la sua squadra con una formazione molto compatta. La gara secondo me non è scontata come dicono in tanti.

Che ricordo hai della “tua” Juve Stabia?

Era un bellissimo gruppo, fatto di ottimi calciatori. Ricordo con affetto Mattei, il compianto Musella, Amodio e Celestini. Anche il Lecce dell’epoca era uno squadrone, basta rileggere la rosa con nomi importanti.

Abbiamo avuto già modo di confrontarci con Raffaele Costantino, uno dei calciatori di quel gruppo, a lui come a te chiediamo un tuo giudizio sulla Lega pro attuale?

La Lega Pro attuale non ha nulla a che vedere con quella serie C1 in cui ho giocato. In quegli anni le società prendevano calciatori importanti e dal trascorso nobile per farli giocare nelle proprie rose, lo spettacolo era assicurato, Ora invece si cercano calciatori giovani da far crescere, senza esperienza e magari anche senza qualità al fine di ottenere i contributi messi in palio dalla Lega. Erano altri tempi.

Quale ricordo hai di Castellammare?

Sono stati i miei primi anni al Sud e posso dire che sono stato benissimo. Lo stadio ricordo che era sempre pieno o quasi, ho ancora tanti amici tra i tifosi con cui mi sento ancora, ricordo con piacere Carmine Guastafierro e Salvatore Previdera. Ovviamente anche con Tonino Ercolano degli Swarm ho avuto un ottimo rapporto.

Ultima domanda:Tu che sei stato nella Fiorentina per tanti anni, come vedi il campionato della viola?

Buono. Domenica a Milano ha fatto una signora partita. Sousa sta facendo bene. Mi auguro che i viola possano vincere l’Europea League.

Sarri rischia quattro mesi di squalifica, ecco la norma della Figc

Lo scenario peggiore per Maurizio Sarri dopo la pesante lite con Roberto Mancini avviata dai suoi insulti è una lunga squalifica. Le norme della Figc, infatti, puniscono un tesserato con almeno 4 mesi di stop “un comportamento discriminatorio e ogni condotta che comporti offesa per motivi di sesso”. La squalifica a tempo determinato andrebbe scontata anche in campionato e in Europa League perché l’Uefa recepisce le sanzioni. Domani ci sarà la sentenza.

LA NORMA — Ecco il testo dell’articolo 11 delle Noif (Norme Organizzative Interne Federali): “Costituisce comportamento discriminatorio, sanzionabile quale illecito disciplinare, ogni condotta che, direttamente o indirettamente, comporti offesa, denigrazione o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine etnica, ovvero configuri propaganda ideologica vietata dalla legge o comunque inneggiante a comportamenti discriminatori. I dirigenti, i tesserati di società, i soci e non soci di cui all’art. 1 bis, comma 5 che commettono una violazione del comma 1 sono puniti con l’inibizione o la squalifica non inferiore a quattro mesi o, nei casi più gravi, anche con la sanzione prevista dalla lettera g) dell’art. 19, comma 1 (cioè il Daspo, n.d.r.), nonché, per il settore professionistico, con l’ammenda da € 15.000,00 ad € 30.000,00”. I calciatori, per la stessa violazione, oltre alla squalifica a tempo possono essere sanzionati con uno stop di dieci giornate (che a quel punto andrebbe scontato solo nella competizione in cui è stata commessa e in questo caso la Coppa Italia), ma un allenatore è equiparato generalmente a un tesserato e non a un calciatore.

LO SCENARIO — Fondamentale sarà il referto arbitrale: il direttore di gara Valeri di Roma non era presente al momento della lite, ma il quarto uomo, come era evidente dalle immagini tv e come riportato dallo stesso Mancini, ha ascoltato tutto. Se dovesse riportare gli insulti di Sarri così come sono stati riferiti dall’allenatore dell’Inter (“Mi ha dato del frocio e del finocchio”), sta poi al giudice sportivo Tosel valutare se si tratta di condotta discriminatoria. Di certo si aprirà una battaglia legale:valutando l’attenuante della tensione per il finale di partita, il giudice potrebbe interpretare le frasi di Sarri senza la reale intenzione di insulto discriminatorio.

EUROPA — È poi possibile un supplemento d’indagine della Procura federale che ha già sentito Mancini e probabilmente avvierà un’inchiesta che potrebbe portare al deferimento di Palazzi e a una seconda squalifica se la prima non dovesse contenere tutti gli elementi raccolti. In ogni caso la Procura federale può direttamente scrivere a Tosel ampliando il referto dell’arbitro e quindi fare in modo che la squalifica a tempo sia immediata. Tra l’altro il Napoli gioca in Europa League e una situazione simile fa drizzare le antenne anche all’Uefa. Insomma, sarà di sicuro una vicenda che si trascinerà per un po’ tra sentenze e ricorsi. E in teoria Sarri potrebbe non tornare più in panchina fino al termine della stagione.

gazzetta dello sport

IL PICCOLO PRINCIPE. Un cartoon ma un grande film (Critica con trailer)

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Il Vecchio Aviatore è il vicino di casa di una bambina da poco trasferitasi con la terribile madre. Costui le parla, e le fa leggere una Fiaba di un Piccolo Principe, Re di un piccolo asteroide, e di una Rosa e di come, essendo solo, abbia voluto viaggiare… Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry, noto come Antoine de S.E., è una delle più note, affascinanti e non facilmente etichettabili figure di intellettuali e scrittori francesi dei primi 40 del 900.

Nato nel 1900 morì nel 1944 nel corso di una missione di ricognizione per l’Aeronautica Militare francese alleata (non pétainista) sul Tirreno in un incidente di volo, che rimase misterioso per tutti questi anni: si parlò anche di suicidio. Attualmente, grazie alle dichiarazioni di un pilota, allora della Luftwaffe, si è stabilmente ipotizzato che sia morto nel corso di un attacco aereo, rimasto ignoto, perché avendo saputo chi era, il pilota ne ebbe vergogna e non ne parlò. Ma siamo ancora nel regno delle ipotesi.

“Il Piccolo Principe” fu pubblicato per la prima volta in USA e in inglese nel 43, in piena guerra: ma lo scrittore lionnese era già noto nell’ambiente per una serie di specifici brevetti tecnici sull’aereo: ma soprattutto per una serie di libri di narrativa sul mondo dell’aviazione. Alcuni , come “Volo di notte” (1931) e “Terra degli uomini” (1939), erano già stati tradotti e molto apprezzati anche in Italia. “Il Piccolo Principe”, da noi fu edito da Bompiani: ha avuto e sta avendo un lungo, duraturo, instancabile successo. E’ un testo, che si presenta nelle forme di una lirica, benché in prosa, elusiva, misteriosa favola per bambini, senza tempo e dimensione spaziale; sospesa in regno di fantasia e di complessità metaforiche.

“Non si vede che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi” (cap XXI), è una delle sue più famose e sintetiche frasi delle sue tematiche. Ma è affascinante anche per lettori scafati: uno dei libri più tradotti e letti al mondo. Ha avuto numerose trasposizioni cinematografiche. Una prettamente hollywoodiana (di Stanley Donen, USA-UK, 1974), di un certo impegno produttivo; ma che, in un certo senso, “diceva troppo” e troppo chiaramente, quasi snaturando e violentando la sottile trama stilistica e immaginaria della qualità onirico-reale della pagina. Ma già nel 44 il mitico Orson Welles ne elaborò una sceneggiatura. Ho tracciato queste righe di introduzione, per meglio indicare la complessità dello stato dell’arte che si presentava al regista Mark Osborne, statunitense, quindi lontano dall’immaginario europeo e francese, e di Saint-Exupéry in particolare, quando gli fu offerta la direzione del film (FRA, 15), proprio da un gruppo di produttori francesi.

Dopo una naturale e iniziale titubanza, ha accettato. E cosa ha fatto? Ebbene, ha genialmente “rovesciato il tavolo”. Invece di impegolarsi in una ulteriore, incerta e trita “hollywoodianizzazione”, peraltro già e infelicemente combinata, dell’apparentemente esile testo, ha preso spunto da un film, “Il ladro di orchidee” (USA, 02), del regista di culto Spike Jonze ( e dei suoi sceneggiatori, i fratelli Charlie e Donald Kaufman), film premiato ma di non grande successo, ma che si avvia a diventare, sotterraneamente, un classico. In quel film due storie, una delle quali un mistery, si muovevano in parallelo, come in una doppia spirale, per poi finalmente ricongiungersi. Osborne, che ha al suo attivo “Kung fu Panda” (USA, 08), ha “incastonato” la storia del “piccolo principe” all’interno della vicenda della deliziosa ragazzina che incontra l’aviatore. Come se fosse una “narrazione all’interno di un’altra”: una metanarrazione. Ma succede che il piccolo principe e i suoi personaggi siano “usciti”, perché rapiti e portati via da quell’interno originale: e la bambina deve farveli “ritornare”. Allora che abbiamo, rispetto alla sostanza drammaturgica del testo letterario di partenza? Che i motivi tematici, e soprattutto quelli, vengono esaltati, commentati e sviluppati dai personaggi(diciamo) bis; ma in una cornice di mossa narrazione e senza fare la minima violenza sui personaggi stessi. Del resto i contesti narrativi sono ben differenziati: le vicende direttamente del “piccolo Principe” (fonte letteraria) sono illustrate con un gradevole, pastellato, delicato stop motion, il cartone tradizionale; quelle della cornice in computer grafica (CGI). Questo dà all’insieme un aspetto di assoluta vivacità e originalità. Mantiene intatta la sostanza poetica: ma ne dà un generalizzazione figurativa metaforica che ne tende fino al diapason la sostanza tematica.

https://www.youtube.com/watch?v=pkj1QysO4Uc

Ivan Scalfarotto: “Il testo resti così com’è, chi chiede modifiche vuole affossare tutto”

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Il sottosegretario alle Riforme, sostenitore della legge Cirinnà: “Non si espelle nessuno, ma il Pd ha scelto una linea che è quella della uguaglianza tra i cittadini”.

ROMA. Secondo Ivan Scalfarotto parlare di nuove modifiche alla legge sulle unioni civili significa metterla in pericolo. “Chi lo sta facendo lo sa”, dice il sottosegretario alle Riforme. E aggiunge: “Sull’adozione del figlio del partner si è costruita una polemica ad arte: stiamo lottando per dare diritti ai bambini e doveri ai genitori”.

Perché il Pd non è unito su questa battaglia?
“Nel Pd c’è una dialettica molto ampia, com’è stato per tutte le grandi riforme. Non si espelle nessuno, ma il partito ha assunto una linea che è quella dell’uguaglianza tra i cittadini”.

Si parla di profili di incostituzionalità per le troppe somiglianze col matrimonio. Servono modifiche?
“No. La Corte Costituzionale ci ha chiesto due cose: di utilizzare un istituto diverso da quello del matrimonio, cosa che è stata fatta, e di garantire omogeneità di trattamento tra coppie gay e coppie etero. Un’omogeneità su cui la stessa Consulta vigilerà con il controllo di ragionevolezza, sanando eventuali discriminazioni”.

Eppure all’interno del suo partito c’è chi lavora a più di un cambiamento. Come mai?
“Non me lo spiego. Questa è una legge molto prudente e moderata che non ci pone all’avanguardia, ma nelle retrovie dell’Occidente. Il frutto di una faticosa mediazione che non si può rimettere in gioco”.

Teme che venga annacquata?
“Credo che resterà così com’è. Il governo ha detto che non presenterà nessun emendamento. Eventuali modifiche rischierebbero di far perdere voti da un lato senza farne guadagnare dall’altro”.

Chi lavora alla mediazione con i cattolici dice di voler compattare il più possibile il Pd, non è così?
“Anche se queste modifiche riuscissero a tenere dentro tutti, da Stefano Lepri a Sergio Lo Giudice, non garantirebbero il voto dei 5 stelle, dei loro fuoriusciti, di Sel”.

Dà per scontato che la maggioranza non basti?
“Parlamentari dell’Ncd come Maurizio Sacconi hanno detto che non la votano in nessun caso”.

Ed è invece certo dell’appoggio dei 5 stelle?
“Se anche pensassero di fare scherzi col voto segreto, i numeri li stanerebbero. Sappiamo che il fronte critico nel Pd è di 30 senatori: se i voti mancanti fossero molti di più sapremmo chi è stato”.

C’è il rischio che la stepchild adoption venga affossata dal voto segreto?
“Io penso che passerà. Molti tribunali stanno riconoscendo la stepchild alle coppie gay. Non intervenire su questo sarebbe un fallimento della politica. Stiamo pensando ai diritti dei bambini riconoscendo doveri ai loro genitori”.

Se il premier vuole il ddl così com’è perché affidarsi alla “coscienza” del Parlamento?
“Non è una questione di coscienza, ma questo punto non fa parte degli accordi di governo. Chi deve avere una posizione unitaria qui è il Pd. E al riguardo mi stupisce quel che dice Vannino Chiti: pensavo che l’uguaglianza fosse un patrimonio della sinistra, tanto più di chi accusa il Pd di non esserlo abbastanza”.

Perché i distinguo arrivano ora?
“Perché mai come adesso si è capito che siamo vicini all’obiettivo”

Crede che si miri a far saltare tutto?
“Chi chiede modifiche sa bene che su un testo diverso da questo non è detto che si arrivi a una conclusione. Com’è accaduto con la legge sull’omofobia: a forza di annacquarla, non l’ha voluta più nessuno”.

La riforma della Pa sul tavolo del Cdm: scure su “furbetti” e partecipate

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Il governo si riunisce in serata. Prendono corpo i decreti attuativi della riforma Madia. Riorganizzazione dei servizi pubblici locali, con la creazione dei ‘distretti’. La Forestale entra nei Carabinieri, in 7mila cambiano casacca. Archivi pubblici aperti ai cittadini, arriva il Pin unico digitale

MILANO – Il Consiglio dei Ministri, convocato in serata, si prepara ad affrontare i nodi caldi della riforma della Pubblica amministrazione, della quale si attendono undici decreti attuativi, che vanno dai licenziamenti lampo al taglio delle partecipate. E’ uno dei temi sul tavolo, per quanto vasto, insieme ad altri argomenti caldi, a partire dalla probabile nomina di Carlo Calenda come ambasciatore presso l’Ue. Per altro, la tranche di decreti di riforma della Pa non completa tutto il pacchetto-Madia, dei quali si attende nei prossimi mesi il testo sui poteri del premier o sull’ufficio unico di territorio, per finire poi con il testo unico sul pubblico impiego. Nel menu, anche il taglio delle Camere di Commercio.

Ecco allora le principali attese, alla vigilia, passibili – come accaduto recentemente – di aggiustamenti.

– FURBETTI VIA ENTRO 48 ORE, RESPONSABILITA’ PER DIRIGENTI. Il dipendente pubblico che viene colto in flagranza a falsificare la sua presenza in servizio,  come chi striscia il badge e poi esce, verrà punto entro 48 ore con la sospensione dall’incarico e dalla retribuzione. Se l’illecito non verrà denunciato il dirigente rischia pesanti sanzioni, fino al licenziamento (oggi al massimo c’è la sospensione). Tornando ai ‘furbetti’ il decreto prevede un’iter accelerato per l’espulsione: entro un mese il procedimento per il licenziamento dovrà chiudersi (ora può durare anche 120 giorni).

– SCURE SU PARTECIPATE, NUOVO ORGANO VIGILERA’ SU TAGLI. Le amministrazioni devono fare una ricognizione delle partecipazioni e, passato un anno e mezzo, devono eliminare quelle non strettamente necessarie o con più amministratori che dipendenti (la regola generale è quella dell’amministratore unico, laddove ci sia un cda non potrà essere composto da più di 5 membri). E ancora, si dovrà fare piazza pulita delle imprese con fatturato sotto il milione. La prima tornata di tagli dovrebbe portare alla chiusura di 2-3mila ‘scatole vuote’. Arriva anche una disciplina completa sulla crisi d’impresa. A vigilare sui tagli sarà posto un Organo ad hoc.

– STRETTA SU MANAGER, MOBILITA’ PER DIPENDENTI. Il testo unico sulle partecipate rinvia a un decreto ministeriale per fissare i nuovi massimi nelle retribuzioni dei dirigenti, escludendo comunque, a priori, buone uscite e premi in presenza di risultati economici negativi. Non solo, nelle società partecipate da enti locali potrebbe addirittura essere possibile la revoca. Regole più rigide anche per le nomine dei dirigenti delle Asl, con una riduzione del potere delle Regioni. Quanto ai dipendenti delle partecipate, se la scure dovesse comportare esuberi è prevista la stampella della mobilità.

– SERVIZI PUBBLICI LOCALI, ARRIVANO I DISTRETTI. Un altro decreto disciplinerà la fusione delle spa locali che si occupano di servizi pubblici, dall’acqua ai rifiuti. Si prevede l’aggregazione, incentivata, su base territoriale,con la creazione di ‘distretti’. A disegnare gli ‘hub’ saranno le Regioni e se non provvederanno sarà il Cdm a intervenire. Giro di vite sul regime delle esclusive. D’altra parte l’obiettivo del Governo è passare da 8 mila a mille società pubbliche.

– ADDIO FORESTALE, IN 7 MILA PASSANO A CARABINIERI. Il Corpo forestale dello Stato verrà assorbito nell’Arma dei carabinieri. Il passaggio riguarda funzioni e personale, ad eccezione delle competenze anti-incendio, da attribuire al Corpo nazionale dei vigili del fuoco. Si darebbe così vita a una nuova organizzazione, all’interno dei carabinieri. I forestali chiamati al passaggio sono circa 7mila, con piccoli contingenti riservati ai Vigili del fuoco, alla Polizia e alla Guardia di finanza. Ci vorrà potrà anche fare richiesta passare alla Pubblica Amministrazione in senso lato.

– RIORDINO FUNZIONI POLIZIA. 112 NUMERO UNICO EMERGENZE.All’ultimo nel decreto sulla forestale è stata inserita anche la razionalizzazione delle funzioni di tutte le forze di polizia, con l’assegnazione a ciascuna di aree di specializzazione. Anche dal punto di vista territoriale, c’è una divisione delle competenze: per cui la polizia vigilerà sulle grandi aree mentre ai carabinieri è affidato il resto del territorio. Un articolo è poi riservato al numero unico per le emergenze, il 112. Il pacchetto Madia include un decreto sul riordino delle autorità portuali (scenderanno da 24 a 15).

– SBLOCCA-BUROCRAZIA, TEMPI DIMEZZATI PER GRANDI OPERE.Arriva il restyling della Conferenza dei servizi: le riunioni diventano telematiche, scatta il silenzio-assenso, massimo 60 giorni per le decisioni, ci sarà un rappresentante unico per ogni livello di governo. Contro la burocrazia c’è anche il regolamento che taglia i tempi delle procedure amministrative: 50% in meno per opere pubbliche, insediamenti produttivi e attività imprenditoriali rilevanti. Il dimezzamento diverse pratiche che oggi hanno termini fissati tra i 30 e i 180 Giorni (si dovrebbe passare a 15-90). In rampa di lancio anche la riforma delle camere di commercio, che vengono ridotte a 60 dalle attuali 105.

– CITTADINANZA DIGITALE, LANCIO PIN UNICO. Ogni cittadino avrà il proprio ‘domicilio digitale’, ovvero un recapito elettronico, come la mail. E’ una delle principali novità del nuovo Codice dell’amministrazione digitale. Tra i punti salienti il rafforzamento del ricorso ai pagamenti elettronici (si potranno anche usare le prepagate telefoniche) e il lancio del Pin unico, ovvero dell’identità digitale. C’è poi il potenziamento dei sistemi di sicurezza sul digitale.

– TRASPARENZA, AL VIA ‘FREEDOM OF INFORMATION ACT’ ITALIANO.Internet avrà un ruolo anche nel decreto che riscrive il provvedimento Severino sulla trasparenza. Ecco che sui siti istituzionali le amministrazioni, a seconda del loro core-business, dovranno pubblicare il tempo medio di attesa delle prestazioni sanitarie o i debiti accumulati. Ci sarà una semplificazione degli oneri burocratici, ad esempio il piano anticorruzione sarà più snello. Soprattutto sarà ‘liberalizzato’ il diritto di accesso agli archivi pubblici (il Freedom of information act), con il cittadino che avrà diritto a ricevere i dati richiesti senza obbligo di motivazione entro 30 giorni, altrimenti per l’amministrazione scattano le sanzioni dell’Anac.

 

Luciano di Lamezia fischia al ‘Via del Mare’ Lecce-Juve Stabia

Per la seconda giornata di ritorno del campionato di Lega Pro girone C che si disputerà domenica 24 alle ore 17 e 30 allo stadio comunale “Via del Mare” di Lecce è stato designato Giovanni LUCIANO della sezione di Lamezia Terme a dirigere il match tra Lecce e Juve Stabia.

Luciano, nato a Lamezia Terme in provincia di Catanzaro il 30 settembre 1985, è al suo terzo campionato in Lega Pro, negli anni precedenti non ha mai diretto una gara delle vespe, ma vanta un precedente nella corrente stagione sempre fuori casa e sempre con una squadra pugliese, ovvero alla sesta giornata d’andata, era l’11 ottobre 2015 al “Tursi” di Martina Franca la gara terminò con la vittoria dei pugliesi per due a zero (con conseguente esonero di mister Ciullo) con le reti di Baclet e Cristea.

L’assistente numero uno sarà: Valerio VECCHI della sezione di Lamezia Terme;

l’assistente numero due Luigi LANOTTE della sezione di Barletta.

Giovanni MATRONE

Juve Stabia: e se l’erede di Migliorini fosse già in casa?

Vigilia di Juve Stabia – Melfi. La domanda che tutti si pongono riguarda il sostituto di Migliorini, partito in direzione Avellino. I principali candidati ad affiancare il difensore ceco Polak sono Samuele Romeo, chiuso sulla corsia destra dal definitivo recupero di Cancellotti, e Daniele Liotti, più volte disimpegnatosi bene nel ruolo di centrale di difesa.

Alla lettura della distinta, però, ci si rende conto che tutte le ipotesi fatte sono sbagliate e che, al contrario, la scelta di Zavettieri è sorprendente.

Nella prima partita del dopo Migliorini il tecnico gialloblù infatti decide di schierare il giovanissimo Luigi Carillo, difensore classe 1996, cresciuto proprio nel vivaio delle Vespe.

La scelta di Zav si rivela giusta; Carillo sfodera una prestazione gagliarda, fatta di impegno, grinta e determinazione. Guidato da Polak, il nuovo numero 6 della Juve Stabia chiude bene gli attaccanti del Melfi, rapidi e brevilinei, esibendosi anche in interventi in scivolata con tempismo perfetto. Il fisico solido e prestante del difensore non soffre dinanzi agli scambi stretti dei lucani, che più volte si infrangono sulle chiusure della difesa gialloblè.

Nel post partita l’attenzione è tutta per il giovane difensore, il quale non si esalta, predica umiltà ma anche ambizione, facendo capire di essere pronto, se chiamato ancora in causa, a raccogliere la pesante eredità del corazziere scuola Torino.

La scelta di nuovo difensore titolare della prima squadra segna forse il punto più alto, per ora, della storia di Carillo alla Juve Stabia. Il difensore fu infatti scoperto dal responsabile del settore giovanile delle Vespe, Alberico Turi, quando militava nella Polisportiva San Giuseppe. Turi, dopo aver fiutato le doti del ragazzo, decide di aggregarlo alle giovanili della Juve Stabia, di cui Carillo diventa sempre più leader. Nella sua ultima stagione tra le “Vespette”, Carillo è il punto di riferimento della squadra allenata da Mario Turi e la sua stagione conta 19 presenze e 3 gol.

Le doti di Carillo accendono l’interesse del Catania, che lo preleva dal settore giovanile gialloblè, dando l’opportunità al giovane difensore di misurarsi con un campionato difficile ed importante come la Serie B, già assaggiata dal Carillo nella stagione precedente, quella della retrocessione della Juve Stabia.

Ora Carillo è tornato a vestire la maglia gialloblè ed è visibile a tutti quanto l’anno in Sicilia lo abbia fatto maturare in campo e fuori.

Sorge, a questo punto, una domanda: e se le Vespe avessero già in casa l’erede di Migliorini?

 

Raffaele Izzo

Il linguaggio omofobo di Sarri, una “normalità” da sradicare nel calcio. MAURIZIO CROSETTI* (VIDEO)

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Il diverbio in campo tra Roberto Mancini (a sinistra) e Maurizio Sarri (ansa)

L’aggressione verbale del tecnico del Napoli a quello dell’Inter rientra in una cultura diffusa e tollerata nell’ambiente, ma la reazione di Mancini è forse l’indice che qualcosa sta cambiando.

Sono cose da campo, cose che succedono, e dal campo non devono uscire. Si dice sempre così, infatti l’ha detto anche Maurizio Sarri dopo aver dato del finocchio e del frocio al suo collega Roberto Mancini. Poi Sarri ha chiesto scusa, e Mancini gli ha risposto: non devi chiedere scusa, hai sessant’anni, devi vergognarti. Difficile non dargli ragione.

Il calcio è quel luogo in cui il presidente federale Tavecchio ha parlato di Optì Pobà che mangia le banane, e un dirigente poi rimosso ha definitoquattro lesbiche le giocatrici di pallone. Non tutti, per fortuna, sono così, ma neanche pochi. Il calcio non è uno sport per signorine, di diceva una volta: neanche per omosessuali, se la loro stessa esistenza viene considerata una potenziale offesa. Accade nell’Italia in cui si litiga, anche e soprattutto a sinistra, purtroppo, sulle adozioni per le coppie gay.

Napoli-Inter, Mancini accusa Sarri: “Mi ha chiamato finocchio” – VIDEO

E’ un problema culturale, dunque si parte dal linguaggio. Maurizio Sarri, che qualche anno fa già disse “il calcio sta diventando uno sport da froci”, ha usato il suo come una clava, come un uomo delle caverne. Ed è ancora più grave che in sala stampa, dopo lo sfogo, abbia cercato di minimizzare dicendo“non mi ricordo quel che ho detto, ho usato le prime parole che mi sono venute in mente” e quasi tutti, in quella sala stampa, hanno riso. Questo rende l’idea di quanto Sarri, nella sua caverna, si trovi in ottima compagnia.

Mandiamo i nostri figli alle scuole calcio sperando, come minimo, che venga insegnato loro qualche comportamento degno, una sanità non solo del corpo. Non è moralismo chiamarli valori, perché se lo sport non è un luogo di educazione e crescita, allora a cosa serve? Solo a svagarci? Solo a dimenticare che esistono persone che dileggiano e insultano senza neppure rendersi conto di quello che dicono?

Al netto del dibattito che ne è seguito, assai sproporzionato e fuori sintonia come spesso succede in Italia, nel calcio e non solo (a Napoli c’è già chi sostiene che sia tutto un complotto contro la squadra di Sarri prima in classifica, la più forte finora e con pieno merito, la più divertente, molto più della Juve che la insegue), la tristissima scena di Sarri e Mancini (mai visto tanto sconvolto l’ex fuoriclasse, eppure ne avrà viste e sentite, nella sua vita) ci racconta a che punto siamo a livello di integrazione, percezione delle cose, modernità di pensiero, tolleranza, educazione e cultura.

Ora è inevitabile l’effetto ventilatore, ma la materia tra le pale l’ha messa Sarri. Un signore che vive di calcio da moltissimi anni, arrivato tardi sulla scena della serie A forse perché questa è una casta blindata, oppure perché questo signore ha limiti di linguaggio e di pensiero, come indicherebbe la sua dialettica che pure, a volte, è apparsa di rottura, originale e sincera in un ambiente plastificato, pieno di parole tutte uguali e banali. Ma se invece le parole “originali e diverse” sono ancora più uguali, e riflettono un pensiero non comune ma purtroppo diffuso, allora è meglio restare al “giocheremo la nostra partita, la palla è rotonda, ringrazio i tifosi e il mister”. Oppure, invece, sta proprio cambiando qualcosa: dopo i nomi e cognomi degli ultrà del Genoa, squadernati dal coraggioso Gasperini, ecco Mancini che apre il recinto e ci fa entrare lì dentro. Cose che succedono da sempre? E cosa vuol dire? Non devono succedere più, punto. E se in Italia nessun calciatore ha mai avuto il coraggio di dire sì, sono omosessuale, e allora?, forse dipende anche dall’ambiente che lo circonda, da quelli che gli risponderebbero: stai zitto, frocio.

Regione Lombardia, portaborse e segretari: adesso i partiti ne vogliono assumere 200. ANDREA MONTANARI*

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Gioco d’anticipo dei consiglieri in vista della riforma costituzionale che elimina i contributi ai collaboratori. Contrari i Cinque Stelle, favorevoli Pd e Lega

I partiti presenti al Pirellone vogliono una legge per stabilizzare il loro collaboratori: centonovantacinque contratti di lavoro a tempo determinato che costano ogni anno alle casse regionali 4.587.953,65 euro. Posti che sono messi a rischio da una norma transitoria contenuta del testo delle riforma costituzionale che sarà oggetto di referendum confermativo in autunno. Una disposizione che prevede che non possa più essere corrisposto ai consiglieri regionali un contributo per i collaboratori.

Altre Regioni negli anni passati hanno già assunto il personale dei partiti, la Lombardia non lo ha mai fatto e pensa di correre ai ripari ora, prima che arrivi la scure della riforma della Costituzione. L’unico gruppo apertamente contrario è il Movimento Cinque Stelle, nonostante i 389.979,04 euro che il gruppo grillino ha percepito l’anno scorso per pagare 22 collaboratori: due con il contratto di collaborazione coordinata e continuativa, quattro collaboratori professionali e sedici con il contratto a tempo determinato.

La cifra corrisposta a M5S è poco più di un terzo dei 1.032.255,47 euro presi nel 2015 dal Pd, per tre contratti di collaborazione coordinata e continuativa, una occasionale e 25 assunzioni a termine. Dopo c’è la Lega Nord, che prende ogni anno 859.092,21 euro per i suoi 33 collaboratori. Mentre Forza Italia al Pirellone finora riceve ogni anno dalle casse regionali 515.442,85 euro per i suoi trenta; il gruppo Maroni Presidente 661.740,82 per i suoi 32; quello del Patto civico Ambrosoli 297.700,02 euro per 11 contratti. Il Nuovo centrodestra 559.556,25 euro per 26. E il gruppo Fratelli d’Italia 150.013,61 euro per i suoi cinque. Il partito dei Pensionati, poi, nonostante sia composto da un solo consigliere regionale, Elisabetta Fatuzzo, ha ricevuto l’anno scorso 82mila euro per pagare i suoi collaboratori. Il doppio del gruppo misto-Fuxia People composto dalla sola Maria Teresa Baldini, che ne ha portati a casa 40.171,77 per tre contratti di collaborazione.

Tutte persone che con il taglio previsto dal nuovo testo della Costituzione rischiano di perdere il posto. Una spesa – nel bilancio del Consiglio regionale – che in tempi di tagli ai costi della politica finora ha resistito. Non per gli M5S, che vorrebbero abolirlo e accusano il Pd di incoerenza: “Mentre a Roma il Pd di Renzi distrugge la nostra Costituzione – accusa Stefano Buffagni – il Pd lombardo pianifica di stabilizzare a spese dei cittadini il personale politico con l’avvallo della Lega. È una proposta incostituzionale. Non è così che si cancella un passato fatto di sprechi e spese pazze e che si difende l’immagine della Regione che noi vogliamo tutelare”.

Di parere opposto il Pd Enrico Brambilla, che spiega: “Lo spirito della riforma costituzionale è chiaro, si riducono ulteriormente i compensi dei consiglieri e si tolgono quei fondi di funzionamento che per il comportamento di alcuni sono stati fonte di scandalo. Noi siamo convinti che i consiglieri regionali debbano lavorar meglio e per farlo i collaboratori sono necessari. Dire che non è così è cedere alla demagogia. Stiamo lavorando a una proposta che farebbe risparmiare soldi al Consiglio regionale”.

Anche il leghista Massimiliano Romeo si schiera a favore di una stabilizzazione del personale: “Almeno di quella parte che nel corso di questi anni ha dato un contributo oggettivo alla stesura delle legge. Va bene avere cancellato i rimborsi tre anni fa, va bene aver rinunciato al trattamento di fine mandato, ma cerchiamo di evitare che il personale finisca sulla strada”.

Due visioni diverse dell’Unione STEFANO LEPRI*

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Divergono assai, la visione che dell’Europa ha Matteo Renzi e quella che ne ha Mario Draghi. Dentro a questa contrapposizione tra i due principali italiani del continente si legge in modo esemplare una difficoltà che è di tutti. L’impazienza del primo conquista la scena proprio quando il sapiente gradualismo del secondo è forse vicino ai suoi limiti. 

In questo inizio d’anno in cui l’intero pianeta sembra debba rassegnarsi a una ripresa economica fievole, se non temere una nuova ricaduta, è naturale mettere in questione i rimedi pazienti (lo stesso governo italiano si trova in difficoltà sulle banche non perché non ha agito, ma perché non l’ha fatto abbastanza in fretta). 

Draghi è stato definito «il primo degli europeisti». Come capo dell’unica istituzione davvero federale, ha tutto l’interesse che il processo di unione vada avanti. Dopo aver salvato l’euro nel 2012, un anno fa è riuscito ad adottare potenti misure di espansione monetaria che la Bundesbank voleva impedire. I risultati sono buoni – in Italia credito meno caro di 1,2 punti per le imprese, 0,5% di maggior crescita del Pil nel 2015 – eppure non sufficienti. 

Nel mondo si discute se per ottenere una valida ripresa basti la sola azione delle banche centrali.  

Nell’area euro per giunta la Bce è intralciata dai contrasti degli interessi nazionali, soprattutto delle lobby finanziarie. Contro i tassi di interesse a zero non combattono solo le banche tedesche, perché non ci guadagnano; ora, pare, anche quelle francesi. 

Fin qui, Draghi ha avuto sostegno da Angela Merkel, a dispetto di molti in Germania. Ora i due appaiono «leidgenossen», ovvero compagni di sventura: la cancelliera sotto attacco della destra politica a causa dei migranti, l’italiano di Francoforte sotto attacco della destra economica perché le sue scelte monetarie gioverebbero soltanto ai Paesi deboli. 

Si vede bene uno scarto tra quanto sui pericoli del momento affermano Draghi e i membri del direttivo a lui vicini, il belga Peter Praet e il francese Benoît Coeuré, e le fiacche decisioni prese dal consiglio Bce nel suo insieme. Serve tempo per comporre i dissensi. Nuove misure espansive arriveranno non prima di marzo, il loro effetto sarà lento. 

Renzi, per parte sua, si è convinto che l’Italia non può più aspettare. La stessa confusione che mette in difficoltà i tecnici – litigio di tutti contro tutti sui profughi, Spagna senza governo, Francia incapace sia di guardare oltre i propri confini sia di riformarsi davvero, paura del terrorismo – eccita il suo azzardo politico. Dato che nessuno è capace di guidare, tanto vale alzare la voce. 

La questione da porsi è se davvero le regole europee ci impediscono di fare qualcosa che, da soli, faremmo meglio. Sulle sofferenze bancarie la Commissione di Bruxelles ha sgradevolmente ecceduto, tuttavia non è priva di ragioni. Sull’Ilva si capisce che a noi prema salvare il lavoro a Taranto, non è falso che l’Europa abbia acciaierie in sovrappiù. 

E quanto può aiutarci trasgredire i vincoli di bilancio? La «flessibilità» ottenuta finora, già ampia, come effetti di crescita vale non oltre un terzo rispetto alla azione della Bce. L’austerità modello tedesco del «Fiscal compact» è sempre più screditata nel mondo; non è però attraente, né presumibilmente efficace, sostituirle vecchie pratiche di spesa pubblica all’italiana. 

Vedremo se questo gioco rischioso funziona. Tra i numerosi guai dell’Europa, quasi tutti non si comprende come possano essere risolti se non con strumenti collettivi. Occorre avanzare proposte. Altrimenti a molti altri Paesi la disciplina teutonica, seppur gravosa e scarsa di speranze, apparirà male minore rispetto a nostre intemperanze di corto respiro. 

 

*lastampa

Tangentopoli, Feltri contro Feltri. MATTIA FELTRI*

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Giovedì scorso è uscito un mio libro – «Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite», edito da Marsilio – e ieri il «Giornale» ne ha pubblicato un’ampia stroncatura firmata da Vittorio Feltri, cioè mio padre. Non c’è stupore né amarezza, abbiamo un rapporto eccellente e franco: in «Novantatré» lui è «scaraventato nella discarica dei reietti», per usare le sue parole, ma sappiamo entrambi che non c’è niente di personale. E poi su Mani pulite discutiamo da decenni, io spretato e critico, mio padre più favorevole, sebbene non entusiasta come quando dirigeva l’«Indipendente»; talvolta pare che ci stiamo avvicinando e invece no, ognuno resta al punto di partenza. Ci resta soprattutto lui, che mi rimprovera di trascurare «furti su furti, per decenni impuniti» da parte dei politici che «spendevano e spandevano senza requie» e per questo «il debito pubblico impazziva e ne soffriamo ancora gli effetti devastanti». Dunque «se la Giustizia ha sbagliato al 30 per cento, i ladri della Prima Repubblica hanno sbagliato al 70». Eppure il pentapartito non pensò mai di «legittimare il finanziamento privato della politica» perché sennò «zero margini per appropriazioni indebite». Infine, «Craxi quando disse che il ladrocinio era un male comune colse nel segno. Sul piano storico e politico pronunciò un discorso condivisibile (…) su quello giudiziario egli aveva torto: non esistono malversazioni a fin di bene».  

Sono un po’ in imbarazzo perché la disputa mi sembra fuori fuoco: la disonestà generale della classe politica non è contestata, ma è il presupposto – nell’introduzione avverto che il libro non è negazionista, «le mazzette c’erano, i colpevoli c’erano, il sistema era talmente diffuso da coinvolgere tutti…» – esattamente come era il presupposto di Bettino Craxi che nel luglio del 1992, all’alba della grande inchiesta, riconobbe davanti a un Parlamento silente e vile che «fioriscono e si intrecciano casi di corruzione e di concussione, che come tali vanno definiti, trattati, provati e giudicati». Né impunità né «malversazione a fin di bene», piuttosto Craxi aggiunse che nessuno aveva diritto di nascondersi dietro un’onestà provvisoria, e da questa considerazione, politica, non penale, bisognava trarre le conseguenze. Un nuovo regime fondato sulla menzogna delle mani pulite vincenti sulle mani sporche non sarebbe andato lontano. Come poi si è visto. 

Mi spiace che le mie pagine vengano lette come i tempi supplementari del derby politica-magistratura. Non ci credo più da secoli. La magistratura fu pessima come pessimi fummo tutti noi, semmai disponeva di armi micidiali; al linciaggio del pentapartito, che ci aveva tenuti dalla parte giusta della storia, e cioè lontani da Mosca, parteciparono in massa con sanguinario disincanto i giudici e gli ex comunisti, seconde file della politica e imprenditori, giornalisti e popolo eccitato, tutti a ritagliarsi uno spazio e un ruolo nell’Italia che rinasceva, e a ritagliarselo all’ultimo minuto, come al solito. Si esultava collettivamente a ogni arresto e a ogni suicidio perché avevamo trovato il capro espiatorio. E fummo così inconsistenti e sprovveduti da restare senza fiato quando si andò a sbattere contro l’esito della scalcagnata rivoluzione: nel ’93 avevano diritto di cittadinanza soltanto i partiti eredi delle tradizioni assassine del Novecento, postcomunisti e postfascisti, condannati dalla storia, ma assolti in tribunale. Ed era già troppo tardi. 

Il mio libro si chiama «Novantatré» (come ha capito perfettamente Gianni Riotta, che lo ha recensito per la «Stampa») ma si potrebbe chiamare Sedici. Perché da ventitré anni continuiamo a raccontarci una favoletta insopportabile: tutta colpa della casta. Anche mio padre fa risalire il debito pubblico anzitutto alle tangenti, quando invece è stato contratto per garantire un colossale assistenzialismo fatto di welfare e pubblico impiego, per sopportare l’assenteismo degli statali e l’evasione fiscale degli autonomi: chi viveva e continua a vivere al di sopra delle proprie possibilità è un Paese intero. Il problema del «Novantatré» è lo stesso problema del Sedici: la malattia sono gli italiani. Se abbiamo questa politica e questa magistratura e questo giornalismo è perché siamo questa Italia.

 

*lastampa

Furto con strazio. MASSIMO GRAMELLINI*

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Hai settantatré anni e ti senti ancora vitale. Sei stato un camionista e adesso sei un camminatore di montagna, abituato a tenere gli occhi aperti, a diffidare. Quando suonano alla porta, in questo martedì di gennaio, dici a tua moglie: vado io. Dall’altra parte dello spioncino ti sorridono due giovani maschi di carnagione chiara. Indossano tute da tecnici, abbozzano saluti in piemontese. Ma tu non apri la porta. Aspetti che ti mostrino un tesserino e si dichiarino in missione per conto dell’Enel. Allora li lasci entrare. Continuano a sorridere e a parlare. Quanto parlano, pensi. Ti raccontano di un problema elettrico, di cavi che finiscono proprio in casa tua e che bisognerebbe controllare. Trafficano con strumenti strani. Finché uno dei due, il più simpatico, butta lì: «C’è un contatto con qualcosa di metallico: ha una cassaforte in casa?». E tu lo guidi fino all’antro che custodisce le povere ricchezze di una vita: qualche anello, qualche medaglia, le posate della lista di nozze. Un minuto dopo ti riappare davanti con il solito sorriso. «Vado a prendere un attrezzo in macchina e torno». Ma non torna più, e tu corri alla cassaforte, e la trovi vuota, e ti dai del fesso, e la rabbia ti monta dentro assieme all’umiliazione e alla pressione. Ti senti un vecchio da fregare, un vecchio da buttare. Esci per recarti dai carabinieri, arrivi al cancello, poi tutto diventa buio.

Ti chiamavi Franco Colombo e abitavi in una villetta a due piani di Vigliano Biellese. I ladri che si sono presi gioco dei tuoi capelli bianchi e ti hanno pugnalato a morte con le parole meriterebbero l’aggravante di furto con strazio.

lastampa

Agguato a colpi di fucile: ferito un 53enne. L’ombra del narcotraffico (Francesco Ferrigno*)

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CASOLA DI NAPOLI. Agguato a colpi di fucile nella tarda serata di ieri: ferito lievemente C. O. di 53 anni, noto alle forze dell’ordine per il suo coinvolgimento in diverse inchieste riguardanti il narcotraffico di marijuana nell’area dei monti Lattari. Sull’episodio stanno indagando i carabinieri della compagnia di Castellammare e i militari della stazione di Gragnano.

Il raid è avvenuto a Casola di Napoli, nei pressi dell’abitazione del 53enne: l’uomo è stato colpito di striscio alla spalla da uno dei tre proiettili esplosi dai sicari. Il 53enne si è recato presso l’ospedale “San Leonardo” di Castellammare dov’è stato dichiarato guaribile in dieci giorni.

Le forze dell’ordine non escludono nessuna pista ma la più battuta sembrerebbe essere quella legata alle organizzazioni criminali che dominano il comprensorio. Solo un “avvertimento”, oppure il 53enne è sfuggito ad un raid mortale? A queste domande cercheranno di rispondere nelle prossime ore i carabinieri.

Come già accennato, il nome della vittima del raid comparve in due importanti inchieste di forze dell’ordine e magistratura, da anni impegnate a combattere i narcos. Il 53enne fu coinvolto nell’operazione “Jamaica” di carabinieri e Procura di Torre Annunziata, scattata a novembre 2012. Jamaica provò l’esistenza di un gruppo di persone che coltivava marijuana nel salernitano per poi rivenderla nelle piazze di spaccio dei Lattari. Lui comparì poi tra gli indagati dell’inchiesta “Secundario” di Guardia di Finanza e Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. In questo caso furono ricostruiti intrecci e sodalizi criminali che consentivano la produzione e la vendita di “erba”.

L’agguato a colpi di fucile, inoltre, non rappresenta un caso isolato. Nell’ottobre del 2014 a Lettere un 56enne, pregiudicato per reati di droga, fu ferito mentre si trovava a bordo della propria auto insieme alla moglie. Da sottolineare che l’attenzione delle forze dell’ordine sul territorio di Lettere è altissima e gli equilibri criminali del territorio sono monitorati anche dalla Dda di Napoli. Sempre a Lettere nell’agosto del 2013 un’autobomba ferì tre persone che, secondo le autorità, erano collegate al business della marijuana sui monti Lattari. Quattro mesi dopo ancora a Lettere un altro ordigno costruito con polvere da sparo fu rinvenuto sotto un “Apecar”: il proprietario, accortosi della bomba, allertò in tempo i militari che intervennero con gli artificieri. Episodi che hanno fatto temere lo scoppio di una vera e propria guerra tra clan camorristici per il predominio dei traffici di droga.

*ilmattino

Lutto nel mondo del cinema: E’ morto Ettore Scola

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E’ morto a Roma Ettore Scola regista cinematografico e sceneggiatore . Aveva 84 anni ed è spirato nel reparto di cardiochirurgia del Policlinico di Roma. Nato a Trevico (Avellino) il 10 maggio 1931, Ettore si trasferì a Roma con la famiglia da bambino. A sua la firma su capolavori della storia del cinema italiano come:  “C’eravamo tanto amati”, “Una giornata particolare”, “La famiglia”.
Si intitola invece  Ridendo e scherzando il film con cui Ettore Scola ha detto addio al cinema e al suo pubblico. Un documentario con cui le sue figlie, Paola e Silvia, lo hanno restituito nella sua complessità di regista, artista e padre. Ha attraversato più di cinquant’anni di cinema e storia italiana. Con lui se ne va l’ultimo grande maestro della commedia italiana.
La camera ardente si aprirà dalle 10.30 di domani, 21 gennaio, alla Casa del Cinema di Roma.

L’unione che divide

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Roma. Le unioni civili dividono un intero Paese. È un tema che colpisce tutti  e fa discutere anche gli stessi membri del Governo. I padri costituenti pensarono alla famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. È proprio in base all’ articolo 29 che molti si chiedono quanto possa essere influente questo passaggio in fase di approvazione. Il rischio che Mattarella rispedisca il testo alle Camere c’è e non deve essere sottovalutato. Per ora il Capo dello Stato non si è espresso.

«Il mio ddl è costituzionale e si farà grazie al mio cattivo carattere e grazie alla volontà di tutto il Pd».

Insomma, Monica Cirinnà  corre ai ripari e rassicura chi aveva dubbi. Dimentica l’area democristiana del Partito Democratico, non favorevole alle adozioni. Il percorso è arduo, considerando che al Senato Renzi non gode di ampia maggioranza. Il voto probabilmente sarà a scrutino segreto e potranno esserci sorprese.  La Chiesa dirà la propria in piazza il 30 Gennaio con il “Family Day”.

«La piazza fa la piazza, la Chiesa fa la Chiesa e il Parlamento fa il Parlamento, nessuna piazza può ostacolare il Parlamento».

La senatrice Cirinnà pensa che la manifestazione non condizionerà il voto in aula. I cattolici, però, in Italia non sono pochi e ricoprono una fetta consistente dell’ elettorato passivo. Una piazza non può ostacolare il Parlamento, ma è la piazza che lo elegge. 

Emilio D’Averio

Coppa Italia, Napoli-Inter, i voti di Vivicentro: peccato!

Il Napoli esce dalla coppa Italia dopo la sconfitta interna subita contro l’Inter di Mancini: 0-2 il risultato finale. Questi i voti di Vivicentro.it:

Reina 6, Hysaj 5.5, Chiriches 6.5, Koulibaly 7, Strinic 6.5, Allan 6, Valdifiori 5.5, David Lopez 6, Callejon 6.5, Gabbiadini 5, Mertens 6. A disp. Gabriel, Rafael, Jorginho 6, Higuain 6, Maggio, Hamsik 5, Dezi, Insigne, Ghoulam, Albiol, El Kaddouri, Luperto. All. Sarri 6

dal nostro inviato al San Paolo, Ciro Novellino

TERREMOTO Campobasso. Scossa di Magnitudo 4.1 avvertita al Sud Italia

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Forte terremoto a Campobasso poco prima delle 20. La scossa di magnitudo 4,1 è stata registrata alle 19,55 ore italiane. La scossa è stata avvertita oltre che sul Molise anche in Puglia, Campania ed Abruzzo. Molte segnalazioni sono arrivate da Benevento e persino da Napoli nelle zone collinari. L’ipocentro è avvenuto ad una profondità di circa 10 km. 

Sismogramma contenente parte dello sciame e la scossa di magnitudo 4.1

In realtà si tratta di uno sciame sismico cominciato a ora di pranzo con l’evento più forte delle 19.55 ma attualmente si stanno registrando altri terremoti, l’ultimo evento risale alle 21.00 mentre vi scriviamo ed ha avuto una magnitudo di 3.4.

Per il momento non si hanno altre notizie. Vi terremo aggiornati. 

Lavoro, oltre 500.000 contratti stabili in più

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Roma – Crescono i contratti stabili nei primi 11 mesi del 2015: secondo i dati Inps i posti fissi sono stati oltre mezzo milione in piu’. Boom di voucher (+67,5%) e assunti con gli sgravi 1,15 milioni di lavoratori. Il premier Matteo Renzi accoglie con soddisfazione i dati diffusi dall’Istituto previdenziale: “Oltre mezzo milione di posti di lavoro a tempo indeterminato in piu’ nel 2015. Inps dimostra assurdita’ polemiche su Jobs act #avantitutta”, scrive su twitter. Nei primi undici mesi del 2015, si legge nell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, si sono registrati 510.292 rapporti di lavoro a tempo indeterminato in piu’ rispetto al 2014. Nel dettaglio, i nuovi rapporti di lavoro risultano 442.906 in piu’ (+37%) rispetto all’anno precedente, a cui si aggiungono +79.581 trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti a termine (+25,8%), +16.337 apprendistati trasformati in contratti stabili (25,3%) a fronte di 28.532 cessazioni in piu (+1,9%). La variazione positiva e’ di 510.292. A consuntivo di queste dinamiche dei rapporti di lavoro dipendente, la loro variazione netta – vale a dire il saldo tra assunzioni e cessazioni – attesta, per il periodo gennaio-novembre 2015, un miglioramento, nel confronto con l’analogo valore per l’anno precedente, pari a 356mila unita’.

Su base annua, considerando quindi gli ultimi dodici mesi, si evidenzia una crescita complessiva delle posizioni di lavoro dipendente pari a 300.000 unita’, effetto di una crescita rilevante delle posizioni di lavoro a tempo indeterminato (oltre 450.000 in piu’) e di una contrazione di quelle regolate con contratti a termine e apprendistato. Tali andamenti spiegano anche il cambiamento nell’incidenza dei rapporti stabili sul totale dei rapporti di lavoro attivati/variati, passata dal 31,9% dei primi undici mesi del 2014 al 38,6% dello stesso periodo del 2015. Nella fascia di eta’ fino 29 anni, l’incidenza dei rapporti di lavoro “stabili” sul totale dei rapporti di lavoro e’ passata dal 24,5% del 2014 al 31,3% del 2015. Nei primi undici mesi del 2015 risultano inoltre venduti 102.421.084 voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro, con un incremento medio nazionale, rispetto al corrispondente periodo del 2014 (61.129.111), pari al 67,5%, con punte del 97,4% in Sicilia, dell’85,6% in Liguria e dell’83,1% e 83% rispettivamente in Abruzzo e in Puglia. Il dato e’ ritenuto “allarmante” dalla Cisl, che pur riconoscendo la “scossa positiva” data dagli sgravi contributivi, chiede al governo un incontro per apportare opportuni correttivi all’uso dei voucher.

Weber, Renzi mette a rischio credibilità Ue per populismo

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Accusa leader Ppe, Italia condiziona 3 miliardi Turchia a contropartita

STRASBURGO, 19 GEN – “Renzi sta mettendo a repentaglio la credibilità dell’Europa a vantaggio del populismo”. Lo ha detto il presidente del gruppo popolare europeo (Ppe), il tedesco Manfred Weber, intervenendo alla plenaria di Strasburgo. “Quando vediamo che l’Italia non è disposta ad aiutare la Turchia se non in cambio di una contropartita – ha detto Weber in Aula – tutto ciò va a svantaggio dell’Europa, della sua forza e della sua credibilità.”

Infine, anche Juncker rincara la dose: «I governi che attaccano Bruxelles si guardino allo specchio». 

L’ESCALATION IN QUATTRO TAPPE  

1) Lo scontro sull’asse Roma-Bruxelles si infiamma a inizio gennaio quando Renzi torna a chiedere più margini di flessibilità sui vincoli di bilancio. 

2) Il 15 gennaio il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker sbotta: «Renzi ha a vilipenderci e criticarci ogni volta che può. Un comportamento sbagliato, che non capisco».  

3) Il 16 gennaio la replica del premier: «Da Bruxelles vogliono farci paura, ma è solo un flebile ruggito. Pensano di poter intimidire e telecomandare l’Italia: si illudono, siamo un grande Paese». 

4) Il 18 gennaio il nuovo botta e risposta: «Con Roma non si riesce a parlare», tuona Juncker. A replicare ci pensa il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni: «L’Italia ha un governo nel pieno dei suoi poteri, sono polemiche inutili». 

LA SFIDA DEL PREMIER  

Oggi l’ultima puntata. «Se ne facciano una ragione: l’Italia è tornata, più solida e ambiziosa», dice Matteo Renzi via Facebook tornando a suonare la carica anti-Ue. Dall’altra parte del campo, oltre confine – attacca il premier – «chi, forse impaurito da questo nuovo protagonismo italiano, preferirebbe averci più deboli e marginali, come purtroppo è spesso accaduto in passato». Il premier incontra a palazzo Chigi i vertici della Cisco: «L’Italia – dice – è sempre più aperta e attrattiva per gli investimenti internazionali. Con grandi aziende globali che non fanno più mordi e fuggi come in passato, ma hanno deciso di puntare sul nostro Paese, di scommettere sul suo futuro». Ad attrarre gli investitori, ne è convinto Renzi, le riforme del Governo, fino a qualche mese fa apprezzate dall’Ue, e in particolare il Jobs act. 

LO SCHIAFFO DI WEBER  

Da Roma quindi nessun profilo basso in attesa che passi la burrasca. Ma anche a Bruxelles non scherzano. la novità è che scende in campo il Partito popolare europeo. «Renzi sta mettendo a repentaglio la credibilità dell’Europa a vantaggio del populismo», tuona il presidente del gruppo del Ppe, il tedesco Manfred Weber, intervenendo alla plenaria di Strasburgo. Il nodo è ancora l’immigrazione: «Quando vediamo che l’Italia non è disposta ad aiutare la Turchia se non in cambio di una contropartita – aggiunge il “ventriloquo” della cancelliera tedesca Angela Merkel all’Europarlamento – tutto ciò va a svantaggio dell’Europa, della sua forza e della sua credibilità». Weber elogia invece Mogherini: «L’Europa è capace di grandi successi. Sono stato orgoglioso di vederla siglare l’accordo sul nucleare iraniano. E la voglio ringraziare per il suo lavoro, dice. Dichiarazione che va letta nell’ottica del crescente fastidio di Renzi nei confronti dell’Alto rappresentante per la politica estera europea, ormai considerata dal premier fuori controllo

LA RISPOSTA DEL PD  

Non è la prima volta che il «falco» Weber fa da spina nel fianco al premier. Gli aveva già dato filo da torcere un anno fa battendogli il tempo su conti e riforme, mentre all’avvio del semestre di presidenza italiana lo aveva invitato a rispettare le regole. E poco dopo aveva provocato, soffiando sulle critiche rivolte da Renzi, il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker che sbottò: «Non sono a capo di una banda di burocrati». La replica italiana arriva per bocca di Patrizia Toia, capodelegazione degli eurodeputati Pd: «La credibilità dell’Europa l’ha messa a rischio chi come Weber e i suoi amici hanno voluto un’austerità ideologica che ha messo i cittadini in difficoltà e ha aumentato le diseguaglianze». Secondo Toia «Weber mette a rischio coalizione con i progressisti». Per il presidente del Pd Matteo Orfini «chi chiede che l’Europa cambi aiuta l’Europa, non la danneggia. È chi le dà un’impronta non in linea con la sua storia che la danneggia».  

JUNCKER: 11 PROGETTI SOLO IN ITALIA  

Non arretra neanche il Presidente della Commissione Ue. «C’è chi ritiene che la Commissione non sia stata sufficientemente attiva, ma non è vero», dice Juncker. «Il piano di investimenti è in azione, sono stati già mobilitati 40 miliardi. E 11 di questi progetti sono in Italia». «Senza un’azione comune, una politica europea dell’immigrazione, Schengen non sopravvivrà», avverte. «Bisogna andare oltre gli egoismi nazionali. L’Europa può e deve ritrovare unità. La solidarietà europea può portare ciascun Paese a superare la crisi». Poi l’ennesimo affondo, senza citare direttamente «l’Italia: Alcuni governi sono veloci ad attaccare Bruxelles, ma si guardino allo specchio, anche loro sono Bruxelles».  

  • ANALISI – Ecco le 6 ragioni di conflitto tra Italia e Ue (di Marco Zatterin)  
  • COMMENTO – Sospendiamo Schengen per salvarlo (di Bill Emmott)