La Commissione siciliana antimafia ha redatto una relazione sulla sanità
La Commissione siciliana antimafia ha redatto una relazione sulla sanità

Sanità siciliana: bottino di guerra, una terra di mezzo da conquistare. Relazione dell’antimafia

La Commissione siciliana antimafia ha redatto una relazione sulla sanità in cui il denaro e il potere appaiono essere i dissimulati fini del sistema pubblico-politico

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“Il legame in Sicilia tra politica e sanità è ovunque solido, antico, irrisolto. Spesso, purtroppo, opaco: la privatizzazione della gestione della sanità siciliana, declinata secondo interessi e convenienze non sempre legittime, rappresenta un elemento ricorrente di questi ultimi vent’anni. E l’elemento che viene fuori negli ultimi vent’anni ci dice che l’interferenza della politica continua a essere molto pervasiva, spesso assillante”. Questa la fotografia che emerge dall’inchiesta sulla Sanità siciliana della commissione Antimafia regionale, presieduta da Claudio Fava, presentata all’Ars.

“Un bottino di guerra, una terra di mezzo da conquistare, un’occasione per fabbricare vantaggi economici e rendite personali“ il giudizio della Commissione regionale Antimafia relativamente alla sanità siciliana. La relazione finale è stata approvata il 3 novembre 2021 all’unanimità. L’investigazione tratta anche di Antonio Candela, il manager palermitano, considerato a lungo un paladino della legalità, poi finito dentro l’inchiesta ‘Sorella Sanità” che ha portato anche a un altro arresto eccellente: quello dell’ex direttore della Cuc, Fabio Damiani.

Dell’inchiesta recente “Sorella Sanità” e di altre vicende inerenti indagini giudiziarie sulla Sanità siciliana ce ne siamo occupati negli articoli8 Dicembre 2020 Tangenti nella sanità siciliana, l’ex manager avrebbe confessato”, “15 Dicembre 2020 Ai domiciliari il contabile di tangenti dell’imprenditore in concorso con l’ex direttore dell’ASP 9 di Trapani” e “30 Marzo 2021 Sicilia: i dati sulla pandemia erano falsati, arresti e indagati”.

La sanità pubblica “nelle parole di Antonio Candela, sarebbe stata solo un ‘condominio’ del quale spartirsi quote millesimali, carriere, appalti, profitti: tutto. Ad intercettare la molestia e l’avidità di certi comportamenti è intervenuta (quando ha saputo, quando ha voluto) la Magistratura. Raramente la politica. Poche le denunce, pochissimi gli interventi in autotutela”. È il dato più eloquente che consegnano

“Questi undici mesi di lavoro – prosegue la relazione nelle conclusioni – un peccato di ignavia, nel più benevolo dei casi; più spesso, una somma di interessati silenzi che hanno messo la nostra sanità nelle condizioni di essere costantemente contesa, occupata, maltrattata. E chi ha avuto cuore e libertà per denunciare, spesso ne ha pagato un prezzo alto in termini personali, di carriera, di isolamento». C’è poi

Un’indagine sulla Sanità siciliana a cui la Commissione regionale antimafia ha dedicato undici mesi di lavoro svolgendo cinquantacinque audizioni tra amministratori, medici, sindacalisti, giornalisti, imprenditori, dirigenti regionali, parlamentari, assessori, e che si è concentrata soprattutto su due direttrici: la trasparenza o meno della spesa sanitaria e dunque l’efficacia dei meccanismi di controllo; la legittimità o meno delle interferenze della politica nella gestione della sanità siciliana.

Ne emerge “un quadro a tinte cangianti, si legge nella relazione. Accanto a qualità e professionalità complessive dell’offerta medica, pubblica e privata, in Sicilia, si collocano una serie di episodi non marginali di corruzione, interferenza, arrivismo, manipolazione della pubblica fede”.

La relazione chiama in causa gli ultimi tre Governi Siciliani, Lombardo, Crocetta e Musumeci.

“Esemplare e imbarazzante” afferma la Commissione: “la lunga permanenza, a fianco degli uffici di governo siciliani all’epoca della giunta Crocetta, d’un ‘governo parallelo, estraneo alle istituzioni regionali, avido ed impunito, che puntava ad orientare scelte, carriere, spesa e profitti. Fino all’epifania giudiziaria dell’inchiesta Sorella sanità che ci ha mostrato la labilità del confine che separa certa supponente antimafia dalla pratica della corruzione”.

L’assalto ai 10 miliardi previsti per la sanità ha portato regalie ai privati e perfino all’utilizzo “in modo ignobile” del nome dei Borsellino e della sua storia, utilizzando la figlia del magistrato ucciso dalla mafia, Lucia, come immagine, nominandola assessore, per poi circondarla da “un nutrito nugolo di malversatori e presunti ‘consigliori’. Una delle pagine meno degne di questi anni”, ha detto Fava che presiede l’Antimafia siciliana. Che in questa relazione fa di fatto un passo indietro nella storia, passando al vaglio i governi Lombardo e Crocetta.

Un capitolo a parte riguarda il caso Humanitas, in cui rivestono ruoli dirigenziali madre e zio del deputato Luca Sammartino (oggi passato alla Lega) e l’accordo del 2013 che riconosce 70 posti letti in più in convenzione per un budget di 10 milioni di euro al nuovo ospedale di Misterbianco. Una “circostanza, alquanto incresciosa, per le modalità formali e sostanziali con cui si è determinata”. Lo scriveva l’ex assessore Lucia Borsellino in una “nota riservata”, indirizzata all’ex presidente Crocetta e “ritrovata” dall’attuale assessore Razza che l’ha consegnata alla Commissione e alla Procura. La nota – protocollata in uscita e non in entrata dall’ufficio di Presidenza – chiama in causa uno dei superburocrati della Regione, Ignazio Tozzo, attuale ragioniere generale e allora dirigente del dipartimento Attività sanitarie che con altri uffici curò l’iter della delibera che tutti, davanti alla Commissione, hanno disconosciuto. Eppure, scrive Borsellino, fu proprio Tozzo a consegnarle “brevi manu” la bozza qualche ore prima che sbarcasse in giunta. Una “trappola” secondo la figlia del Magistrato ucciso dalla mafia, il cui cognome – accusa la commissione – “fu oltraggiato senza alcun rispetto”.

Nel fascicolo di 203 pagine si accendono i riflettori sui cantieri per costruire nuovi reparti di terapia intensiva AntiCovid, con i 128 milioni di euro assegnati dal Governo nazionale. A un anno dalla nomina dell’ex dirigente regionale di Tuccio D’Urso*, come soggetto attuatore, solo 7 dei 79 interventi programmati sono stati portati a termine. Colpa della vacatio di due mesi all’assessorato alla Salute, si giustificherà D’Urso in Antimafia, riferendosi alle dimissioni dell’assessore Ruggero Razza per l’inchiesta sui numeri “taroccati” della pandemia. Una versione sconfessata dallo stesso assessore Razza, ri-nominato poi dal Presidente Musumeci e ascoltato in Commissione. In compenso velocissimi sono stati invece gli affidamenti di 300 incarichi professionali per la direzione dei lavori, per chiamata diretta in ragione dell’importo inferiore a 75 mila euro.

Un ritardo complessivo della politica siciliana “nel mettere in campo strumenti normativi che diminuiscano le aree di arbitrio, garantiscano qualità e rapidità delle scelte sottraendo la spesa pubblica ai rischi corruttivi. In questo senso il fallimento dell’esperienza della Cuc (Centrale Unica di Committenza) è il monito più significativo che questa inchiesta registra”.

* Tuccio D’Urso è l’ex dirigente generale del dipartimento Energia, andato in pensione alla fine di agosto 2020 – dopo aver lanciato una campagna per chiedere ai dipendenti regionali di rinunciare alle ferie per l’emergenza economica dell’Isola – rientrato poi in Regione nella struttura tecnica che doveva supportare il Presidente Nello Musumeci, nelle funzioni di Commissario delegato per l’emergenza coronavirus. D’Urso era stato scelto dallo stesso Presidente Musumeci con la prima disposizione firmata proprio nelle vesti di Commissario delegato per essere coordinatore della struttura tecnica e soggetto.

L’OPINIONE

Il cancro malefico di fondo, non solo della Sicilia ma anche dell’Italia, sono le leggi votate nel tempo e tutt’oggi dai Parlamenti, quello nazionale e quelli regionali. Norme partorite subdole, pensate e proposte di tutta evidenza già all’origine per la corruzione legalizzata, trasversale commistione, ingordigia lecita e spartizione consensuale. A ciò si aggiunga l’ormai generalizzata cronica ipocrisia interiore, non solo della politica ma anche delle Istituzioni e società, mistificata da magniloquenza e saggezza, quando poi – almeno per chi ha qualche anno in più – di tutta evidenza non è mai cambiato nulla nel sistema pubblico-politico siciliano e italiano. Mi occupo indirettamente per impegno sociale di amministrazione comunale e oggi scrivevo in un post:  “… nessuno ormai, per opportunismo o per forzosa impotenza, si lamenta pressoché più di nulla riguardante la Cosa pubblica locale, salvo che non sia tratti di questioni o interessi personali, tanto più in un paese di politica arrogante e discriminante in cui, addirittura, congiuntamente alle Forze dell’Ordine si organizza un dibattito pubblico nella Sala consiliare contro le truffe, quando, in quel Municipio sarebbe scomparso un milione di euro e di cui tutti della locale politica sanno e nessuno parla”. In Sicilia e in Italia siamo pieni di tonnellate di relazioni e oratorie, ma se non si ha il coraggio di ammettere la realtà dissimulata o rimossa, a cominciare dai Governi e Parlamenti, anche dovendo toccare fili e situazioni lecite innominabili e, soprattutto non si rivedono le leggi che regolano la Cosa pubblica, anche una doviziosa relazione, come quella sopra citata, rimarrà, alla pari di innumerevoli altre, solo parole nell’Informazione. L’input etico veritiero deve tuttavia partire da “sopra”, dal Governo, dal Parlamento, dalle alte Istituzioni. Quando al contrario si veicola e si declama, come da anni per lampante elusione, che: l’iniziativa deve essere innanzitutto di ogni singolo cittadino, insomma che “ognuno deve fare la propria parte”; è perché si cerca di buttare unicamente retorica per propaganda, ovverosia far credere che si vuole cambiare le cose sapendo implicitamente così di non fare mutare nulla: il pesce puzza dalla testa non dalla coda.

Adduso Sebastiano

(le altre informazioni regionali le trovi anche su Vivicentro – Redazione Sicilia)

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