Pietro Santapaola estromesso dalla squadra del Cosenza per cognome
Pietro Santapaola estromesso dalla squadra del Cosenza per cognome

Pietro Santapaola, estromesso dalla squadra del Cosenza, per cognome

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Pietro Santapaola – Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia ma spesso anche dalla voglia di uscire dal proprio mondo, dalla propria condanna. L’atleta sa soffrire, stringere i denti, superare i propri limiti e spesso la forza del campione è cresciuta su terre aride, piene di sassi e ostacoli. La voglia di riscatto, il bisogno di non pensare, di spingere quel corpo fino a non sentirlo più, fino a non sentire più il dolore.

Lo sport un tempo era considerato uno dei massimi valori. Insegna la disciplina personale che non è poca cosa, il rispetto delle regole, la sportività la meritocrazia ma anche l’uguaglianza, l’umiltà e il coraggio.

Storia di Pietro Santapaola junior…

Un bimbo di dieci anni, corre dietro al pallone e lo calcia forte, forte quanto vorrebbe non essere lui, non essere quel cognome. Lo calcia così forte e con tanta rabbia da diventare un campione.

Pietro, entra nella primaverile del Cosenza Calcio lo scorso gennaio, dopo una carriera sorprendente iniziata a dieci anni.

Ragazzo a posto, studia, non fuma, non beve…è un atleta. Si allena come un matto felice di inseguire i suoi sogni.

Il 3 marzo, improvvisamente qualcuno, decide di fermare il suo treno in corsa e di farlo scendere alla stazione dell’ingiustizia, quella dove tutto si ferma…

Io odio la mafia!

Si, lui è figlio e pronipote dei famigerati Santapaola, che peraltro siamo felici di sapere in carcere, sperando che non godano di alcuno sconto…

Non mi addentro in tutta una serie di narrazioni che potrete trovare in tanti articoli interessanti e particolareggiati di altri colleghi. Non vi dirò quanto è brava la sorella, né che lui non ha preso neanche una multa. Né tantomeno che il padre, sia stato “trascinato” in tribunale da un pentito, come ho letto. A quel pentito, tutta la nostra stima e riconoscenza.

Però voglio dirvi il nome dell’autore del bel gesto sportivo, poiché mi pare doveroso e necessario.

Il tale, si chiama Eugenio Guarascio ed è il presidente del Cosenza Calcio.

E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai…

In realtà, ad una prima lettura, sembrava proprio un’azione di stampo mafioso, una faida fra famiglie, dove il ragazzo innocente, va colpito per il cognome che porta. Così funziona e Guarascio forse pensava che le modalità fossero note al ragazzo che si sarebbe subito silenziosamente allineato.

Invece Pietro lo vuole tirare il suo calcio di rigore, quindi ha preso un avvocato e speriamo che in porta, ci mettano il presidente, il giorno che lo tirerà…

Prese una palla che sembrava stregata…

A Pietro vorremmo dire che non lo sa ma è fortunato, come tutti quelli che se lo meritano. In realtà da fonti certe, ogni giorno un atleta subisce un’ingiustizia o un sopruso da uno dei tantissimi dirigenti sportivi o politici dello sport, che passa in assoluto silenzio, proprio come nella mafia. Perché anche in quei posti di potere sai, si arriva in tanti modi, non solo per passione… Invece, per una volta, grazie a quell’odiato cognome, di te si sta parlando ovunque e questo anziché fermarti alla stazione dell’Ingiustizia, ti farà decollare sul razzo dei tuoi sogni.

Detto questo, ci auguriamo che in codesta benemerita Associazione Sportiva, poiché di questo in fondo penso si tratti, al di là delle sigle e delle bandiere, qualcuno si ricordi che ci sono dei valori da salvaguardare che non appartengono a lor signori ma che loro sarebbero chiamati a divulgare e difendere.

Altrettanto quindi speriamo, che non sia necessario l’intervento della magistratura, per ribadire un’ovvietà di questa portata.

Non ricadano sui figli, le colpe dei padri.

Immagino che il signor Presidente avrà un Consiglio direttivo, non so, un probiviro, il giardiniere, un cane, insomma, qualcuno in grado di consigliarlo sul da farsi, senza tirarla per le lunghe.

La mafia si combatte ogni giorno, per strada, a scuola, nelle prefetture, nei tribunali. La mafia si combatte con la giustizia non con gli stessi sistemi.

Francesca Capretta / Cronaca Calabria

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