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domenica, Luglio 3, 2022

Camorra in dosi: La Camorra dell’800 fuori dalle prigioni

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Dalle prigioni, nel periodo borbonico, la camorra veniva importata nelle città. Ancora oggi persiste con le stesse peculiarità.

Camorra in dosi: La Camorra dell’800 fuori dalle prigioni

Dopo il 1830, la camorra dalle prigioni si insediò nelle città grazie ai numerosi indulti concessi da Ferdinando II.

La camorra si ramificò soprattutto nei quartieri più poveri e sfruttava soprattutto la popolazione meno abbiente.

Il racket…

Le bische e le taverne malfamate erano i posti dove si ritrovavano le persone appartenenti alle classi più povere, qui regnava incontrastata la camorra.

La plebe giocava a carte per tutta la giornata e spesso anche la notte. I camorristi vigilavano e pretendevano dai fortunati il 10% sulle vincite.

Questa vigilanza non era solo subita ma il più delle volte era voluta per impedire le frodi e per giudicare le partite dubbie.

Sotto gli occhi dei camorristi non si barava facilmente, essi castigavano i bari, impedivano le risse, aggiustavano le contese, in pratica rendevano vano l’intervento della polizia che per ciò tollerava la setta.

Altro ramo controllato dalla camorra era quello della prostituzione.

Le prostitute dovevano versare all’organizzazione 2 carlini ogni settimana, i clienti 1 carlino a prestazione.

In ogni settore della vita pubblica la camorra aveva le proprie ramificazioni.

Si sostituiva persino alla dogana nel controllo degli imbrachi e sbarchi, nell’ingresso, uscita e trasporto della mercanzia.

Era presente nelle stazioni ferroviarie, si tassavano i cocchieri e persino i viaggiatori.

Ciò che è peggio è che tutti pagavano volentieri quella imposta che permetteva loro di vivere tranquilli.

Come la camorra divenne politica…

Se la camorra divenne politica, la maggior parte della colpa ricade sul comportamento oscurantista e ottuso della polizia borbonica.

Durante la rivoluzione del 1848 la camorra parteggiava per i Borboni.

Le barricate erano difese dai ragazzotti della Camorra, addirittura in quel periodo furono organizzati a Napoli delle manifestazioni Sanfediste.

Il popolino scese in piazza guidato dai camorristi.

I liberali che non erano stati condannati all’esilio o alle galere, continuavano a cospirare senza tregua.

Ritrovandosi una borghesia sempre più impaurita e un clero fedele ai Borboni, i liberali tesero la mano alla camorra.

Ogni camorrista ebbe un grado di decurione o centurione; e ricevette delle provigioni fisse, regolate in base al numero degli uomini che rappresentava.

Completò l’opera di spingere tutta la camorra a fini liberali il capo della polizia borbonica di Napoli, Diossa, il quale inviava nelle isole senza fare alcuna distinzione liberali e camorristi.

Condividendo la prigionia questi tessero ulteriormente i loro rapporti.

Durante l’avanzata di Garibaldi in Sicilia e in Calabria, Francesco II cercò di correre ai ripari ristabilendo la Costituzione del 48 e formando un governo di Liberali e conservatori moderati.

Le prigioni furono aperte e uscirono valanghe di camorristi.

Quest’ultimi, come primo atto, assalirono i commissariati di polizia e bruciarono tutte le carte.

Il liberale Liborio Romano fu nominato, in quei giorni, capo della polizia.

L’antica polizia cessò di esistere, le città e le campagne vennero messe a ferro e fuoco da orde sanfediste.

Don Liborio non sapeva più a che santo votarsi e allora tese la mano ai camorristi.

Egli ha sempre sostenuto di aver utilizzato i camorristi per toglierli alla reazione alla quale si sarebbero sicuramente uniti.

Così i picciotti di sgarro presero il posto degli sbirri violentemente cacciati.

Ogni camorrista divenne un capo squadra e riuscirono ad imporre l’ordine meglio dei poliziotti.

Tuttavia c’è da osservare che, specie nei primi mesi, la camorra servendosi della sua influenza e del suo prestigio tra le masse, seppe impedire o scoprire innumerevoli furti e delitti.

Con il passare del tempo la forza della camorra, riconosciuta dal potere, e legittimata con incarichi ufficiali, aumentava a tal punto dal non farla desistere dalle antiche abitudini e il camorrista prenderà il sopravvento sul poliziotto senza cessare di esserlo.

Il contrabbando…

Vi erano 2 tipi di contrabbandi, uno di mare e uno di terra.

Il capo supremo del contrabbando di mare era Salvatore De Crescenzo alias o grand’uomo.

Le navi che sbarcavano, pagavano alla camorra gli stessi diritti che avrebbero dovuto pagare alla dogana.

Si preferiva pagare il dazio ai sodalizi e non al fisco poiché così si rischiava di subire una pena leggera.

Infatti se si pagava il fisco si era sicuri di subire una buona bastonatura dai camorristi.

Il capo supremo del contrabbando di terra era Pasquale Merolle.

I seguaci del clan di Merolla si appostavano vicino all’ufficio della dogana e quando passava un carro carico di merci si affacciavano e ritiravano il dazio.

Altre volte erano gli stessi agenti della dogana che riscuotevano la tassa che poi loro stessi consegnavano ai camorristi.

I proventi della dogana di Napoli calarono di conseguenza drasticamente.

Una situazione che il commendatore Silvio Spaventa, divenuto per conto del nascente Stato Italiano capo della polizia, decise di affrontare di petto.

Incurante della popolarità, mise da parte la camorra, abolendo la guardia cittadina e sostituendola con la Guardia di Pubblica Sicurezza.

Più di cento camorristi furono inviati alle isole in esilio; per vendicarsi del ministro che li aveva perseguitati organizzarono contro di lui delle manifestazioni popolari, fatte di vagabondi e di cialtroni che per le vie andavano gridando “a morte a Spaventa”.

Si arrivò persino all’aggressione del Segretario Nazionale.

Così la camorra tolta dal potere, passava all’opposizione.

Nelle elezioni imponevano questa o quella candidatura a suon di bastonate.

Controllavano poi i deputati facendosi leggere i discorsi che pronunciavano alla camera.

I ricatti, le minacce, l’omertà …

Avvenivano sempre più ricatti sia nelle città che nelle campagne.

I camorristi riuscivano a sfuggire sempre alla giustizia, soprattutto perché intimorivano tutti coloro che avrebbe potuto farli perseguire dalla legge.

“Erano ladri che facevan paura ai derubati, malfattori che imponevano silenzio alle loro vittime, e che le stringevano in qualche modo a sé medesimi, colla più silenziosa complicità, quella della paura…

I plebei tassati, riscattati, sfregiati, pugnalati negavan tutto e dichiaravan innanzi ai tribunali che l’accusato era l’uomo più onesto” cit. Monnier

Inoltre ogni camorrista aveva il proprio protettore che ricopriva cariche pubbliche importanti.

Nonostante una forte repressione il problema camorra persistette.

L’influenza dei boss all’interno delle prigioni era forte, le loro mogli continuavano a raccogliere le estorsioni e i loro figli fin da piccoli si facevano rispettare dai coetanei, imparavano a maneggiare i bastoni e i coltelli.

Riflessioni sul presente…

La camorra persiste ancora oggi nel Mezzogiorno con le stesse peculiarità.

Spadroneggia, sfrutta il proprio potere sociale attraverso i ricatti, la violenza e la paura.

Sono impressionanti le similitudini tra la camorra di ieri e quella di oggi soprattutto per quel concerne la convivenza silenziosa , la sottomissione dei cittadini alla camorra e la commistione tra politica e criminalità organizzata.

Ma non andiamo troppo lontano, rimaniamo nella nostra Castellammare.

Nonostante nell’ultimo ventennio siano stati arrestati una cosa come 200 camorristi, il clan D’Alessandro si è sempre saputo rigenerare sfruttando il proprio potere sociale e l’ingresso delle nuove leve.

Il racket…

Ripropongo un estratto dell’articolo “Racket, riciclaggio, un conto in Svizzera: la ricetta dei D’Alessandro per schiavizzare l’economia stabiese”

Una parte consistente degli atti dell’informativa Cerberus riguarda decine di episodi estorsivi commessi dal 2011 fino al 2015.

Un fenomeno che per gli inquirenti sarebbe molto più esteso di quello che si evince dai documenti.

Dalle indagini si nota come, nonostante diversi esponenti di rilievo assoluto del clan siano dietro le sbarre, i D’Alessandro godano ancora dell’assoluto controllo del territorio.

Potere esercitato grazie all’ingresso delle nuove leve e dei suoi soldati storici che girano ancora a piede libero.

Questi riescono ad esercitare il loro dominio anche grazie al fatto che:

” LA POPOLAZIONE LOCALE, CONSAPEVOLE DELLE VIOLENZE E DELLE MINACCE PERPETUATE IN PASSATO VIVE IN UNO STATO DI ASSOGGETTAMENTO.”

I commercianti pagano il pizzo regolarmente senza opporsi, così gli uomini del clan non devono quasi mai ricorrere all’uso della violenza.

Paura, sottomissione, rispetto. Tanti modi per chiamare quell’intreccio terrificante che ormai lega i commercianti della città delle acquee maniacalmente alla Camorra.

Se volessimo dare un titolo a questo stralcio del dossier Cerberus è “Connivenza”.

Connivenza che si evince dalle intercettazioni telefoniche nelle quali gli imprenditori che pagano la protezione chiederebbero al clan di intervenire nei confronti di clienti che non estinguevano i propri debiti o di dipendenti che rubavano soldi dalla cassa.

È proprio il caso di un ristoratore stabiese che avrebbe chiamato il clan per denunciare i camerieri che avevano rubato del denaro dalla cassa oppure quello di un titolare di un bar in centro che avrebbe chiamato Gianfranco Ingenito (factotum di Michele D’Alessandro, classe 92) poiché un cliente non avrebbe voluto pagare il conto.

In un altro paese un imprenditore avrebbe chiamato le forze dell’ordine, ma non a Castellammare, non nella città stritolata da ben 5 sodalizi criminali. Un comune che per l’ordinamento amministrativo è una città di provincia ma che, per la DIA, diventa una delle capitali europee del crimine organizzato.

Un sistema ben definito e collaudato, che grazie al radicamento capillare acquisito negli anni è arrivato ad infiltrarsi in tutte le branche dell’economia locale, controllando e sottomettendo mediante la legge del racket una buona fetta degli imprenditori stabiesi.

La camorra interviene in aiuto di “chi è a posto” ossia di chi paga al pizzo, sostituendosi allo stato, sfruttando la sua totale assenza, offrendosi come garante e detentore della giustizia e dell’ordine pubblico offrendo protezione.

Per continuare clicca QUI

Camorra e politica…

Castellammare ha vissuto per la prima volta nella sua storia uno scioglimento per infiltrazioni camorristiche.

I camorristi e gli imprenditori della camorra parlano, chiacchierano, prendono il caffè insieme agli amministratori pubblici: è quello che emerge dalla relazione della commissione d’accesso che ha decretato lo scioglimento della giunta comunale per infiltrazioni camorristiche.

Leggi

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Sulle liste civiche…

Viviamo in un momento di crisi per i partiti che non riescono più a rispondere alle reali esigenze del paese perdendo la loro rappresentatività nei vari contesti sociali. Ciò ha causato il progressivo allontanamento dei cittadini alla politica. Questi, per colmare questo distanziamento progressivo, si sono serviti dell’appoggio delle liste civiche che negli anni, però, si sono dimostrate un arma a doppio taglio: se da una parte colmano il vuoto dei partiti, dall’altra sono stati un mezzo usato dalla camorra per entrare più facilmente nell’amministrazione pubblica. Parliamo appunto di movimenti che nascono sotto le elezioni, senza neanche avere un collegio di garanzia interno che garantisca l’adeguatezza dei candidati.

 

La figura criminale di Luigi D’Alessandro, il figlio di don Pasquale….

Dall’articolo: “Camorra: Scarcerato il boss Pasquale D’Alessandro”

Secondo le ultime inchieste il suo posto al tavolo di comando sarebbe stato preso dal figlio Luigi D’Alessandro (classe 1998), grazie anche al placet della nonna Teresa Martone.

Secondo le dichiarazioni di Rapicano, Luigi D’Alessandro, attualmente in carcere, entrò nel clan a 18 anni.

Era lui a gestire i rapporti con gli alleati Vitale, il referente della famiglia nella gestione del traffico di droga e per la programmazione degli omicidi.

Nell’aprile del 2021 il Riesame ha rigettato la prima richiesta di scarcerazione, ma i suoi legali non si sono arresi e hanno presentato ricorso.

Il nodo riguarda soprattutto il ruolo che Luigi avrebbe ricoperto nel clan già nel 2017, infatti, il giorno dopo l’omicidio Fontana, il baby boss sarebbe stato affiancato da una scorta che lo avrebbe seguito nei suoi spostamenti.

La prova sarebbe un intercettazione risalente al luglio del 2017, pochi giorni dopo il delitto Fontana: il baby boss è stato intercettato in auto con un parente, con due motociclette che lo affiancavano durante gli spostamenti.

Il clan, in quel momento avrebbe attivato la scorta per il figlio del boss, fatto che, secondo la ricostruzione dell’Antimafia, legittimerebbe Luigi come figura apicale del clan.

La difesa ha provato a smontare questa tesi, sostenendo che quel giorno Luigi D’Alessandro si stesse recando in officina per una riparazione della sua auto, giustificando la presenza di altre persone con la motivazione dell’utilizzo di un passaggio per il rientro nella propria dimora.

Una giustificazione che non avrebbe convinto i giudici che hanno rigettato il ricorso.

A pesare inoltre sulla decisione della conferma della custodia cautelare sarebbero alcune intercettazioni che lo vedono impegnato nell’aiutare il nonno, Sergio Mosca, nello svolgimento delle attività illecite della famiglia.

Luigi, quindi, continuerà a seguire dal carcere il processo che lo vede imputato per l’accusa di associazione a delinquere.

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Si può notare come la camorra, nonostante la continua repressione dello Stato, in questi 2 secoli si sia rafforzata e ramificata in ogni settore della vita pubblica creando un binomio inscindibile con lo Stato.

L’ ennesima prova che per vincere la lotta contro la criminalità organizzata occorre organizzare una rivoluzione culturale che abbatti le sue fondamenta.

leggi anche gli episodi precedenti…

Camorra in dosi: le origini risalgono al ‘600

Camorra in dosi: come si diventava camorrista

Camorra in dosi: la camorra dell’800 nelle carceri

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A cura di De Feo Michele / Redazione Campania

 

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