Mafia e Stato si affrontano fra buio televisivo e silenzio stampa

Mafia e Stato Oggi volevamo accendere i fendinebbia su una notizia che stranamente a pochi, era apparsa degna di nota.
Si stava infatti svolgendo, proprio oggi, un dibattito storico, che stabilisce una linea di principio. Ovvero, se quell’ergastolo ostativo, previsto per i boss di Mafia che non abiurano e non confessano, sia o meno, la crudele espressione di un popolo forcaiolo e vendicativo o se quella modifica, voluta in tempi di lotta alla mafia, di guerra, di emergenza, vada tolta, visti immagino, gli attuali tempi di pace…

Mi spiego meglio. L’ergastolo non esiste da noi, tutti escono prima o poi, nel solito ordine, prima i ricchi e poi i poveri, ma escono.

Il principio riguarda tutti, proprio perché il carcere deve essere visto come un percorso riabilitativo, che porti al recupero della persona ed al suo reinserimento nella società. Non importa che si penta o che confessi i suoi peccati, poiché la legge tutela il diritto al silenzio dell’imputato che non può essere costretto ad auto accusarsi. “Nemo tenetur se detergere”.

Una questione antica e dibattutissima fra il diritto alla difesa e il dovere alla collaborazione. Nella quale non vogliamo minimamente addentrarci ora, perché tutta la nostra attenzione deve andare su un altro particolare.

Ergastolo ostativo per i boss di mafia o ricchi premi e cotillon?

Questa in sintesi l’ardua questione. Le tesi sollevate, sono moltissime e le più svariate, vi consiglio di leggere sull’argomento tutto quel che trovate, tanto fate alla svelta, uno dei pezzi migliori reperibile in rete è de Ilfattoquotidiano.it, molto esaustivo ma troverete altri filosofi qua e là, sparsi nelle terra dei due mondi, se pur, non equamente

“L’ergastolo ostativo è figlio della stagione della grande lotta alla Mafia. Ora dobbiamo andare oltre.”

Questo uno dei tanti evangelici giudizi che troverete nella navigazione al quale vorrei aggiungerne un altro proveniente da fonte autorevole, attrice su questo stesso palco , l’avvocatessa Araniti, la quale difende e sostiene le tesi del boss palermitano Salvatore Francesco Pezzino, con un curriculum di tutto rispetto, condannato all’ergastolo. Sua la richiesta di libertà vigilata, al centro della tenzone.

“ È sbagliato affermare che in caso di sentenza favorevole usciranno tutti i condannati per mafia, non è così.( solo circa 1250 potrebbero avvalersene n.d.r) Si chiede l’opportunità di valutare, il percorso di una
persona senza pretendere la collaborazione a tutti i costi.”

Questa perla, estratta dal bell’articolo di Giuseppe Pipitone del Fatto, che invito tutti a leggere, altro non è che un piccolo particolare di quanto emerso dalle dichiarazioni di questa preziosa fonte per “ex informata coscientia”, ovvero profonda conoscenza dei fatti.

Dalla mafia si entra e si esce, solo col sangue.

Infatti a qualcuno apparirà curioso ma l’avvocatessa del boss sanguinario, Giovanna Beatrice Araniti, è la figlia vivente dell’altrettanto sanguinario boss storico della ‘Ndrangheta, Santo Araniti, capobastone ergastolano, tra i costitutori della “santa” con doppia affiliazione anche alla massoneria, a sua volta, non pentito.

Tra l’altro, una denuncia del Sindacato Cronisti Romani, avvenuta di recente, annunciava la sparizione di oltre 32.000 sentenze ed ordinanze da tutte le sezioni civili e penali, inspiegabilmente oscurate sui siti preposti alla consultazione. Fra questi mancavano anche atti relativi al boss Pezzino, illustre assistito dell’avvocatessa figlia del boss.

Fin qui tutto bene, o quasi ma disquisire filosoficamente su tutti questi bei principi, ci porterebbe ancora lontani da quell’unico punto, cardine della faccenda.

Dalla mafia si esce solo morti.

Antichissima associazione, ben conosciuta ormai e ampiamente narrata, anche dalla cinematografia, per chi non leggesse, ha alla sua base ferrei principi incontrovertibili e mai disattesi. La Costituzione. Poche chiare regole d’onore.

Nella mafia si entra per diritto di sangue, semplicemente nascendo nella famiglia giusta, oppure si entra per matrimonio con uno del clan o per affiliazione, attraverso presentazione e riti iniziatori, come la massoneria, unica altra associazione alla quale può aderire un mafioso. In tutti i casi, non se ne esce mai più. Si entra per sangue o attraverso riti di sangue e solo il sangue te ne può liberare.

La mafia è uno stato.

Si, è uno Stato ben organizzato e come tale ha sempre dovuto intessere accordi con gli stati vicini. Ma è precedente alla nostra Repubblica. Proliferava già nel regno borbonico e molto prima che noi avessimo ispettori, poliziotti e forze speciali, loro avevano picciotti, massari, campieri, briganti e al nord gli sbirri e bravi.

Il loro apparato di giustizia funziona anni luce meglio dal nostro. Il boss è giudice indiscusso, uomo d’onore incorruttibile e illuminato che affronta e derime ogni controversia nasca in seno al proprio stato, attraverso un’organizzazione capillare che arriva fino all’ultima famiglia. I tempi rispetto ai nostri, non consentono gara.

È uno stato che offre protezione ai suoi uomini condannati o latitanti, sostenendo e proteggendo efficacemente le relative famiglie, cosa che noi, a quanto pare, non riusciamo a realizzare.

La mafia inoltre si propone in varie funzioni di controllo e tutela delle imprese, dei quartieri, come i nostri vigili urbani e il pizzo, altro non è che la tassa da versare per tutti i servizi che lo stato mafia svolge sulla popolazione, esattamente come da noi, altrettanto dotati di autobus e caporali per andare a lavorare.

Quando vai a votare, ti pagano anche. E nessuno viene lasciato solo o inascoltato.

Insomma signori, la condanna a vita, l’ergastolo che noi tanto discutiamo, loro ce l’hanno come prima nota costitutiva. La mafia è per sempre, se sei fuori e sei vivo, vuol dire che sei dentro.

I boss in servizio e i premi per buona condotta.

Quindi, riepilogando, se sei un boss della mafia e godi con tutta la famiglia di buona salute, a piede libero, vuol dire che in realtà, sei dentro fino al collo e sguazzi pure.

Prendendo in esame questa ipotesi, derivante della conoscenza dello statuto di base della mafia, l’idea di rimettere in circolazione questi sanguinari assassini, ancora fieri depositari di tutti i nostri e loro segreti, sulle stragi di Stato, sugli accordi con le massonerie deviate, protetti dai peggiori infiltrati, ecco che a qualcuno potrebbe persino apparire qualcosa di pericoloso per la comunità, pur non rispecchiando quell’idea di redenzione, del resto mai manifestata dal boss mafioso.

Una delle spiegazioni addotte per motivare e giustificare il comportamento dei boss che non si dissociano è la volontà di proteggere i propri congiunti dai tribunali della mafia…

La loro legge infatti, recita questo, appena uno decide di collaborare, va eliminato insieme a tutti i familiari, nell’ordine che risulta più comodo ai fini della rapidità. La legge della mafia non prevede prescrizione e le condanne sono certe.

Quindi per questi giuristi e costituzionalisti che disquisiscono sul profondo affetto che il malvivente non pentendosi, dimostra verso la famiglia, è normale sdoganare la tesi, che la mafia è in grado di proteggere i suoi, noi no e che il boss fa bene a non fidarsi dei potenti mezzi messi a disposizione dal nostro di Stato a tale scopo. Accettandola forse anche come condizione incontrovertibile.

Processi rapidi e pene certe.

In questo dicevamo, non c’è gara fra i due stati, solo se potessimo uscire domattina a sparare all’impazzata a tutti i corrotti, potremmo arrivare ai livelli di efficacia dei tribunali della mafia.

Escludendo questo campo che non sarà mai il nostro, temo non potremo mai vincere significative battaglie senza prendere in esame un’altra triste verità.

Nei tribunali mafiosi non ci sono infiltrazioni nemiche.

Questo è un altro enorme vantaggio che loro hanno rispetto a noi, benché su questo volendo qualcosina si potrebbe fare. Pare infatti che i nostri Tribunali invece, così come le Procure, le Questure e tutto quanto fa giustizia o spettacolo, siano impestati di infiltrazioni mafiose.

Notizie che arrivano e vengono smentite , da anni, provenienti spesso da uffici che si affacciano sugli stessi corridoi, di palazzo, da questo, un po’ di confusione ma la notizia sembra ormai certa.

Abbiamo quindi unito la nostra ansia a quella dei capi mafia, nella comune e trepidante attesa della decisione della Corte Costituzionale circa il loro diritto al silenzio.

Pensavo già di ricorrere all’utilizzo di cani molecolari per trovare l’esito della decisione, sulla stampa, invece finita la stesura del pezzo, in questa sera triste, un post del senatore Morra su Facebook , toglie ogni dubbio ed ogni speranza.

Il silenzio ha vinto, la mafia pure.

Prima di dormire, gioco del silenzio per tutti, il primo che piange, ride o dice qualcosa, conosce la sua fine dai tempi dell’asilo…in fondo eravamo preparati. Baciamo le mani.

Francesca Capretta / Vivicentro.it

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