Dopo 25 anni è libero Brusca “u scannacristiani”
Dopo 25 anni è libero Brusca “u scannacristiani”

Brusca noto mafioso libero. Liberi 15 boss poiché il processo è da rifare

IL MAFIOSO E PENTITO GIOVANNI BRUSCA LASCIA IL CARCERE

Giovanni Brusca, l’ex boss di San Giuseppe Jato, ha lasciato ieri il carcere. Ha finito di scontare la pena e da oggi l’ex killer di Cosa nostra che il 23 maggio 1992 azionò il telecomando per la strage di Capaci è un uomo libero. Nel pomeriggio, “u scannacristiani” come pure era soprannominato negli ambienti mafiosi, ha lasciato il carcere di Rebibbia di Roma.

Brusca è stato scarcerato per effetto di una legge del 13 febbraio del 2001 (MODIFICHE ALLE NORME PER LA PROTEZIONE DI COLORO CHE COLLABORANO CON LA GIUSTIZIA) grazie alla quale per lo Stato italiano ha finito di scontare la propria pena detentiva. Avendo scelto di collaborare con la giustizia ha ottenuto gli sconti di pena previsti dalla legge.

CHI ERA GIOVANNI BRUSCA

Figlio del boss Bernardo Brusca (1929-2000) e fratello di Emanuele ed Enzo Salvatore, tutti “uomini d’onore” della Famiglia di San Giuseppe Jato, entrò nella cosca del padre nel 1976 all’età di 19 anni, dopo aver commesso un omicidio per i Corleonesi capeggiati da Salvatore Riina che infatti divenne il suo “padrino” nella cerimonia d’iniziazione (la cosiddetta “punciuta”). Brusca, soprannominato in lingua siciliana: u verru (il porco), oppure lo “scannacristiani” per la sua ferocia, è nato a San Giuseppe Jato (PA) il 20 febbraio 1957. È un mafioso poi collaboratore di giustizia e in passato membro di rilievo di Cosa Nostra. Capo del mandamento di San Giuseppe Jato ed esponente di spicco dei Corleonesi, è stato condannato per oltre un centinaio di omicidi, tra cui quello tristemente celebre del piccolo Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito Santino Di Matteo) strangolato e sciolto nell’acido, e per la strage di Capaci, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, nella quale Brusca ricoprì un ruolo fondamentale, in quanto fu l’uomo che materialmente spinse il tasto del radiocomando a distanza che fece esplodere il tritolo piazzato in un canale di scolo sotto l’autostrada.

A PALERMO IN APPELLO ANNULLATO IL PROCESSO A 15 BOSS MAFIOSI LIBERI

La Corte d’Appello di Palermo ha ieri dichiarato nullo il decreto che ha disposto il giudizio per 15 indagati e ne ha ordinato l’immediata scarcerazione. La corte d’Appello presieduta da Mario Fontana ha recepito il pronunciamento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che ha accolto la tesi dei difensori di alcuni imputati secondo cui il Gup che firmò i rinvii a giudizio era incompatibile e in quanto in precedenza aveva firmato alcune proroghe di intercettazioni in qualità di Gip.

I quindici scarcerati furono arrestati nel 2017 in un blitz della squadra mobile e del Gico della Guardia di finanza che smantellarono i vertici del mandamento di Brancaccio ei prestanome dei clan che figuravano a capo delle attività imprenditoriali della cosca.

La Corte d’Appello ha dunque annullato il processo di primo grado per i quindici imputati di far parte delle famiglie mafiose di Brancaccio. I 15 mafiosi erano stati condannati a pene pesanti per estorsioni, minacce e furti per controllare un gruppo imprenditoriale particolarmente radicato tra Sicilia e Toscana.

Erano anche stati sequestrati, nell’operazione congiunta di Polizia di Stato e Guardia di Finanza, mezzi e aziende per un totale di circa 60 milioni di euro.

Da ieri sono liberi di affrontare il secondo processo con il solo obbligo di firma, deciso per la loro pericolosità sociale. Ora si dovrà celebrare una nuova udienza preliminare con un Gup diverso e poi il secondo processo di primo grado.

Le condanne annullate riguardano: Giovanni Lucchese (17 anni), Giuseppe Caserta (18 anni), Pietro Clemente (2 anni), Claudio D’Amore (17 anni), Cosimo Geloso (16 anni), Marcello La Cara (un anno e 8 mesi), Tiziana Li Causi (un anno e 6 mesi), Bruno Mazzara (2 anni e 2 mesi), Vincenzo Passantino e Salvatore Scaffidi (6 mesi ciascuno), Michele Rubino (8 mesi), Francesco Paolo Saladino (2 anni), Maurizio Stassi e Francesco Tarantino (1 anno e 6 mesi ciascuno) e Vincenzo Vella (20 anni in continuazione con le precedenti condanne).

L’immagine di copertina è tratta da un articolo del settembre 2014 “Il lato oscuro dell’antimafia”.

L’OPINIONE

Non ci si può attendere nulla di buono in ogni settore della vita pubblica nazionale, se non: retorica, propaganda e discorsi di fine anno o cerimoniali per variegati seguiti, specialmente clientelari ma anche mediatici e social, di destra, sinistra, centro e movimento. Ciò in quanto le leggi, il fondamento del vivere civile e comune, in questa Nazione (e Isola), sono state di tutta evidenza pensate, deliberate e attuate negli anni da imbellettati “assoggettanti”, corrotti (arroganti, ingordi, trasformisti, declamatori e mistificatori) dentro, per carità, tutti costituzionalizzatisi, sicché ogni atto è democratico e lecito. I cittadini, anche quelli più di cosiddetta “buona volontà”, sono forzosamente e di fatto impotenti e tanto più quando i tronfi della trasversale politica e Istituzioni vengono elettoralmente o nominalmente (leggi elettorali e nomine partorite dal medesimo sistematico sistema) rimpiazzati o affiancati da evidenti sprezzanti arrivisti, opportunisti, egocentrici, narcisisti, misantropi (uomini e donne). Come se ne esce ? Li abbiamo provati tutti/e !

Adduso Sebastiano

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