Mattarella e Draghi - Governo Draghi, Foto di Gruppo
Mattarella e Draghi - Governo Draghi, Foto di Gruppo

Mattarella e Draghi artefici del nuovo governo tecnico e politico

Ultimo aggiornamento:

Mattarella e Draghi artefici della formazione del nuovo governo, ma la riforma istituzionale del nostro ordinamento statale si impone con urgenza

Mattarella e Draghi artefici del nuovo governo tecnico e politico

Dopo due settimane di gestazione ed ad un mese dall’apertura ufficiale della crisi, per l’operosa collaborazione tra Mattarella e Draghi,  nasce finalmente il nuovo dicastero di struttura tecnica, con variegato rinforzo di politici di schieramenti eterogenei.

Quando la crisi, latente sin da dicembre, si è materializzata nei fatti, tutti ci siamo stizziti. E quando i partiti, sia quello che l’ha provocata che quelli che l’hanno subita, non son riusciti a trovare la quadra di una ricomposizione, tutti ci siamo arrabbiati e disorientati. Il Presidente Mattarella ha pronunciato parole gravi e severe. Abbiamo percepito la gravità del momento, argomentata dalle sue stringenti considerazioni circa l’inopportunità di celebrare elezioni nell’immediato. Non solo per non peggiorare la pandemia, ma per non andare incontro ad un vuoto di potere di cinque- sei mesi. Col rischio di perdere la pioggia di miliardi di credito che l’Europa ci ha accordato, se saremo bravi a documentarne e motivarne adeguatamente gli obiettivi di spesa. Che richiedono, come corollario, delle riforme strutturali nel nostro ordinamento.

A parte la gestione della pandemia e della campagna vaccinale, cui ormai ci siamo abituati fino alla rassegnazione, il nuovo governo è chiamato a mettere mano a riforme cui in passato nessuno schieramento – di destra o di sinistra- ha saputo o voluto metterci mano. Riforma del fisco, riforma della pubblica amministrazione, riforma della giustizia. Già i soli tre enunciati son da far tremare i polsi, per il coacervo di interessi che andranno a sconvolgere e che in qualche modo bisogna riuscire a comporre in un punto di equilibrio più alto ed inclusivo. Le tre riforme in questione necessitano, come ulteriore corollario, di una digitalizzazione radicale ed efficiente di tutto l’apparato amministrativo pubblico e privato, affinché tutto sia efficacemente in rete. Ed anche qui se ne sentiranno di ogni, perché tutti quelli che si lamentano oggi dell’eccesso di “burocrazia”, insorgeranno domani dicendo che ci vogliono controllare tutti come in uno stato di polizia, che invade la libertà individuale. Ne vedremo e sentiremo delle belle.

Ma ormai da più parti si spinge anche per la rivoluzione energetica in chiave ecologica, convertendo le risorse energetiche attuali. Trapassando da quelle tradizionale di combustione, che inquinano l’atmosfera, per arrivare alle fonti energetiche rinnovabili (eoliche, fotovoltaiche, geotermiche). Qui non ci vogliono riforme solamente, ma l’impiego di ingenti capitali, economici ed umani, in termini di ricerca e di pedagogia dei costumi e dei consumi. Altro che tremare i polsi.

Il riordinamento della scuola si impone, sia per la scuonquasso della pandemia, sia per il rinnovo del corpo insegnante.

Ma la madre di tutte le riforme non l’ha menzionato nessuno in queste settimane. A nostro parere la riforma istituzionale del nostro ordinamento statale si impone con urgenza. Durante questi mesi di decretazione d’urgenza, abbiamo assistito all’anarchia delle regioni, che in tema di sanità ( e non solo!) vanno in ordine sparso. Facendo a gara a contestare gli orientamenti del governo centrale. A proposito ed a sproposito. Culminando nel pasticcio della regione Lombardia che per mesi ha fornito dati sbagliati al Ministero della Sanità. E, richiamata a rivedere l’inesattezza, si rivolta contro e ricorre alla giustizia amministrativa. Seguita dalla regione Sardegna, che anch’essa contestando Roma, si rivolge al TAR. Che poi darà torto ad entrambe. Ma tant’è: lo sconquasso di immagine di uno Stato ostacolato da forze centrifughe è già stato servito agli occhi di tutti.

Il Governo della Repubblica si trova sempre in bilico per le maggioranze risicate che si riescono a racimolare in Parlamento, frutto di leggi elettorali sciagurate che producono frammentarietà nel processo decisionale. Anche se assicurano la rappresentatività. Ma non è possibile che un partito che dai sondaggi viene dato al 2%, possa far cadere un governo, nel bel mezzo di un dramma collettivo costellato di centinaia di morti al giorno e di migliaia di malati che affollano ed intasano i nostri ospedali. No così non si può andare avanti. Occorre una salutare riforma che renda stabili i nostri governi e non ci faccia considerare dai nostri partner europei come la democrazia malata cronica, afflitta da “governite ballerina” ricorrente. Nei nostri 80 anni di repubblica abbiamo metabolizzato quasi una settantina di governi. E’ arrivato il momento di metter mano ad una legge elettorale efficiente. O si lascia il proporzionale, che pur garantisce la rappresentatività anche ai piccoli partiti. Ma allora bisogna introdurre l’istituto della sfiducia costruttiva. Si può fare una mozione di sfiducia al governo solamente se è già pronta una maggioranza alternativa. Se una nuova maggioranza non c’è, si va avanti e non si può invocare ad ogni piè sospinto il ricorso alle elezioni. Inseguendo la mania dei sondaggi.

L’alternativa è quella di  rassegnarsi ad adottare una legge elettorale maggioritaria. Chi prende un voto in più governa. Per cinque anni. Mattarella e Draghi, ancora una volta, si facciano parte diligente.

Al governo ci sono voluti andare tutti i partiti (o quasi!) per mettere le mani sui 209 miliardi di euro da spartire. Ma prima di tutto la riforma istituzionale deve essere impostata e votata adesso. Ora che siedono tutti al governo.

Se non ora quando?

Carmelo TOSCANO

Ascolta la WebRadio