Carlo Alberto dalla Chiesa. Si combatte anche per i propri ragazzi/e

Carlo Alberto dalla Chiesa: Nel 1982 venne nominato Prefetto di Palermo, fu ucciso il 3 settembre nella città siciliana pochi mesi dopo il suo insediamento

Carlo Alberto dalla Chiesa è stato un generale e prefetto italiano. Era figlio di un generale dei Carabinieri, entrò nell’Arma durante la seconda guerra mondiale e partecipò alla Resistenza. Dal 1973 al 1977, fu protagonista della lotta contro le Brigate Rosse.

Nel 1982 venne nominato prefetto di Palermo con l’incarico di contrastare Cosa nostra così come aveva fatto nella lotta al terrorismo. Fu ucciso nella città siciliana pochi mesi dopo il suo insediamento nella strage di via Carini, il 3 settembre 1982, dove perirono anche la consorte Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.

Chi furono i mandanti di quel 3 settembre 1982 per uccidere il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa ?

Ma chi ca… se ne fotteva di ammazzare dalla Chiesa… E perché glielo dovevamo fare questo favore”. A pronunciare queste terribili frasi è il medico e capomandamento di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, boss mafioso che spiega a uno dei suoi soldati come e perché i capi di Cosa nostra diedero l’ordine di uccidere il generale Carlo Alberto dalla Chiesa la sera del 3 settembre 1982.

Ad intercettare le parole del boss, nel 2001, sono i Magistrati di Palermo coordinati dal Pm Nino Di Matteo. Già da quella intercettazione si può considerare un dato di fatto come non fu solo la mafia ad uccidere dalla Chiesa, poiché “Cosa nostra” fu di tutta evidenza solo il braccio esecutivo.

Nel 1996 i collaboratori di giustizia Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo si autoaccusarono di aver fatto parte del gruppo di fuoco che compì la strage di via Carini e ciò indusse la Procura di Palermo a riaprire le indagini. Per questi motivi, nel 1999 vennero rinviati a giudizio come esecutori materiali Antonino Madonia, Vincenzo Galatolo, Calogero Ganci e Francesco Paolo Anselmo (giudicati con il rito abbreviato) e venne stralciata la posizione di Raffaele Ganci e Giuseppe Lucchese, che vennero invece processati con il rito ordinario; non si poté procedere nei confronti di Giuseppe Greco, Giuseppe Giacomo Gambino e Gaetano Carollo perché tutti morti.

Nel marzo 2002 la Corte d’assise di Palermo, presieduta da Roberto Nobile, condannò all’ergastolo Madonia e Galatolo mentre Ganci e Anzelmo ebbero quattordici anni di reclusione ciascuno poiché vennero riconosciute le attenuanti e lo sconto di pena per la collaborazione con la giustizia.

Nelle motivazioni della sentenza si legge “Si può, senz’ altro, convenire con chi sostiene che al riguardo persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità colle quali il generale è stato mandato in Sicilia (praticamente da solo e senza mezzi) a fronteggiare il fenomeno mafioso, forse negli anni in cui il sodalizio Cosa nostra ha potuto esercitare nel modo più arrogante ed incontrastato l’assoluto dominio sul territorio siciliano, sia la coesistenza di specifici interessi – anche all’interno delle istituzioni – all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.

Sono pertanto rimasti ancora delle aree oscure sull’eccidio di quel 3 settembre 1982.

Come non ricordare, a questo proposito, la sparizione delle carte contenute nella cassaforte di dalla Chiesa quando, la notte tra il 3 e il 4 settembre, qualcuno (forse uomini di Stato?) si introdusse a villa Pajno, nell’abitazione del generale? O l’analoga, misteriosa sparizione delle carte contenute nella borsa che dalla Chiesa aveva con sè la sera dell’attentato? Una borsa che poi fu ritrovata soltanto nel 2013 nei sotterranei del Tribunale di Palermo. E che, manco a dirlo, era vuota.

L’ordine di eliminare dalla Chiesa arrivò a Palermo da Roma …”. A dichiararlo fu Roberto Scarpinato, sostituto Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo, in occasione dell’audizione avvenuta l’8 marzo 2017 dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia.

Durante quell’audizione, poi secretata, Scarpinato aveva detto di essere stato informatodi progetti di attentati, nel tempo, nei confronti di magistrati di Palermo orditi da Matteo Messina Denaroper interessi che, da vari elementi, sembrano non essere circoscritti alla mafia ma riconducibili a entità di carattere superiore”, descrivendo poi i legami tra Cosa nostra e logge massoniche, in particolare riguardanti i boss Stefano Bontade e Bernardo Provenzano, fino a Messina Denaro, sottolineando che già Bontade faceva parte di una loggia segreta “che era un’articolazione in Sicilia della P2 …”. Dietro l’assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982 a Palermo insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, si sarebbe stagliata la figura di un deputato, deceduto nell’85 e vicinissimo a Giulio Andreotti … c’era chi temeva l’operato di dalla Chiesa, da lui stesso annunciato alla presenza di Andreotti quando, poco prima di partire per la Sicilia, gli disse “Non avrò alcun riguardo per la parte inquinata della sua corrente”, tanto che il generale scrisse poi nel suo diario che il “Divo” Giulio “sbiancò” … …]

Il giorno dopo l’efferato assassinio del Generale dalla Chiesa, il 4 settembre 1982, nella via Carini comparve un cartello scritto da un anonimo recante la scritta “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Ci sarebbe da analizzare, ma con oggettività e onestà intellettuale senza le solite trasversali propagande politiche, se quella “speranza” è interiormente ritornata.

NOTA PERSONALE

L’uccisione del Generale dalla Chiesa, di sua moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo, mi rimasero impresse quella sera del 3 settembre 1982 con la sigla notturna dello SpecialeTg1 (all’epoca rappresentata con una vecchia macchina da scrivere i cui tasti pigiavano autonomamente) nel quale si descrisse il nefasto accaduto e la storia personale, d’impegno civile e di lavoro del Generale contro il crimine organizzato.

L’OPINIONE

L’allora “corrente andreottiana”. Una consorteria ramificata ovunque e a tutti i livelli politico-sociale. Tutt’ora, a detta di molti, presente sotto altre fattezze, vetero e giovani, attraverso trasformismi, logge, confraternite e associativismi vari.

Un intreccio di favoritismi e interessi di vario genere, soprattutto carrieristici, professionali, per incarichi, nomine, potere, remunerazioni, privilegi, vantaggi, appalti, fatta di parlamentari, politici, giuristi, giudici, avvocati, ingegneri, consulenti, prelati, dirigenti, universitari, docenti, giornalisti, imprenditori, sindacalisti, ecc. insomma di tutti gli strati della società siciliana (e italiana).

Per carità, tutto “costituzionale“.

Ma talmente ormai ramificata, potente, omertosa, camaleonte e dissimulata, che d’altronde, singolare coincidenza vuole, pure le altre stragi di mafia degli anni passati sono sostanzialmente rimaste un mistero per quanto riguarda i mandanti. Addirittura in qualche caso, soo state di tutta evidenza depistate per anni, come quella emblematica dell’uccisone del Magistrato dr. Borsellino e della sua scorta, con i Giudici sviati fino al terzo grado. Come pure è significativo è il caso “Montante” in Sicilia in cui dimoravano alti rappresentanti delle istituzioni e della politica.

Bisogna essere siciliani e avere vissuto certe esperienze per percepire e in parte anche comprendere questo sistematico sistema, contro il quale si combatte e anche si muore, senza che però mai di fatto cambi nulla, poiché è lo Stato ad essere “deviato” nelle sue norme, nei suoi decreti, nelle sue interpretazioni, nelle sue realizzazioni, nel suo trasversale Parlamento. E con tale generalizzato e avariato sistema pubblico-politico, naviga parallelamente da decenni a gonfie vele la corruzione e la mafia.

Adduso Sebastiano

(le altre informazioni regionali le trovi anche su Vivicentro – Redazione Sicilia)

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