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Comuni, un noto “bancomat” per amministratori e codazzi

Nei nostri Comuni non ci sono controlli, salvo non esserci un’Opposizione vigile. Ma di solito e dopo le elezioni, per interesse la manciugghia converge. Senza con questo volere generalizzare.

Tuttavia che sanno i cittadini della gestione finanziaria dei loro Enti locali?

La maggior parte apprende qualche notizia al bar sotto casa, magari sapientemente veicolata dai proliferi giannizzeri e lucciole degli amministratori in auge, oppure legge da qualche sito o quotidiano d’informazione locale, che a volte, a seconda di chi lo foraggia o dell’appartenenza, scrive contro questo o a favore di altri, omettendo se del caso, anche solo parzialmente, la verità dei fatti e degli atti.

Invece i nostri Comuni sono risaputamente dei pozzi bui, in passato definiti insieme alle regioni “senza fondo”, che anche quando prossimi al dissesto, continuano ad essere un “bancomat” più o meno legalizzato per politici, funzionari, dipendenti vari, professionisti, esperti, consulenti, ecc.

Una “casa” di coloro che ci alloggiano e di “famiglie” che dominano l’abitato. Un’alcova d’ipocrisia, ingordigia, smodato clientelismo, voto di scambio e corruzione pressoché incontrollata e incontrollabile, nonché mercimonio, prostituzione, opportunismo, teppismo, malvivenza e conseguenziale vario intimorimento per chi cerca la dovuta trasparenza e legalità.

Tanto pagano i cittadini-buoi-contribuenti con aliquote al massimo consentite che lentamente immiseriscono le famiglie e fanno chiudere gli esercizi e le aziende.

Possiamo difatti considerarci un popolo di rateizzati fiscali e lo saranno, così continuando, pure i nostri figli che dovranno pagare anche dopo la morte di noi genitori. E guai se non si paga, specialmente quando si hanno beni pignorabili e quindi vendibili all’asta.

Anzi oggi qualche notizia in più trapela. Negli anni passati le ruberie pseudo-lecite sono state risaputamente galattiche, poiché quasi nessuno al di fuori del comune sapeva. Ed inoltre c’era, a detta di tutti, una generalizzata compiacenza, connivenza e convittualità delle Istituzioni, della Magistratura e Forze dell’Ordine. C’è da chiedersi se ancora è così. Peraltro la depenalizzazione degli ultimi anni ha di certo spalancato le porte della corruzione e non solo.

D’altronde, parecchi blasonati e anche “morti di fame”, una volta entrati nel Palazzo e soprattutto quando avvocati, economisti, ingegneri, architetti, medici, geometri e tecnici, oggi sono dei benestanti, stimati, proprietari di immobili, ville, belvedere, resort, possidenti anche in altre città e località rinomate, con familiari a seguito sistemati soprattutto nel sistema pubblico. Tanto hanno pagato e pagheranno anche per i prossimi decenni i concittadini-buoi-contribuenti e per generazioni.

L’Italia sotto questo aspetto, a cominciare dallo Stato, passando per le Regioni, Città Metropolitane (ex provincie), Partecipate, Consorzi, Unione dei Comuni, Enti locali, ecc. è una Nazione ormai impostata sull’estorsione fiscale e la “democratica” tirannia politico-istituzionale-giuridica-burocratica.

Ma come si è arrivati a questa caduta etica nei nostri Comuni, la cosiddetta, ma solo durante le campagne elettorali, “casa di tutti”?

Senza andare troppo indietro, va detto che sull’onda di fine anni ’90, col mantra del federalismo e decentramento, fu varata la riforma del Titolo V della Costituzione che è entrata in vigore l’8 novembre 2001 dopo un lungo iter normativo.

Il Senato, con deliberazione adottata l’8 Marzo 2001 (Governo Amato II) ha approvato la Legge Costituzionale n. 3/2001, cosiddetta riforma Titolo V della Costituzione, artt. 114–132, con cui si disciplinano le autonomie locali.

All’epoca, si giunse all’approvazione con una maggioranza inferiore a quella richiesta (maggioranza qualificata dei due terzi dei membri delle Camere) e per questo tale legge è stata sottoposta a referendum confermativo il 7 ottobre 2001 (Governo Berlusconi 2), il quale si è concluso con esito favorevole all’approvazione della legge con il 64% dei votanti si è espresso per il sì, così entrando in vigore il mese successivo.

Si può affermare che la legge ha operato una “costituzionalizzazione” di quel “decentramento amministrativo a Costituzione invariata” introdotto in virtù della produzione legislativa del Ministro della Funzione pubblica On. Bassanini (Governo Prodi I).

Grazie alle leggi del 1997 nn. 59 e 127 è stato introdotto nel nostro ordinamento il principio di sussidiarietà (recepito nell’ordinamento italiano con l’art. 118 della Costituzione, e nella legge di attuazione del 5 giugno 2003, n. 131).

Il principio di sussidiarietà si è progressivamente affermato all’interno di vari ambiti della società moderna e contemporanea, nei quali questa espressione possiede differenti valori rappresentativi a seconda dell’ambito in cui viene utilizzata. In modo generale, la sussidiarietà può essere definita come quel principio regolatore secondo il quale, se un ente inferiore è capace di svolgere bene un compito, l’ente superiore non deve intervenire, ma può eventualmente sostenerne l’azione.

Invece i fatti, come ben sappiamo tutti anche se si dissimula, sono solo degenerati. L’essere umano d’altra parte, è una specie intellettivamente superiore alle altre ma non sfugge alle “regole naturali. In Natura quando una specie non ha un minimo di indirizzo e controllo dato in quel caso dagli individui più anziani ed esperti, allorché lasciata ai propri solo istinti, di solito degenera nei comportamenti anche degeneri, persino estinguendosi. La Storia umana non è dissimile.

Insomma, dal quel 2001 si è scatenata in ogni Palazzo Pubblico della Nazione Italia, soprattutto nelle Regioni, la grande e decentrata manciugghia, spreco, sperpero, ecc.

Nei comuni a maggior ragione, poiché furono conseguenzialmente soppresse le “commissioni provinciali di controllo” (ex CC.PP.C.) e il “Comitato regionale di controllo” (ex CO.RE.CO), che era un organo della Repubblica italiana, precisamente delle regioni. Nessuno da quel momento controllò più le delibere e gli atti dei Comuni.

Come se ne può uscire ?

In un certo senso si era già affrontata una potenziale soluzione nell’articoloUna commissione Regionale Antimafia che controlli la Pubblica Amministrazione”. Un’interessante proposta dell’attuale Presidente della Regione Sicilia.

In definitiva sarebbe urgente presentare una legge nazionale e regionale (la Sicilia peraltro può farlo subito essendo a Statuto autonomo ed avendo già un Governo Regionale in carica) affinché si ripristini nuovamente un facsimile di neo-commissione provinciale di controllo (ex CC.PP.C.) e un altrettanto Comitato regionale di controllo (ex CO.RE.CO).

Però con nomine a rotazione e qualche componente designato tra magistrati e finanzieri, altrimenti solo con politici e professionisti potrebbe non cambiare molto.

Il cittadino, anche quando di buona volontà, è sostanzialmente impotente davanti alla corruzione, nonché annessi e connessi, come anche delinquenza e mafiosità. I Governi, i Parlamentari e poi la Magistratura e le Forze dell’Ordine, tutti, ci diano un dovuto aiuto, poiché se per adesso l’Italia è al 51° posto nella classifica delle Nazioni più corrotte nel mondo, così continuando rischiamo solo di scalare la classifica (in peggio).

Adduso Sebastiano

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