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Fiume Sarno: se ne senti parlare, in realtà non lo conosci

La redazione incontra Giuseppe Caruso e Michele Buscè per fare davvero la conoscenza del fiume Sarno e ideare modalità per tentare di salvarlo.

Fiume Sarno: se ne senti parlare, in realtà non lo conosci

La redazione ha incontrato Giuseppe Caruso, giovane ideatore del progetto SOS Sarno. Il progetto è denominato richiamando all’urgenza di un appello dal carattere non più di prevenzione, ma di denuncia delle condizioni in cui versa il bacino idrografico di cui il fiume Sarno fa tristemente parte.

L’idea di una piattaforma online macinava nella mente del giovane Caruso e da qualche settimana il sito è stato attivato. “Il problema Sarno non si risolve facilmente principalmente a causa dell’aspetto burocratico” dichiara Caruso. “Infatti, non c’è un ente unico che si faccia carico delle comunicazioni. Con il sito abbiamo cercato di centralizzare le informazioni”.

Fondamentale il contributo di Michele Buscè in qualità di coordinatore. “Abbiamo deciso di sviluppare un lavoro in sinergia: le segnalazioni che pervengono al sito sono girate alle Sentinelle dei Bacini Idrografici Italiani. Le Sentinelle hanno il compito di accertarsi della natura della segnalazione e definire se sia il caso di segnalarla alle forze dell’ordine” spiega Caruso. Indagine e azione tramite querela, se necessario.

Riguardo il sito, “a breve partirà una campagna su RadioCittà. Purtroppo, il lancio del sito ha coinciso con l’istituzione della zona rossa in Campania. Ma continuiamo a parlarne, con la speranza di mantenere alta l’attenzione sul tema”.

Negli ultimi mesi, infatti, anche il Ministro Costa e le forze dell’ordine hanno tentato di sensibilizzare la cittadinanza. Secondo il giovane ideatore, infatti, “il problema sarebbe risolvibile se ognuno fornisse il proprio contributo. Il Ministro Costa ha invitato i cittadini a denunciare tramite una nota ufficiale. E anche tra le associazioni sembra smuoversi qualcosa”.

L’utilizzo del sito è alla portata di tutti: “può essere usato dai cittadini in modo semplice e si può decidere di mantenere l’anonimato. Questo per tutelare i cittadini che, talvolta, preferiscono non denunciare per evitare di essere coinvolti in prima persona”.

Il progetto ha grandi ambizioni, poiché “è difficile individuare un reale sversamento abusivo” puntualizza Caruso. “Trovare scarichi che non siano già mappati può non essere semplice. Tuttavia, il sito ha lo scopo di mantenere l’attenzione alta: più si mantiene caldo un tema importante, più sarà scoraggiato chi persiste negli sversamenti”.

 “La natura del progetto si rivolge alle coscienze dei cittadini. Deve servire a non pensare più che il problema sarà risolto da altri. Purtroppo, l’Amministrazione Comunale da sola può fare poco. Ma Castellammare ne risente tantissimo e la situazione contribuisce ad accrescere il suo potenziale inespresso”. La situazione, inoltre, porta i cittadini a bagnarsi nelle acque che bagnano l’arenile nonostante il divieto di balneazione. Come se i cittadini si ribellassero all’impossibilità di godere delle bellezze che gli appartengono.

“Qualcosa si stava muovendo rispetto all’arenile. Fecero delle analisi e si vociferava che le acque fossero tornate balneabili. Ma non è mai stato chiaro. Non si è ancora trovata una soluzione alla crescita dell’erba sulla sabbia”. E, riferendosi a Lambiase, volontario, dichiara: “Alcuni attivisti hanno dimostrato che con impegno, zero fondi e nessun ente comunale alle spalle si può contribuire comunque”.

Fiume Sarno, ma non solo. La redazione ha incontrato anche Michele Buscè, coordinatore del progetto e delle Sentinelle dei Bacini Idrografici Italiani. In quanto ampio conoscitore della condizione del bacino idrografico del Sarno e della sua geomorfologia, abbiamo ritenuto necessario partire dalle basi per definire la problematica nei giusti termini.

Tanto per iniziare, quando parliamo di “fiume Sarno” ci riferiamo, in realtà, ad un territorio vasto quasi 500 km quadrati. “Il territorio parte da vari punti. Possiamo identificarli con Montoro, Calvanico e Solofra nella parte alta. Lateralmente c’è il massiccio dei Monti Lattari, l’area al confine tra Nocera inferiore e Cava de’ Tirreni, fino a Castellammare, bacino autentico. Dal mare ad ovest ci sono i monti del Sarno fino ad arrivare alla zona vesuviana” chiarisce Buscè. “Tutto ciò che accade nel bacino idrografico si ripercuote su tutto l’andamento fluviale. Se si effettua un’opera di urbanizzazione o industrializzazione, è chiaro che tutto incida all’interno di un corpo idrico superficiale – il fiume, insomma”. Ma, nel concreto, come funziona?

“Ciò che generiamo di liquido e in piccola parte di solido viene indirizzata in un corpo ricettore, che può essere la fognatura – artificialmente – e – naturalmente – il corso d’acqua, purtroppo. Tutto ciò che realizziamo, se non è correttamente incanalato in un contenitore che riporti a purificazione delle acque interrompe il processo di acque purificate all’interno dei corpi idrici superficiali”.

L’inquinamento nasce sostanzialmente da una malfunzione. È per questo che “durante il lockdown non ho visto alcun cambiamento particolare, se non dei piccoli mutamenti di tipo momentaneo che proprio dal lockdown sono stati generati”.

Il motivo, una volta chiarito il meccanismo, è sostanzialmente intuitivo: “In quei giorni, i reflui sono stati interrotti. Il periodo ha dato l’opportunità agli apparati fluviali di ricevere meno inquinanti, ma non di eliminarli. Molti Comuni non hanno il collegamento al depuratore e l’apparato fognario sversa direttamente all’interno del corpo idrico superficiale. Dire che durante il lockdown le acque fossero pulite è, sostanzialmente una fandonia”.

Infatti, alcuni Comuni non hanno il collettamento al depuratore. Nocera Inferiore, per questo, ha problematiche fognarie croniche sul territorio. Alcuni Comuni, invece, pur essendo collettati al depuratore hanno problemi tecnici. “Si tratta di parte di Pompei, di Castellammare, buona parte di Scafati. Le problematiche tecniche portano comunque a sversamenti”.

Nonostante sia allettante l’idea che, affrontato un periodo di disagio –il lockdown –, qualcosa di buono ci sia tornato indietro, è necessario abbandonarla. Se un timido miglioramento c’è, deriva dal fatto che nella zona di Solofra, conosciuta per la concia delle pelli e l’inquinamento che ne deriva, molte aziende siano state costrette alla chiusura.

Quale, allora, la soluzione per la cronicità del problema Sarno? “L’opzione che contempla la creazione di fognature lungo tutto il territorio non ci restituirebbe un fiume Sarno pulito”. Perché il fiume Sarno si trova in un’area che quasi lo rigetta. “Risulta fastidioso e, di conseguenza, è trattato come qualcosa che dà fastidio. Quando qualcosa dà fastidio si cerca di adattarla alle proprie esigenze. Il Sarno è stato modificato: prima aveva una forma a serpente a caratterizzarlo. Ora è rettilineo. È stato modificato per le esigenze umane: edificazione, industrializzazione, realizzazione di sottoservizi e servizi come strade, parcheggi, piazzali, città, paesi”. Di conseguenza, “se il fiume passa per una delle aree più popolose del mondo è difficile immaginare che pur avendo i servizi fognari possa essere sempre pulito. Le fogne sono strutturate progettando che possano sfociare nel corpo idrico. Basta davvero una pioggia per scaricare nel Sarno. Se il tubo si riempie, deve scaricare o nel Sarno oppure sfiorare per strada, allagandola.

“È necessario che l’impianto diventi duale” è la ferma posizione di Buscè. Cioè, da un lato l’acqua di pioggia e dall’altro le acque reflue civili e industriali. “Così diminuirebbero le criticità. Ad oggi sul bacino idrografico del Sarno non esistono forme duali, ma un solo tubo, tra l’altro vetusto, e i risultati sono sotto gil occhi di tutti”. Inoltre, “Deve essere ristrutturata l’idea degli impianti di depurazione regionale. Ci sono sei depuratori a livello regionale sul bacino idrografico del Sarno. Il depuratore non riesce a depurare poiché la quantità di acqua è immane”.

“A Castellammare, il depuratore situato nella zona dei cantieri porta i reflui a settecento metri dalla costa. Questo significa che vanno direttamente a mare: se il depuratore malfunziona non avremo mai l’occasione di accorgercene”. E, in passato, la situazione era anche peggiore di questa; sicuramente prima del commissariamento Lucci del 2000”.

È chiaro che Michele Buscè collabori al progetto ideato da Giuseppe Caruso non solo come coordinatore, ma come vero e proprio chiarificatore di idee.

“Non dobbiamo dare la colpa all’acqua, ma a noi stessi: non siamo stati capaci di rispettare l’apparato fluviale. Ormai mancano i fattori che fanno sì che il fiume Sarno venga identificato come fiume: è una raccolta di acque reflue”.

È questa, più di tutte, la dichiarazione che dovrebbe consentire a tutti di aprire gli occhi e smuovere le coscienze.

Lorenza Sabatino

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