Attualità Economia

Al Sud la disoccupazione giovanile è oltre il 50%. Però …

Disoccupazione. Tra il 2007 e il 2016 la Sicilia ha perso quasi 29.000 imprese e 130.000 occupati e oggi ha circa un milione di cittadini in stato di povertà.

È la Sicilia la regione che sconta la quota più alta di persone che vivono in condizione di grave deprivazione, ovvero in forte difficoltà economica, risultando, tra l’altro, in ritardo con bollette, mutuo, affitti e altro, o non potendosi permettere una settimana di vacanze. Nella regione l’incidenza del fenomeno arriva al 26,1% nel 2016, toccando così uno su quattro, in tutto 1,3 milioni di siciliani. Lo rileva l’Istat in ‘Noi Italia’, dove per l’intera Italia registra un indice più che dimezzato rispetto al dato della Sicilia (12,1%).

In statistica si parla in questo caso di reddito mediano, misura che “mostra una differente distribuzione territoriale: nel 2015 la provincia autonoma di Bolzano registra il valore più elevato (33.479 euro), con oltre 15.000 euro di scarto dalla Sicilia, ultima regione nella graduatoria”, che presenta un importo quasi dimezzato (17.901 euro). Sempre nel 2015, la diseguaglianza, misurata in termini di concentrazione del reddito, è “più elevata in Sicilia, mentre nelle regioni del Nord-est si riscontra una maggiore uniformità”. Nel confronto con l’Ue, “l’Italia si posiziona al ventunesimo posto (0,331), con un valore più elevato di quello medio europeo (0,308)”.

Al Sud la disoccupazione giovanile è oltre il 50%. Nel Mezzogiorno i livelli si attestano al 51,4% tra gli uomini e al 55,6% tra le donne: la Calabria ha questo triste primato con la media al 55,6% (47,8% per i ragazzi e 69,2% per le ragazze).

A Palermo la disoccupazione diminuisce del 3,8%, mentre aumenta a Messina e Catania la mancanza di lavoro, rispettivamente +3,2 e +1,6 punti.

Complessivamente in Italia la povertà avanza e il Sud arranca. Sono 7,3 milioni gli italiani, il 12,1% della popolazione, che vive in condizioni di grave difficoltà. Un dato in crescita rispetto al 2015, quando la percentuale di persone in pesante difficoltà si fermava all’11,5%. La zona dove si evidenza una maggior numero di situazioni al limite è al Sud, in particolare in Sicilia“.

Riguardo la Sicilia, appena qualche mese addietro la Corte dei Conti, nelle 42 pagine della relazione sul DEFR (Documento di economia e finanza regionale) per gli anni 2018-2020 dava un ritratto di questa Regione ormai in difficoltà enorme. “Dopo sette anni consecutivi di recessione, – scrivono le Sezioni riunite presiedute da Maurizio Graffeo – la Sicilia ha perso 15,3 punti percentuali di Pil reale (quasi il doppio della media italiana), nel 2015 il trend sembrava essersi invertito con un promettente +0,9%, in linea con il dato nazionale … A dimostrazione della debolezza dell’economia siciliana – ribadisce la Corte dei conti – tuttavia le stime Istat per il 2016 al momento rilevano una nuova battuta d’arresto (- 0,1%), in controtendenza con il dato nazionale (+1%) e meridionale (+1,5%) … Gli effetti della crisi economica sono notevoli sia sotto il profilo produttivo che occupazionale: tra il 2007 e il 2016 la Sicilia ha perso quasi 29.000 imprese e 130.000 posti di lavoro (pari a circa il 10% degli occupati). I settori maggiormente colpiti dalla crisi sono stati quelli dell’industria e delle costruzioni, il cui valore aggiunto, a tutto il 2016, si è quasi dimezzato rispetto al 2007”.

E fino a qui gli ennesimi drammatici annosi dati che nessuno sembrerebbe più leggere, specialmente nei nostri “carri” pubblico-politici, quali la Regione Siciliana, Enti annessi e connessi, i Comuni, ecc.

Tuttavia diciamoci qualcos’altro e senza panegirico su eventuali possibili cause di questa stagnante difficoltà socio-economico per tanti cittadini.

L’Italia è notoriamente corrotta. Senza volere generalizzare: nella politica, nelle istituzioni, nella giustizia, nella burocrazia, negli ordini vari, nei sindacati, nelle imprese, nelle associazioni, nella cosiddetta società civile, ecc. In una classifica del 2017 inerente le Nazioni più corrotte nel mondo, l’Italia è al 54° posto, dopo Namibia, Grenada, Saint Lucia, Rwanda, ecc.

Ma la corruzione non è solamente quella stereotipata della mazzetta in cambio di appalti, favori, occupazione, ecc. che poi a detta di parecchi, non avviene solo su richiesta, bensì in quanto ormai, per prassi dissimulata ma consolidata, la bustarella preventivamente la si porta “garbatamente” anche a casa, ad esempio nei bonbon, senza che neppure quasi venga richiesto, oppure ci si vede in vacanza magari in qualche resort o spa di lusso anche già in qualche modo pagati dal mazzettaro.

La corruzione è anche quella legalizzata. Quella che fior fiore di giuristi, avvocati, principi di foro, ma anche giudici, tutti evidentemente facenti parte del sistema politico-istituzionale, la consentono preordinatamente (infischiandosene della deontologia solo ufficialmente ostentata) quando scrivono delle norme, decreti attuativi, sentenze, regolamentazioni, ecc. sapendo tecnicamente che nelle maglie delle regole il sistema di cui fanno parte può trarre profitti, eleggersi, incaricarsi, nominarsi, remunerarsi, privilegiarsi, pensionarsi, ecc. e tanto più mettendo forzosamente tutto a carico dei buoi-contribuenti. Sicché tale situazione non è neppure tanto lecitamente contestabile (a parte che per farlo ci vorrebbero anche soldi, quasi un’altra vita, molta salute ed essere un quasi civile kamikaze).

Un eloquente recente esempio di come la politica con le leggi (sue e solo per essa) elude legalmente la restante società, è dato (manco a farlo apposta) dall’Assemblea Siciliana, che in questo fine aprile c.a. mentre sbandiera risparmi per circa 1 milione e 800.000 euro l’anno sulle assunzioni del personale dei parlamentari, per un altro verso spenderà di più facendosi carico delle spese dirette dei gruppi parlamentari, ai quali non spetterà più pagare le spese per la pulizia degli uffici, le bollette dell’acqua e quella dell’energia elettrica nonché del 50% delle spese per il pagamento dell’Irap dei dipendenti dei gruppi parlamentari, che verseranno al fisco l’altra metà.

Il cittadino di sana volontà è pressoché impotente contro un tale arrogante sistema così costituzionalmente ben congeniato e competentemente mimetizzato. E diciamoci che anche scriverne, come sto facendo adesso, è quasi azzardato, quanto meno socialmente e giudiziariamente e più in generale rischioso come quando negli anni ’70 e ’80 si accennava di mafia e si veniva per questo motivo additati, isolati e anche peggio.

Tutto questo sistema necessariamente prosciuga da decenni risorse che non bastano mai. E di conseguenza non si finirà neanche con questa oppressiva estorsione fiscale che sta impoverendo la società produttiva, lavoratrice, privata e operosa, quella che ha i beni alla luce del sole, che dichiara i redditi, la quale lentamente e quando può, chiude per tempo, emigra e perciò cede prima di finire divorata da sistematici predoni e parassiti, quindi disperata, fallita se non anche suicida.

Ciò comporta in alcune regioni più provate economicamente anche un decadimento demografico, professionale e imprenditoriale nei territori ma pure una riduzione delle entrate fiscali e previdenziali, con anche sempre meno offerta occupazionale e minore valore immobiliare e commerciale.

Di riflesso aumenta il lavoro nero e l’evasione fiscale, anche a causa di parecchi collaterali furbi (di solito collegati alla politica, sindacati, professionisti corrotti, ecc.) che colgono la situazione per mistificarsi come nullatenenti o altro, al fine di usufruire di assistenzialismo vario, che poi si traduce pure in clientelismo, voto di scambio, ecc. così però drenando anche sostegni pubblici a chi realmente si trova in stato di difficoltà e similare.

Qualche breve, forse, soluzione.

Il nuovo governo nazionale (se ci sarà) dovrebbe limitare il decentramento che è stato esteso nel 2001 dall’allora governo di centrosinistra e confermato nello stesso anno da quello di centrodestra. Poiché il principio democratico di dare più autonoma governabilità ai singoli territori, si è di fatto e di diritto trasformato in un sistema politico-feudale-spartitorio dai risvolti legalmente tiranni.

Ripristinare il Co.Re.Co (Comitato regionale di controllo) e la Commissione provinciale di controllo, su tutti gli atti degli Enti, Università e Comuni, con dei membri a rotazione tra cui anche Magistrati e Finanzieri di riconosciuta competenza e integrità etica.

Per tutti, nessuno esente, inasprire le norme, soprattutto civili contro la corruzione, il voto di scambio, il clientelismo e l’evasione fiscale. Per quest’ultima adottare il criterio come per i mafiosi, ovverosia seguire i soldi. Basterebbe incrociare il tenore di vita con il reddito e verificare anche quest’ultimo da dove arriva.

Adduso Sebastiano.

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