Oggi è il 30 ottobre 2026. Se il tempo avesse un valore misurabile quando si parla di divinità, Diego Armando Maradona compirebbe oggi sessantasei anni. Ma per chi è cresciuto all’ombra del Vesuvio, il tempo non è mai stato una linea retta: è una sfera che rotola, esattamente come quel pallone che Diego accarezzava con una grazia che nessun altro essere umano sulla Terra ha mai più ritrovato.
Oggi ho quarantadue anni. Nel maggio del 1987, quando la città e la provincia dove vivo esplosero nella prima, indimenticabile estasi dello Scudetto, avevo soltanto tre anni. Nel 1990 ne avevo sei. Sono troppo giovane per poter dire “io c’ero”, troppo piccolo per conservare nella memoria la visione nitida e diretta dei suoi piedi sul prato del San Paolo. E questa è stata, per tutta la mia giovinezza, la più grande sofferenza della mia vita di tifoso e la più viscerale ossessione della mia carriera da giornalista che prima era quella di semplice tifoso.
Non l’ho visto dal vivo nell’epoca d’oro, no. Ma l’ho studiato, sviscerato, amato e respirato attraverso ogni singolo fotogramma che la storia ci ha consegnato, anche grazie a papà e mamma. Ho consumato i nastri delle vecchie videocassette VHS fino a sgranarli; ho sfogliato i giornali dell’epoca negli archivi ingialliti fino a imparare a memoria i titoli del Mattino e della Gazzetta; ho riascoltato i racconti di mio padre con la devozione timorosa con cui si ascoltano i miti omerici: “Alla festa del secondo scudetto, eri tutto bardato di azzurro verso piazza Spartaco a Castellammare”. Per la mia generazione, Diego non è stato un ricordo personale: è stato un atto di fede ereditato, una leggenda scritta nel DNA culturale di un popolo intero.
Da giornalista e appassionato, ho cercato centinaia di volte di analizzare il Maradona “tecnico”: la balistica che sfidava le leggi della fisica nella punizione a due in area contro la Juventus, la geometria divina della rete contro l’Inghilterra all’Azteca, la danza ipnotica e sorridente del riscaldamento a Monaco di Baviera sulle note di Live Is Life. Ho letto le parole di Eduardo Galeano, Gianni Brera e Osvaldo Soriano. Ma la verità è che il mestiere del cronista si ferma sempre sulla soglia dove comincia il sacro. E Diego, per Napoli e per chiunque ami il calcio nella sua essenza più pura, non è mai stato soltanto un calciatore: è stato il riscatto sociale di un popolo, la poesia rivoluzionaria in calzoncini corti.
Ha scelto questa città rifiutando i palazzi del potere, si è caricato sulle spalle le ferite e l’orgoglio del Sud e li ha trasformati in gloria immortale. Ha mostrato al mondo che la bellezza può nascere dagli ultimi, dai dimenticati, dai vicoli stretti.
Se oggi cammino per i Quartieri Spagnoli, tra il profumo di caffè, il brusio dei vicoli e le candele accese sotto il suo murales, avverto una presenza che va oltre la nostalgia. Non si tratta di rimpiangere il passato, ma di vivere una presenza continua e tangibile. Non serve aver visto il Sole con i propri occhi nel momento esatto del suo sorgere per sentirne il calore che continua a illuminare la terra.
Oggi, 30 ottobre 2026, festeggiamo il suo compleanno con gli occhi lucidi e il cuore colmo d’amore. Diego mi ha insegnato il significato della bellezza e dell’appartenenza prima ancora che imparassi a scriverne e mi ricorda la tifosa che era mia madre e che oggi non c’è più.
Buon compleanno, Diego. Non ti ho mai visto giocare dal vivo, ma non c’è stato un solo giorno della mia vita in cui io non ti abbia visto.

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