L’establishment contro il ribelle MARCELLO SORGI*

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Lo scontro in aula al Senato tra Monti e Renzi, sul presente e sul futuro dei rapporti con L’Europa, ha stupito per la sua durezza, ma non è certo avvenuto a sorpresa. Da settimane, l’ex capo del governo tecnico che nel 2011 salvò l’Italia dal crac e dal commissariamento stile Grecia minacciato da Bruxelles, non fa mistero della sua contrarietà alla sfida lanciata da Renzi a inizio d’anno alla Commissione presieduta da Juncker e a tratti anche alla Merkel. 

Da ex commissario e profondo conoscitore dei meccanismi che regolano il funzionamento dell’Unione, oltre che da economista, l’ex presidente del Consiglio teme che il disastro evitato a costo di grandi sacrifici, imposti agli italiani cinque anni fa, possa riproporsi pari pari per un’errata valutazione, sia dell’evoluzione della congiuntura economica, di nuovo a rischio di crisi dopo un pallido accenno di ripresa, sia dei rapporti di forza tra Italia e Ue. Monti non lo dice a voce alta – sebbene il suo intervento di ieri a Palazzo Madama sia stato chiaro – ma il rischio che vede profilarsi è lo stesso a cui l’Italia andò incontro nella drammatica, ultima estate del governo Berlusconi, quando il Paese apparve all’improvviso in default rispetto al severo metro di misura praticato dalle autorità europee e l’ex Cavaliere dovette arrendersi allo sfratto da Palazzo Chigi, considerato alla stregua di un «colpo di Stato».  

Le analogie tra allora e oggi, tuttavia, non sono così evidenti. La tendenza alla risalita dello spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi si è, sì, manifestata, ma senza la virulenza del passato. La congiuntura negativa si fa sentire, ma è diffusa a livello globale, e ciò che fa più preoccupare gli economisti sono le contrazioni della ripresa americana e lo stallo in cui è caduta quella cinese. Anche la crisi bancaria, apparsa come un incubo all’alba del nuovo anno, non riguarda solo i nostri istituti di credito, ma come s’è visto anche uno dei più importanti tra quelli tedeschi. In sintesi, la situazione non è affatto rassicurante; ma non è detto che stia per precipitare, come ha lasciato intendere Monti. 

Perché dunque l’ex presidente del Consiglio, tra l’altro fondatore di un partito che sostiene il governo, s’è risolto a un attacco così duro? La spiegazione è che Monti, e non solo lui, rappresenta un establishment europeista che è abituato a frequentare Bruxelles e Strasburgo come un vecchio socio, avvezzo alle regole del club al quale è iscritto, e consapevole che la violazione delle stesse può avere conseguenze molto gravi. In questo, tra l’altro, Monti non è solo: nella recente intervista a «Repubblica» dell’ex presidente della Repubblica Napolitano, in più di un accenno del recente intervento del presidente della Banca centrale europea Draghi, e nei silenzi eloquenti dell’attuale capo dello Stato Mattarella si possono ritrovare le stesse argomentazioni, sebbene articolate con sensibilità e linguaggi diversi. Tralasciando i dettagli, è come se un coro di così alto livello si levasse per dire a Renzi: fermati finché sei in tempo, oltre un certo limite non potrai più tornare indietro. 

Ma a giudicare dalla replica del premier, che in Senato ha risposto per le rime a Monti, la sensazione è che questo genere di raccomandazioni difficilmente saranno accolte. Renzi infatti ha scelto una linea, diversa da quella dei suoi critici interni e esterni, che punta a rimettere la politica, sottomessa finora al rigore delle regole di Bruxelles, in capo a ogni discussione sul futuro dell’Europa: a suo giudizio le scelte economiche, e più in generale la cooperazione e l’idea di solidarietà che stanno alla base del sogno europeo, non sopravviveranno, se l’Unione non sarà in grado di rinunciare alle sue rigidità e far fronte alle nuove sfide, come quella dell’immigrazione, che i Paesi partners tentano inutilmente di aggirare. L’Europa intera, non solo l’Italia rischia di essere travolta dai propri egoismi: ecco cosa pensa Renzi. Il guaio è che non è detto che abbia torto. 

*lastampa

 
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