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Fiammetta Borsellino “Abbiamo avuto indagini e processi fatti male”

In corso a Caltanissetta il processo sul depistaggio delle indagini nella strage di via D’Amelio ove nel 1992 morirono il Giudice Borsellino e la sua scorta.

Da queste pagine abbiamo più volte argomentato su questa vicenda e in ultimo conIl finto pentito di mafia che ha depistato le indagini sull’uccisione di Borsellino interloquiva con i Pm”. Ora la figlia del Magistrato Paolo Borsellino, assassinato da Cosa nostra il 19 luglio 1992, nel ricevere il Premio Eccellenza Franco Salvatore che quest’anno ha attribuito i riconoscimenti alle donne impegnate nel sociale, ha dichiarato al riguardo è ritornata “Il depistaggio fu una grave offesa”.

Abbiamo avuto indagini e processi fatti male. Oggi si sta cercando di capire grazie all’attività di nuove Procure perché tutto questo sia avvenuto. È ovvio che questo depistaggio, per quanto grossolano, è veramente un’offesa non soltanto all’intelligenza della nostra famiglia ma dell’intero popolo italiano“, ha dichiarato Fiammetta Borsellino.

“Nel 2017 – ha aggiunto Fiammetta Borsellino – c’è stata una sentenza, quella conclusiva del Borsellino quater che ha definito quello di via d’Amelio il più grave e grande depistaggio della storia giudiziaria di questo Paese. Il depistaggio anche nella sua grossolanità ha avuto l’effetto che doveva avere, cioè il passare del tempo. E il passare del tempo in questi casi è deleterio, compromette quasi per sempre la possibilità di arrivare alla verità, ma non per questo si deve smettere di tendere ad essa perché significherebbe veramente perdere la speranza. E questo noi non lo riteniamo ammissibile”.

Intanto si è avviato nell’’aula bunker del Tribunale di Caltanissetta, il processo sul depistaggio della strage di via d’Amelio che vede imputati i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, ex appartenenti del gruppo Falcone-Borsellino e che indagarono sull’attentato di quest’ultimo. Devono rispondere dell’accusa di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra.

Il 17 maggio è stato sentito Vincenzo Scarantino, l’ex collaboratore di giustizia. Il picciotto della Guadagna ha ripreso la deposizione tornando ad accusare i poliziotti che lo avrebbero convinto ad autoaccusarsi della strageErano tutti consapevoli che io non sapevo niente. Ma dovevo portare questa croce… Mi hanno rovinato l’esistenza, io non ho mai fatto niente. Non c’entro con le stragi. I poliziotti mi dicevano cosa dovevo dire ai magistrati e me lo facevano ripetere Io ero un ragazzo. E se non combaciavano le cose che dovevo dire, loro mi dicevano di non preoccuparmi. Io andavo dei magistrati e ripetevo, quando ci riuscivo, quello che mi facevano studiare”.

Questi aggiustamenti si sarebbero ripetuti più volte nel corso del 1995, nel periodo in cui lo stesso fu sentito per la prima volta in aula al processo Borsellino-uno “Io non riuscivo sempre a spiegare ai magistrati o alla corte quello che (i poliziotti, ndr) mi insegnavano. Loro mi dicevano. ‘Quando non sai una cosa basta che dici ai magistrati che devi andare in bagno, tu ti allontani e poi ci pensiamo noi. Ti diciamo noi quello che devi dire. Quando andavo alle udienze dicevo che dovevo fare la pipì, andavo nella stanza e mi dicevano loro cosa dire. E io poi n aula cercavo di ripetere le cose che mi dicevano”.

Quegli aggiustamentiha ricordato Scarantinoerano necessari per far combaciare le dichiarazioni mie con quelle di Andriotta e Candura. A San Bartolomeo a Mare cominciai a studiare con Mattei e Ribaudo”.

Rispondendo ad una domanda del Procuratore aggiunto di Caltanissetta, Gabriele Paci (presente in aula anche il pm Stefano Luciani) ha anche riferito che durante il periodo in cui si trovava stato protezione a San Bartolomeo a Mare “veniva il dottor Bo con una carpetta e parlava con Fabrizio Mattei, a cui dava i fogli. Loro mi tranquillizzavano. Mi dicevano sempre di stare tranquillo ma la mia coscienza non mi permetteva di avere questa tranquillità che loro mi volevano trasmettere”.

Secondo quanto riferito dal “picciotto della Guadagna”, coperto da un paravento, ci sono state altre “minacce psicologiche” sarebbero state espresse anche da un altro poliziotto, Vincenzo Ricciardi, per lungo tempo indagato e poi archiviato dalla Procura nissena. Così come aveva detto al Borsellino quater, Scarantino ha accusato quest’ultimo di aver fatto pressione minacciando anche di “voler mettere i bambini nell’istituto”. “Gli dissi che ero innocente – ha detto il teste – lui mi ha fatto questa minaccia psicologica che ero lontano da mia moglie e dai miei figli che, per me, erano la cosa più importante della mia vita e quando toccavano questo tasto io rischiavo di impazzire“.

Parlando degli “aggiustamenti”, ripercorrendo le scritte su alcuni verbali di interrogatorio, il teste ha confermato cheio inserivo quello che loro mi dicevano di mettere. Il riferimento a Graviano presente nel momento della preparazione con l’autobomba? Non mi ricordo che ruolo diedi a Graviano ma ho memoria di un interrogatorio che dopo sono andato fuori e il dottor La Barbera mi diceva che c’era anche Graviano nel caricamento della macchina. Sono ricordi lontani. Anche Brusca non è che lo conoscevo. Però in queste iniziative erano cose che mi dicevano loro e io ho messo solo la mia bocca e la mia persona. Io ripetevo come i pappagalli. Conosco tutti quelli della Guadagna perché sono della mia borgata. Poi mi ricordo che mi hanno fatto inserire Carlo Greco”.

Durante l’esame a Scarantino sono anche stati mostrati dei ‘pizzini’, scritti a mano, scansionati su un computer, che erano stati aggiunti ai verbali, riferiti alle primarie dichiarazioni di Scarantino depositate al Borsellino uno, per spiegare all’ex pentito “cosa dire” durante gli interrogatori in aula al processo per la strage di Via d’Amelio. Secondo la Procura di Caltanissetta quei ‘pizzini’, che sarebbero stati vergati a mano dal funzionario Fabrizio Mattei e sarebbero una prova importante di quell’indottrinamento dell’ex pentito, per cui si trova sotto accusa assieme ai colleghi.

Proseguendo con la deposizione Scarantino ha anche ricordato l’episodio della sua ritrattazione “televisiva”, con il giornalista Mediaset Angelo Mangano “Non ce la facevo più a continuare a raccontare bugie, loro mi mettevano le cose in bocca e io le ripetevo come un pappagallo. Certe volte non riuscivo a capire, a memorizzare le parole e i poliziotti me le facevano ripetere più volte. Così telefonai a mia mamma, l’unica di cui mi fidavo, e le dissi che volevo raccontare tutta la verità, che non c’entravo niente con le stragi. Ero una bomba pronta a esplodere… Dissi a mia mamma che volevo dire la verità e lei mi rispose che era giusto e che dovevo dire solo la verità e mi ha dato il numero di un giornalista, Angelo Mangano”. “Dissi al poliziotto che era casa che volevo subito parlare con un magistrato ‘picchì un sapìa nienti’ (non sapevo ndente, ndr) – ha proseguito nel suo racconto l’ex pentito – E lui è andato a riferire che io volevo parlare con un magistrato per dire che non sapevo niente”.

Ricordando l’intervista con Mangano ha riferitoGli raccontai al telefono che erano tutte falsità, queste persone accusate da me erano tutte innocenti. E che mi aveva fatto dire tutto Arnaldo La Barbera (che guidava il gruppo Falcone e Borsellino, ndr) e la Polizia. Mi ero liberato di un peso. Dopo che ho parlato con il giornalista è stato fissato un appuntamento con il magistrato”.

Il giorno dopo a San Bartolomeo a Mare, a detta del teste ma anche secondo quanto riferito dalla sua ex moglie, Rosalia Basile, vi sarà anche una colluttazione con Mario Bo. Ed oggi lo ha ribadito in aula: “Io dissi a Bo che avevo telefonato al giornalista perché non ne sapevo niente. E lui già stava dando i numeri e disse che dovevamo andare dai magistrati a Genova. Vado fuori nella macchina che c’erano anche i poliziotti di Imperia e scendiamo in giù con la macchina. Passa un dieci minuti, un quarto d’ora e il capo scorta si lamentava di Bo che non veniva. Io presi la scusa che mi stavo facendo la pipì addosso per tornare a casa. C’era la porta socchiusa e quando entro vedo che questo stava alzando le mani alla mia ex moglie, parlando con violenza e puntando il dito in faccia. Io così entro e gli dico ‘come ti permetti di parlare così a mia moglie?’ ma senza alzare le mani perché se lo avessi fatto gli davano mesi di prognosi. E’ lì che Bo e questo Di Ganci, che era presente, mi ha preso per il collo con la pistola in bocca. Lui mi dava calci e mi diceva urlando: ‘ti porto in un carcere peggio di Pianosa‘. I bambini piangevano e la mia ex moglie guardava disperata. Poi entrarono anche i poliziotti di Imperia che dissero che non dovevano permettersi di fare queste cose davanti ai bambini”. Scarantino ha poi spiegato di essere “tornato sui suoi passi” dopo aver parlato con il dottor Petralia (“Lui non mi disse ‘torna sui tuoi passi’ ma sono stato io a farlo”).

Nel corso dell’esame, Scarantino ha riferito che una volta la Pm Ilda Boccassini, a seguito di un interrogatorio, gli disse chiaramente “Scarantì, io non le credo“. Probabilmente il riferimento è a quell’interrogatorio dei primi di settembre 1994 in cui parlò per la prima volta di Cancemi, La Barbera e Di Matteo presenti nella riunione a casa Calascibetta. Successivamente, nell’ottobre 1994, proprio la Boccassini, prima di lasciare il suo incarico nella Procura di Caltanissetta, scrisse una lettera, inviata alle Procure di Caltanissetta e Palermo, in cui evidenziava le criticità del picciotto della Guadagna. Va comunque ricordato che prima di allora proprio la Boccassini, in una conferenza stampa datata 19 luglio 1994, a due anni esatti dall’eccidio di via d’Amelio, non metteva affatto in dubbio la credibilità dello stesso Scarantino.

Parlando del 1998, ovvero della ritrattazione di Como (durante il Borsellino bis), il teste ha raccontato che quella decisione fu maturata nel tempo “Io andai a trovare mio fratello Rosario, che stava a Modena. Lui mi diceva di dire sempre la verità, ma io dicevo che avevo paura. Gli dicevo che avevo paura della Polizia. Gli chiesi se poteva aiutare la mia famiglia, se poteva tenerla con lui perché io avevo deciso di dire tutta la verità. La verità era che io ero innocente – ha aggiunto – e che non sapevo niente della strage. Mio fratello ha accolto questa mia volontà e mi ha detto che per quanto riguardava la mia famiglia non c’erano problemi e che mi avrebbe aiutato a fare portare via la mia famiglia”. Scarantino ha anche ricordato un particolare, ovvero che “quando gli dissi che avevo paura della Polizia lui tolse la spina del telefono perché c’era la paura che ci potessero ascoltare“.

Mistero poi su un colloquio investigativo con il dottore Bo, prima del 24 giugno 1994. In una relazione, letta in aula dal Procuratore aggiunto di Caltanissetta, Gabriele Paci, datata 20 maggio 1994, si riporta di un colloquio autorizzato presso la casa circondariale di Termini Imerese in cui, apparentemente, si dava atto che lo Scarantino affermava la sua “totale estraneità rispetto i fatti contestati” ma “lasciando uno spiraglio aperto, in futuro, circa un possibile approccio collaborativo nella misura in cui possa venire a conoscenza di rapporti extra conigli della propria moglie”. “Nego categoricamente di aver avuto colloqui con Bo a Termini Imerese – ha detto Scarantino – A lui a Pianosa dissi che volevo fare ‘u spione’, non il collaboratore di giustizia. A Termini ho incontrato solo la mia ex moglie e mia madre”.

Scarantino, così come aveva fatto al Borsellino quater, non ha parlato solo dell’ex capo della Mobile di Palermo, La Barbera, tra i soggetti che si recavano da lui a Pianosa, prima che la sua collaborazione con la giustizia ebbe inizio. Vi sarebbe stato, a suo dire, anche un altro soggettoMi fu indicato come una persona più alto in grado di La Barbera. Nel parlare aveva più autorità di lui. Me l’ha presentato per tranquillizzarmi. Io ero all’isolamento ma già avevo dato i primi sintomi. Questa persona mi disse che non avrei mai avuto problemi nella mia vita e di fare quello che La Barbera mi avrebbe detto e di stare tranquillo“. “Di questo soggetto io parlai anche a Giampiero Guttadauro – ha aggiunto – Gli chiesi se era il capo della Polizia ma lui mi ha detto che era un’altra cosa, uno importante. Nei discorsi con Guttadauro mi spiegava che c’erano tanti corpi, mi parlava anche di servizi segreti e io afferri che poteva essere. Ma lui non mi disse niente”.

Un mondo, quello dei servizi di sicurezza, che aleggia come una grande ombra su tutta la vicenda del depistaggio. In anni più recenti si sarebbe scoperto che l’ex capo della Mobile era stato un appartenente dei servizi segreti con il nome in codice Rutilius. Il processo è stato rinviato al prossimo 29 maggio per l’inizio del controesame. A prendere la parola per primi saranno i legali delle parti civili e nelle udienze successive toccherà alle difese.

L’opinione.

“La mafia è una montagna di merda” viene scritto da anni sui muri, cartelli e lenzuoli, nei social, blog e siti, tuttavia di quello “sterco mentale” da decenni certo trasversale Stato si è risaputamente e di tutta evidenza cosparso al suo interno, dagli scranni più alti all’ultimo sgabello. Sarebbe l’ora, con leggi chiare, serie, leggibili, non ingannevoli, non troppo interpretabili, efficaci, certe e severissime, di fare pulizia e in tutte le “stanze” dello Stato, nessuna esente, diversamente se anche se ne rimane una sola “sporca” poi quel “guano” viene nuovamente trasportata sotto le “scarpe” in tutti gli altri Palazzi. Il motto dovrebbe essere: Nessuna pietà per accidia, connivenza, corruzione e criminalità. Altrimenti, come notoriamente da anni e sotto gli occhi di chi può e vuole vedere, conseguentemente la società intera scivola indolente verso l’ipocrisia, la retorica, l’omertà, la devianza pubblico-politica, le mafie e il lento declino generale, culturale ed economico.

Adduso Sebastiano

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