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La robot delle caverne

Massimo Gramellini

Le mejo teste maschie della Cina – scienziati, ingegneri, inventori – lavorano per anni al progetto di un robot rivoluzionario. Ci gettano dentro tanto di quel denaro che basterebbe a ripianare un paio di debiti pubblici della vecchia Europa. Utilizzano le tecnologie più avanzate, i materiali più sofisticati. Infine partoriscono quanto di più prossimo all’essere umano sia mai stato fabbricato da un essere umano. Jia Jia, graziosa China Girl che sembra viva e non solo nell’aspetto: dialoga, ride, arrossisce persino, muovendo le labbra in sincronia con quello che dice… Già, ma che cosa dice? Ecco le prime, storiche parole da lei rivolte al suo ideatore, Chen Xiao Ping, durante la presentazione alla stampa.

«Sì, mio signore, cosa posso fare per te?».

Se l’hardware che fa muovere Jia Jia è da terzo millennio, il software che la fa parlare rimane orgogliosamente aggrappato all’età della pietra. Perché passano le ere, ma il sogno neanche troppo segreto del maschio (orientale?) resta invariato: farsi servire e possibilmente riverire da una femmina devota e sottomessa. Faticando ormai anche loro a reperirla nella realtà, i cinesi hanno pensato bene di fabbricarsela. Si attende con una certa curiosità la contromossa delle scienziate.

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