Il calcio italiano si è svegliato oggi con un groppo in gola, una di quelle notizie che vorresti non leggere mai, nemmeno quando sai che il destino ha iniziato a giocare una partita a senso unico. Igor Protti, a soli 58 anni, ha lasciato il campo. “Uno splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale”, ha scritto la sua famiglia, regalandoci – insieme al dolore – l’ultima lezione di stile di un uomo che, nel calcio e nella vita, non ha mai cercato scorciatoie.
Per noi che viviamo di pane, pallone e passione, Igor non è stato solo un avversario o un professionista di passaggio. A Napoli lo abbiamo visto indossare quella maglia, la numero 10, un peso che avrebbe schiacciato chiunque altro, ma che lui ha portato con la dignità di chi sa di trovarsi di fronte a un mito irraggiungibile. Non ha mai preteso di essere Maradona, ha semplicemente preteso di onorare quella maglia, e questo, per la nostra gente, è valso quanto mille scudetti.
Era lo “Zar” della provincia, capace di segnare valanghe di gol ovunque andasse, da Bari a Livorno, diventando l’eroe romantico di piazze che nel calcio cercavano – e trovavano – un’identità. Ma è stato fuori dal campo, in quest’ultimo anno di battaglia contro la malattia, che Protti ha segnato il suo gol più bello. Con la stessa tenacia con cui puntava la porta, ha affrontato il dolore, senza filtri, senza nascondersi, lasciando che il suo coraggio parlasse più forte di qualsiasi cronaca. Lo abbiamo visto, poche settimane fa, commuoversi all’altare della figlia: un’immagine di rara umanità che ha scosso il cuore di tutti noi, tifosi e non.
Oggi il pallone rotola un po’ più lentamente su tutti i campi d’Italia. Ciao Igor, guerriero dal volto pulito. Non è un addio, come ci hai chiesto di credere, ma un arrivederci. Perché chi ha saputo farsi amare così, restando sempre se stesso in un mondo che spesso si dimentica di cosa significhi la parola “lealtà”, non smette mai davvero di correre su quel prato verde.




