Home Cronaca Delitto Ornella Pinto. La donna uccisa nel sonno. Omicidio premeditato

Delitto Ornella Pinto. La donna uccisa nel sonno. Omicidio premeditato

Delitto Ornella Pinto. La donna uccisa nel sonno. Omicidio premeditato

Abbiamo appreso che i periti interessati nelle indagini che riguardano il Delitto Ornella Pinto, l’ennesima donna massacrata con 12 coltellate dal marito, accanto al figlioletto di 4 anni, corso poi dai vicini dicendo “papà ha ammazzato mamma e distrutto casa, hanno concluso che Pinotto Iacomino non sia stato affatto colpito da raptus, ma abbia premeditato tutto. (NOTA: nel rimandarvi ai nostri precedenti articoli segnalati sul fondo, cito volentieri anche “Ilriformista.it dove troverete uno degli articoli più interessanti sull’argomento.)

A qualunque normodotato certe conferme non sarebbero neppure servite, poiché a noi stupide donne appare chiaro che se vuoi parlare con tua moglie civilmente, non ti introduci in casa sua alle 4 di mattina, approfittando di essere ancora in possesso delle chiavi di casa ma ora che ce lo confermano i periti, dovremmo stare più serene… o no?!!

La bara di Ornella è stata portata da un gruppo di donne fuori e dentro dalla chiesa ed è ora che si cominci a fare ovunque perché se non saremo noi donne a spiegare ai giudici, quelle che a noi paiono ovvietà non ne verremo mai fuori, benché ci si provi ormai da tempo immemore.

Pinotto Iacomino, che era suo marito e non il macellaio di fiducia, le ha quindi inferto 12 coltellate, con un’arma portata da lui e non trovata in casa, durante il sonno. Infatti ne’ il coltello, né il canovaccio nel quale era stato avvolto, appartenevano al corredo della casa né vi sono segni di lotta.

Quindi si direbbe che giustizia, ora, può essere fatta. Ma di quale giustizia stiamo parlando, ecco, questo non è dato sapere.

Delitto Ornella Pinto – Un precedente per tutti

Ricorderete il caso Parolisi, il militare figo, con l’amante 22enne che a sua volta, nel tentativo forse di preparare uno spezzatino per la figlia di tre anni, trucido’ Melania Rea con “solo” 35 coltellate, un chiaro gesto compiuto d’istinto…

Bene, grazie alla pressione mediatica il nostro eroe, si beccò l’ergastolo teorico, ridotto poi a 30 anni e in
Seguito a 20.

Poi, siccome è un “detenuto modello”, unica cosa importante oggi come oggi, ha cominciato ben presto a ricevere anche lui ricchi premi e cotillon, come i boss mafiosi dei quali si discute in questi giorni.

Dopo solo 10 anni, ha già una nuova compagna da 3, alla quale mandiamo tutti i nostri complimenti, e gode già del diritto di frequentare l’università e lavorare, per adesso, in attesa della scarcerazione, può ricevere permessi che ne permettano l’uscita per periodi variabili, fino a 15 giorni filati,

Sempre per salvaguardare i “suoi diritti” a studio, lavoro e reinserimento nella società per cui ora, sua figlia, appena adolescente, se lo ritroverà davanti per strada, come tutte le vittime magari sfregiate dall’acido, ad esempio, che mentre sono impegnate nella trentesima operazione, si ritrovano davanti libero e felice il proprio assassino.

Parlo di assassino non a caso, perché in un’intercettazione fra mafiosi, essi stessi definivano questa condanna, peggiore della morte perché, purtroppo, sei rimasta anche viva, magari cieca, sfregiata a vita e consapevole che per te non c’è giustizia.

Il contrappasso tutto nostrano.

Ne abbiamo invece a iosa, di accanimento giudiziario, verso chi fa lo sbruffone con i giudici stessi, allora si, che picchiano duro.

Il nostro noto paparazzo, spaccone e squilibrato, lo stranoto Corona, malgrado la pressione mediatica contraria, si è beccato una condanna da omicidio ed anche adesso che è fuori come un comignolo e si mangia da solo, come una volpe alla tagliola, i nostri amati magistrati si battono perché dopo 12 anni di processi, 6 di galera e 1 in comunità, sia fondamentale tenere il paparazzo autolesionista lontano dalla società con altri tre anni da scontare in carcere.

Intanto, invece, i boss ergastolani potranno tornare a casa loro a riprendere in mano il business interrotto, mentre i collaboratori di giustizia che rischiano la vita per farli arrestare, a casa loro non potranno tornarci mai, né i loro figli avranno diritto ad andare all’università come Parolisi, perché lo Stato non è in grado di proteggerli fornendo loro nuove identità e un minimo di serenità e sicurezza.

Ma torniamo al Delitto Ornella Pinto.

Quindi oggi parliamo di Ornella, che è tutte noi, come Melania e tutte le vittime di femminicidi, che di diritti non paiono averne affatto e che non trovano giuristi illuminati e garantisti, a perorare la loro causa, con lo stesso entusiasmo col quale discutono il diritto alla sessualità dei boss stragisti, la quale notoriamente può essere vissuta solo attraverso il possesso di riviste porno.

Quindi, mentre ci battiamo per evitare tale scempio, dovremo credo, dividerci su due fronti. Metà tutti Sbirri a proteggere Gratteri e Bombardieri, l’altra metà a sorreggere le bare delle donne massacrate, porgendo la mano ai loro bambini, vittime a vita, senza diritti.

La cosa che più mi innervosisce, per usare un eufemismo è che non si sia neppure mai pensato ad affidare certi processi almeno a dei giudici donna, ma di quelle vere e non di quelle che pensano di avere gli attributi più degli uomini mentre di loro magari, in più, hanno solo una moquette con il pelo più altro sullo stomaco (ed anche di queste ed in questo esistono casistiche fin troppo dolorose).

Giudici donna, dicevo, poiché il problema dei femminicidi è culturale e proviene dalla nostra cultura machista, la stessa immagino, che hanno succhiato dal biberon alcuni futuri magistrati maschietti.

Appello quindi alle femminucce, nelle quali, devo dire, nutro molta più fiducia, che nel popolo in generale per il sollevamento richiesto, in momenti pericolosi come questo, nel quale il concetto di giustizia, legalità e garantismo mai sono stati tanto lontani, dalla morale di ogni onesto cittadino.

Un po’ di storia e di memoria di nefandezze.

Consiglio a tutti la visione del video indicato a seguire, fa memoria del primo processo per stupro a porte aperte, quello del 1979, con la nostra compianta giudice, veramente donna, Tina Lagostena Bassi, dal quale hanno tratto il Documentario della RAI.

Vi invito seriamente a farlo, perché udire i maschietti avvocati all’opera è quasi Illuminante…vi prometto cose strabilianti, altro che Grande Fratello. Perché dietro ogni assassino, vittima o professionista, c’è sempre un essere umano. Nel mio caso, come in quello della mitica Lagostena, c’è una donna, dal cui ventre escono tutti, giudici, assassini, massoni e santi.

Una donna che sa cosa provano le donne a subire violenza, una donna che capisce che non è giusto che Parolisi abbia già da tre anni una relazione o il diritto allo studio, una donna, che certo riconoscerebbe più volentieri tale diritto a Nemo, figlio di un famoso “pentito” di mafia e vittima innocente a sua volta della Mafia e della nostra “giustizia.”

CONCLUSIONE

Abbiamo tanti inni femministi da cantare, in tutte le lingue perché il maschilismo, come la mafia, non conosce confini e tanta rabbia repressa in secoli di sopraffazioni. E quindi donne ci risiamo, come per i boss mafiosi, fanno finta di inasprire, finché sentono il fiato sul collo, per poi rimettere tutto a posto, nelle sentenze successive, quelle da trafiletto. Poi più avanti parleremo anche delle bambine abusate da padri o patrigni, magari con madri conniventi e di sentenze che li hanno definiti “atti eccessivi d’amore” ma per oggi i nostri stomaci e le nostre anime, credo non possano reggere altro.

Siamo tutti sbirri e da ora in poi, porteremo anche da sole le nostre bare, mentre voi ci farete gli immancabili, ipocriti, auguri dal Governo per la festa della donna…

Quella che invece, in realtà il maschilismo, ci fa ogni giorno dell’anno, attraverso tutti i maschietti con i quali dovrà confrontarsi una donna minacciata o vittima di abusi, nelle lunghe trafile che le attendono fra denunce ignorate e processi farsa.

Per le femminucce, invece, auspichiamo un rapido ritorno alle barricate e agli inni cantati a squarciagola, affinché non ce la squarcino prima loro la gola e serva ancora una volta a rompere il silenzio colpevole e colluso, che avvolge tutte le ingiustizie del mondo.

Francesca Capretta

COLLEGATE: