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Gomorra, la domanda è sempre la stessa: viene prima l’uovo o la gallina?

È Gomorra ad imitare la Camorra? o è la Camorra ad imitare Gomorra? Le polemiche verso la serie tv alimenta il paradosso più vecchio del mondo

Stamattina sono cominciati, a Scampia, i casting per la quarta stagione di Gomorra, la fortunata serie tv ispirata dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano e prodotta da Sky. Ai provini si sono presentate centinaia di persone che, incalzate da alcuni giornalisti, sono intervenute per difendere la serie televisiva e la “parte buona” di Scampia, nonostante le domande non insinuassero pregiudizi, quasi come se sentissero nei loro confronti un eterno sospetto implicito.

Tutto ciò è comprensibile se si pensa ai titoloni di quotidiani e riviste che utilizzano continuamente, e in modo improprio, il termine Gomorra per “descrivere” eventi criminali, anche non strettamente collegati al fenomeno mafioso.

Gli stessi titoloni, hanno portato, negli ultimi mesi, alcuni personaggi politici ed esperti di psicologia ad esprimersi sui rischi di emulazione della violenza che appare sui teleschermi attraverso gli episodi di Gomorra.

Addirittura qualcuno, come Michele Cucchi, direttore sanitario del Centro medico Santagostino di Milano, ha parlato di “Sindrome da Gomorra”.  Si tratterebbe di un disturbo che – avvisa l’esperto – può provocare, soprattutto nei giovani, microtraumatismi con effetti che ricordano quelli di chi ha vissuto una guerra. “La condivisione delle immagini più crude, le serie tv e i talk show che trasformano in usanza il ricorso alla prevaricazione e all’aggressività nella dinamica interpersonale, può provocare la cosiddetta sindrome da Gomorra che influenza il nostro cervello emotivo”, spiega Cucchi.

La difesa arriva proprio dal creatore della serie, Roberto Saviano che dai suoi account social ha rilanciato un articolo ironico di una sua intervista a “il Mattino” per far rientrare la polemica: “Se Gomorra istiga alla violenza, allora vietiamo “Medea”. Nelle università, nelle scuole, dappertutto. Altrimenti le donne, quando vengono lasciate dai propri uomini, possono prendere ispirazione dalla tragedia e scannare i loro figli. E poi andiamo avanti con la Bibbia, il Corano, che pure esprimono molta violenza. Dai, non scherziamo”.

Le due voci contrastanti sembrano riportare la polemica al paradosso più vecchio del mondo: “cosa viene prima?”

Sebbene entrambe le argomentazioni possono essere ritenute valide, la prima (paradossalmente) va a sbattere proprio contro uno “scoglio” psicologico.

L’esempio di “Medea” non viene citato a caso: sono ormai secoli che sono noti i benefici dati dai meccanismi psicologici che si instaurano nell’individuo tramite la catarsi.

Per Catarsi, (dal greco katharsis, κάθαρσις, “purificazione”) si intende il fenomeno di espiazione di “pensieri” impuri attraverso la trasposizione “artistica”  di tali pensieri, ricostruendo situazioni verosimili. I greci erano soliti organizzare spettacoli teatrali, gratuiti per tutta la popolazione, durante i quali venivano inscenate le più famose tragedie greche, tra cui proprio la “Medea”. Il fine era quello di generare la Catarsi per migliorare il benessere psicofisico ed rapporti sociali tra i cittadini.

Non si può ignorare, però, il pericolo emulazione di chi è già violento. In quel caso le rappresentazioni artistiche o televisive della violenza possono essere un modello a cui ispirarsi per “migliorare” la propria attitudine criminale.

a cura di Mario Calabrese

RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mario Calabrese

Nato a Gragnano, diplomato al Liceo Classico "Plinio Seniore" di Castellammare di Stabia, attualmente iscritto al corso di laurea "Scienze per l'investigazione e la sicurezza" dell'Università degli Studi di Perugia

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