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Studio Pogliese, del padre del sindaco di Catania di FI, avrebbe aiutato imprenditori ad evadere circa 220 milioni

La Guardia di Finanza di Catania ha arrestato, insieme ad altri 10, il commercialista Pogliese dell’omonimo Studio e padre del sindaco Salvo Pogliese.

Terremoto giudiziario, anche se indiretto, sulla politica cittadina. La Guardia di Finanza di Catania ha arrestato, insieme ad altre 10 persone, il noto commercialista Antonio Pogliese, padre del sindaco Salvo Pogliese, europarlamentare del Ppe-Forza Italia eletto alle amministrative catanese del 10 giugno 2018.

Una bufera nata dall’indagine “pupi di pezza”, coordinata dalla Procura di Catania, grazie alla quale gli inquirenti hanno scoperchiato un “sistema di bancarotte fraudolente (patrimoniali e documentali) e reati tributari (sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte) anche in forma associata nonché delitti di favoreggiamento personale e reale”. Un provvedimento che ha portato, tra le altre cose, anche al sequestro preventivo diretto di 4 marchi registrati e 4 complessi aziendali per un valore complessivo di circa 11 milioni di euro, “tutti oggetto di condotte distrattive”, spiegano i magistrati.

Il procuratore Carmelo Zuccaro, parlando dell’inchiesta, ha affermato che è emerso un «sistema perverso di sottrazione all’erario di somme di denaro ingenti in maniera sistematica».

Secondo l’accusa, lo studio Pogliese avrebbe predisposto fittizi progetti di riorganizzazione aziendali straordinari o bilanci non veritieri. Lo studio, che così diventava formalmente l’intermediario per presentare le documentazioni fiscali all’Erario, avrebbe anche fornito un prestanome, privo di qualsiasi competenza tecnica, che diventava il liquidatore o l’amministratore degli ultimi momenti delle società prima che andassero in liquidazione.

Ad orchestrare e scandire le fasi del “circuito criminale”, così come lo definiscono i Pm, era lo studio associato Pogliese, che assumeva il ruolo di “regista” del sistema illecito attraverso l’opera diretta del commercialista Antonio Pogliese e di alcuni suoi associati, tra i quali Michele Catania (cl.1966) e Salvatore Pennisi (cl.1973), i quali, avvalendosi di Salvatore Virgillito (cl.1953), anch’egli agli arresti domiciliari, costituivano “un’associazione a delinquere (almeno dal 2013) dedita ad una serie indeterminata di condotte delittuose in materia societaria, fallimentare e fiscale”.

A beneficiare dell’opera dei professionisti sarebbero stati i fratelli Grasso, amministratori e proprietari della fallita “Diamante Fruit srl.”, che nel 2002 avevano maturato un debito nei confronti dell’Erario di circa 215 milioni di euro, Concetta Galifi, amministratrice della “Prima Trasporti srl”, che si sarebbe sottratta al pagamento i debiti erariali superiori a due milioni di euro, e Rosario Patti, amministratore di fatto della “Patti Diffusione srl”, che avrebbe sottratto all’Erario più di due milioni di euro.

Con l’utilizzo di intercettazioni telefoniche e ambientali nonché di accertamenti bancari e acquisizioni documentali presso enti pubblici, l’indagine ha messo in luce l’esistenza di un “articolato sistema illecito” che si sviluppava attraverso le seguenti fasi: una società in stato palese di deficit finanziario caratterizzato, in particolare, da consistenti debiti erariali si affidava allo studio Pogliese al fine di eludere eventuali procedure fallimentari e di riscossione. Nello specifico, i professionisti indagati subentravano formalmente quali intermediari abilitati alla trasmissione telematica delle dichiarazioni fiscali dei gruppi societari ma, di fatto, fornivano un illecito “pacchetto” di servizi per condurre le imprese “sottopatrimonializzate” al riparo da possibili investigazioni delle Autorità preposte; con il subentro dello studio Pogliese, le imprese venivano poste in liquidazione (ancorché la loro situazione patrimoniale imponesse il deposito delle scritture contabili in Tribunale per l’avvio della procedura fallimentare), affidando il ruolo di liquidatore a persona di fiducia dello studio Pogliese, priva di competenze professionali, il cui compenso mensile (di qualche centinaio di euro) era corrisposto dagli effettivi amministratori della società.

L’indagine ha coinvolto anche la “Grandi vivai società agricola srl’ di Paternò, amministrata da Alfio Sciacca, di 67 anni, destinatario dell’interdittiva per un anno con l’accusa di essersi sottratto al pagamento di imposte per più di un milione di euro, insieme con Nunziata Conti, di 55, amministratore della “F.lli Conti Paternò”, che avrebbe sottratto all’Erario oltre un milione di euro.

Le Fiamme Gialle hanno anche sequestrato i marchi registrati «Saporita», «Golosita», Diamante», «Diamante Fruit» dei fratelli Grasso operavano nel settore ortofrutticolo, i complessi aziendali della “Prima trasporti s.r.l.”, “Grandi vivai società agricola s.r.l.”, “F.lli Conti Paternò s.r.l.” e “Patti diffusione s.r.l.”, che sono stati affidati ad un amministratore giudiziario, per un valore complessivo di circa 11 milioni di euro.

Il liquidatore prestanome favoriva l’effettuazione di “indebiti pagamenti preferenziali e la distrazione degli asset patrimoniali più significativi a favore di ulteriori società riconducibili agli stessi amministratori di quella posta in liquidazione (nei fatti, una società “specchio” con oggetto sociale similare, sedi coincidenti nonché il medesimo personale dipendente e stessi fornitori e clienti, che attraeva dalla società decotta gli elementi patrimoniali positivi acquisendoli a condizioni economiche di assoluto vantaggio)”; il tutto a danno dell’Erario che restava l’unico creditore non soddisfatto.

In un’altra fase ci sarebbe poi stata la “chiusura della liquidazione e cancellazione dal registro delle imprese della società originaria, nel frattempo “svuotata” di tutto tranne che delle imposte iscritte a ruolo che restavano le uniche passività finanziarie non soddisfatte”. “Si evidenzia che – aggiungono le Fiamme Gialle – trascorso un anno dalla cancellazione, il Pubblico Ministero, ai sensi della legge fallimentare, non può più chiederne il fallimento”. Il liquidatore fittizio era gestito da Salvatore Virgillito che rappresentava l’anello di congiunzione tra i reali amministratori delle società decotte, il prestanome e lo studio associato Pogliese.

«Noi siamo ben lieti che loro adesso considerano la Procura di Catania come un rischio professionale per quello che devono svolgere. Parlano di “Procura” ma è il sistema giudiziario che sta rispondendo grazie ai giudici, ai pm e agli investigatori», ha detto durante la conferenza stampa sull’operazione il Procuratore della Repubblica Carmelo Zuccaro. «Chi gestisce in maniera illecita determinate attività ha oggi ragione di temere che l’autorità giudiziaria e gli investigatori non lascino impunite quelle che sono attività di una gravita immensa per il danno sociale che arrecano».

«Uno sviluppo economico ed un ritorno alla legalità in questa cittàha detto ancora Zuccarodeve passare necessariamente da una riconversione etica di quelle che sono le persone che hanno posizioni nella società tra le più importanti. Spetta a loro cercare di modificare i loro comportamenti illeciti». E ha aggiunto: «E’ evidente che se non ce questa riconversione, uno sviluppo di Catania non potrà mai ripartire nel mondo in cui tutti noi auspichiamo».

Zuccaro ha inoltre espresso il suo «disappunto» perché «da parte di uno degli studi più importanti di Catania si è posta in essere una attività sistematica volta a favorire delle società che nel mercato agivano in maniera predatoria e truffaldina, non corrispondendo all’erario ciò che era dovuto».

Nell’immagine di copertina il Palazzo del Tribunale di Catania sito in Piazza Giovanni Verga e il Procuratore della Repubblica Carmelo Zuccaro.

L’opinione.

Inizialmente avevo letto 220 mila euro, invece sono 220 milioni di evasione. Prevedibile svendite e disdette nell’Isola e altrove, di seconde e terze case, suv, garconier, cabinati, ecc. Una economia più in generale quella siciliana (e italiana), da decenni risaputamente fondata sull’ipocrisia, illegalità, corruzione e devianza politica, istituzionale, burocratica, professionale, imprenditoriale, sindacale e della cosiddetta società civile.

Adduso Sebastiano

 

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