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Reddito di cittadinanza, scoperti i primi furbetti in Sicilia. La norma, pene e sanzioni

Scoperti, nelle Madonie, i primi furbetti del Reddito di Cittadinanza grazie ai Carabinieri del nucleo operativo per la tutela del lavoro di Palermo.

I Carabinieri del nucleo operativo del gruppo Carabinieri per la tutela del lavoro di Palermo, hanno denunciato, due coniugi di un comune delle Madonie

(Le Madonie sono una breve dorsale montuosa posta nella parte settentrionale della Sicilia, interamente compresa nella città metropolitana di Palermo, ad ovest dei Monti Nebrodi e facenti parte assieme ai monti Peloritani in provincia di Messina, dell’appennino siculo)

per il reato di indebita percezione del reddito di cittadinanza. I militari, durante un’ispezione in un cantiere edile privato, hanno trovato un lavoratore in nero, la cui moglie, a marzo, aveva presentato domanda già accolta ma con pagamento non ancora eseguito per il conseguimento del Reddito di Cittadinanza per il nucleo familiare, omettendo di comunicare le variazioni al patrimonio, dovute al lavoro del marito.

I due hanno omesso di comunicare le previste variazioni al patrimonio, peraltro provento di attività irregolare.

È stato inoltre denunciato all’autorità giudiziaria un socio-amministratore della ditta edile destinataria dell’ispezione, per violazioni in materia di sicurezza sul lavoro. Infatti i Carabinieri hanno trovato tra le altre cose un ponteggio metallico usato in modo non idoneo, la mancanza di parapetti, l’uso di cavi elettrici senza precauzione, la mancanza di servizi igienici.

Sono così scattare sanzioni amministrative per 5.000 euro e comminate ammende per 52.000 euro.

La legge 28 marzo 2019 , n. 26 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, recante disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni” prevede, detto in sintesi, anche il reato di truffa aggravata con reclusione da due a sei anni passando anche per la revoca del Reddito con restituzione di quanto già percepito fino ad arrivare alla semplice decadenza dal beneficio. Queste sono in sintesi le conseguenze che potrebbero presentarsi a coloro che percepiscono il sussidio statale e sono anche lavoratori in nero.

In sostanza coloro che lavorano in nero rischiano innanzitutto sanzioni penali. È punito infatti con la reclusione da due a sei anni chi per ottenere il Reddito rende dichiarazioni o produce documenti falsi o attestanti informazioni non vere ovvero omette informazioni dovute. Pene inferiori da uno a tre anni, sono invece previste per coloro che non comunicano variazioni di reddito o altre informazioni comunque rilevanti per la riduzione o la revoca del Reddito, entro i seguenti termini: 30 giorni in caso di instaurazione di un rapporto come lavoratore dipendente o di avvio di attività d’impresa; 15 giorni in caso di modifica della situazione patrimoniale che comporti la perdita dei requisiti per il sussidio. Chi viene condannato in via definitiva per le fattispecie citate incorre anche nel reato di truffa aggravata finalizzata al conseguimento di erogazioni pubbliche, prevista dall’articolo 640 bis del Codice penale.

L’Ispettorato nazionale del lavoro in un suo documento di programmazione dell’attività di controllo per l’anno 2019 ha annunciato specifiche iniziative volte a verificare l’esistenza e il mantenimento dei requisiti per accedere al Reddito, con particolare attenzione proprio ai lavoratori in nero. In particolare, nell’ambito dei 147.445 accessi ispettivi previsti per l’anno corrente, saranno programmate iniziative specifiche volte a verificare l’esistenza o il mantenimento dei requisiti richiesti dalla normativa per ottenere il Reddito di cittadinanza. Nel concreto si accerterà l’eventuale occupazione di lavoratori in nero attraverso un’opera di incrocio dei dati come la mancata partecipazione ai percorsi di politica attiva che, secondo l’Ispettorato, potrebbero essere un segnale dello svolgimento di attività irregolari ovvero, nei casi più gravi, rappresentare la punta dell’iceberg di un sistema più complesso di truffa aggravata ai danni dello Stato, realizzato con il coinvolgimento di imprese o professionisti.

Sul versante dei controlli sono chiamati i Comuni, l’Inps, l’Ispettorato del lavoro e la Guardia di finanza. I quattro Enti dovrebbero attivarsi nella fase due del reddito di cittadinanza, quella che punta a scovare i “furbetti” che hanno ricevuto la card ma non sono in regola con i requisiti. La legge prevede diversi casi in cui il reddito di cittadinanza viene perso.

Secondo il Presidente dell’Inps Pasquale Tridico, per una buona parte, circa 300mila, una volta ricevuta la tessera con l’importo accreditato, scatta la fase due, che prevede l’”attivazione” dei beneficiari per essere avviati a un percorso di inclusione sociale o lavorativa. E crescerebbe, in base a quanto risulta a diversi Centri di assistenza fiscale sparsi sul territorio, il numero di beneficiari pronti a tornare sui propri passi per evitare di incorrere in pene e sanzioni, tanto che l’Inps starebbe lavorando per predisporre la procedura di rinuncia.

La legge prevede diversi casi in cui il reddito di cittadinanza viene perso. È sufficiente che uno dei componenti del nucleo familiare: non effettui la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro; non sottoscriva il Patto per il lavoro o il Patto per l’inclusione sociale; non partecipi, in assenza di giustificato motivo, alle iniziative di carattere formativo o di riqualificazione o ad altra iniziativa di politica attiva o di attivazione; non aderisca ai progetti utili alla collettività, nel caso in cui il comune di residenza li abbia istituiti; non accetti almeno una di tre offerte di lavoro congrue oppure, in caso di rinnovo, non accetta la prima offerta di lavoro congrua; non comunichi l’eventuale variazione della condizione occupazionale oppure effettua comunicazioni mendaci producendo un beneficio economico del reddito di cittadinanza maggiore; non presenti una Dsu aggiornata in caso di variazione del nucleo familiare; venga trovato, nel corso delle attività ispettive svolte dalle competenti autorità, intento a svolgere attività di lavoro dipendente, ovvero attività di lavoro autonomo o di impresa, senza averlo comunicato.

Adduso Sebastiano

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