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Juve Stabia, cinque Vespette convocate in Nazionale!

Juve Stabia, cinque Vespette convocate in Nazionale!

Il settore giovanile della Juve Stabia, l’anima di Castellammare di Stabia in questo momento di difficoltà della prima squadra che ha esonerato Gaetano Fontana. Orgoglio di una città intera, lustro per tutti, che vede ben 5 ragazzi, categoria Under 15, essere stati convocati in Nazionale, dalla stessa di categoria. Le Vespette che saranno allo stage azzurro sono: Giuseppe Annibale (difensore), Mariano Guarracino (attaccante), Domenico Costanzo (centroampista), Stefano Selvaggio (centrocampista), Matteo Esposito (portiere).

a cura di Ciro Novellino

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Approvato il decreto per l’indizione dei referendum sui voucher: si terrà il 28 maggio

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Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto per l’indizione dei referendum popolari relativi alla “abrogazione di disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti” e alla “abrogazione di disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)”.

Il 28 maggio il referendum sui voucher

Il Consiglio dei ministri ha fissato la data per la consultazione sui buoni lavoro e gli appalti

Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto per l’indizione dei referendum popolari relativi alla «abrogazione di disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti» e alla «abrogazione di disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)».

Le consultazioni referendarie si svolgeranno domenica 28 maggio 2017, si legge nel comunicato di Palazzo Chigi.

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lastampa/Il 28 maggio il referendum sui voucher

Braccio di ferro sull’ambasciatore italiano in Usa

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A un anno dalla nomina ad ambasciatore italiano negli Usa, Armando Varricchio, veneziano, 55 anni, sembra in bilico. L’ex consigliere diplomatico di Renzi a Palazzo Chigi sarebbe infatti troppo vicino ai democratici e per questo «sgradito a Trump». A sostituirlo potrebbe essere Pasquale Terracciano, attuale rappresentante a Londra.

“Sgradito a Trump”, l’ambasciatore italiano adesso rischia il posto

A un anno dalla nomina Varricchio sembra in bilico: “Vicino ai democratici”. Il diplomatico cerca la sponda di Renzi. L’ipotesi del cambio con Londra

ROMA – Un sotterraneo, felpato braccio di ferro è in corso in queste settimane alla Farnesina. In gioco è una delle sedi diplomatiche più prestigiose di tutte, l’ambasciata italiana a Washington. Fondamentale, perché da lì passa il rapporto del governo italiano con il neo presidente Trump.

Da un anno, a rappresentarci negli Stati Uniti è Armando Varricchio, veneziano, 55 anni, ex consigliere diplomatico di Renzi a Palazzo Chigi. Il suo mandato dovrebbe quindi essere ancora lungo, se non fosse che rumors insistenti raccontano di una posizione in bilico e un potenziale candidato interessato a sostituirlo, un altro big della diplomazia, l’attuale ambasciatore a Londra Pasquale Terracciano.

È l’inatteso esito delle elezioni americane, il successo di Donald Trump, il fattore principale di “instabilità” per Varricchio. C’è infatti, tra le feluche, chi lo considera troppo vicino ai democratici, con la candidata sconfitta Hillary Clinton che, vicina di casa dell’ambasciata, è stata spesso avvistata tra le quattro mura della rappresentanza. Una vicinanza che, d’altra parte, non avevano esitato a esibire prima delle elezioni neppure l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni («mi auguro che il risultato sia in continuità con l’amministrazione attuale», disse a pochi giorni dal voto, prevedendo in caso di vittoria dello sfidante una «differenza enorme, non solo in termini di politiche di immigrazione ma più in generale riguardo alla proiezione internazionale degli Stati Uniti») e l’ex premier Renzi: «È ovvio per me e per tanti di noi preferire Hillary Clinton come “commander in chief”»; un endorsement per i dem ricambiato da Obama quando, ricevendo l’allora inquilino di Palazzo Chigi alla Casa Bianca, si schierò a favore del referendum costituzionale.

Pure alle convention dei due partiti, l’estate scorsa, l’Italia sembrava aver scelto da che parte stare: numerose le presenze nostrane a quella democratica di Filadelfia, a cominciare dall’allora ministra di primo piano Maria Elena Boschi, immortalata in un selfie con l’ex presidente Bill Clinton; molto meno entusiasmo, nonostante la doverosa presenza dell’ambasciatore, dai repubblicani a Cleveland. Un’affinità con gli avversari che non dev’essere sfuggita all’entourage di Trump: finora il presidente americano ha trovato il tempo di incontrare la premier britannica Theresa May e si appresta a vedere a Washington la cancelliera tedesca Angela Merkel, ma non ha ancora annunciato un appuntamento con il presidente del consiglio italiano Paolo Gentiloni. Un incontro che sarebbe invece auspicabile, visto che tocca all’Italia organizzare l’annuale G7, a maggio a Taormina, e sarebbe opportuno discutere anche con il presidente Usa di persona l’agenda. Per il momento, però, c’è stata solo, ai primi di febbraio, una cordiale telefonata tra i due, per discutere dei rapporti bilaterali e di lotta al terrorismo.

Ecco perché c’è chi sostiene che l’ambasciatore scelto da Renzi, e protagonista di una fase in cui il nostro governo si è apertamente schierato a favore dei democratici, non sia più la figura giusta per costruire un rapporto con Trump e la sua squadra. Una voce arrivata presto all’orecchio del diretto interessato: quando, un paio di settimane fa, l’ex premier è volato per qualche giorno in California, Varricchio è andato a incontrarlo a San Francisco. Un appuntamento non ufficiale, rimasto finora segreto, per ricevere rassicurazioni.

Perché il sostituto ideale è già stato individuato. L’ambasciatore napoletano Terracciano, 60 anni, destinato a lasciare a breve la Gran Bretagna, che vanta un ricco curriculum e il sostegno della nomenklatura della Farnesina. Un diplomatico stimato, capace anche di iniziative avventurose come quando, nel 2011, sbarcò in gommone a Bengasi per prendere contatto coi ribelli libici. Nelle settimane scorse si era parlato di lui alla rappresentanza italiana all’Onu a New York; poi invece è stato spesso indicato come il successore di Cesare Maria Ragaglini alla sede di Mosca. Sotto traccia però, lavora per una sua candidatura a Washington, che si fa sempre più forte. Come il volto nuovo capace di ricucire con Trump. E ottenere finalmente un incontro con il premier Gentiloni.

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lastampa/“Sgradito a Trump”, l’ambasciatore italiano adesso rischia il posto FRANCESCA SCHIANCHI

La previsione del consolato di Milano: Renzi deve temere i suoi

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«L’agenda è ambiziosa, ma la vera sfida sarà la divisione all’interno del suo stesso partito». È il giudizio che il consolato di Milano invia al dipartimento di Stato il 20 febbraio del 2014, alla vigilia dell’insediamento del governo guidato da Renzi. Una valutazione che, alla luce della scissione appena consumata nel Pd, colpisce per la capacità premonitrice.

“Renzi dovrà temere i suoi”. Il dossier premonitore degli Usa

I dispacci inviati a Washington nel 2014, alla vigilia dell’insediamento del nuovo governo. “L’agenda è ambiziosa, ma la vera sfida sarà la divisione all’interno del suo stesso partito”

NEW YORK – «Molti osservatori nel Nord suggeriscono che una delle più grandi sfide per Renzi saranno le divisioni all’interno del suo stesso partito politico». Il consolato di Milano invia questo giudizio al dipartimento di Stato il 20 febbraio del 2014, cioè alla vigilia dell’insediamento del nuovo esecutivo guidato dall’ex sindaco di Firenze. Leggerlo ora, alla luce della scissione appena consumata nel Pd, e dell’opposizione interna al referendum costituzionale di dicembre, colpisce per la capacità premonitrice.

All’inizio del 2014 l’Italia è scossa dalla crisi politica che porterà alla caduta del governo Letta, e i diplomatici americani sono impegnati a capire cosa aspetta il nostro paese. Il consolato di Milano viene coinvolto per spiegare a Washington cosa succede al Nord, e infatti il rapporto ottenuto da La Stampa, nel rispetto delle leggi, si intitola «Matteo Renzi’s Ascent: Views from Northern Italy». Il sommario è già netto: «Con Matteo Renzi che si prepara ad annunciare a breve il suo gabinetto, i nostri contatti nell’Italia settentrionale restano generalmente disposti a sostenerlo. Tuttavia ammettono l’esistenza di incertezze riguardo il suo programma, e l’ambiziosa agenda di riforme che ha annunciato. Molti osservatori nel nord suggeriscono che una delle più grandi sfide per Renzi saranno le divisioni all’interno del suo stesso partito politico».

La parte centrale del rapporto comincia con un titolo dubitativo: «Does He Have What It Takes?», cioè possiede le qualità necessarie a farcela? La risposta è incoraggiante solo a metà: «I contatti del Consolato ci hanno detto che sperano nel successo di Matteo Renzi, con la sua agenda per riformare l’Italia come nuovo primo ministro». Un conto però sono gli auguri formali, e scontati, e un altro i giudizi politici concreti: «Allo stesso tempo, molti credono che la maggioranza risicata di cui gode Renzi, gli interessi politici ed economici italiani profondamente trincerati, e la stessa inesperienza del capo del governo a livello nazionale, rendono scarse le sue possibilità di successo».

Oltre ai dubbi politici, ci sono anche quelli campanilistici: «A parte le preoccupazioni per la scarsa esperienza di Renzi, alcuni italiani del nord si lamentano anche per l’esiguità dei nomi settentrionali circolati come possibili ministri. Il giornale della Lega Nord, La Padania, ha strombazzato che il nuovo esecutivo sarebbe dominato da un asse fiorentino-romano».

Gli americani in realtà sono interessati alla riuscita del nuovo esperimento, per ragioni che toccano direttamente i loro interessi nazionali. Come si capisce da un altro rapporto, inviato il giorno successivo dall’ambasciata di Via Veneto al segretario di Stato Kerry: «Dopo otto trimestri consecutivi di declino – la più lunga recessione dalla Seconda Guerra Mondiale – la crescita economica italiana si è appiattita alla fine del 2013. La risalita dagli otto punti di percentuale persi durante quei due anni sarà lenta. Il settore delle esportazioni relativamente in salute potrebbe favorire un po’ di ripresa, ma quest’anno non ci si aspetta più di una espansione dello 0,7%. Il tasso di disoccupazione ufficiale del 12,6% continuerà probabilmente a crescere nel 2015, e potrebbe non tornare ai livelli pre crisi per almeno un decennio».

In queste condizioni Roma rischia di non essere più un alleato affidabile, tanto sul piano economico, quanto su quello del contributo che può dare alla sicurezza e alla stabilità dell’Europa e del mondo. Perciò l’ambasciata di via Veneto offre un suggerimento: «Il nuovo governo dovrebbe rimanere attento agli obblighi dell’Italia di ridurre il proprio debito ogni anno, a partire dal 2015, e potrebbe continuare la ricerca dell’esecutivo precedente per nuove entrate, attraverso un possibile nuovo round di privatizzazioni, un’ampia revisione delle spese dello Stato, e altre fonti. Sfortunatamente, il recente focus sull’austerità ha tolto forza alle riforme che potrebbero portare la crescita, e sopprime i consumi interni, aggravando così la recessione. L’incertezza politica ha anche frenato i progressi per risolvere le sfide di competitività di lungo termine che affliggono l’Italia. Questa mancanza di riforme, unita ai costi dell’energia e le tasse tra le più alte in Europa, allontanano gli investitori, che non sono disposti a correre così tanti rischi. Di conseguenza, la potenzialità di crescita italiana resta piatta nel lungo termine». Il governo Renzi però nasce, e Washington lo sostiene fino all’ultimo, cioè la visita alla Casa Bianca nell’ottobre scorso. Con l’Europa che traballa dopo la Brexit, e Trump che minaccia Hillary nelle presidenziali, Obama lo invita a restare in carica anche se perdesse il referendum. Ma alla fine le divisioni interne al partito prevalgono, come previsto.

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lastampa/“Renzi dovrà temere i suoi”. Il dossier premonitore degli Usa PAOLO MASTROLILLI – INVIATO A NEW YORK

Erdogan minaccia l’Olanda che vota domani. Mark Rutte vira a destra

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Erdogan minaccia l’Olanda che vota domani: stop al dialogo diplomatico mentre Mark Rutte vira a destra per respingere il populista Geert Wilders.

Erdogan piomba sul voto. E Rutte vira a destra per respingere Wilders

Ankara rompe le relazioni con l’Olanda: è crisi diplomatica. Domani le elezioni, il premier: «Fermiamo i populisti»

ROTTERDAM – ’è una casetta di legno di fronte al consolato turco di Rotterdam. Riporta un cartello stradale blu che indica di svoltare a destra: «Istanbul 1.247 Km». In realtà sarebbero almeno il doppio, ma poco importa. La Turchia non è mai stata così vicina all’Olanda come in questi giorni. Lo dimostrano quelle transenne abbandonate accanto alla sede diplomatica, unica traccia di disordine nella linearità della Westblaak, il viale a poche centinaia di metri dalla celebre statua in bronzo di Erasmo da Rotterdam. Quattro transenne residuo di un week-end di scontri scoppiati dopo il rifiuto dell’Aja di accogliere due ministri turchi sul proprio territorio e il divieto di fare campagna elettorale in vista del referendum del 16 aprile. Una decisione che è presto sfociata in una crisi dall’esito ancora imprevedibile. Ankara ha reagito con la linea dura, vietando il rientro dell’ambasciatore olandese e di tutti i diplomatici. Stop anche a tutte le relazioni politiche con l’Aja.

Ma effetti sono attesi anche sul fronte della politica interna. Sono circa 500 mila i cittadini olandesi di origine turca che domani voteranno alle politiche. In uno scenario frammentato, in cui nessuno dei 28 partiti in corsa probabilmente supererà il 17%, potrebbero essere determinanti. Ma non è a loro che il premier Mark Rutte ha voluto rivolgersi con questa mossa. I destinatari del suo messaggio sono gli altri 16 milioni di elettori, o almeno quelli che si stanno facendo tentare dagli slogan populisti di Geert Wilders, il leader dell’estrema destra. Gli ultimissimi sondaggi danno il suo Partito della Libertà (Pvv) in leggero calo, mentre il Vvd del liberale Rutte si è ripreso il primato. Gli analisti politici sono concordi: il principale effetto di Wilders sulla politica olandese è stato lo spostamento a destra di Rutte. Che negli ultimi mesi ha intensificato i suoi messaggi sulla sicurezza e contro l’immigrazione irregolare.

A Rotterdam, seconda città olandese per numero di abitanti, circa la metà della popolazione ha origini straniere. Il sindaco, Ahmed Aboutaleb, è di fede musulmana ed è nato in Marocco. Lo hanno eletto nel 2009 e riconfermato nel 2014. Dopo la strage di Charlie Hebdo si era scagliato contro i terroristi: «Se non vi piace questo modello di libertà, fate le valigie e andatevene. Se non vi piace l’umorismo di un giornale, andate a farvi fottere». «Rotterdam è uno splendido esempio di multiculturalismo». Almeno a sentire Marianne Vorthoren, direttrice di Spior, un’organizzazione che raggruppa una settantina di istituzioni musulmane di Rotterdam. «La convivenza – ci spiega questa olandese convertita all’islam – non è così problematica come viene raccontata dalla politica e dai media. È come se esistessero due realtà parallele e sono molto preoccupata per l’effetto di questi messaggi». Ai suoi occhi l’Olanda del 2017 resta un Paese aperto e tollerante con tutti (a meno che non si tratti di pedoni distratti che camminano sulle corsie riservate ai ciclisti).

Ma Rutte ha una sua battaglia personale. «C’è il rischio reale di svegliarsi il 16 marzo con Wilders alla guida del primo partito d’Olanda – ha ammesso a 48 ore dal voto -, un risultato che manderebbe un segnale al resto del mondo. Dobbiamo fermare questo effetto domino e arrestare il populismo sbagliato». Evidentemente il premier liberale vuole farsi portabandiera di un «populismo giusto» ed è per questo che – dopo aver mostrato i muscoli alla Turchia – non ha fatto mezzo passo indietro. Ieri sera i due si sono scontrati in un faccia a faccia televisivo e Rutte ha ribadito la sua linea: «Non governerò con te, mai e poi mai». «La gente non ti crede» ha replicato con un sorriso beffardo Wilders, aggiungendo: «Avevo avvertito il Vvd sulla Turchia e mi hanno cacciato a calci dal partito». «Governare un Paese è diverso da scrivere tweet» lo ha sbeffeggiato il premier, cercando di tenere l’aplomb dello statista.

Sulla querelle turca, è intervenuto persino il Cremlino con un «invito alla moderazione». L’Aja ha incassato la «solidarietà e il totale appoggio» di Angela Merkel e anche l’Ue ha fatto quadrato attorno a Rutte, che viene visto come un argine a Wilders. Però la Turchia è pur sempre un partner da tenere buono, perché da un anno a questa parte ha chiuso le sue porte ai migranti diretti in Europa (in cambio di sei miliardi di euro). L’accordo è stato siglato, guarda caso, proprio durante il semestre di presidenza olandese. Ieri per l’ennesima volta il ministro per i rapporti con l’Ue, Omer Celik, ha minacciato di farlo saltare. Tutto questo mentre il presidente Recep Tayyp Erdogan prometteva: «Porterò l’Olanda alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo». Se potesse, la statua di Erasmo scuoterebbe la testa.

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vivicentro/Erdogan minaccia l’Olanda che vota domani. Mark Rutte vira a destra
lastampa/Erdogan piomba sul voto. E Rutte vira a destra per respingere Wilders MARCO BRESOLIN – INVIATO A ROTTERDAM

Nicola Sturgeon, leader dello Scottish National Party, vuole restare nella UE

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Restare nell’Ue – scrive Bill Emmott – è una scommessa che la leader dello Scottish National Party, Nicola Sturgeon, ha buone probabilità di vincere. Intanto Londra è pronta a imboccare la strada della Brexit, ma la Scozia scuote l’Unione annunciando un nuovo referendum sull’indipendenza di Edimburgo ed Erdogan minaccia l’Olanda che vota domani: stop al dialogo diplomatico mentre Mark Rutte vira a destra per respingere il populista Geert Wilders.

La scommessa separatista contro Londra

Se vi piace l’azzardo, potreste fare la scommessa che, per la fine del 2019, il mondo avrà un nuovo Paese indipendente, la Scozia, e che l’unione durata 300 anni tra l’Inghilterra e la Scozia che dette vita al Regno Unito si spezzerà. Oggi appare assai probabile che gli elettori britannici che nel 2016 hanno rotto un’Unione, quella Europea, nel 2018 o 2019 ne romperanno un’altra, la loro.

Se non altro, questa è la scommessa che la leader dello Scottish National Party, Nicola Sturgeon, che guida il governo locale della Scozia, ha deciso di fare. Fin dal referendum sul Brexit, nello scorso giugno, aveva deciso di prendere tempo, per vedere in quale direzione si sarebbe evoluta l’opinione pubblica scozzese e, ovviamente, che piega avrebbe preso il piano del governo britannico per staccarsi dall’Ue.

Il fatto che al referendum per la Brexit il 62% degli scozzesi abbia votato per restare in Europa ha dato una nuova spinta alle pulsioni separatiste. Il problema era capire se l’opinione pubblica scozzese avrebbe seguito la stessa strada.

Ora, nella settimana in cui il primo ministro britannico Theresa May dovrebbe avviare il negoziato con l’Ue in base all’articolo 50 del trattato di Lisbona, Sturgeon ha deciso di fare la sua scommessa.

In palio ci sono la sua carriera politica e il futuro della Scozia. Ma è una scommessa che lei ha buone probabilità di vincere.

Il separatismo e il nazionalismo sono cresciuti visibilmente in Scozia negli ultimi 20 anni. Molti in Inghilterra avevano sperato che queste tendenze avessero raggiungo l’apice nel settembre 2014, quando i separatisti persero il referendum sulla secessione con un margine netto di 55% contro 45%. Quando poi il prezzo del greggio si dimezzò l’anno successivo, senza poi risalire, i partiti politici inglesi si sentirono ancora più rassicurati riguardo alla prospettiva che il Regno Unito sarebbe rimasto tale per almeno un’altra generazione. Questa convinzione resistette anche al fatto che, alle elezioni nazionali del 2015, il partito di Sturgeon vinse 56 su 59 seggi parlamentari scozzesi. Durante la campagna per il referendum sull’Ue i leader dello schieramento pro-Brexit come Boris Johnson espressero la totale fiducia che il Regno Unito sarebbe rimasto unito dopo aver abbandonato l’Unione Europea.

Il petrolio è al centro del disagio e della speranza degli scozzesi, ed è anche fonte di orgoglio nazionale. Il disagio nasce dalla convinzione che il greggio estratto dai giacimenti nel Mare del Nord fin dagli Anni Settanta dovrebbe appartenere alla Scozia. La speranza nasce dall’idea che i proventi fiscali dall’estrazione nel Mare del Nord potrebbero comunque rendere sostenibile la secessione scozzese.

In realtà, questa speranza è abbastanza illusoria, soprattutto ora che il prezzo del petrolio è crollato. Si stima che se la Scozia dovesse contare solo sul proprio gettito fiscale, avrebbe oggi un deficit del bilancio pari all’incirca al 15% del suo Pil. Una Scozia indipendente dovrebbe pagare maggiori imposte sul reddito, Iva e altre tasse soltanto per mantenere il livello esistente di servizi pubblici, che in alcuni casi – soprattutto le università e le cure degli anziani – sono già più generosi del corrispettivo a Sud del confine, in Inghilterra.

Il nazionalismo però è un sentimento forte. Il risentimento nei confronti della decisione del governo di Westminster non solo di uscire dall’Ue, ma di farlo nella maniera più risoluta, abbandonando anche il mercato unico e l’unione doganale, hanno fatto infuriare gli scozzesi, che preferivano una forma più soft della Brexit, con il Regno Unito che restava nel mercato unico. E l’idea che la Scozia potrebbe proseguire il cammino da sola, come nazione indipendente nell’Unione Europea, ha riacceso l’orgoglio nazionale.

Gli ultimi sondaggi mostrano che l’idea dell’indipendenza raccoglie in Scozia una maggioranza risicata. Restano numerosi ostacoli da superare. La Spagna ha minacciato di mettere il veto sull’adesione della Scozia all’Ue, per scoraggiare la Catalogna dalla secessione, ma dopo la Brexit questa minaccia appare difficilmente realizzabile.

La Scozia dovrà proporre un piano economico plausibile, e decidere quale moneta vorrà usare: l’euro oppure una nuova valuta scozzese. Nel corso del referendum del 2014 il governo di Westminster aveva respinto la proposta che la Scozia continuasse a utilizzare la sterlina britannica.

La strada è lunga. Ma, soprattutto se il negoziato per l’uscita del Regno Unito dall’Ue diventerà duro, la spinta per la secessione della Scozia potrebbe essere forte. Nicola Sturgeon la sua scommessa l’ha fatta.

#vivicentro.it/opinione
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lastampa/La scommessa separatista contro Londra BILL EMMOTT

Scozia e Turchia scuotono l’Europa

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Londra è pronta a imboccare la strada della Brexit, ma la Scozia scuote l’Unione annunciando un nuovo referendum sull’indipendenza di Edimburgo. Restare nell’Ue – scrive Bill Emmott – è una scommessa che la leader dello Scottish National Party, Nicola Sturgeon, ha buone probabilità di vincere.
Intanto Erdogan minaccia l’Olanda che vota domani: stop al dialogo diplomatico. E Mark Rutte vira a destra per respingere il populista Geert Wilders.

La Scozia non rinuncia al suo sogno: nuovo referendum per l’indipendenza

La leader accusa: non vogliamo la vostra Brexit, via l’iter per la secessione nel 2019. La Camera boccia gli emendamenti approvati dai Lord: ok formale per l’addio all’Ue

LONDRA – Un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese, da tenersi tra l’autunno del 2018 e la primavera del 2019, quando la Gran Bretagna starà per dare l’addio all’Unione europea. L’annuncio della leader indipendentista Nicola Sturgeon è un terremoto che scuote Westminster e mette a rischio l’unione tra Londra ed Edimburgo che dura da oltre trecento anni. La Gran Bretagna – fuori dall’Ue, dal mercato unico e dall’unione doganale, almeno secondo le intenzioni di Theresa May – potrebbe ritrovarsi un po’ più piccola oltre che più sola. Da Great Britain a «Little England», forse.

L’annuncio di Sturgeon fa irruzione nel bel mezzo di giornate cruciali per la Brexit: lei prendeva la parola a «Bute House», la residenza ufficiale del «first minister» (il primo ministro locale) a Edimburgo, e poche ore dopo, all’ombra del Big Ben, un Parlamento sotto choc dava l’avvio formale alle procedure di divorzio da Bruxelles con la Camera dei Comuni che ha ripristinato il testo originale bocciando gli emendamenti dei Lord. Oggi May riferirà a Westminster sul vertice europeo dei giorni scorsi, l’ultimo cui la Gran Bretagna ha partecipato prima di dare avvio alla Brexit. Resta da vedere se invocherà in questa occasione l’Articolo 50, che fa scattare i due anni di negoziati. Secondo molti osservatori, l’annuncio di Edimburgo potrebbe aver indotto la premier ad aspettare, forse fino alla fine del mese, passate le celebrazioni per l’anniversario dei Trattati di Roma.

 

Sono trascorsi appena due anni e mezzo dall’ultimo referendum scozzese (finito con un secco 55%-45% contro l’indipendenza). Allora il voto era stato bollato dagli indipendentisti come l’occasione di una vita, un’opportunità da cogliere ora o mai più. Con la Brexit tutto è cambiato. La Scozia ha votato (62%) per restare nell’Ue mentre Inghilterra e Galles trascinavano il Paese fuori dal blocco. E i tentativi di Sturgeon di moderare la «Brexit dura» di Theresa May non sembrano finora aver portato a nulla. «I nostri sforzi per raggiungere un compromesso sono andati a sbattere contro un muro d’intransigenza», ha detto la «first minister» nel suo discorso, aggiungendo di voler dare alla Scozia «una vera scelta prima che sia troppo tardi». A cambiare non è stato solo il quadro politico, ma anche i sondaggi, con il fronte indipendentista in crescita e in sostanziale parità con il fronte del no.

L’ipotesi di un nuovo referendum era nell’aria, ma nessuno si aspettava una tale accelerazione. Sturgeon ha giocato d’anticipo per spiazzare la May. Che ha reagito duramente, accusando la rivale di avere una «visione ristretta». E ha aggiunto: «Invece di giocare con il destino del nostro Paese, il governo scozzese dovrebbe pensare a garantire servizi ai suoi cittadini». Delusi anche i vertici del Labour in Scozia, anche se Jeremy Corbyn, segretario del partito, ha detto che non si opporrà ad un nuovo plebiscito.

Secondo la legge, la decisione se indire o no il referendum spetta a Londra. May deve fare i conti con una richiesta politicamente difficile da ignorare, anche nel quadro della devolution, ma anche evitare di incoraggiare altre spinte scissioniste che già si affacciano, dall’Irlanda del Nord al Galles. E allora la partita si potrebbe giocare sui tempi: Londra potrebbe sì permettere il referendum ma ritardarlo e aspettare che l’altro divorzio, quello da Bruxelles, sia cosa fatta, nella speranza che questo giochi a suo vantaggio. Ma è una scommessa aperta. Mentre tutti, ieri, guardavano a Westminster, è stato l’annuncio di Edimburgo a rendere ancora più incerto il futuro del Paese.

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lastampa/La Scozia non rinuncia al suo sogno: nuovo referendum per l’indipendenza ALESSANDRA RIZZO – LONDRA

Anche Santa Maria La Carità avrà le sue strisce blu

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Tra un po’ un tocco di blu arriverà nelle strade di Santa Maria la Carità.

L’ Amministrazione comunale lancia la prima di una serie di Delibere propedeutiche all’approvazione del bilancio, che avverrà in Giunta Comunale, e si allinea ad altri Comuni nel servizio di sosta nelle strisce blu, concretizzando in tal modo un progetto che era in itinere già da diversi anni. Un primo atto era approdato, infatti, in consiglio comunale già nel 2010.

Una piccola rivoluzione del sistema dei parcheggi in paese che verrà adottata in via sperimentale, dalla data di attivazione sino al 31/12/2017, per regolamentare le operazioni di parking nelle strade cittadine e, di conseguenza, per migliorare il servizio delle strade a favore dei Sammaritani. L’ arrivo delle strisce blu non intaccherà in alcun modo la dotazione di aree delimitate dalle strisce bianche, dato che la percentuale dei posti contrassegnati dal nuovo colore sarà solo del 30% di tutti quelli a disposizione in paese, per cui continuerà ad essere consentita la sosta negli stalli liberi esponendo il disco orario.

La novità più significativa riguarderà le tariffe, che saranno piuttosto basse: 0, 60 € /ora, la minima di 0,30 € corrisponderà alla sosta di mezz’ora, mentre per quella giornaliera il costo sarà di 3 € e solo 2 € per 4 ore di sosta. Massime agevolazioni riguarderanno, poi, le aree di parcheggio per disabili e le strisce rosa. Infatti, è volontà della giunta comunale guidata dal Sindaco Giosuè D’ Amora provvedere anche alla predisposizione di diversi posti di cortesia che potranno essere utilizzati dalle donne in gravidanza.

Per quanto riguarda le fasce orarie, per non creare disagio all’entrata e all’uscita delle scuole, il posteggio sarà a pagamento dalle ore 9:00 alle ore 13:00 e dalle ore 16:00 alle ore 20: 00, con possibili variazioni durante il periodo estivo e in occasioni di eventi cittadini. Al fine di agevolare il più possibile l’acquisto dei ticket, saranno installati sul territorio un numero congruo di parchimetri, anche se inizialmente la nuova operazione interesserà solamente le zone del Centro.

Si rende noto, inoltre, che sul rispetto delle prescrizioni e sul corretto coordinamento di questa nuova predisposizione vigileranno il Comando della Polizia Municipale, guidato dal comandante Graziano La Manna.

R.Insigne: “Un sogno giocare con Lorenzo. Io più forte di mio fratello? Devo dimostrarlo”

R.Insigne: “Un sogno giocare con Lorenzo. Io più forte di mio fratello? Devo dimostrarlo”

Ai microfoni di Radio Kiss Kiss Italia, è intervenuto Roberto Insigne, fratello di Lorenzo, attualmente al Latina ma in prestito dal Napoli. Ecco quanto dichiarato dalla giovane promessa azzurra: “Per noi è stata una domenica perfetta, con la vittoria del Napoli e la doppietta di Lorenzo. Ormai non è più una sorpresa il suo rendimento. Paragoni con Baggio? Effettivamente il suo gol di ieri ricorda molto il Divin Codino. Lorenzo è cresciuto tanto, va dato atto al lavoro di mister Sarri che lo ha aiutato parecchio. Futuro al Napoli? Sarebbe magico per me indossare quella maglia e giocare contemporaneamente insieme a mio fratello. Ringrazio molto Callejon per aver chiesto pubblicamente la mia permanenza, anche lui è un giocatore fantastico. Io più forte di Lorenzo? Ringrazio chi lo dice, io lo devo ancora dimostrare. Spero di riuscirci”. 

Giaccherini, l’agente: “Il Napoli non è lontano dalla Juventus. Emanuele? Rimarrà a Napoli”

Giaccherini, l’agente: “Il Napoli non è lontano dalla Juventus. Emanuele? Rimarrà a Napoli”

Ai microfoni di Radio Crc, è intervenuto l’agente di Emanuele Giaccherini, Furio Valcareggi, il quale ha dichiarato: “Napoli che vince e convince. C’è distanza da questa Juve, ma secondo me numericamente non sono così lontane e mi dispiace un po’. Giaccherini? Lui spera sempre di giocare, ma era contento relativamente di essere entrato. Bisogna accontentarsi, Napoli e’ stata una scelta convinta. Si gioca poco, ma in allenamento dimostra il suo valore e vediamo in questa parte finale cosa succede. Il bilancio suo a Napoli non è drammatico.”

FUTURO DI GIACCHERINI-Il club l’ha ritenuto incedibile, vediamo, ha tre anni di contratto e quindi vediamo cosa accade. E’ probabile si resti a Napoli come da contratto. Rigori? Quello su Hamsik si da’ a velocità naturale, poi alla moviola si vede altro. La sudditanza comunque esiste, non si può dare quel rigore alla Juve, li danno solo a loro. Ridicolo lo scontro Juve-Milan, i poteri forti sono loro. La sudditanza esiste, bisogna togliere discrezionalità, altrimenti parliamo sempre di questo”.

Hamsik: “Vittoria col Crotone? Dopo il Real Madrid non era facile”

Hamsik: “Vittoria col Crotone? Dopo il Real Madrid non era facile”

Attraverso il suo sito ufficiale, Marek Hamsik, capitano del Napoli, ha dichiarato: “Dopo la delusione di martedì contro il Real non era facile restare concentrati, a abbiamo dimostrato carattere ed ottenuto i tre punti. In campo abbiamo meritato la vittoria. I tifosi hanno creato una grandissima atmosfera, li ringrazio per il loro sostegno. Il ritardo sulla Roma è di due punti, ma noi combatteremo ancora di più perché vogliamo il secondo posto e la qualificazione diretta alla prossima Champions League. La doppia sfida con la Juve di aprile sarà interessante, ma noi pensiamo alla prossima sfida con l’Empoli.

Juve Stabia, arriva lo scossone: Fontana non è più allenatore

S.S.Juve Stabia rende noto che il tecnico Gaetano Fontana è stato sollevato dall’incarico di allenatore della prima squadra. Nel contempo si rende noto che Marco Giglio e Giuseppe Trepiccione sono stati rimossi dagli incarichi rispettivamente di allenatore dei portieri e preparatore atletico
A mister Fontana ed al suo staff vanno i ringraziamenti per il proficuo lavoro svolto in questa fase della stagione e gli auguri di un futuro sempre più ricco di soddisfazioni personali e professionali. S.S.Juve Stabia

La fotogallery della gara Juve Stabia vs Paganese (0-1)

Juve Stabia vs Paganese foto di Christian Mastalli

Guarda le foto di Juve Stabia vs Paganese realizzate dal nostro fotografo Christian Mastalli che ci racconta così la sconfitta delle vespe con i ragazzi di Mister Gianluca Grassadonia.

La Juve Stabia nonostante un buon pressing nel primo tempo non riesce a scardinare la difesa della Paganese per passare in vantaggio. Nel secondo tempo le Vespe continuano la pressione senza essere incisive negli ultimi metri, poi come sta accadendo “troppo” frequentemente in questo 2017, arriva il classico errore difensivo che permette agli ospiti di passare in vantaggio.
Arriva un’altra sconfitta che scatena la forte contestazione dei tifosi, stanchi di assistere a continui mortificazioni. Tutti chiedono la “testa” di Mister Fontana, come la dura legge del calcio impone, ora la palla passa alla società che dovrà decidere se agire o restare ancora inerme davanti ad una situazione davvero drammatica.

Juve Stabia: Russo, Cancellotti, Atanasov, Santacroce, Liviero, Capodaglio, Esposito, Izzilo, Marotta, Paponi, Kanoute.

A disposizione: Bacci, Tabaglio, Matute, Manari, Camigliano, Giron, Salvi, Allievi, Lisi, Mastalli, Rosafio e Cutolo.

Paganese: Liverani, Della Corte, Carillo, Pestrin, Reginaldo, Bollino, Firenze, Cicerelli, Alcibiade, De Santis, Tascone.

A disposizione: Marruocco, Gomis, Mansi, Zerbo, Herrera, Longo, Parlati, Caruso, Picone, Tagliavacche, Carrotta, Gorzelewski.

Prima della gara esposto in curva Sud uno striscione in ricordo del Presidente Roberto Fiore scomparso due settimane fa all’età di 93 anni: “Nessuno potrà dimenticare il tuo amore viscerale per C.mmare nel cuore e nella mente ciao Presidente.”

Questo è stato un ulteriore tributo ad un Presidente che ha fatto parte della storia ultra centenaria della Juve Stabia e che ha lasciato un ottimo ricordo tra i tifosi di Castellammare di Stabia.

45’ Izzillo serve Marotta per corridoio il quale con una serie di finte ubriacanti si libera di Carillo servendo in area di rigore Esposito, bolide di quest’ultimo che si stampa sulla traversa.

54′ Cross innocuo della Paganese dalla sinistra: Russo sbaglia l’intervento ostacolando anche Liviero, la palla arriva docile sui piedi di Bollino che a porta vuota realizza il vantaggio degli ospiti.

Dopo 5’ di recupero La Juve Stabia esce sconfitta dal derby con la Paganese con la contestazione feroce del pubblico di casa.

Le vespe oggi perdono l’imbattibilità del 2017 contro una formazione, la Paganese, che è venuta oggi a Castellammare con il chiaro intento di strappare almeno un punto e grazie all’errore difensivo riesce addirittura a portare a casa l’intera posta in palio.

La squadra di Fontana con questa sconfitta mette a rischio anche il terzo posto. Domenica ci sarà la trasferta al san Vito Marulla contro il Cosenza.

 

EDITORIALE – Juve Stabia, senza né capo né coda..

La sconfitta nel derby con la Paganese è per la Juve Stabia il punto di non ritorno. Per l’ennesima volta si è vista in campo una squadra spenta, senza trame di gioco e che ha offerto l’imbarazzo della scelta circa il peggiore in campo.

Del calcio spumeggiante visto da agosto a dicembre sono rimasti lanci lunghi che si alternano a passaggi orizzontali privi di logica ed iniziativa. Le uniche due palle gol gialloblù, firmate e fallite da Esposito ed Izzillo, non possono gettare fumo negli occhi e rivelano la pochezza dell’attuale squadra stabiese.

Quello che salta all’occhio è anche la condizione fisica ormai disastrosa della squadra di Fontana. Per mesi la Juve Stabia ha viaggiato a mille all’ora, surclassando gli avversari in primo luogo dal punto di vista fisico. Gli esterni ed i terzini sfrecciavano sulle fasce, i centrocampisti si sdoppiavano perfettamente nelle due fasi di gioco e i difensori contrastavano al meglio gli avversari.
Anche ieri, invece, la Juve Stabia è apparsa sulle gambe dopo pochi minuti, con Capodaglio ed Izzillo costretti a tirare le magliette degli avversari già nel primo tempo per impedirgli di ripartire. Anche il tracollo fisico è da ricondurre a scelte errate dello staff tecnico; la preparazione atletica dovrebbe essere orientata sul lungo periodo, non concentrandosi solo sull’inizio di stagione.

Insomma, la Juve Stabia è una squadra senza nè capo né coda: capo inteso come attacco, nel senso di una squadra ormai in piena difficoltà anche a trovare la via della rete, con il suo attaccante principe ostracizzato dall’allenatore. La “coda” che manca è Danilo Russo, passato da punto di forza a enorme incognita.

Il periodo nero vede proprio negli errori del portiere un fattore decisivo e non trascurabile. L’involuzione dell’estremo difensore gialloblù è la stessa che vive in grande scala tutta la Juve Stabia, allenatore compreso.

L’unica certezza è che serve una scossa per invertire la tendenza. Quella vista ieri è una squadra in caduta costante, bisognosa di un paracadute che possa quanto meno salvare la situazione, perché tornare a volare appare francamente irreale.

Il Fontana degli ultimi tempi non sembra in grado di aprire questo paracadute. La palla passa a Manniello, sperando che agisca, come sempre in passato, per il bene della sua e della nostra Juve Stabia.

Raffaele Izzo

Roma, primo Convegno sull’Etica della Felicità

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A Roma, per la Giornata Internazionale della Felicità, il primo Convegno sull’Etica della Felicità

Roma – Appuntamento da non perdere il 22 marzo, alle ore 18.00 presso il Palazzo Della Valle – Sala Serpieri in Corso Vittorio Emanuele II, 101 –Roma: in occasione della ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità, si terrà il Convegno “L’Etica della Felicità – Sviluppo del Ben-Essere Umano all’interno del Sistema Sociale”, organizzato dall’Accademia della Formazione e della Felicità e dall’Associazione Internazionale FeelGood Training.

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite consapevole, che la ricerca della felicità è un scopo fondamentale dell’umanità, riconoscendo inoltre di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica. (risoluzione A/RES/66/281 dell’Assemblea dell’ONU)

Prospettive etiche per un eco-sistema della Felicità. 

La missione è dare corpo ad una diversa percezione della Felicità possibile, in funzione di un approccio consapevole per pensare il Ben-essere della Persona in chiave non solo individuale ma sistemica è strutturata, nelle Aree più importanti della nostra vita: Salute, Cultura, Economica, Società.

L’obiettivo del Convegno è realizzare uno sviluppo equilibrato in tutti gli aspetti della vita, che è essenzialmente la nostra felicità. Sensibilizzare l’importanza del Ben-Essere Umano all’interno dei vari sistemi sociali.

Per confermare la propria presenza è possibile iscriversi via modulo web al seguente indirizzo: https://goo.gl/1GryVV entro e non oltre il 20 marzo ore 18.00.

Al termine del Convegno verrà rilasciato a tutti i partecipanti un Attestato di Partecipazione.

Convegno “L’ETICA DELLA FELICITÀ ” 22 marzo H. 18.00

Palazzo della Valle – Sala Serpieri

Corso Vittorio Emanuele II, 101 –Roma

 

Trump e il petrolio

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Le riserve di petrolio negli Stati Uniti segnano nuovi record e il barile torna sotto i 50 dollari, nonostante i Paesi produttori dell’Opec abbiano deciso di tagliare la produzione. L’oscillazione premia il presidente americano Donald Trump, che vuole rendere l’America impermeabile alle dinamiche geopolitiche, portando il petrolio dal Canada al Nebraska con il nuovo e controverso oleodotto Keystone XL.

Oleodotti e giacimenti minerari, Trump non si fida degli sceicchi e punta all’autonomia energetica

Il presidente vuole dettare le regole e mobilita il Paese: “Dobbiamo essere indipendenti dalle nazioni ostili”

NEW YORK – Nel quarto giorno dell’era Trump, il neoeletto presidente degli Stati Uniti ha firmato – fra gli altri – due decreti esecutivi per completare altrettante opere infrastrutturali del comparto energetico, la cui realizzazione era ostaggio di un’impasse della precedente amministrazione. I provvedimenti puntano ad agevolare e accelerare la messa in opera dell’oleodotto Keystone XL da parte di TransCanada, e il completamento del Dakota Access da parte di Energy Transfer Partners. Due pilastri della più ampia strategia di primato energetico nazionale col quale Donald Trump punta a consolidare l’indipendenza del Paese, mettendolo al riparo dalla volatilità finanziaria internazionale e dalle dinamiche di prezzo dettate dall’Opec.

La strategia Trump in materia energetica, di cui la controriforma ecologista e il rilancio dell’industria mineraria sono aspetti strategici, giunge in un momento di nuova volatilità del prezzo del petrolio, con il barile di Wti a quota 48,49 dollari, ovvero ai minimi dal 29 novembre. L’impressione è che si sia innescato nuovamente quel trend che aveva portato in circa un anno e mezzo il prezzo del barile da 110 dollari ai 26 dollari di gennaio 2016, sotto l’azione della lunga mano saudita. Il congelamento dei tagli di produzione da parte di Riad, capofila Opec, con conseguente depressione dei prezzi, aveva messo fuori gioco i Produttori minori e portato alla bancarotta circa 80 aziende Usa del comparto. E in ultima istanza innescato ricadute negative sulla stessa Arabia Saudita, costretta a ricorrere all’austerity in stile occidentale. Una spirale viziosa dinanzi alla quale lo stesso ministro per l’energia di Riad, Khalid Al-Falih, e la controparte russa Alexander Novak, avevano messo a punto una strategia di tagli dell’output varata a dicembre, ma nonostante la quale, tre mesi dopo, il prezzo del greggio ha ripreso a scendere, sia per l’aumento delle scorte Usa sia per l’incertezza sulla durata dei tagli.

Non si è nella situazione di un anno fa, come spiegano fonti autorevoli, visto che ora tutto il mercato, sia finanziario che delle materie prime, «sta vivendo un’influenza positiva post elezione Trump. In più la corsa agli armamenti, auspicata dal nuovo presidente, di norma sostiene il mercato dell’oro nero, e anche le controriforme ambientaliste meno ostili ai combustibili fossili aiutano». Questo vuol dire che il «crude» a 50 dollari al barile è un prezzo che non è così lontano dal suo valore reale. «Il quadro generale geo politico è cambiato, e comunque se non cambiano le logiche storiche sul greggio, l’imprevista vittoria di Trump, l’aumento della spesa militare e l’allenamento alle strette ambientaliste sosterranno i prezzi verso un intervallo di oscillazione compreso tra i 60 e 45 dollari per un bel periodo di tempo». Fattore questo che consentirà a Trump di tenere a bada i Paesi produttori del Golfo.

In sintesi in tale mutato quadro generale di riferimento gli Usa possono iniziare a dettare le loro regole, primo perché l’entrata in scena di Trump ha innescato meccanismi che influenzano il sistema stesso (politiche energetiche, militari e ambientali). Secondo perché il presidente vuole dotare il Paese di una corazza che lo renda praticamente impermeabile «a certe dinamiche indotte e opache», anche perché il greggio è la linfa vitale dell’economia Usa. E questo dotandosi di risorse interne, accrescendo gli standard energetici di consumo e produzione, sviluppando alternative per il trasporto veicoli a gas, elettrici o a idrogeno.

In questo contesto rientra il Keystone XL (5 mila km in tutto) per trasportare il petrolio dall’Alberta, in Canada, al Nebraska, dove sarebbe poi interconnesso ad un’altra struttura che lo porterebbe in Illinois e nelle raffinerie di Louisiana e Texas, sfruttando anche le sabbie bituminose del Canada. E il Dakota Access, un’opera di 1.886 km che consentirebbe il trasporto di greggio dal giacimento share Oil di Bakken in North Dakota sino a Patoka in Illinois, osteggiata dalle popolazioni Sioux per l’impatto che potrebbe avere sulle loro terre. Istanze quelle dei nativi americani che nulla possono dinanzi alla ragion di Stato, secondo il 45 esimo presidente americano. Elemento questo che rientra nell’ultimo tassello della dottrina Trump, la sicurezza energetica, per il quale è stata creata una commissione bipartisan alla Camera col compito di studiare le ricadute delle decisioni Opec sul mercato energetico globale, individuare misure di contrasto agli effetti negativi prodotti dal cartello, e proporre misure e azioni in questo senso sul piano diplomatico, legale, e regolamentare e politico. Insomma quello che Trump ha compendiato nel suo «America First Energy Plan», ovvero: «Divenire e rimanere del tutto indipendenti dall’Opec e da qualsiasi nazione ostile ai nostri interessi».

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lastampa/Oleodotti e giacimenti minerari, Trump non si fida degli sceicchi e punta all’autonomia energetica FRANCESCO SEMPRINI – NEW YORK

L’atrocità di Palermo (Gianni Riotta)

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L’Italia è scossa dalla fine tremenda di un clochard a Palermo, bruciato vivo per una gelosia. L’editorialista de La Stampa, Gianni Riotta, è tornato nella sua città per scoprire cosa sia avvenuto, in cerca di un esame di coscienza collettivo.

Una tragedia figlia della povertà. Palermo scopre il suo volto nascosto

Viaggio nella città dove un senzatetto è stato arso vivo da un rivale in amore. Prima l’accusa ai clan e ai “giovani bene”, poi un esame di coscienza collettivo

PALERMO – «Da noi queste cose non succedevano mai. Al Nord, magari, sì ma da noi mai». «Veramente, da noi, scioglievano i bambini nei barili di acido per ricattare le famiglie, altro che bruciare i senzatetto in strada con la benzina».

«E qui lei sbaglia, signor mio, forse manca da troppi anni da Palermo. Quelli che nel 1986 sparano per vendetta al piccolo Claudio Domino di 11 anni, erano mafiosi. Ma i palermitani normali si curano degli altri, come magari non accade nelle grandi città settentrionali».

La conversazione si tiene nel salone di un barbiere a Palermo, un locale dove per tanti anni gli impiegati della Regione Siciliana hanno fatto la sfumatura alta per andare in ufficio e che ora taglia creste irochesi ai loro nipoti. La morte di Marcello Cimino, senza casa di 45 anni, inondato di benzina e arso vivo da un compagno di strada e coetaneo, Giuseppe Pecoraro, apre in città un esame di coscienza che per tutto il weekend, radio, tv, web, giornali, parrocchie, feste familiari, alla predica dell’arcivescovo Lorefice, si chiede perché?

I ragazzi «da fuori»

Da Don Ciotti, qui amato per le sue cooperative di Libera, si punta il dito sul degrado, la povertà di chi resta solo, e dapprima la reazione sembra quella contro la banda dei ricchi balordi che, per gioco, manda sul rogo un disgraziato, come a volte è accaduto «al Nord». In coda nella pasticceria nota, dietro la villa dove viveva lo scrittore Leonardo Sciascia sabato mattina si diceva «Sono ragazzi di certo», «Venuti da fuori», «Hai presente quelli del giro della cocaina bene? Quando pippano non hanno testa, l’hanno fatto per ridere, magari ubriachi». E nel pomeriggio i ragazzi che da questa città millenaria che gli Arabi chiamavano «felice», provano a trasformare l’infelicità in protesta, con una fiaccolata. Sul web il cinismo corrosivo li investe subito, «E questa è Palermo, un barbone muore bruciato e quelli fanno la fiaccolata di protesta, e contro di chi per cortesia?».

La protesta è in fondo un miraggio, ci fosse un colpevole, la povertà, la miseria, l’odio tra depravati viziati, quelli che hanno abbandonato tennis, vela e macchine sportive da Targa Florio dei loro padri per sprecare la vita a bordo piscina con la coca, forse Palermo si sveglierebbe domenica mattina – sotto una luce azzurra ripulita dal vento sotto il Monte Pellegrino amato da Goethe – meno dispeptica. Ma intanto la verità è emersa, dalle indagini di polizia e magistratura, con l’ausilio delle telecamere ubique. Niente odio, niente razzismo, niente gioventù bruciata e dramma dell’emarginazione. Ogni fretta sociologica, ogni filippica contro quella che il vecchio sociologo Paul Goodman chiamava «Gioventù assurda», dai comizi, dai pulpiti, dalle colonne sussiegose dei giornali è frettolosa. Cimino è stato ucciso da un altro povero come lui, Pecoraro faceva il benzinaio precario, vestito con la maglietta di un gigante petrolifero, per questo ha potuto riempire il suo secchio bianco, «dottore di solito ci mettiamo le olive in salamoia», di benzina e sacrificare il povero Cimino. Un gesto così poco preparato che anche a Pecoraro prendono fuoco pantaloni e barba, e spegnendo le fiamme si ustiona le mani, prova che lo condurrà alla confessione.

Dramma del cuore

Dietro il rogo un dramma d’amore. I due uomini mangiavano spesso alla mensa che i padri Cappuccini hanno allestito per i poveri, «legga il giornale, lo legga: a Sant’Egidio dicono che solo da noi i senza tetto sono 2887, solo a Roma e a Milano ce n’è di più. Ma Cimino non era un lavavetri della Circonvallazione arrivato con gli sbarchi, capisce? Qua non siamo a Fuocammare, dottore. Questo era un idraulico, aveva la sua casa a Villaggio Santa Rosalia, ma le ha viste le sorelle e le figlie? Come sono vestite? È gente perbene. Poi perdi il posto e finiscono in mezzo a una strada mi spiego o mi rendo infelice? Altri tempi e il benzinaio campava sereno e l’idraulico aveva la capanna per fare i bagni alla spiaggia di Mondello ogni estate».

Cimino è morto sotto i portici del chiostro dei padri Cappuccini, che con pazienza, come gli uomini di Biagio Conte, Missione di Speranza, Boccone del Povero, Sant’Egidio, Don Calabria, Caritas, si ammazzano di fatica e carità per sfamare ogni giorni i nuovi poveri.

Un passo

Un vecchio sociologo in pensione, di quelli che animavano il ’68 a Palermo, uno dei primi atenei della rivolta giovanile con Trento, fa i conti amaro «Spiegaglielo agli economisti della decrescita infelice, a quelli dei festival che consumiamo meno e stiamo meglio. Qua al Sud il passaggio dal certo medio a dormire sotto un ponte, come in America, è grande un passo solo ok?».

Quel passo Cimino e Pecoraro l’hanno fatto, e una fiamma, in gelosia per una donna compagna di povertà che pare si contendessero, li ha portati alla tragedia. Il falò umano dietro le Catacombe dei Cappuccini che Thomas Mann rende metafora di paura e dietro la tomba di Lampedusa, il Gattopardo. Qui la mafia cominciò nel 1971 la grande mattanza uccidendo il procuratore Scaglione, qui il caos del XXI semina morti «contro cui a che serve predicare e protestare dottore, più diventiamo poveri più la corda pazza dei siciliani che in Pirandello pure faceva ridere ammazza. Capisce».

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lastampa/Una tragedia figlia della povertà. Palermo scopre il suo volto nascosto (GIANNI RIOTTA)

Renzi: ”L’uomo che sogna a occhi aperti”

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Renzi, dopo la stagione del rottamatore e quella del governo, ora deve trovare una terza via, ma il compito non è facile. Il Lingotto è stato utile per capire il Pd che Renzi ha in mente, dopo fasi diverse della sua storia politica, osserva Federico Geremicca.

Non c’è più un uomo solo al comando

«L’uomo che sogna a occhi aperti» (definizione di un applauditissimo Marco Minniti) esce dalla tre giorni del Lingotto più forte di come ci era entrato: e già questo è un risultato non scontato, se si ripensa a certi fuorionda e a certe tensioni serpeggiate nelle settimane scorse nello stesso campo renziano. Nessuno dei problemi che il Pd si ritrova di fronte, naturalmente, può esser considerato risolto: ma gli interventi con i quali l’ex segretario ha aperto e chiuso l’happening torinese per il lancio della sua ricandidatura, possono rappresentare – se non traditi dai fatti – un incoraggiante punto di partenza.

Matteo Renzi, infatti, ha tratteggiato il profilo di un partito che non intende mettere nelle vele il vento del populismo e della paura (ma su questo, sull’immigrazione in particolare, è già sfidato da Andrea Orlando); che non rinuncia a difendere il «sogno europeo»; che si promette più inclusivo, anche rispetto ad un recente passato; e che, infine, annuncia di voler sostituire una leadership assai personale – il famoso «io» – con una direzione più collegiale (lo sconosciuto «noi»).

Certo: più che un vero e proprio programma – per il quale bisognerà attendere la mozione congressuale – si tratta di una sorta di dichiarazione d’intenti; intenti che però appaiono, nell’enunciazione, in larga misura condivisibili.

Una convention, dunque, non inutile: né per gli osservatori di processi politici e nemmeno per Matteo Renzi (pur solitamente refrattario a riti e liturgie). Anzi. Al Lingotto, infatti, è andata in scena una notevolissima prova di forza dell’ex premier nei confronti non solo di chi ha deciso di sfidarlo alle primarie (Orlando ed Emiliano) ma della sua stessa area di riferimento. Con Paolo Gentiloni in prima fila ad ascoltarlo, mezzo governo alla tribuna e una copertura mediatica ancora da segretario-premier, l’happening torinese è servito – se non altro – a mettere in chiaro ad amici e avversari quanto potere rimanga intatto nelle mani dell’ex rottamatore.

E veniamo appunto a lui, Renzi, «l’uomo che sogna ad occhi aperti» o anche il Maradona del Pd (citazione dal solitamente sobrio Delrio). Vinse le sue prime importanti primarie – a Firenze – nel febbraio di 8 anni fa e poi – nel dicembre 2013 – quelle che lo hanno portato alla guida del Pd. È stato per quasi tre anni, contemporaneamente, presidente del Consiglio e segretario dei democratici: il dominus assoluto, insomma. Ricordiamo queste date solo per annotare come la semplice idea – ammesso che esista – di riproporre in queste primarie o alle prossime elezioni politiche stile, toni e argomenti dell’era della “rottamazione” non potrebbe che rivelarsi perdente (oltre che difficilmente comprensibile).

La sensazione è che Matteo Renzi lo sappia perfettamente, ma fatichi a trovare un’altra cifra, un’altra via. È una difficoltà comprensibile, e da affrontare – per di più – in uno scenario del tutto trasformato dalla sconfitta nel referendum del 4 dicembre: cambiate le regole del gioco (dal maggioritario al proporzionale); cambiati e aumentati i giocatori in campo (dall’Mpd a un M5S ingigantito rispetto a cinque anni fa); cambiato, inevitabilmente, il suo stesso appeal.

Di fronte all’ex rottamatore, insomma, ci sono due sfide (primarie e poi elezioni) che non potrà affrontare con le innovazioni, le battute e le promesse con le quali è arrivato fino a palazzo Chigi. Nella storia repubblicana, solo due uomini – Berlusconi e Craxi – hanno governato più a lungo di lui. A volerla dire tutta, si tratta di una circostanza che sarebbe meglio valorizzare, piuttosto che tentare di occultare dietro toni che, a volte, ancora lambiscono il populismo. Un Renzi “di governo”, un Renzi “in doppiopetto” potrebbe, forse, non funzionare. Ma la tre giorni del Lingotto, però, dice che in fondo ci si può almeno provare…

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lastampa/Non c’è più un uomo solo al comando FEDERICO GEREMICCA

Calore … Politico (Lo Piano – Saintred)

Tanti politici  quando si accorgono di essere arrivati a fine legislatura, vanno in calore.

Dopo mesi e mesi passati in letargo, si risvegliano e pensano di portare a compimento tutto quello che non sono stati capaci di fare negli anni che hanno avuto a disposizione.

In questa affannosa ricerca riescono a calpestare ogni legge naturale.

Si sentono smarriti, fragili, indifesi, per tale motivo tentano con tutte le loro forze di accoppiarsi sia con soggetti appartenenti alla stessa specie, che con altri di credo politico diverso.

Da questi incesti politici nascono spesso delle figliate cieche e con poco cervello, per tale ragione i discendenti vengono chiamati microcefali.

In questo variopinto intreccio di razze,  vi sono pure i randagi che girovagando da un “letto” all’altro  non riusciranno mai a trovare una fissa dimora politica.

In Italia dal punto di vista della instabilità si stanno vivendo momenti drammatici, i gatti politici, mammoni dominanti, fanno a gara per dividersi gli ultimi avanzi dei voti degli indecisi, o di coloro che non hanno nessuna voglia di esprimere una loro volontà politica .

Ci sarà chi tirerà a dx  chi a sx, altri per il centro, per fortuna questa volta sarà il Popolo ad eleggere coloro che li dovranno rappresentare nei Palazzi del potere.

Sembra che stia per finire il tempo dei palazzinari turisti per sempre, anche se le radici politiche sono difficili da estirpare, spesso si “tramandano” di generazione in generazione, fortunatamente gli ortolani di una volta sono ormai estinti.

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BCE. Mario Draghi esclude misure di tapering, nonostante il pressing di Schaeuble

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Il Presidente della BCE, Mario Draghi, ancora una volta sotto gli strali del ministro Wolfgang Schaeuble e dei falchi tedeschi della finanza. Il ministro torna all’attacco chiedendo a Draghi d’intervenire sulle misure di politica monetaria espansiva in atto, che a suo avviso non hanno più ragione d’essere, in quanto l’Eurozona è fuori dall’emergenza, e l’aumento tendenziale del tasso d’inflazione sarebbe già sintomatico di questo processo di ripresa.

“Pur tenendo conto dell’autonomia delle banche centrali – sostiene Schaeuble – mi sto già facendo promotore di provvedimenti volti alla ‘exit strategy’.” Secondo il ministro “gli interventi di politica fiscale e monetaria hanno raggiunto il limite, a causa del forte impatto che causano nel settore finanziario”. Per questo ritiene che sarebbe opportuno venirne fuori quanto prima.

I tedeschi, del resto, non hanno mai veramente creduto nelle misure adottate dalla BCE per affrontare la crisi, che a partire dal 2007, ha messo a dura prova le resistenze e gli equilibri economici di tanti paesi dell’Ue. E non occorre essere analisti per intuire che la Germania, pur non essendo stata immune dall’aggressione della forte crisi – che non ha risparmiato tante roccaforti dell’economia mondiale, grandi potenze come USA e Cina – ha certamente retto meglio i colpi. E dunque i tedeschi ora non hanno interesse a mantenere bassi i tassi d’interesse, per questo esercitano pressioni sulla banca centrale europea, affinché l’acquisto di asset, sia drasticamente ridotto fino all’annullamento.

Nonostante le pressioni, il presidente della BCE non ha mai permesso condizionamenti sul suo operato, è più che mai persuaso che le strategie di Qe abbiano sostenuto e aiutato i paesi dell’Eurozona, che in qualche modo, anzi, sia stato come un Caronte che al momento opportuno ha contribuito a traghettare nell’altra sponda i problemi più insidiosi, e ad alleggerire le situazioni di emergenza. Uno stimolo forte, che ha avuto riflessi importanti. Oggi, peraltro, è possibile valutarne l’impatto in termini di effetti positivi, come il miglioramento dell’occupazione, per esempio. Il tasso di disoccupazione infatti si è abbassato, indice di ritorno verso la crescita.

Ma ci sono anche altri dati macro che hanno registrato un buon movimento in positivo, l’inflazione e il tasso di crescita della produzione industriale sono tra questi. Insomma, Draghi è soddisfatto delle strategie di politica monetaria espansiva, e non accetta le obiezioni di Wolfgang Schaeuble, d’altronde, su questi temi, non hanno mai viaggiato nella stessa lunghezza d’onda. Draghi è stato negli anni scorsi attaccato anche dal presidente della Bundesbank, Weidmann, che sull’argomento ha sempre polemizzato con i vertici della BCE. Una vecchia ruggine con l’establishment della finanza tedesca, che va avanti da anni, perché chiaramente difende gli interessi dell’aquila.

Draghi comunque ha intenzione di proseguire la ‘terapia d’urto’ del Qe. “Si andrà avanti anche oltre dicembre prossimo – afferma – mentre i tassi non subiranno variazioni, semmai potrebbero essere addirittura abbassati per un lungo periodo. Il tasso d’interesse principale resterà fermo allo 0,00% (al suo minimo storico), mentre quello sui depositi bancari a -0,40%, il tasso di rifinanziamento marginale allo 0,25%.

Non ci saranno misure di tapering, dunque, non sono previsti cambiamenti di rotta, perché i risultati sono considerati positivi per l’economia dell’Ue, e in questa fase di transizione, invertire il corso degli interventi potrebbe essere perfino dannoso.
Ci sono tante spie luminose in questo processo di rivolgimenti positivi per i paesi dell’Eurozona. L’economia, secondo Draghi, “procede con slancio, in tanti paesi in modo stabile e risoluto”. Gli indicatori di fiducia di famiglie e imprese, sono nettamente migliorati, anche se, secondo Draghi, è necessario monitorare con costanza senza mai abbassare la guardia.

A sostegno delle affermazioni del presidente della BCE, ci sono i numeri: il Pil nel 2017 si stima che raggiungerà un +1,8%, dunque si va anche oltre il target precedente, che era del +1,7%. Mentre nel 2018 dovrebbe stabilizzarsi con +1,7%.
Il Qe, che da aprile in avanti verrà ridotto a 60 miliardi di euro al mese, potrebbe anche andare oltre il 2017, l’acquisto di asset sarà quindi subordinato alle specifiche condizioni congiunturali, in particolare dipenderà dalla stabilità di alcuni indici fondamentali per l’assetto economico dell’Eurozona.

A destare ancora preoccupazione sono i valori dell’inflazione base, che restano fragili, nonostante l’aumento di quella nominale, dovuta in gran parte alla lievitazione dei prezzi nel settore dell’energia e degli alimentari.
Le stime della Banca centrale europea sull’inflazione infatti sono caute, per il corrente anno è previsto un target in crescita, ossia all’1,7% (era dell’1,3% tre mesi fa), mentre per il prossimo anno, si prevede che faccia un piccolo passo indietro, ossia all’1,6%. Ancora elementi d’incertezza, dunque. L’inflazione base, al netto dei prezzi energetici e alimentari, nonostante l’indiscutibile fase di ripresa, resta l’anello debole di tutta la catena, e poiché è un indice importante, è necessario procedere con prudenza.

I ‘rischi al ribasso’ non sono stati del tutto bypassati, ammette Draghi, anche se l’inflazione ha praticamente raggiunto il target del 2%, ed esistono altri presupposti per valutare in positivo la crescita.
Nella riunione della BCE del 9 marzo, Draghi ha ribadito, considerando il clima di tensione e instabilità che proviene dalle imminenti elezioni in Francia, che in ogni caso l’’Euro è irrevocabile’.

A sostegno delle sue dichiarazioni ci sono le indicazioni dell’Eurobarometro, che danno al 70% il favore verso la moneta unica della popolazione europea, tendenza peraltro in rialzo.
Per questo non si può rinunciare alla politica monetaria adottata fino ad ora, secondo Draghi, il supporto si è rivelato essenziale, e sarà tanto più ‘funzionale’ se il Qe agirà in sinergia con le strategie che verranno adottate dai singoli stati, che dovranno intraprendere misure veramente efficaci, con una serie di riforme strutturali in grado di potenziare l’economia.

Intanto, Janet Yellen, parlando all’Executives Club of Chicago, nei giorni scorsi, ha detto che molto probabilmente, nel prossimo meeting, che avrà luogo entro marzo, si darà corso all’atteso aumento dei tassi. La Presidente della Fed lascia intendere che non sarà l’unico provvedimento nella politica dei tassi. Qualora le condizioni dell’economia americana dovessero confermare il quadro di crescita in atto, sarebbero previsti ulteriori rialzi durante il 2017.