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Archeologia Cultura

E se quel coccodrillo ritrovato fosse il mostro del Maschio Angioino?

Maschio Angioino: è il coccodrillo della leggenda?

Molte leggende sono legate alla città di Napoli  e ai vari monumenti storici che sorgono nell’urbe, spicca fra questi il Castel Nuovo o Maschio Angioino.

Il Catello medievale, chiamato anche dagli Angiò “Castrum Novum”, cela diverse leggende, tra cui quella di un terribile coccodrillo del Nilo che divorava gli amanti della regina o i prigionieri del castello.

Circa quaranta giorni fa, i volontari della Galleria Borbonica hanno ritrovato durante gli scavi dei denti aguzzi e delle ossa, e hanno così subito fermato le operazioni di scavo. L’annuncio del ritrovamento è stato dato solo pochi giorni fa, dopo gli esami scrupolosi. La datazione è stata effettuata con il carbonio 14 dal Circe, Centro di ricerche isotopiche per i Beni Culturali e Ambientali dove il metodo della spettrometria di massa con acceleratore ha accertato che quelle ossa risalgono a un periodo compreso tra il 1643 e il 1666.

I reperti sono stati affidati al professor Raffaele Sardella del dipartimento di Scienze della terra della Sapienza, a Roma. Il professore, con l’aiuto Dawid Adam Iurino, ha rimesso assieme tutti i resti e ha eseguito studi molto accurati sulle caratteristiche dell’animale, giungendo così alla conclusione che: si tratta di un coccodrillo del Nilo, proprio come quello della leggenda, anche se il professore ci tiene a precisare che l’attribuzione della provenienza del coccodrillo è certa «solo» al 95 per cento.

Nel 2004 si trovò durante gli scavi i resti di un animale, si pensò subito che fosse il coccodrillo della leggenda, ma dopo accurati studi si arrivò alla conclusione che i resti rinvenuti fossero  di un cetaceo.

Oggi invece si è ormai certi che quest’ultima scoperta potrebbe essere riconducibile al mostro del Maschio Angioino.

Nei sotterrai del Castello sono presenti due prigioni: la “Prigione della congiura dei Baroni” e la “Fossa del Miglio” , inizialmente era usata come deposito del grano. Quest’ultima, con il passare del tempo fu usata per rinchiudere i prigionieri, denominata quindi successivamente “Fossa del Coccodrillo”; tra i nomi altisonanti il filosofo Tommaso Campanella fu prigioniero in questa fossa.

Benedetto Croce, nel suo “Storie e leggende napoletane” narra cosa avveniva nella “Fossa del Coccodrillo”:

“[…]a un tratto si cominciò a notare con istupore che, di là, i prigionieri sparivano. Fuggivano? Come mai? Disposta una più stretta vigilanza allorché vi fu cacciato dentro un nuovo ospite, un giorno si vide, inatteso e terrifico spettacolo, da un buco celato della fossa introdursi un mostro, un coccodrillo, che con le fauci afferrava per le gambe il prigioniero, e se lo trascinava in mare per trangugiarlo”

Secondo la leggenda, il coccodrillo fu portato nella città partenopea dall’Egitto dalla regina  Giovanna II moglie di Giacomo di Borbone. Si racconta che la regina Giovanna II dasse in pasto i suoi amanti al coccodrillo tramite una botola.

Un’altra leggenda invece ricondurrebbe alla figura di  Ferrante d’Aragona, infatti il sovrano attrasse con un tranello  numerosi Baroni protagonisti d’una congiura ai suoi danni e li gettò in pasto al coccodrillo. Secondo Benedetto Croce fu  re Ferrante a decidere di uccidere il coccodrillo. Gli gettò in pasto una coscia di cavallo, morto soffocato, l’animale fu pescato, impagliato e appeso alla porta d’ingresso.

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