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Discorso del Senatore Renzi al Senato, Martedì 20 Agosto 2019
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Discorso del Senatore Renzi al Senato, Martedì 20 Agosto 2019. VIDEO

Dopo giorni di dichiarazioni incrociate oggi, a Palazzo Madama, i due Matteo, dopo le comunicazioni del premier Conte, si sono affrontati in Aula

Discorso del Senatore Renzi al Senato, Martedì 20 Agosto 2019. VIDEO

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Il trascritto del discorso di Renzi

Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, vice presidente Salvini, sarebbe molto facile oggi assistere allo spettacolo sorridendo, ma la situazione del Paese impone a tutti un surplus di responsabilità.

Lei oggi, signor Presidente del Consiglio, si dimette. Il Governo che lei orgogliosamente ha definito in questi quattordici mesi populista ha fallito. Tutta l’Europa ci guarda e ci dice che l’esperimento populista funziona molto bene in campagna elettorale, ma funziona un po’ meno bene quando si tratta di governare. Io ricordo i vostri volti, amici del Governo, quando occupavate le trasmissioni televisive dicendo che con questa opposizione avreste governato trent’anni. Avete governato, non benissimo invero, per quattordici mesi. Nel salutarvi e nel ringraziarvi senza ironie per il servizio che avete svolto, e nell’augurarci di voltare pagina presto, ricordo con un sorriso al sottosegretario Giorgetti, cui riconosco l’onore delle armi, che ella ha distribuito, il primo giorno della riunione dei Ministri, una foto del sottoscritto, sorridendo e dicendo che non avreste fatto la fine di Renzi.

Se guardo i dati dell’ISTAT dico che è vero: non avete fatto la nostra fine. Noi abbiamo preso un Paese che aveva un PIL al meno 2 per cento e l’abbiamo lasciato con un più 1,7 per cento, anche grazie al lavoro del presidente Gentiloni Silveri. Noi abbiamo preso un Paese con la produzione industriale che aveva un segno negativo e lo abbiamo lasciato con il segno positivo. La pressione fiscale con noi si è ridotta di due punti, ma siamo orgogliosi del fatto che abbiate evitato la procedura di infrazione grazie alla nostra legge sulla fatturazione elettronica. Signor Presidente del Consiglio, signori Ministri, avete servito il Paese, ma i vostri risultati economici sono un fallimento.

Tuttavia non è questa la sconfitta più grande. E non è nemmeno quella a proposito della quale il Presidente del Consiglio si è espresso oggi in modo ineccepibile, vale a dire la riflessione sulla cultura istituzionale. Noi abbiamo apprezzato le sue parole sullo stile istituzionale. Avremmo preferito che queste parole fossero state pronunciate prima, nel corso di questi quattordici mesi. Non ci voleva una particolare lucidità istituzionale per rendersi conto che lo stile del ministro Salvini è lo stile che lo ha caratterizzato anche nella campagna elettorale. E tuttavia le diciamo, signor Presidente del Consiglio, che, quando lei pubblica un post con una lettera al ministro Salvini il 15 agosto, quella lettera, quel post trova la nostra piena convinzione. La firma su quel post la condividiamo, la firma sul decreto sicurezza no. È stata una ferita al Paese.

Tuttavia il punto fondamentale su cui discutere a mio giudizio non è l’economia e non è la cultura istituzionale. Il punto fondamentale è che in questo Paese si è creato un clima di odio, frutto anche del nostro linguaggio, del linguaggio della politica. Come fate a non essere sorpresi quando un ragazzo di colore non può entrare in una spiaggia del Nord Est, pur avendo il passaporto, anzi no, la carta d’identità di cittadino italiano, per il clima che si è creato in questi mesi?

Come fate a non sentire la commozione di fronte a una madre di un bambino adottato che dice: da qualche mese vedo un clima diverso nelle scuole, perché mio figlio, che è di colore, non viene considerato come prima? Queste sono scene che andavano bene nell’Alabama degli anni Cinquanta, non nell’Italia del 2020 e questo clima d’odio non l’abbiamo creato noi!

Signor ministro Salvini, io rispetto la sua fede religiosa. È una fede che mi sento di condividere, pur utilizzando toni totalmente diversi. Le ricordo, tra una lettura e l’altra, di dare un occhio ogni tanto al capitolo 25 del Vangelo (ovviamente secondo Matteo), ai versetti 42 e 43 quando dice: avevo freddo e mi avete accolto, avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dissetato. Se crede in quei valori, faccia sbarcare delle persone che sono ferme ancora adesso, ostaggio di una politica vergognosa!

Si tratta, signor Presidente del Consiglio, di cambiare non soltanto le politiche che avete svolto fino a questo momento, ma anche di prendere atto che la crisi che voi avete aperto oggi qui e che evidentemente vi fa sorridere, rischia di portare il Paese, per la prima volta in settantatré anni, a un voto autunnale. E se non c’è mai stato, un motivo ci sarà, perché nella tradizione italiana (e chi conosce il diritto costituzionale e parlamentare sa che questo ha un valore) mai si è votato in autunno. C’è da evitare l’aumento dell’IVA e un Esecutivo occorre non perché qualcuno di noi vuole tornare al Governo, ma perché l’aumento dell’IVA porterebbe una crisi dei consumi, che soltanto l’irresponsabilità dell’ambizione personale può non vedere. Non è un colpo di Stato cambiare il Governo; è un colpo di sole aprire una crisi in questo momento. Questo è il Parlamento, ministro Salvini, non è il Papeete! Lei deve avere rispetto per la situazione del Paese!

Qualcuno all’interno di quest’Aula dice che noi non abbiamo la poltrona, invito quindi il senatore Salvini a girarsi alla sua destra, come sta facendo, e a guardare il senatore Bagnai, che a Firenze nelle scorse elezioni si è presentato contro di me, sostenuto anche da Forza Italia e da Fratelli d’Italia, e ha fatto tutta una campagna per dire no all’euro e nel momento in cui noi abbiamo perso le elezioni (perché le abbiamo perse) è riuscito comunque a perdere il seggio. Noi non abbiamo paura di sfidarla a Firenze, a Milano, nel seggio di Bibbiano, nel seggio di Arezzo! La sfido dove vuole, signor ministro Salvini, ma non giochi sulla pelle degli italiani, perché a rischio in questo momento ci sono le famiglie italiane.

Dopo ventisei anni di onorato servizio nelle istituzioni (perché Salvini oggi ha detto che è un dipendente pubblico – pensate – da ventisei anni), in quest’Aula lei, signor ministro Salvini, punta al secondo posto: il primo – lo dico con una battuta – è fuori dalla sua possibilità, perché il senatore Casini, immarcescibile, non potrà essere raggiunto. Tuttavia, il ministro Salvini, che da ventisei anni viene pagato dal contribuente, potrebbe avere imparato che c’è il diritto che spiega come funzionano le cose, che c’è la Costituzione, che ci sono i manuali di diritto parlamentare; allora non venga a dire chi ha perso le elezioni. Lei ha fatto un Governo col 17 per cento, non col 51 per cento e questo Esecutivo ha fallito anche per sua responsabilità e prima lo ammettete prima possiamo aprire una pagina nuova!

Su questo, avviandomi alla conclusione (non utilizzerò i venti minuti, signor Presidente), ci sono due questioni aperte che vanno affrontate immediatamente: la prima riguarda la Lega, la seconda i 5 Stelle. Ministro Salvini, lei può vincere la sua sfida e portare a votare il Paese e nel caso questo avvenisse, sarebbe con l’accordo (non dico connivenza) di una parte importante anche del nostro schieramento; vedremo se sarà in grado di farlo, per ottenere quei pieni poteri, magari per uscire dall’euro o per entrare nel rublo (vedremo quello che potrà accadere). Tuttavia, quello che lei sarà in grado di fare, signor ministro Salvini, è eventualmente portare il Paese a votare nel prossimo autunno. Oppure lei perderà e se ciò accadrà – glielo dico per esperienza personale – vedrà che tanti di quelli che in questi quattordici mesi l’hanno osannata, l’hanno applaudita, l’hanno incoraggiata, si squaglieranno: è l’umana italica indole. Non lo dica a me che ci sono passato, so che cosa significa, non si preoccupi.

Il punto però è un altro: nell’uno e nell’altro caso, ministro Salvini, faccia chiarezza sulla vicenda dei rapporti con la Russia. È nel suo interesse, non nel nostro! Quereli il signor Savoini, perché non può esistere una democrazia occidentale nella quale c’è il sospetto della più grande tangente mai richiesta da persone che collaboravano con lei.

Una cosa la dico anche al Movimento 5 Stelle, prima di chiudere. Io non so se, in nome della responsabilità, noi voteremo in futuro lo stesso Governo. Sono certo che, ove questo avvenisse, di questo Governo io non farò parte, in modo orgoglioso.

Vi è, però, una cosa che vorrei voi poteste prendere dal discorso del presidente Conte, della cui sincerità non ho motivo di dubitare. Imparate, sempre, che, dietro l’aggressione personale, l’insulto e l’odio che vengono scatenati spesso sui social, a pagarne le conseguenze sono, non gli avversari politici, ma gli affetti più cari, le famiglie, le persone di cui non avete rispettato la dignità.

Tuttavia, io sono qui a dire che, prima delle legittime ambizioni, prima dei legittimi risentimenti, prima delle ripicche, viene l’interesse del Paese. Io ho servito questo Paese come Presidente del Consiglio. Ho avuto l’onore e l’onere di poter incontrare decine, centinaia di persone. So che è in arrivo una recessione, in questa parte dell’Occidente, che è molto preoccupante; so che la produzione industriale tedesca che crolla, come dice la Bundesbank, non mi fa essere soddisfatto perché almeno la Merkel soffre, come pensa qualche populista. Il crollo di quella produzione industriale significa che nel vostro, nostro, Nordest nei prossimi mesi saranno guai per tutti. So che tra Stati Uniti e Cina c’è un problema di dazi enorme. So che quello che sta per accadere in Europa, se l’Italia non si presenta al tavolo, rischia di tagliarci fuori definitivamente.

A fronte di questo, per me, prima vengono le istituzioni e poi vengono i risentimenti personali!

Con questo spirito, signor Presidente del Consiglio, noi oggi siamo felici che l’esperienza populista finisca, ma daremo il nostro contributo perché, a pagare la vostra sciagurata crisi, non siano le famiglie e non siano i consumatori!

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Stanislao Barretta

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