Se il colore tradisce il pittore ELENA PONTIGGIA*

Ma le opere d’arte vere sono anche un po’ false? I colori che vediamo nei quadri del passato (quelli autentici, per carità!) possono essere artefatti, o comunque non essere più quelli che avevano pensato e dipinto i loro autori? A volte sì. Può capitare che un colore invecchiando cambi, come la capigliatura di chi ha superato una certa età. Solo che in quel caso non c’è tintura che tenga, o comunque i procedimenti sono difficili. 

Pensiamo naturalmente alla Camera ad Arles di Van Gogh, di cui riferisce nel giornale Vittorio Sabadin. Montagne di esegesi, di critiche, di riflessioni azzerate in un attimo, annullate dalla scoperta che il celeste vangoghiano era in realtà un viola. Ma non è l’unico caso. Prendiamo la Cappella Sistina. Un grande pittore come Burri si indignava di fronte al restauro che aveva rivelato le gradazioni chiare usate da Michelangelo: “Il gelato! Viene fuori il gelato!”. Eppure il restauro aveva ragione. La dominante scura era un falso dovuto a polvere e sporco. Si sarà rivoltato nella tomba Picasso che, quando nel 1917 aveva visitato i musei vaticani, era passato davanti a Raffaello dicendo spavaldamente: “Beh, questo si può fare”, ma poi davanti ai blu del maestro toscano era rimasto sgomento. “Questo è più difficile” aveva ammesso. E invece quel blu non era mai esistito. Michelangelo era, per così dire, vissuto nell’età del manierismo e aveva cercato i colori più ambigui, cangianti, iridescenti, non il tono mentale che aveva incantato il padre del cubismo.  

E Seurat e Signac? Una vita trascorsa a calibrare la scala dei colori, a calcolare i complementari come fossero tabelline, a misurare le gradazioni di timbri e toni e a teorizzarle. E invece tutta quella loro arte-scienza oggi è spesso inservibile, perché se si guardano certi loro quadri (per non dire tutti) i colori si sono modificati e i conti non tornano più. Per fortuna che un dipinto non è soltanto cromatismo, e la magia della Grande-Jatte, quel pigro pomeriggio in cui non succede niente tranne l’arte, rimane intatta. 

A voler cercare l’autentico e l’inalterato, comunque, c’è da disperarsi. Dieci anni fa usciva a Milano il catalogo generale di Piero Marussig, protagonista triestino del «Novecento» di Sironi. I colori esibivano una dominante dorata, una sorta di verde-oro particolarmente accattivante e non mancarono acute riflessioni sulla sapienza dei pittori mitteleuropei. Peccato che l’artista non avesse mai usato quella suggestiva cromia e quel verde-oro fosse il risultato di vecchi fotocolor uniti al precoce invecchiamento di alcune tele.  

Ma ben più illustri esempi si potrebbero citare. A cominciare dalla scultura greca, che tutti, sulla scorta di Winckelmann, amiamo per il candore immacolato. E invece le statue erano colorate di azzurro, di ocra, di rosa, di carminio. Se i Greci rinascessero oggi quel bianco candeggiato non lo riconoscerebbero più.  

Insomma, è come per le traduzioni: l’importante è che siano valide. Ma non pretendiamo a tutti i costi la fedeltà. 

 

*lastampa

 
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