In Italia mancano medici, ma dopo l’emergenza covid il Paese rinuncia a 100 dottori

Circa 100 medici che hanno prestato servizio durante la pandemia potrebbero non vedere rinnovato il proprio contratto di lavoro

Ricordate le prime, drammatiche, settimane dell’emergenza Coronavirus? Certamente sì, purtroppo; non è infatti possibile dimenticare quel tragico periodo. Erano i primi mesi del 2020 e, per fronteggiare il covid all’epoca sconosciuto per caratteristiche e terapia, il nostro Paese accoglieva medici stranieri ma, soprattutto, assumeva e immetteva immediatamente in servizio giovani medici che avevano appena terminato il percorso di studi.

Così tantissimi, poi divenuti alcune centinaia di giovani dottori e dottoresse, sono passati senza esitazione dai libri o dalla normale routine, al combattere in prima linea, con annessi rischi elevatissimi nella prima fase della pandemia, il Covid19 dilagante nella sua diffusione per vari mesi. Il contributo dato nelle cure ai malati ed alla gestione dei reparti ospedalieri non si è certo esaurito con il lento placarsi dell’emergenza pandemica ma è continuato poi nelle periodiche nuove ondate del virus, allargandosi anche, ovviamente, alle cure per patologia di diversa natura, per mesi accantonate per dare la precedenza ai malati di covid.

Tutto ciò non potrebbe che avere una valenza favorevole (o positiva, nell’accezione non connessa al Covi19), se non fosse che l’Italia abbia improvvisamente scelto di rinunciare alle competenze di questi giovani medici. I medici rimasti in servizio, circa 100, hanno infatti ricevuto a mezzo email comunicazione con cui la direzione del personale del Ministero della Salute li informa che “in vista dell’approssimarsi della cessazione degli effetti dell’Ordinanza del Dipartimento della Protezione Civile n.931 del 13 ottobre 2022, il contratto in essere stipulato con questa Amministrazione, scadrà il prossimo 31 dicembre”. Dunque, con l’avvento del 2023, questi giovani professionisti, reclutati durante l’emergenza Coronavirus, hanno visto esaurito il proprio rapporto di lavoro con il Ministero della Salute.

Una dinamica che ha lasciato tanto amaro in bocca ai diretti interessati, pronti a combattere in prima linea il covid nella fase più acuta e pericolosa della pandemia, dedicatisi poi nelle fase di stasi del virus ad altri tipi di cure e patologie, ed improvvisamente informati della chiusura del proprio contratto di lavoro.

Ad aumentare l’amarezza, l’evidente attualità che racconta di come tantissime strutture di sanità pubblica versino in grande crisi gestionale, organizzativa e numerica, i cui effetti peggiori ricadono sugli utenti e sulle prestazioni sanitarie ad essi necessarie. Una situazione perdurante, causata anche dalla forte necessità di incrementare il personale: necessità che potrebbe essere risolta, per iniziare, collocando questi medici dove vi è bisogno.

Insomma, allo stato, vi è il forte rischio che tante competenze mediche di settore possano finire con l’essere “sprecate” anziché destinate alla cura dei pazienti del nostro Paese. Paese dove tutt’ora, in tantissimi presidi di Pronto Soccorso, si attendono ore ed anche giorni, per ricevere le più basilari cure, anche in situazioni di evidente emergenza, spesso con conseguenze nefaste.

Il Dr. Fausto D’Agostino e il Dr. Raffaele Quarta, coordinatori  e portavoce del gruppo di questi medici, a tal proposito si sono detti speranzosi “che il Ministero della Salute non intenda disperdere il patrimonio di esperienza acquisito da chi come noi ha lavorato in prima linea durante la pandemia. Auspichiamo che si possa arrivare in tempi brevi a un ricollocamento di questi medici che potrebbero in questo modo continuare a dare il proprio contributo alla collettività e al sistema sanitario nazionale”.

 

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