Inaugurazione al Mo.Sa della mostra "Il culto del Duce"
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Mussolinismo e Fascismo al Museo di Salò. Recensione di Paolo Corsini

Mussolinismo e Fascismo. Recensione del Senatore Paolo Corsini  sulla mostra “Il culto del Duce” al museo di Salò

Brescia – Al Mu.Sa di  Salò, il 28 maggio, è stata inaugurata la  mostra “Il culto del Duce”, un viaggio nel ventennio Fascista attraverso l’esposizione di busti, raffigurazioni (disegni, stampe, dipinti, manifesti) e documenti dell’era mussoliniana. L’apertura dell’evento è stata preceduta da un momento musicale in cui le note di un violino della Shoah (della Collezione Le Stanze), suonato da Daniele Richiedei, hanno onorato le memorie dei caduti di Piazza della Loggia. Il Senatore Paolo Corsini, visitata la mostra, solleva alcuni interrogativi sul senso e il significato dell’esposizione offrendoci spunti interessanti, per un obiettivo giudizio dopo un’oculata recensione sul Mussolinismo e Fascismo al Musa.

Recensione di Paolo Corsini.

A proposito della mostra “Il culto del Duce”. 1922-1945 sino ad ora l’attenzione si è prevalentemente rivolta a vicende quali lo spostamento del giorno d’inaugurazione inopinatamente fissato al 28 maggio: una gaffe pacchiana, una vistosa lacuna storica cui ha fatto seguito la pubblica ammissione di un complesso di colpa attraverso la proposta, in chiave autoassolutoria per gli organizzatori, di far risuonare le note del violino della Shoah in memoria dei caduti di piazza della Loggia. E così pure sono stati sollevati interrogativi sul significato dell’iniziativa e sul messaggio, aperto o subliminale, che può trasmettere. Sdoganamento del Fascismo, richiamo per i nostalgici, una rilettura del Ventennio in chiave revisionistica, sino alla caduta sul terreno scivoloso dell’apologia o del cerchiobottismo, nel quadro di una monumentalizzazione di Salò e dei luoghi della Rsi come santuario della Nuova Destra? Il dibattito politico-ideologico resta aperto e non valgono certamente a tacitarlo le rassicuranti esternazioni del curatore. Ora, a mostra inaugurata, gli elementi per un giudizio sono tutti lì davanti a noi, e ci consentono una valutazione di merito.

Anzitutto il luogo dell’esposizione che annovera la sezione dedicata ai disegni, alle stampe, ai dipinti, ai manifesti, collocata negli spazi del Musa riservati alla Rsi. In realtà spazi sprecati vista la scarsissima consistenza dei materiali, la pochezza della documentazione proposta al pubblico, l’ambiguità stucchevole, a dir poco, dei filmati e dei racconti affidati a voci narranti attivabili self-service, rispettivamente di parte fascista e di parte “ribelle”. Una sorta di storia prêt-à-porter, che si accompagna all’esaltazione di una equidistanza, di una presunta possibilità di neutralizzare la vicenda repubblichina e i suoi orrori, sino alla sottrazione, per lo storico, di assumersi la responsabilità di spiegare, come se la storia possa nello stesso tempo assolvere e condannare. Il ricorso alle fonti provenienti dalle parti in lotta è indispensabile proprio nella misura in cui la storia tira le fila e offre una sua ricostruzione. Così quanto alla Rsi, così, per citare un esempio classico, come per le crociate: fonti arabe, fonti cristiane e infine, la storia degli storici.

Ne deriva per le opere esposte al Musa un effetto “collezione”, privo di una linea di lettura, una specie di “quadreria” del tutto allineata alle atmosfere ovattate e distorcenti di uno spazio in cui non si riconosce la tragedia consumata tra il ’43 e il ’45, né si distinguono le ragioni e i torti delle vite vissute e cadute. A maggior ragione, considerando l’insufficienza delle didascalie, dei testi esplicativi, che per lo più non segnalano il tempo di produzione, né riconducono alle varie correnti artistiche, né riportano l’evoluzione dell’immagine del Duce alle varie fasi di nascita, affermazione, crollo del regime. Decontestualizzazione e destoricizzazione contrassegnano, per altro, la sezione della mostra dedicata ai busti. Qui stupisce l’assenza, francamente inspiegabile, di una delle opere più rilevanti e significative: il busto di Adolfo Wildt del 1923 conservato presso i Civici musei d’arte e storia di Brescia e quindi di facile reperibilità. Una domanda sorge per altro spontanea. La figura del Duce – ribelle, uomo d’ordine, eroe sconfitto, interpetre insieme dei miti della tradizione e della modernità, dell’autorità e della gerarchia, della giovinezza, della velocità, dell’Italiano nuovo, prima condottiero virile in pose marziali e solenni poi in posa riflessiva da uomo di pensiero, interprete dell’intero immaginario nazionale configurato nel culto del “mussolinismo” come fede religiosa – la figura del Duce, dicevo, come può non essere rapportata alla realtà storica del Fascismo? Vale a dire ad una fabbrica del consenso che si avvale e ricorre ad una vasta gamma di strumenti, dalla violenza e dalla coercizione alla irreggimentazione corporativa delle rappresentanze d’interesse, dalla mobilitazione emozionale alla progressiva sostituzione del partito allo Stato, dall’allineamento degli intellettuali alla nazionalizzazione delle masse, secondo un disegno “organicistico” di modernizzazione dall’alto capace di spegnere una dialettica sociale sempre più depoliticizzata. Come se il “mussolinismo” possa essere considerato separabile dal Fascismo. Alla fine, dunque, un messaggio fuorviante che, mentre dice, non dice. Per concludere, un’occasione mancata e insieme l’auspicio che l’annunciata continuazione dei quaderni del museo possa trovare espressioni più convincenti e, soprattutto, veritiere.

Paolo Corsini

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In merito all'autore

Maria D'Auria

Giornalista campana di adozione romana. Laureata in giurisprudenza, impegnata nel sociale, appassionata di lettura, scrittura, fotografia. Collaboratrice della testata ViVicentro.it, referente per la Regione Lazio. Esperta di comunicazione, cronaca sportiva, inchieste, eventi.

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