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L’Angolo di Samuelmania – Usciamo a testa alta!

L’Angolo di Samuelmania – Usciamo a testa alta!

Napoli-Real Madrid, la partita per entrare nella storia. Una gara molto sentita in città con una grande organizzazione da parte di tutti. Non posso non sottolineare l’organizzazione e il comportamento degli ultras delle curve che hanno fatto delle bellissime coreografie, frutto di tanta passione, amore e sacrificio! Il Napoli ha fatto un ottimo primo tempo andando anche in gol con Dries Mertens, peccato che poi nel secondo tempo non sia andata bene per gli azzurri che hanno subito 2 gol di testa da Sergio Ramos e un gol da Morata. La partita finisce 1-3 per il Real Madrid, ma la cosa importante è che siamo usciti a testa alta. Sempre più orgoglioso di questi colori. Forza Napoli Sempre!

a cura di Samuele Esposito

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Zagrebelsky: ”Un patto con Berlusconi non è un inciucio”

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In un’intervista il giurista e uomo del fronte del “No” al referendum Gustavo Zagrebelsky parla della politica italiana. “Renzi è vittima di viltà” spiega, “un patto con Berlusconi non è per forza un inciucio”. Parlando dell’ex premier lo definisce “sfibrato e isolato” e ai Cinque Stelle suggerisce: “Apritevi alle alleanze per non perdervi nella protesta”. Intanto l’ex sottosegretario Tommaso Nannicini svela il piano per rilanciare il progetto politico del Pd di Renzi: “Basta bulimia riformista, bisogna ripartire da Gramsci”.

Zagrebelsky: “Renzi vittima di viltà: un patto con Berlusconi non è per forza inciucio”

Il giurista: «L’ex premier sfibrato e isolato mi fa simpatia. Il M5S si apra alle alleanze per non perdersi nella protesta»

GIUSEPPE SALVAGGIULO
TORINO – Dieci anni fa Gustavo Zagrebelsky era al Lingotto ad ascoltare Walter Veltroni. Ora, dopo la campagna per il No al referendum, il presidente emerito della Corte Costituzionale osserva da lontano mentre lavora alla quinta edizione di Biennale Democrazia, intitolata «Uscite d’emergenza». «L’emergenza è il pericolo incombente che si affronta con lo stato d’eccezione per non naufragare – dice -. Ma emergenza è anche la vita nuova che si affaccia e chiede d’essere riconosciuta. La prima è figlia della disperazione; la seconda, della speranza».

L’Europa a quale emergenza appartiene: naufraga nel populismo o spera in una vita nuova?

«Quando il pensiero s’inaridisce, pullulano gli slogan. Oggi trionfa il populismo. Fino a qualche tempo fa, l’antipolitica di cui si parla sempre meno, perché quelli che usavano questa parola accusatrice hanno dimostrato di avere essi stessi poco a che fare con la politica».

Considera anche il populismo solo uno slogan?

«Ma chi è il populista? Populisti erano i socialisti russi della seconda metà dell’800 che si battevano per l’abolizione della servitù della gleba; Simón Bolívar che lottava per il riscatto delle plebi in America Latina; Perón e suoi descamisados; ma anche Napoleone I e III con i loro plebisciti; Hitler è stato detto populista da papa Francesco e la stessa parola è stata usata per Obama, Clinton e ora Trump. Da noi Berlusconi e Renzi non sono populisti, così come Grillo, ciascuno a modo suo? Finiamola con le etichette».

Davvero lei crede che la parola su cui ci si divide nel mondo sia in fondo vuota e ingannevole?

«Forse un significato generico ce l’ha, ma è tale da sconsigliarne l’uso. Chi si dà l’aria di anti-populista molto spesso dichiara implicitamente di parlare a nome di qualche establishment, di qualche oligarchia; populista è chi è contro. Dunque il significato è altamente politico, attiene a un aspetto dello scontro in atto nelle nostre società».

Tra le parole dell’ambiguità annovera anche il tanto evocato e temuto «sovranismo»?

«La globalizzazione ha ridotto gli Stati a gestori dell’ordine pubblico e ha privato masse di individui di tutele giuridiche e sociali. Non mi pare sbagliato rivendicare qualche parte di sovranità. Il punto è che dilaga un sovranismo aggressivo e nazionalista, a scapito di uno democratico».

Come si fa a distinguerli?

«Tutti, a cominciare dal Pd, dovrebbero chiarirsi con se stessi invece di insistere nella retorica inconcludente del “battere i pugni sul tavolo”. Il punto di partenza deve essere la Costituzione che non prevede affatto la liquidazione della sovranità nazionale. Ne consente “limitazioni” e non senza condizioni: devono servire alla costruzione della pace e della giustizia tra le Nazioni».

L’Unione Europea serve a questo?

«Mi pare che sia sempre più diffusa la risposta negativa. E allora occorre ripartire dall’interesse nazionale: non per chiuderci, ma per aprirci a una fattiva politica d’integrazione per quegli scopi. Riaffermazione della sovranità ed Europa non sono incompatibili. Se manca la prima, saremo in balia dell’Europa della finanza e della burocrazia».

Il Lingotto 2017 può affrontare questi temi?

«Come tutti quelli che hanno a cuore politica e democrazia, lo spero. Ma temo il profluvio di slogan e di parole vuote. Wittgenstein ha scritto qualcosa del genere: di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. Si potrebbe aggiungere: si deve tacere anche di ciò di cui è inutile parlare. Solo delle cose che potrebbero essere diverse da ciò che diciamo merita parlare».

Che c’entra Wittgenstein con il Lingotto?

«Se sottoponessimo i discorsi pubblici a questo semplicissimo test, resterebbe molto poco. Il culmine si è toccato nell’esordio di un documento del Pd di qualche anno fa: “Noi, i democratici, amiamo l’Italia”. Perché, qualcuno sospettava il contrario?».

E l’idea dei tavoli di ascolto?

«Il rischio delle vuote parole che svaniscono nel nulla mi pare assai alto. Invece che generici giri di opinioni su temi quali “populisti e democrazia” o “il potere del sapere”, non sarebbe più congrua una discussione su proposte specifiche del partito? Un partito che dice: non ho idee, datemele voi, dichiara impotenza e superfluità».

Come vede Renzi?

«Sfibrato e sempre più isolato, vittima d’una certa viltà di coloro che gli sono stati intorno non senza adulazioni e connessi benefici e ora, nella difficoltà, lo stanno abbandonando. Soltanto per questo, merita simpatia».

Come uscirà il Pd dalle primarie?

«Corre un gran rischio. Se Renzi, malgrado ciò che sta accadendo, vince le primarie è altissimo il rischio che il partito cada nella fossa, perda definitivamente la sua identità».

Come finirà la partita sulla legge elettorale?

«Sebbene si dovesse approvare “subito!”, non se ne parla più. Sembra comunque che tutti, volenti o nolenti, siano rassegnati a ritornare alla proporzionale, la formula che fa meno paura in un sistema tripolare. Oltretutto, è quella più funzionale a una grande coalizione per poter arginare l’ascesa dei 5Stelle: il fantasma che turba i sonni di tanti».

Si ripiomberà nella prima Repubblica?

«Potrebbe essere un’uscita non voluta ma subita. Con prospettive inquietanti che spetta ai professionisti della politica scongiurare. Se la Repubblica di Weimar è in vista, spetta a loro agire per evitarla».

Anche ai Cinquestelle?

«Certo. Non mi piace l’ostracismo nei loro confronti. Al pari, pur apprezzando lo spirito di novità che portano nella vita politica, non mi piacciono i settarismi, i riti inquisitoriali che portano alle espulsioni e l’indisponibilità a cercare accordi, mediazioni».

Come vede l’evoluzione del M5S?

«In assenza di responsabilità nazionale potrà ancora gonfiarsi di voti protestatari. Ma attenzione: nella protesta possono confluire cose d’ogni genere, anche contraddittorie e pericolose. La diffidenza reciproca con coloro che potrebbero contribuire a costruire un gruppo dirigente all’altezza della situazione non è un buon viatico verso il governo».

Rifiutare alleanze è il loro Dna.

«Mettersi e mettere in gioco, qui è il problema della democrazia nel nostro Paese. La democrazia è il regime del compromesso. Non lo dico io, ma il grande giurista Hans Kelsen. Il punto è: compromessi con chi, con quali contenuti, in vista di che cosa. Non ogni compromesso è, come si dice, “inciucio”».

Nemmeno quello con Berlusconi?

«Se non è un compromesso corrotto, sugli interessi, chi l’ha detto che è inciucio per definizione? Le cose cambiano, bisogna leggere bene le carte. Se sono pulite, a costo di scandalizzare, dico che non vedo a priori lo scandalo».

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Juve Stabia-Paganese arbitra Niccolò Pagliardini

Due i precedenti in lega Pro di Pagliardini con le vespe, entrambi contro il Messina

Per la decima giornata di ritorno del campionato di Lega Pro girone C che si disputerà domenica 12 marzo alle ore 14 e 30 allo stadio “Romeo Menti” di Castellammare è stato designato Niccolò PAGLIARDINI della sezione di Arezzo a dirigere il derby campano tra Juve Stabia e Paganese.

Pagliardini arbitro dal giallo facilePagliardini, nato ad Arezzo il 20 ottobre 1984, è al suo quinto campionato in Lega Pro, nelle passate stagioni ha diretto i gialloblù in due occasioni, entrambe con il Messina, una volta al “Menti” e un’altra volta al “San Filippo”, questi i precedenti:

– 2014 / 2015 – Campionato Nazionale Lega Pro girone ‘ C ‘

– 11 ottobre 2014 – 8° giornata d’andata: JUVE STABIA – MESSINA 1 – 1 un gol per tempo, nel primo i giallorossi in vantaggio con Corona, nella ripresa pari delle vespe grazie ad una perla su calcio di punizione del capitano Fabio CASERTA.

– 2015 / 2016 – Campionato Nazionale Lega Pro girone ‘ C ‘

– 29 novembre 2015 – 13° giornata d’andata: MESSINA – JUVE STABIA 0 – 0.

L’assistente numero uno sarà: Marco SCATRAGLI della sezione di Arezzo;

l’assistente numero due Marco PANCIONI della sezione di Arezzo.

Giovanni MATRONE

Tassa acchiappa ricchi: tanto rumore e pochi guadagni

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Per Stefano Lepri, la misura in merito alla tassa-standard da 100 mila euro l’anno proposta dall’Italia rischia di avere effetti limitati con “tanto rumore e pochi guadagni”. Il ministero dell’Economia, invece, si affretta a chiarire che “non si tratta di un condono per i miliardari bensì un provvedimento che aumenterà il gettito” nel nostro Paese che  punta così a diventare un “paradiso” per stranieri ricchi. L’obiettivo è attirare i Paperoni in fuga dalla Brexit.

Tanto rumore ma pochi guadagni

Ne valeva la pena? Questo abbuono forfettario di tasse che vuole attirare gli straricchi a vivere in Italia, anche se funzionasse al meglio, porterebbe nelle casse dello Stato una cifra irrilevante per un Paese di sessanta milioni di abitanti. Se non funzionasse, ne rimarrebbe soltanto l’impressione sgradevole che a torto o a ragione sta suscitando in queste ore.

Misure di questo genere hanno senso in Paesi piccoli, sui quali i trasferimenti di residenza di alcune persone ad alto patrimonio può incidere in modo significativo. Il Principato di Monaco, ad esempio, ci campa. Anche Malta ha norme generose. Oppure possono essere marginalmente utili a Paesi non piccoli che offrano già una piazza finanziaria e bancaria.

Inserita nella legge di bilancio 2017, tra tante novità assai più importanti, questa norma era giustamente sfuggita all’attenzione dei più. Nelle stime più ottimistiche potrebbe fruttare al massimo 100 milioni di euro all’anno, lo 0,02% del gettito fiscale complessivo.

E se facesse fiasco, nessuno ci perderebbe nulla.

Si copia quanto già da tempo esisteva in Gran Bretagna (i «residenti non domiciliati»); proponendosi ora di sfruttare il possibile esodo da Londra, dopo la Brexit, di banchieri e possidenti vari. Non siamo l’unico Paese del continente europeo che ci sta pensando. Né è una novità tentare di attirare i ricchi in un Paese dove ci sono sole e mare, Spagna e Portogallo hanno già provato.

La speranza è forse che i ricchi facciano moda, inducano altri a seguirli, animino così i consumi e il mercato immobiliare. Vista nell’insieme dell’Europa, però, questa concorrenza a strapparseli non giova: qualche Paese ha successo, qualche altro no, in totale la tassazione su redditi e patrimoni alti diminuisce.

Forse poteva risparmiare di mettersi in gara anche l’Italia, dove l’impressione che il sistema tributario sia iniquo è diffusa (pur se è bene ricordare quanto scrisse una volta Luigi Einaudi, che quelli che più strillano contro le tasse di frequente sono quelli che meno le pagano). Si rischia di creare un bersaglio ideale per la ricorrente demagogia dell’«uomo qualunque» torchiato dal fisco.

Quanto pesa, poi, un incentivo così? Da una parte, vivere in Italia esercita già una attrattiva importante. Nelle ville in Toscana o in Sardegna, ai nababbi dell’Occidente si aggiungono ora anche i russi. Dall’altra, per indurre un banchiere a scegliere Milano lasciando Londra contano assai più altri fattori che al momento mancano, come banche fiorenti e una burocrazia che funzioni.

Voci governative ribattono che si sono introdotte anche agevolazioni fiscali per attrarre i «cervelli». Vediamo se funzioneranno; per chi fa ricerca come per tutti i soldi contano, ma conta assai più dove la si fa, con quali risorse, con quale efficienza, con quali prospettive. Nell’un caso e nell’altro, lo strumento tributario rischia di apparire come un «vorrei ma non posso».

Ci si illude spesso (i politici si illudono) di trovare scorciatoie rispetto al faticoso lavoro di riformare ciò che non funziona. Le agevolazioni fiscali sono strumento valido in una società fluida, mobile, aperta al cambiamento, concorrenziale. Altrimenti servono solo a fare annunci.

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vivicentro/Tassa acchiappa ricchi: tanto rumore e pochi guadagni
lastampa/Tanto rumore ma pochi guadagni STEFANO LEPRI

L’Italia paradiso per stranieri ricchi

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Il ministero dell’Economia, in merito alla tassa-standard da 100 mila euro l’anno proposta dallItalia, si affretta a chiarire che “non si tratta di un condono per i miliardari bensì un provvedimento che aumenterà il gettito” nel nostro Paese che  punta così a diventare un “paradiso” per stranieri ricchi. L’obiettivo è attirare i Paperoni in fuga dalla Brexit. Ma per Stefano Lepri però la misura rischia di avere effetti limitati con “tanto rumore e pochi guadagni”.

Fisco, anche l’Italia diventa paradiso per gli stranieri ricchi

Entra in vigore la tassa da 100mila euro l’anno. Obiettivo: attirare i Paperoni in fuga dalla Brexit

«Lasciate che i ricchi vengano a me». L’Italia si dà una legge attira-Paperoni per convincere gli stranieri più facoltosi a stabilire qui la residenza e a pagare le tasse e a consumare il loro reddito dentro ai nostri confini. Il momento è ben studiato: approfittiamo del nervosismo che regna a Londra fra gli sceicchi del petrolio, gli oligarchi russi e gli altri nababbi, preoccupati che la Brexit tagli fuori dall’Europa le loro attività finanziarie. Diversi Paesi sono impegnati da anni a fare da calamita ai ricchi, non solo il Regno Unito ma anche la Spagna, il Portogallo e altri. Adesso ci proviamo pure noi, pur fra le polemiche, perché il trattamento fiscale proposto è davvero molto generoso e il rischio di abusi non manca.

La novità è operativa da subito ed è stata introdotta dall’ultima legge di Bilancio. Si tratta di una «flat-tax» o imposta fissa per i Paperoni: se verranno ad abitare in Italia, ai ricchi basterà pagare un forfait di 100.000 euro all’anno, e se ci sono un coniuge e dei figli con redditi separati, questi potranno godere della stessa agevolazione versando altri 25.000 euro a testa. Trattamento garantito per 15 anni.

L’obiettivo è che assieme alle persone arrivino in Italia anche le loro attività economiche. Milano spera che le banche d’affari della City di Londra, pronte all’emigrazione post-Brexit, si trasferiscano nei grattacieli meneghini anziché in Irlanda o a Francoforte. Anche il progetto di espansione edilizia a Roma nella zona del nuovo stadio è legato, in parte, a questo retropensiero.

Per evitare che ad approfittare della super-agevolazione fiscale siano degli italiani che fanno finta di trasferirsi all’estero e poi «tornano» senza mai essersi allontanati, l’imposta fissa viene concessa solo a chi nei precedenti 10 anni abbia pagato per almeno 9 anni le tasse all’estero. Resta comunque il timore che si trovi il modo di aggirare il vincolo.

Ma c’è poi tutta questa voglia da parte degli stranieri ricchi di arrivare in Italia? Giancarlo Bracco, fondatore di ImmobilSarda (case di lusso in Gallura) e per anni promotore della legge attira-Paperoni, dice che «secondo uno studio di Hong Kong ci sono milioni di nuovi ricchi in Asia, in Sud America e nell’Est Europa che vorrebbero trasferire le famiglie in Occidente, perché la qualità della vita nei loro Paesi non raggiungerà i livelli occidentali se non fra trent’anni. E l’Italia risulta terza in Europa come meta ideale». Esiste già una tradizione di ricchi inglesi o americani innamorati della Toscana (Chiantishire) come ad esempio il cantante Sting (ex Police), o di scrittori e intellettuali assortiti che puntano su Roma o più a Sud (tipo Gore Vidal che è vissuto per decenni in una reggia a Ravello). Poi sono arrivati i russi ricchi a comprare la seconda casa a Forte dei Marmi e la terza casa sulla Costa Smeralda davanti alla Versilia, così da fare la spola in yacht fra una magione e l’altra. Ora la speranza è di attrarre nuove ondate.

Reazioni politiche. Positivo Matteo Renzi: «Ci sono super ricchi che mettono la residenza fuori e pagano le tasse fuori. Tu li chiami alla possibilità di avere una tassazione fissa se investono in Italia. Questo può portare capitali stranieri». Negativo l’ex ministro della Finanze Vincenzo Visco: «La flat tax è un’altra delle stravaganze di Renzi. Pensa di fare concorrenza agli inglesi sul loro terreno, dopo la Brexit, ma la concorrenza fiscale a tutti i costi crea solo un mondo di diseguaglianze, alimentando il populismo». Negativo, ma per ragioni opposte, anche Matteo Salvini (Lega Nord): «Bene la flat tax. Ma perché applicarla solo ai ricchi stranieri? La Lega propone un’aliquota unica al 15% per tutti gli italiani».

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lastampa/Fisco, anche l’Italia diventa paradiso per gli stranieri ricchi LUIGI GRASSIA

L’Italia e la ”tassa acchiappa ricchi”

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Offrendo una tassa-standard da 100 mila euro l’anno, lItalia punta a diventare un “paradiso” per stranieri ricchi. L’obiettivo è attirare i Paperoni in fuga dalla Brexit. Il ministero dell’Economia si affretta a chiarire che “non si tratta di un condono per i miliardari bensì un provvedimento che aumenterà il gettito” nel nostro Paese. Per Stefano Lepri però la misura rischia di avere effetti limitati con “tanto rumore e pochi guadagni”.

“Nessun condono ai miliardari, servirà ad aumentare il gettito”

Il ministero dell’Economia: così incasseremo più imposte e spenderemo i soldi per migliorare i servizi alla collettività

Dal ministero dell’Economia si puntualizza: la «tassa acchiapparicchi», ovvero la flat tax da 100.000 euro l’anno sui redditi prodotti all’estero dai ricchi che sposteranno la residenza in Italia non è uno sgravio, un’elargizione ai miliardari, ma un provvedimento che aumenterà il gettito delle tasse nel nostro paese. A spese di cittadini stranieri o di italiani da tempo all’estero (per accedere alla norma bisogna aver vissuto fuori dai confini da almeno nove anni negli ultimi dieci, e occorre che la domanda sia accettata dall’Agenzia delle Entrate) che decideranno di prendere la residenza in Italia.

La norma è largamente ispirata alle regole da tempo in vigore in Gran Bretagna, e insieme ad altri provvedimenti mira ad attrarre in Italia investitori aziende e manager (perché no, provenienti anche dalla Inghilterra del post-Brexit). I vantaggi, spiegano a Via Venti Settembre, sono molti: più ne verranno, e più ne beneficeremo collettivamente, tra tasse in più incassate qui e soldi spesi in Italia per beni e servizi dai «nuovi italiani».

Eppure, come fanno notare i critici, la «acchiapparicchi» lascia un sapore un po’ antipatico: srotoliamo tappeti rossi ai ricchi, e intanto continuiamo ad esportare i cervelli brillanti dei nostri giovani, costretti ad andare all’estero per trovare un impiego pagato decentemente e rispondente al loro merito e capacità. Al ministero dell’Economia dicono che nel pacchetto di misure, oltre a quelle mirate ad attirare i ricchi (come permessi di soggiorno «agevolati») ce ne sono anche altre per far tornare a casa i ricercatori o i lavoratori «altamente qualificati».

Ma quanto potrebbe rendere l’«operazione ricchi»? Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, a suo tempo, ha cifrato prudentemente «zero». «Ma col passare delle settimane – spiega il viceministro dell’Economia Luigi Casero – abbiamo avuto indicazioni che fanno pensare che ci sia un notevole interesse. Siamo passati dalla previsione di qualche decina di domande a una di qualche centinaia. Per adesso, diciamo, tra 500 e un migliaio, ma potrebbe essere di più».

Ci si chiede: a chi ci si rivolge? Sceicchi arabi? Finanzieri? Industriali? Magari italiani famosi con residenza fiscale all’estero, come Sergio Marchionne o Carlo De Benedetti? Secondo il ministero dell’Economia a tutti costoro, purché rispettino i criteri di legge; ma di più ai manager di aziende interessate a costituire in Italia una loro presenza strutturata. Non è d’accordo il Financial Times, che in un recente articolo ha scritto che la legge italiana non conviene a chi guadagnerà redditi importanti in Italia, «dove si pagano aliquote elevate, anche del 43%, per non parlare delle tasse locali». Eppure molti studi fiscali di Londra, come il celebre Withers, sembrano molto convinti, e illustrano ai loro clienti la convenienza della norma. Spiegata con la «molto modesta tassa di successione» vigente nel nostro Paese, ma anche con la possibilità – una volta trasferitisi in Italia – di dover dare poche spiegazioni al Fisco italiano sulla ricchezza presente fuori Italia su cui si pagherà poi la flat tax. E ovviamente, per la possibilità di risparmiare moltissimo sulle imposte in precedenza pagate nel paese che viene abbandonato.

Come detto, la norma italiana copia la disciplina inglese riservata ai «res non dom», i cittadini residenti non domiciliati, una regola che negli anni ha consentito di attrarre circa 100mila ricconi in Gran Bretagna. E capovolge il principio guida del nostro ordinamento tributario, secondo cui il residente è tassato con le regole italiane su tutti i redditi, compresi quelli oltreconfine. Altre regole simili per «sottrarre ricchi» ad altri paesi sono state adottate in Portogallo, a Malta, e in Spagna (la cosiddetta tassa Beckham, quasi eliminata nel 2010), istituita per rendere conveniente il trasferimento del calciatore britannico al Real Madrid.

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lastampa/“Nessun condono ai miliardari, servirà ad aumentare il gettito” ROBERTO GIOVANNINI

FOTO ViViCentro – Napoli-Real Madrid, il racconto in scatti del match

FOTO ViViCentro – Napoli-Real Madrid, il racconto in scatti del match

Il Napoli esce dalla Champions League ma lo fa a testa alta dopo la sconfitta interna col Real Madrid allo stadio San Paolo. Questo il racconto in scatti di Napoli-Real Madrid grazie al nostro Giovanni Somma.

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M5S Stabia : ”Basta strumentalizzazioni da parte del Sindaco”

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Riceviamo e pubblichiamo: ”Basta strumentalizzazioni da parte del Sindaco per accaparrarsi consensi che non ha”

M5S Stabia – Ci dispiace moltissimo aver letto le parole del Sindaco Pannullo espresse nel post – audizione in Regione Campania sulla questione Scavi di Stabia, promossa dal nostro Portavoce alla Regione Luigi Cirillo. Le sue dichiarazioni sono prive di ogni fondamento, espresse semplicemente per attaccare l’unica forza politica che sul serio si sta occupando degli scavi stabiesi.

Il Movimento 5 Stelle è stato promotore di ben quattro mozioni inerenti al tema degli scavi, non ancora discusse in Consiglio Comunale illegalmente (le mozioni vanno discusse nella seduta successiva alla presentazione e le nostre mozioni sono datate luglio 2016), nonché promotori in Regione di questa audizione e di emendamenti sull’Ager Stabianus bocciati dalla stessa forza politica del Sindaco Antonio Pannullo (PD), capitanata dal Presidente Vincenzo De Luca.

Ci stupisce davvero l’aver provato a strumentalizzare una votazione in Consiglio Comunale, dettata da una nostra remora nei confronti della gestione della Reggia di Quisisana, solo per poterne trarre beneficio e consenso. Denigrare gli altri per trarne beneficio non le fa fare bella figura e i cittadini ne prenderanno atto.

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Turi al Pungiglione: “Contento dei ragazzi, un plauso ai genitori per il loro modo di comportarsi”

In esclusiva le dichiarazioni di Alberico Turi

Nel corso della trasmissione di ViViRadioWeb, Il Pungiglione Stabiese, abbiamo ascoltato il Direttore Responsabile del settore giovanile della Juve Stabia, Alberico Turi.

Partiamo dagli Under 15 e 17 che dovevano recuperare la gara non giocata a Teramo per i fatti del terremoto. Entrambe le formazioni vincono per 1-0. Gli Under 15 fanno un passo importante verso il primo posto, gli Under 17 riescono a riagganciare il terzo posto e mettere nel mirino il Monopoli a soli due punti: Certo una domenica importante per quanto riguarda questo recupero perché ci ha messo nelle condizioni tali per gli Under 15 di allungare a +4 dalla seconda mentre invece con l’Under 17 abbiamo agganciato la zona play-off e poi bisogna tener presente che il Monopoli ha due punti in più in classifica e dovrà farci visita a Castellammare. Quindi tutto sommato un recupero col Teramo molto importante, risultati che ci proiettano certamente in prospettiva futura nella migliore posizione possibile.

Per quanto riguarda la gara degli Under 17, diciamo che non è stata una gara semplice però alla fine è stato bello vedere un Pistola che dagli Allievi Regionali fa il suo esordio con l’Under 17 e va vicino al gol, vedere il capitano Diomaiuta che salva sulla linea,  segnale di concentrazione da parte del calciatore e soprattutto un Masi che entra e decide la partita. Ecco questa è una squadra viva che ha anche degli uomini in panchina pronti a cambiare il match e che può prendere risorse dagli allievi regionali: Pistola è una punta che quest’anno sta facendo passi da gigante. Lo diciamo sempre, lui partecipa al campionato regionale da sotto età e come tutti i suoi compagni di squadra è stato chiamato per questa trasferta di Teramo e ha risposto presente. Pur entrando negli ultimi 10 minuti, ha dato profondità alla squadra. Il gol di Masi corona una situazione di gioco nella quale ha partecipato tutta la squadra. Per quanto riguarda Diomaiuta, il ragazzo viene da una prestazione opaca, portava forse qualche piccola colpa contro il Fondi. Ha avuto qualche momento di imbarazzo ad inizio partita dopodiché si è ripreso alla grande e ha concluso egregiamente la sua partita. Noi sappiamo il valore di questi ragazzi e siamo sicuri che completeranno la loro maturazione.

Andando poi ad analizzare altri risultati, la Juve Stabia Allievi Regionali vince contro il Vesevo per 3-0 e guarda caso con un Pistola che gioca prima contro gli Under 17 e poi realizza una doppietta portandosi a 24 gol. Da segnalare anche il gol importante del difensore Daniele che ha già esordito con la Berretti: Dario è rientrato in serata, ma abbiamo pensato di non fargli perdere il ritmo gara e di concedergli anche un tempo con i regionali, in modo tale da restare in condizione per non farlo fermare 15 giorni. Per quanto riguarda Daniele, è un ragazzo che è stato premiato facendolo giocare con la Berretti, è un ragazzo del 2001 che ha una fisicità impressionante. Gioca tranquillamente in tutte e due le categorie.

Tutte le formazioni hanno ottenuto punti: Ormai non fa più notizia, per noi addetti ai lavori sembra falsa modestia. Penso che questi ragazzi dal primo all’ultimo, dai 2006 ai 98 sono eccezionali e ci stanno dando grandi soddisfazioni, non mi meravigliano i risultati anche perché poi alla base di tutto, i risultati ci premiano ed è anche bello vedere i ragazzini 2004-2005 che riescono a portare avanti un discorso di gioco manovrato con 6/7 passaggi di fila o verticalizzare da centrocampo su una punta in un modo alquanto spettacolare, ciò mi riempie di orgoglio e fa sì che ti riappacifichi con il calcio. Non è il risultato l’essenza vitale del gioco, ma è il gioco che conta.

Invece per quanto riguarda l’attività di base, è bello vedere i 2004-2005 giocare anche se sotto età. Minasi, ancora in gol: Come dicevo qualche settimana fa, non c’è solo Minasi ma c’è anche Improta, e tanti altri ragazzi veramente interessanti che giocano bene: è ciò che si deve fare alla loro età del calcio e quindi siamo più che soddisfatti del loro modo di giocare.

Chiudiamo poi la disamina di questo fine settimana con i i 2005 che riescono a vincere 4 a 0 fuori casa contro il San Giugliano: Non vorrei essere ripetitivo, è il leitmotiv di questi ragazzi. Siamo contenti di tutto quello che stiamo facendo, un grosso ringraziamento va ai genitori di questi ragazzi, siamo stati bravi a mentalizzare anche loro perché vedi che il gruppo dei genitori non si permette di rientrare minimamente nelle questioni tecniche e nessuno di loro funge da allenatore o ci dà ‘fastidio’ come si usa sugli spalti di molti campi minori. Su questo punto di vista veramente abbiamo fatto passi da giganti e tutti possono essere presi a modello. Penso che la crescita dei ragazzi e dei settori dovrebbe avvenire attraverso queste cose. Abbiamo un dialogo quotidiano con i genitori e facciamo capire loro che i propri figli possono fare gruppo e soprattutto tenerli lontano da tentazioni. Sono persone che fanno parte di un progetto che ha che fare con realtà di diverse di città campane: tutti quanti insieme si sono amalgamati e stanno diventando una sola famiglia. Non è retorica, lo si può vedere dall’incitamento che danno a tutto il collettivo.

In chiusura ci puoi dare una rosa di tre nomi che secondo te da qui a tre anni potremmo vedere anche in categorie Senior: Spero che a breve ci siano altri Luigi Carillo, Mennella e Polverino. Adesso non mi va di fare nomi perché qualsiasi nome che vado a fare andrebbe a togliere qualcosa a qualche altro ragazzo. Posso dire solo che ci sono veramente dei ragazzi validi: per la mia esperienza, sono convinto che possano dare degli ottimi risultati, sempre ovviamente se non deviano su altre strade e distrazioni, sicuramente ne sentiremo parlare di diversi ragazzi. Voglio aggiungere che incontrerò Bruno Conti per uno scambio di idee (incontro avvenuto nella giornata di ieri, CLICCA QUI). Mi onoro di essere suo amico, penso che sarà un giorno importante.

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Rita Esposito una delle Vespe Rosa del Romeo Menti

Ritorna l’appuntamento con la rubrica la “Vespa Rosa”, questa volta abbiamo avuto il piacere di intervistare Rita Esposito.

Rita Esposito inizia la sua intervista salutando tutte le donne del Menti con un messaggio: “Forza donne con i colori Giallo Blu siamo le più belle della città!”

La nostra tifosa ci fa sapere che si reca allo stadio Romeo Menti sin da bambina, perchè suo padre le ha trasmesso la sua grande passione per la Juve Stabia.

Il suo rito scaramantico è sedersi allo stadio sempre allo stesso posto, indossando sempre qualcosa dai colori giallo e blu.

Oltre alla Juve Stabia, Rita in generale è innamorata pazza della città di Castellammare di Stabia: Vorrebbe il meglio sia per la città sia per la squadra di calcio.

Il suo pensiero legato alla Juve Stabia è il ricordo di Gaetano Musella. E’ stata felicissima quando ha saputo che i ragazzi della mitica curva Sud hanno intitolato la loro associazione all’indimenticato capitano della Juve Stabia.

Tra i calciatori che ricorda con maggior piacere c’è sicuramente il “piccolo” Marco Sau che ha deliziato con le sue giocate la platea del Menti.

Rita Esposito dopo ogni partita indipendentemente dal risultato è sempre soddisfatta della Juve Stabia, perché secondo lei un grande amore non si lascia mai, neanche nei momenti di difficoltà.

L’unica sua speranza è quella che in futuro non ci siamo più ingiustizie sportive per le Vespe.

Non ha un gol particolare nel cuore, ma ci confida che porterà sempre nel suo cuore tutti i gol della stagione che hanno permesso alla Juve Stabia di ritornare in serie B.

Non c’è un calciatore preferito o meglio ce ne sarebbe uno da sempre definito il 12 uomo in campo: la Curva Sud.

Rita Esposito ci saluta con un: “Forza Juve Stabia e forza grande curva Sud!”

A cura di Patrizia Esposito

Stabia Hall 15 marzo: “Aeffetto domino”, il nuovo film di Fabio Massa

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Il 15 marzo in anteprima nazionale il film Aeffetto domino di Fabio Massa Castellammare di Stabia (Na) presso il multisala Stabia hall ore 20,30

Dal 16 marzo 2017, Ismaele Film porta nelle sale italiane il film Aeffetto Domino, opera seconda dello stabiese Fabio Massa, apprezzato regista di corti premiati in tutto il mondo e di attori in vari fiction e film per il cinema, qui nelle vesti anche di protagonista e  sceneggiatore della pellicola.

Intorno a Massa, un coro di attori straordinari, a partire da un’intensa Cristina Donadio, nei panni inediti dell’amorevole madre del protagonista, dopo l’exploit nel ruolo della spietata boss Scianel nella seconda stagione di Gomorra – La serie. Accanto a loro, Pietro De Silva (La vita è bella, L’ora di religione, Anche libero va bene), Salvatore Cantalupo (lanciato da Gomorra di Matteo Garrone), Mohamed Zouaoui (vincitore del Globo d’oro come rivelazione nel 2011 per I fiori di Kirkuk), Ivan Bacchi (uno dei volti del cinema di Ferzan Ozpetek) e Martina Liberti (Mozzarella Stories, Un Posto al sole).

Aeffetto Domino è una intensa parabola esistenziale girata tra Italia ed Africa, prodotta da Goccia Film e Pragma. Nel film Massa presta il volto a Lorenzo, un trentenne che lavora in un’associazione che si occupa di insegnare ai bambini disagiati. Tra questi c’è il piccolo Kalid, che presto gli trasmette l’amore per il “continente nero”. Quando si presenta l’occasione di andare  a lavorare proprio in Africa, Lorenzo non se la lascia sfuggire.  Nel momento più bello della sua nuova esperienza, deve fare ritorno in Italia per ricevere una brutta notizia: un melanoma in fase avanzata innesca un effetto domino sulla sua vita: il rapporto con la famiglia, l’amore, l’amicizia, le scelte.

Il film è stato presentato in anteprima al festival del Cinema Internazionale Capri-Hollywood a dicembre 2016.

“ Aeffetto Domino è un lavoro a cui sono molto legato – spiega l’autore Fabio Massa mi ha fatto crescere tanto come persona e come professionista: è il mio secondo lungometraggio da regista e dodicesimo da attore,  girato in Italia (Campania e Puglia) e in Africa (Egitto e Senegal). Mi sono messo alla prova sia fisicamente, perdendo 12 chili per girare la seconda fase del film, sia come studio del personaggio, avendo avuto a che fare da vicino con malati di melanoma, cercando di coglierne ogni singolo respiro, ogni movenza, ogni difficoltà”.

“Il film esce il 16 marzo ma ci tenevo a fare un’anteprima il giorno prima nella mia città, città che amo e che mi porto dentro ad ogni esperienza. L’appuntamento con questa, che io definirei festa per me e per il popolo stabiese (che potrà vedere sul grande schermo molti luoghi della nostra terra), è quindi il 15 marzo alle ore 20,30 presso il multisala Stabia Hall. Sono già iniziate le prevendite. Spero in una forte partecipazione! Sarà bello poter vivere la mia emozione di donarvi un’opera che credo abbia tanto da dire”

“Da autore – continua –  è probabilmente quello che esprime maggiormente il mio modo di esprimermi in immagine. Dopo tanti corti apprezzati in tutto il mondo sentivo l’esigenza di raccontare un tema sociale a modo mio. Ci tenevo a raccontare il momento della vita in cui tutto può cambiare. Ci tengo a sottolineare che non è una pellicola sulla malattia, voglio raccontare un cambiamento, un nuovo stadio della vita con tutto ciò che ne deriva. Mi piace definirlo un lavoro sui sentimenti, sull’amore”.

Il trailer:

https://www.youtube.com/watch?v=mL-pe9JoCQs

Profilo facebook ufficiale del film:

https://www.facebook.com/aeffettodomino/?

Ufficio Stampa

Nicola Signorile (3296659847)  Alessia De Pascale (3299124630)

 

 

 

La festa della donna in epoca greca – le Tesmoforie – Quando la donna era una divinità (Dionisia Pizzo)

Oggi è la festa della donna, non ricorderemo del perché è stata istituita questa festa, ma di quando “la donna era dio”. La storia ci ricorda che una delle prime divinità di cui se ne ha traccia era di sesso femminile, la grande Dea Madre di epoca Preistorica.

 Ogni antica civiltà fra il suo Pantheon possedeva una gran numero di dee e diversi eventi mitologici ad esse legate.

Un rito legato unicamente al mondo femminile era quello delle Tesmoforie, festeggiate dalle donne nel mese di Pianepsione (era il quarto mese del calendario attico e corrisponde ad Ottobre). Erano dedicate alla dea Demetra Tesmofora (Demetra Legislatrice: della civiltà, dell’agricoltura e della vita coniugale) e alla figlia Persefone (denominata anche Kore o in epoca romana Proserpina, sposa di Ade, il dio dei morti e figlia di Zeus).

Demetra Tesmofora era la rappresentazione per eccellenza del misterioso mondo femminile, della fecondità della donne e quindi anche della terra.

Le Tesmoforie erano feste dalla durata variabile, in base alla città in cui venivano celebrate ed erano proibite alla partecipazione di un pubblico maschile. Partecipavano le donne libere e sposate con cittadini della propria città. A Delo, Tebe e Taso si svolgevano durante l’estate, a Siracusa invece duravano ben dieci giorni.

La festa ricordava il dolore della madre Demetra, per aver perso la figlia Kore andata in sposa, contro la sua volontà, allo zio Ade (dio dell’oltretomba).

Si possiedono molte notizie delle Tesmoforie che si svolgevano ad Atene e gli scritti ci ricordano che in questa città avevano la durata di tre giorni.

Il primo giorno, chiamato Kathodos e Anodos (rispettivamente discesa e salita, quindi morte e rinascita), le donne si recavano al Tesmophorion, al santuario. Il secondo giorno (Nesteia, digiuno), le donne si purificavano per rimanere al santuario con un digiuno. Dormivano su giacigli di paglia con rami di salice e altra vegetazione con effetti antiafrodisiaci. Si imitava la vita arcaica per partecipare al dolore della dea. Il terzo giorno (Kalligenèia, bella nascita) le donne offrivano le carni sacrificati degli animali, cereali, olio, vino, formaggi e altro cibo a Demetra.

Banchettavano con le pietanze offerte, esultando con motti osceni (Aischrologìa, qui gli uomini potevano partecipare per insultarsi insieme alle donne) e si imponevano delle pene corporali come la flagellazione. Di notte le carcasse degli animali sacrificati, venivano gettati in burroni e grotte considerate porte verso l’oltretomba. Così le donne si assicuravano che arrivassero fino a Kore. La differenza fra la castità del secondo giorno e il ritorno alla sessualità del terzo, è legata sicuramente al rito di fecondazione dei campi e delle donne a cui la dea Demetra era connessa. Questo veniva celebrato a Siracusa, e in tutta la Sicilia greca, con la realizzazione di falli con farina impastata creati duranti il sacrificio del maiale.

A volte il racconto di queste feste ci giunge con toni palesemente esasperati. Esagerato infatti è il racconto dell’antagonismo verso gli uomini. A Cirene si racconta che il re Batto fu castrato da alcune donne con volto insanguinato per averle spiate durante la celebrazione.

Eraclide ricorda, che a Siracusa durante le feste si preparavano focacce di sesamo e miele portate in giro in onore delle dee con forma di figure femminili ancora oggi preparate con profili differenti.

Molti altri culti esistevano nel mondo antico, ma dimenticati o trasformati in epoca cristiana, portando all’oblio la grande importanza che aveva l’universo femminile nella vita stessa.

L’ipocrisia che aleggia sull’Europa

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Tra muri e sentenze, scrive Vladimiro Zagrebelsky, l’Europa si copre con un velo d’ipocrisia che non affronta la dimensione del problema. Intanto, nel giorno in cui la Corte di giustizia europea si esprime sui diritti dei migranti e stabilisce che i singoli Paesi hanno diritto di rifiutare i visti umanitari, arriva la notizia che l’Ungheria ha approvato la legge voluta dal premier Viktor Orban che permette di imprigionare i migranti che chiedono l’asilo

Tra muri e sentenze l’Europa si copre di un velo d’ipocrisia

È solo una coincidenza temporale quella che lega la decisione ungherese di porre in stato di detenzione indiscriminatamente tutti i migranti che arrivano alle sue frontiere e una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea in tema di asilo. Quest’ultima non è la base che giustifica la nuova legge ungherese, che per la sua automaticità e mancanza di proporzione produrrà violazione degli obblighi europei e internazionali di protezione di coloro che attendono una decisione sulla loro domanda di asilo. Entrambe però riguardano i modi di gestire l’attuale vicenda migratoria, in cui il diritto dei singoli si inserisce in un fenomeno di massa.

La Corte di Giustizia ha ieri risposto a un quesito postole dal giudice belga dei contenziosi relativi agli stranieri.

Il quesito riguardava il «codice dei visti» e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che tra l’altro prevede il diritto di asilo. Il giudice belga chiedeva se il diritto dell’Unione fosse applicabile e comportasse l’obbligo dello Stato di assicurare protezione anche a chi si trovava fuori della sua giurisdizione: una famiglia siriana di Aleppo aveva presentato all’ambasciata belga in Libano una domanda di visto per entrare nel territorio belga e poi, per i rischi che corrono in Siria, chiedervi asilo. I ricorrenti sostenevano che il diritto di asilo garantito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione implica il dovere degli Stati membri di concedere in ogni caso una protezione internazionale, unico mezzo per evitare il rischio d’esser esposti a trattamenti inumani nel Paese di origine. Il Belgio sosteneva invece che il diritto dell’Unione e quello internazionale non obbligano ad ammettere nel proprio territorio un cittadino di un Paese terzo; l’obbligo si limita a vietare il respingimento di chi, giunto nello Stato, sarebbe esposto al rischio di tortura o trattamenti inumani. Secondo lo Stato belga la Convenzione europea dei diritti umani e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea si applicano soltanto a chi si trova nella giurisdizione degli Stati membri e non a coloro che aspirano ad esservi ammessi.

Nel procedimento davanti la Corte di giustizia sono intervenuti ben tredici Stati membri dell’Unione, oltre al Belgio e alla Commissione europea. Non è intervenuta l’Italia, nonostante che l’importanza del caso lo consigliasse e la questione riguardi tutti gli Stati membri dell’Unione e quindi anche l’Italia. La Corte ha adottato la posizione sostenuta degli Stati intervenuti e ha affermato che il diritto dell’Unione non è applicabile nella situazione dei ricorrenti, che è invece regolata unicamente dal diritto nazionale (belga nella specie). Naturalmente gli Stati membri possono estendere la protezione anche a casi come quelli oggetto del giudizio della Corte, ma non ne sono obbligati dal diritto dell’Unione. Si possono immaginare le conseguenze di una decisione diversa da parte della Corte di giustizia: enorme è il numero delle persone nel mondo che vivono in condizioni che lo standard europeo direbbe inumane, o rischiano torture e la morte e a tutte gli Stati dell’Unione avrebbero dovuto consentire l’ingresso e la protezione. Impossibile. Fisicamente impossibile contrastare così l’atrocità delle condizioni di vita di così tante persone.

Tuttavia vi è qualche cosa di moralmente incoerente nel diritto di asilo e di protezione umanitaria che obbliga gli Stati solo nei confronti di chi – spesso a rischio della vita e di pene infinite – riesce a raggiungere i luoghi in cui gli Stati esercitano la loro giurisdizione: territorio nazionale, acque territoriali, navi, zone di transito e altre aree amministrate dallo Stato. In particolare gli Stati non possono respingere o espellere in blocco, collettivamente, gruppi di stranieri senza prima esaminare per ciascuno se corrano rischio di trattamenti inumani. Ma nelle masse di persone che premono ai confini, si sa che vi sono persone che, per la situazione nei Paesi di origine, corrono quel rischio. Eppure se non riescono a raggiungere i luoghi di responsabilità nazionale dello Stato (per l’Italia ovviamente pensiamo a Lampedusa e alle navi che pattugliano il Mediterraneo) non vi è obbligo di accoglierli.

E allora gli Stati fanno di tutto per impedirne l’arrivo, anche con iniziative e accordi internazionali in cui necessità e ipocrisia si mescolano, come quando, per lasciare i migranti nella responsabilità altrui, si afferma che i migranti saranno comunque fermati in luoghi e campi in cui (come in Libia?) il loro trattamento sarebbe umano.

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lastampa/Tra muri e sentenze l’Europa si copre di un velo d’ipocrisia VLADIMIRO ZAGREBELSKY

Gazzetta su Sarri: “Avanguardia masochista, bravo e presuntuoso”

Gazzetta su Sarri: “Avanguardia masochista, bravo e presuntuoso”

L’allenatore del Napoli Maurizio Sarri è l’oggetto delle critiche della Gazzetta dello Sport: “Il capitano madridista ha illuminato il lato oscuro della luna di Sarri, bravo e presuntuoso, e del resto bravura e presunzione vanno di pari passo. Al centro della scena resta però Sarri, con la sua avanguardia masochista. Tutto si crea e tutto si distrugge, nel sarrismo non c’è margine per il compromesso. Un’eliminazione del genere fa capire una volta di più perché Bukowski, narratore «maledetto», sia lo scrittore preferito dall’allenatore toscano”.

De Laurentiis incontra Sarri e la squadra negli spogliatoi

Ecco cosa è accaduto

Una partita persa, ma forse ce n’era una in parallelo che si stava giocando e che il Napoli ha quantomeno pareggiato. Quella tra Sarri e De Laurentiis. Perchè il rapporto tra i due non era idilliaco nelle ultime settimane, nonostante le smentite del patron. Ma proprio il numero uno del club a fine partita è sceso appositamente negli spogliatoi ed ha stretto la mano al suo tecnico. In più i complimenti a tutta la squadra per la prestazione disputata contro il Real Madrid. Lo riporta il Corriere del Mezzogiorno.

La moviola del CorSport: “Manca un rigore e mezzo al Napoli”

La moviola del CorSport: “Manca un rigore e mezzo al Napoli”

Il Corriere dello Sport Campania si sofferma su alcuni episodi arbitrali che hanno fatto discutere durante la partita. Entrambi riguardano Dries Mertens, il folletto belga viene abbattuto dal portiere Navas che non tocca mai la palla al 21′ del secondo tempo e lo travolge. Non clamoroso, ma il rigore ci poteva stare.

Poi, pochi minuti più tardi, esattamente al minuto 41′ della ripresa, Lucas Vàzquez, spinge Mertens toccandolo anche con il ginocchio. Altro episodio su cui ci poteva stare il penalty.

Gazzetta risponde a De Laurentiis: “Show penoso, triste ritornello!”

Gazzetta risponde a De Laurentiis: “Show penoso, triste ritornello!”

Gianni Valenti, vice-direttore della Gazzetta dello Sport, ha risposto alle parole del presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis:

“Il presidente De Laurentiis nel dopo partita del San Paolo, parlando in tv a Mediaset Premium invece di riflettere sull’eliminazione dalla Champions ha pensato bene di attaccare i giornalisti del Nord ed in particolare la Gazzetta dello Sport. E’ stato uno show triste e penoso. E meno male che il bravo conduttore Sandro Sabatini ha fatto il possibile per arginarlo.

Non è la prima volta che ciò accade, purtroppo, in questi anni. E’ un triste ritornello che siamo soliti ascoltare ogni qualvolta le cose in casa Napoli non vanno bene. Dagli alla Gazzetta: è il suo sport preferito. Il presidente ci ha accusato di essere «sempre stati contro il Napoli». Di essere il giornale del Nord, in particolare di Inter, Milan e Juventus. Tutte illazioni senza senso.

Quindi, in questo vomitare di parole ha fatto il nome del nostro collega Mimmo Malfitano, oggetto pochi giorni fa di un gravissimo atto di intimidazione: ignoti gli hanno distrutto l’auto. De Laurentiis prima sì è lavato la coscienza («mi spiace per ciò che gli è successo»), poi l’ha etichettato come «da sempre tifoso della Juventus». Una frase irresponsabile che rischia di esporre ancor di più il corrispondente della Gazzetta alle follie di qualche scalmanato.

Da parte nostra non cadiamo nell’ennesima provocazione. Pieno sostegno a Mimmo Malfitano. E la consapevolezza di essere il quotidiano di tutti gli sportivi italiani che cerca ogni giorno, faticosamente, di raccontare la verità su un mondo sempre più avvelenato”.

VIDEO ViViCentro – Allan: “Ora pensiamo al campionato, ma ci abbiamo provato!”

VIDEO ViViCentro – Allan: “Ora pensiamo al campionato, ma ci abbiamo provato!”

Il Napoli esce sconfitto anche al ritorno dal match con il Real Madrid, questa volta allo stadio San Paolo, ma con lo stesso risultato di 3-1 dopo essere passato in vantaggio con Mertens. Ai nostri microfoni, in mixed zone, al termine del match, è arrivato Allan.

dal nostro inviato al San Paolo, Ciro Novellino

L’Ungheria arresta i migranti

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Una nuova recinzione tra Ungheria e Serbia lunga 150 km sarà finta entro maggio

L’Ungheria approva la legge che permette di imprigionare i migranti che chiedono l’asilo: è la misura voluta dal premier Viktor Orban, con effetto retroattivo. La notizia arriva nel giorno in cui la Corte di giustizia europea si esprime sui diritti dei migranti e stabilisce che i singoli Paesi hanno diritto di rifiutare i visti umanitari. Ma così, tra muri e sentenze, scrive Vladimiro Zagrebelsky, l’Europa si copre con un velo d’ipocrisia che non affronta la dimensione del problema.

“Cani e bastoni per terrorizzare i migranti”. Adesso l’Ungheria userà i container

La denuncia delle Ong: nei campi al confine anche minorenni in condizioni disumane

BELGRADO – I più fortunati, i pochissimi che riescono a entrare legalmente nel Paese, rinchiusi in campi recintati fino a che le loro richieste d’asilo non siano state esaminate, a dormire in spartani containers. Tutti gli altri, gli irregolari che tentano ancora di superare il «muro» al confine serbo-magiaro, arrestati dalla polizia e ricacciati sbrigativamente oltre frontiera. Anche con le cattive, come già accade oggi.

È anche questa l’Ungheria, Paese-fortezza in prima fila in Europa nell’introdurre misure draconiane contro migranti e profughi. Ungheria che ieri ha alzato ancora più alta l’asticella per chi fugge dalla guerra e per chi tenta di raggiungere l’Europa più ricca via Budapest, in cerca di lavoro e di una vita migliore. Lo ha fatto reintroducendo detenzioni automatiche per chi chiede protezione internazionale. Sì anche ai respingimenti verso il primo Paese d’ingresso di chi viene localizzato dalla polizia in qualsiasi parte del territorio nazionale.

Una mossa obbligata, perché l’Ungheria rimane «sotto assedio», la tregua negli arrivi di migranti è solo temporanea, ha assicurato ieri il premier magiaro, Viktor Orban. Menzogne, hanno replicato attivisti e Ong, sul piede di guerra. Altro che «orde in arrivo», si tratta solo di «politiche xenofobiche», dice senza mezzi termini Zoltan Somogyvari, avvocato ed esperto legale all’Helsinki Committee, Ong in prima fila nel denunciare le violazioni dei diritti umani in Ungheria. «Orban parla di milioni di migranti in attesa di entrare nell’Ue», costruzione retorica di «una nazione che protegge l’Ue, i suoi valori, che difende l’Europa in una guerra» asimmetrica, continua l’esperto. Ma i numeri rivelano l’opposto. Secondo l’Helsinki Committee, oggi sono meno di 500 i richiedenti asilo presenti in Ungheria, un centinaio quelli che ogni giorno cercherebbero di entrare illegalmente nel Paese, solo dieci al giorno quelli ammessi attraverso due zone di transito sul confine serbo, a Röszke e Tompa, uniche porte d’accesso legale in Ungheria.

Sono quelli i due campi che le autorità magiare starebbero già rinforzando posizionando nuovi containers per ospitare i richiedenti asilo da tenere sotto chiave, minori sopra i 14 anni inclusi. Campi chiusi, con condizioni dure. Si parla di «spazi sovraffollati, stanze di otto-dieci metri quadrati con quattro-cinque letti e poco spazio per muoversi, un cortile molto piccolo dove si può camminare, senza alcuna protezione dagli agenti atmosferici», chiarisce Somogyvari. I nuovi siti chiusi difficilmente faranno eccezione.

Peggio va però e andrà a chi tenterà di passare la frontiera illegalmente. «Se catturati dalla polizia, saranno deportati in Serbia, senza che possano fare domanda d’asilo», spiega Somogyvari. Deportazioni che avvengono già oggi, spesso nel segno della violenza. «Ci sono centinaia di testimonianze di persone respinte, che dicono di essere state maltrattate da persone in uniforme», conferma un attivista per i diritti umani, presente da mesi sul confine magiaro. Tante le testimonianze raccolte anche dall’Ong magiara Migszol, che riferisce di migranti picchiati, di «polizia che usa bastoni», di «cani sguinzagliati» per spaventarli. «Sono stato colpito alla testa dalla polizia ungherese in territorio serbo, non avevamo neppure passato la frontiera», la denuncia di un migrante, corredata da una foto di una ferita aperta alla testa, postata ieri su Twitter da Medici Senza Frontiere.

Denunce, va detto, sempre respinte con sdegno da Budapest. Che intanto continua a rinforzare il muro al confine con la Serbia per sigillare l’immensa pianura che da Belgrado si distende fino a Budapest. Oltre alla recinzione costruita nel 2015, una seconda lunga 150 chilometri sarà completata entro il primo maggio, a ridosso della prima. Sarà «intelligente», ha promesso il governo. Con telecamere, camere termiche, corrente a basso voltaggio per allertare la polizia se «qualcuno tenta di violarla». E una parte del confine Ue è sempre più ermetico.

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lastampa/“Cani e bastoni per terrorizzare i migranti”. Adesso l’Ungheria userà i container STEFANO GIANTIN

La terza vita di Pomigliano

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Pomigliano: nella fabbrica napoletana «Giambattista Vico» viene prodotta la Panda. Qui in passato sono nate l’Alfasud, l’Alfa 33, la 145, la 156 e l’Alfa 159

Pomigliano 3.0 L’amministratore delegato di Fca, Sergio Marchionne, espone dal Salone dell’auto di Ginevra la nuova strategia del gruppo per l’Italia: saranno prodotte solo auto premium, dunque la Panda lascia lo stabilimento di Pomigliano, che ospiterà una nuova generazione di vetture.

La fabbrica 3.0 fa un altro passo avanti. E adesso cerca la piena occupazione

Più modelli e produzioni sofisticate richiederanno maggior forza lavoro. I sindacati: non è uno stabilimento qualsiasi, da qui è partito il rilancio di Fca

ROMA – Pomigliano è la fabbrica della mitica Alfasud e di tutte le auto che poi per trent’anni hanno fatto la storia più recente del Biscione, dalla «33» alla «145» alla «156» sino all’Alfa 159. È la fabbrica che oggi produce 850 Panda al giorno, oltre 200 mila nell’ultimo anno dalle 150 mila iniziali. Ma lo stabilimento napoletano intitolato al filosofo Gianbattista Vico è soprattutto la fabbrica della svolta, dove nel 2010 sono state poste le basi per il rilancio della produzione Fiat in Italia. La fabbrica dove è maturato lo storico strappo del gruppo torinese con la Confindustria e dell’altrettanto clamorosa rottura tra la Fiom e gli altri sindacati. Era la «fabbrica vergogna», con gravi problemi di assenteismo, produttività e qualità del prodotto ed una fortissima conflittualità sindacale, naturale che la «cura Marchionne» partisse da qui.

La svolta del 2010  

Mandare in soffitta il contratto nazionale e scrivere nuove regole in grado di garantire al contempo tutta la flessibilità che la competizione globale richiede, prodotti di qualità, ma anche importanti incentivi a chi lavora, è stata la chiave di volta. «L’accordo di Pomigliano è stata una rivoluzione vera, senza la quale non avremmo salvato la presenza industriale della Fiat in Italia» ricordava due anni fa Paolo Rebaudengo, sino al 2015 responsabile delle relazioni industriali del Lingotto. «Molti lo hanno dipinto addirittura come un disegno criminale, ma al contrario quel contratto ha responsabilizzato il sindacato e permesso all’azienda di gestire in modo radicalmente diverso la dissaturazione delle fabbriche: è un’intesa che ha segnato un cambiamento culturale vero, forse non percepito dal sistema Paese». Anche lo storico Beppe Berta sostiene che «molti, soprattutto nella società meridionale, hanno capito in ritardo il valore di questa operazione, che tra l’altro ha consentito il riaccentramento della produzione di auto nel Mezzogiorno e importanti investimenti mentre in parallelo si consumava il declino dell’Ilva».

Pomigliano non solo «era una fabbrica nata vecchia, progettata a fine Anni Sessanta in base ai vecchi principi fordisti quando il fordismo stava già declinando, ma soprattutto era uno stabilimento segnato da fenomeni di clientelismo e di malaffare organizzato che agivano utilizzando come comodo scudo la conflittualità sindacale», spiega ancora Berta. Ed era pure la fabbrica dove tantissimi si davano malati quando giocava la Nazionale.

Dopo l’accordo del 2010 la musica è cambiata, le assenze si sono assestate su livelli fisiologici, il conflitto perenne ha ceduto il passo alla stagione della collaborazione tra azienda e lavoratori, e grazie al nuovo clima sono arrivati nuovi investimenti (oltre 700 milioni) ed un nuovo modello, la Panda. Le vecchie procedure ereditate dalla stagione delle Partecipazioni statali, sotto cui l’Alfa è rimasta sino al 1986, sono state archiviate per sempre e si è passati al Wcm, il World class manifacturing, un nuovo modello organizzativo incentrato su flessibilità, efficienza e qualità assoluta grazie al coinvolgimento degli operai in ogni fase della produzione. Molto forte anche l’investimento in formazione, che nel 2009 ha preceduto quello sugli impianti e segnato anche in questo campo un vero e proprio cambio d‘epoca.

Medaglia d’oro Wcm

Al suo debutto nel 2011 la «nuova Pomigliano» si merita subito da parte di Marchionne il titolo di «migliore fabbrica del mondo», insomma un modello da replicare a Melfi, Mirafiori e Cassino. Lo stabilimento raggiunge rapidamente l’eccellenza: nel 2012 riceve l’«Automotive Lean production awards» come miglior stabilimento d’Europa, l’anno seguente conquista la prima medaglia d’oro del programma Wcm al pari solo di Tychy in Polonia e Bursa in Turchia. «Questo non è uno stabilimento qualsiasi spiega il segretario generale dei meccanici Cisl, Marco Bentivogli – è dove è partito il rilancio di Fca. Pomigliano ha centrato tutti gli obiettivi e anche se la politica spesso lo dimentica, questo lo si deve al sindacato e ai lavoratori che si sono rimboccati le maniche con tutti contro».

Quella che inizierà di qui a breve rappresenta per la fabbrica napoletana una nuova sfida. Vista con gli occhi del sindacato questo si traduce in una parola sola: piena occupazione. Obiettivo che Marchionne condivide. «Occorre pensare subito alle nuove produzioni per fare in modo che anche i 1200 che oggi sono in solidarietà vengano riassorbiti», sostiene Ferdinando Uliano che per la Fim segue il settore auto. Si tratta, in sostanza, di chiudere il cerchio rispetto a 2011 e dare alla Pomigliano versione 3.0 i modelli che si merita, vetture premium che assicurano margini più alti e richiedono più cura e lavoro per essere prodotti. Magari un’ altro gioiello della nuova gamma Alfa Romeo, vincente come Giulia e Stelvio.

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lastampa/La fabbrica 3.0 fa un altro passo avanti. E adesso cerca la piena occupazione PAOLO BARONI