«Se metto tutto in un trust, i creditori non possono più toccare niente, vero?» La domanda arriva prima o poi in ogni studio legale. La risposta onesta è no.
Il trust è un contenitore: chi possiede dei beni li affida a un gestore perché li amministri secondo un programma scritto, a vantaggio di qualcuno o di uno scopo. Quando il passaggio avviene senza corrispettivo — e in famiglia è quasi sempre così — l’atto è a titolo gratuito. Davanti a un atto gratuito il creditore ha vita facile: per farlo revocare gli basta dimostrare che chi ha trasferito i beni sapeva di ridurre la garanzia dei propri debiti. Non serve provare nessun accordo fraudolento. È il principio che la Cassazione ha ribadito anche quest’estate.
Tradotto: il trust costituito quando i debiti ci sono già, o si vedono arrivare, è un castello di sabbia davanti alla marea. E scegliere una legge straniera non mette al riparo: se chi dispone e chi gestisce vivono in Italia, decide il giudice italiano.
Qualcuno concluderà che allora il trust non serve. È la conclusione sbagliata. Il trust è spuntato per un uso solo, quello scorretto. Per tutti gli altri resta lo strumento più duttile che abbiamo: tiene unita un’azienda mentre i figli crescono, invece di frantumarla in quote litigiose; protegge una persona fragile, tanto che la legge sul Dopo di Noi gli riserva un regime fiscale di favore; destina un patrimonio a uno scopo con regole chiare e un custode che le fa rispettare.
C’è un paradosso che vale la pena dire: la severità dei giudici è la migliore garanzia di serietà dello strumento. Se il trust fosse il rifugio dei furbi sarebbe già stato travolto dal discredito. È perché gli abusi vengono sanzionati che il trust fatto bene attraversa indenne i controlli.
Quindi la domanda giusta non è «quanto mi protegge». È «quando lo faccio». La differenza fra pianificare e correre ai ripari è una differenza di calendario prima ancora che di diritto.
A cura di Stefano Ricci avvocato del foro di Brescia. Con Vito Andriani ha scritto «Diciotto famiglie e un trust».
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