BRESCIA – Una storia lunga quasi un secolo, nata nel 1928 e progressivamente diffusa in tutto il mondo. Una storia fatta di persone, di vocazioni, di lavoro, di preghiera e di vita quotidiana. È questo il cuore di Opus Dei. Una storia, il volume di José Luis González Gullón e John F. Coverdale, pubblicato in Italia da Edizioni Ares e presentato sabato 26 settembre a Brescia, nell’ambito di Librixia – Fiera del Libro di Brescia.
La presentazione si è svolta in una sede particolarmente suggestiva, il MITA – Museo Internazionale del Tappeto Antico, spazio culturale della Fondazione Tassara. Un luogo che custodisce manufatti provenienti da culture e Paesi lontani e che, proprio per questo, ha offerto una cornice quasi naturale per parlare di una realtà che, nata a Madrid nel 1928, ha raggiunto progressivamente i cinque continenti.
Ma il tema dell’incontro non erano i tappeti. Era l’Opus Dei: «Opera di Dio», la sua storia e ciò che questa storia continua a significare oggi.
A introdurre l’incontro sono stati Flavio Pasotti, presidente della Fondazione Tassara, e don Giovanni Manfrini, vicario regionale della Prelatura dell’Opus Dei in Italia. Ha moderato Francesco Ognibene, caporedattore di Avvenire.
Sono intervenuti il vescovo di Brescia monsignor Pierantonio Tremolada, l’autore José Luis González Gullón, Gabriele Archetti, professore ordinario di Storia medievale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Brescia, direttore di Brixia Sacra. Memorie storiche della diocesi di Brescia, e Rossella Perricone, presidente dell’Associazione Amici del Campus Bio-Medico di Roma ETS.
Un libro per comprendere una storia
Opus Dei. Una storia ripercorre le vicende dell’Opera dalle origini fino alla sua presenza internazionale. Ma non è soltanto una cronologia di date e avvenimenti.
Il libro restituisce una storia fatta di persone: uomini e donne che, attraverso percorsi diversi, hanno cercato di vivere il Vangelo nella propria condizione ordinaria, nel lavoro, nella famiglia, nella professione e nella società.
È una storia che si avvicina ormai a una tappa significativa: nel 2028 ricorreranno cento anni dall’inizio dell’Opus Dei.
Il centenario diventa così un’occasione per guardare al passato, ma anche per interrogarsi sul presente e sul futuro: che cosa ha generato questo carisma nella Chiesa? Che cosa continua a generare? E quale significato può avere oggi il messaggio della santità vissuta nel mondo?
La storia attraverso le persone
Uno degli aspetti sottolineati dall’autore José Luis González Gullón riguarda proprio la dimensione personale di questa storia.
Nel suo viaggio attraverso l’Italia per presentare il libro, da Jesolo a Brescia e nelle altre città toccate, ha raccontato di avere incontrato molte persone che hanno trovato nel messaggio dell’Opus Dei un cammino per avvicinarsi a Gesù e vivere la propria fede nella Chiesa.
Lo stesso autore ha ricordato la propria esperienza: la fede ricevuta innanzitutto dalla famiglia, in particolare dalla madre e dal padre, e poi l’incontro con l’Opus Dei, vissuto come un cammino attraverso il quale approfondire il rapporto con Cristo, fino alla vocazione sacerdotale.
Una testimonianza che aiuta a comprendere una caratteristica essenziale del libro: la storia dell’Opus Dei non è soltanto la storia di un’istituzione, ma la storia delle persone che ne hanno vissuto il messaggio.
«Opus Dei»: un’opera che passa attraverso la vita
Il significato stesso del nome, Opus Dei, «Opera di Dio», richiama una realtà che non si esaurisce nelle strutture.
Il tema centrale è la vita cristiana vissuta nella realtà concreta.
Il lavoro, la famiglia, le responsabilità professionali e sociali possono diventare luoghi nei quali la persona vive la propria relazione con Dio.
È qui che acquista particolare importanza la vocazione dei laici.
Laici: non una definizione negativa
La riflessione di Rossella Perricone ha toccato il tema della laicità, dell’incarnazione della fede e del valore del lavoro onesto.
Il termine «laico», ha sottolineato la riflessione, non deve essere inteso semplicemente in senso negativo, come colui che non è sacerdote o religioso.
Il laico ha una propria vocazione e una propria missione.
La sua vita quotidiana non costituisce un ambito estraneo alla fede: è precisamente il luogo nel quale il cristiano è chiamato a vivere la propria vocazione.
È questa una delle prospettive che attraversano la storia dell’Opus Dei: la santità non è riservata a una particolare categoria di persone, ma può essere cercata nella vita ordinaria.
La preghiera
Anche Gabriele Archetti, professore ordinario di Storia medievale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Brescia, ha contribuito alla riflessione richiamando il tema della preghiera.
Un richiamo importante perché permette di non ridurre il messaggio dell’Opus Dei a una semplice valorizzazione del lavoro o dell’impegno nel mondo.
Il lavoro quotidiano, infatti, acquista il suo significato all’interno di una vita spirituale nella quale preghiera e azione non sono realtà separate.
La missione del cristiano
È stato quindi monsignor Pierantonio Tremolada a sviluppare il tema della missione.
Missione significa essere mandati.
Il vescovo ha ricordato che questa dimensione non riguarda soltanto chi esercita un ministero nella Chiesa. Anche ogni cristiano, in quanto battezzato, è chiamato a una missione.
La missione del credente si realizza dunque nel luogo concreto in cui vive.
Da questa prospettiva cambia anche il modo di guardare alle attività quotidiane: il lavoro, la famiglia, la professione, le responsabilità sociali e ogni attività onesta possono essere vissuti nella prospettiva di una vocazione.
È una visione che amplia profondamente il tema della dignità della persona e del suo contributo alla Chiesa e alla società.
«Chi tesse il vestito della sposa? I laici»
Soltanto a questo punto è entrato in gioco, con particolare naturalezza, il riferimento al luogo della presentazione.
Il Museo del Tappeto ha offerto ai relatori l’occasione per alcune immagini legate alla tessitura.
Don Giovanni Manfrini ha ricordato una frase di san Josemaría Escrivá nella quale invita i suoi figli spirituali a essere come un tappeto morbido sul quale le persone possano camminare a proprio agio.
E il vescovo Tremolada ha ripreso la suggestione della tessitura con un’immagine riferita ai laici: chi tesse il vestito che indosserà la sposa? I laici.
Sono immagini che rimandano alla responsabilità concreta dei cristiani nella storia, ma che restano, appunto, immagini nate dalla particolare sede dell’incontro.
Il tema centrale rimane la missione del laico: vivere la propria fede dentro la realtà e contribuire, attraverso la propria vita, alla costruzione della Chiesa e della società.
Che cosa significa oggi santità dei laici?
La domanda conclusiva rivolta a monsignor Tremolada ha portato direttamente al cuore della riflessione: che cosa significa oggi parlare di santità dei laici?
La risposta del vescovo ha insistito su due parole: fiducia e impegno.
La santità non consiste nel fuggire dalla realtà, ma nell’abitarla con una responsabilità rinnovata.
E c’è un altro elemento che il vescovo ha voluto sottolineare: la necessità di far riscoprire ai laici la bellezza e la felicità della vita cristiana.
Anche il Regno di Dio, in questa prospettiva, non può essere pensato semplicemente come una realtà confinata nell’aldilà.
Il Regno di Dio riguarda anche il presente, il modo nel quale l’uomo vive, lavora, ama, costruisce relazioni e assume responsabilità.
La santità dei laici diventa quindi una santità incarnata nella vita quotidiana.
Verso il centenario del 2028
La presentazione bresciana di Opus Dei. Una storia è stata quindi molto più di un appuntamento editoriale.
A due anni dal centenario del 2028, il libro offre uno strumento per ripercorrere una storia iniziata nel 1928 e sviluppatasi progressivamente in tutto il mondo.
Ma soprattutto invita a guardare alle persone che quella storia l’hanno vissuta e continuano a viverla.
Una storia nella quale la preghiera, il lavoro, la famiglia, la professione e la vita quotidiana non sono realtà separate dalla fede.
Sono il luogo nel quale la fede può diventare vita.
E proprio questa, alla vigilia dei cento anni, rimane una delle domande più attuali: come vivere oggi la santità cristiana nel mondo, attraverso la vita concreta di ogni giorno?
La risposta, emersa dagli interventi della mattinata, passa dalla consapevolezza che ogni cristiano, secondo la propria vocazione, è chiamato a una missione.
Una storia cominciata nel 1928, dunque, ma ancora in cammino.
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