A Brescia il centenario della nascita di Renato Borsoni diventa un grande progetto di memoria e di cultura. Due mostre, alla Cavallerizza e al MO.CA., raccontano attraverso fotografie, documenti, grafica, bozzetti e scritti un uomo che ha attraversato il teatro italiano e la vita culturale della città, facendo del teatro un luogo di ricerca, di confronto e di partecipazione.
“Un progetto di cultura”. È con queste parole che, al MO.CA. di Brescia, viene introdotto il lavoro dedicato a Renato Borsoni nel centenario della nascita. Non soltanto una celebrazione, dunque, ma la volontà di riportare alla luce una figura che ha attraversato decenni di teatro, di grafica, di progettazione culturale e di impegno civile.
La conferenza stampa che presenta il progetto si apre con i saluti della responsabile del MO.CA. e con l’intervento di Gianmario Bandera, direttore del Centro Teatrale Bresciano. Il suo è innanzitutto un ringraziamento a quanti hanno reso possibile questa iniziativa e alla famiglia Borsoni, rappresentata dai figli di Renato, Camilla e Corrado, oltre che ad Andrea Cora, che ha curato la ricerca e la curatela generale del progetto.
Il tono è quello di una celebrazione, ma anche quello della memoria intesa come qualcosa di vivo. Ed è proprio questo il punto di partenza delle due mostre: non conservare semplicemente il ricordo di Borsoni, ma rimettere in circolo il suo modo di pensare il teatro.
Il progetto, promosso dal Centro Teatrale Bresciano in collaborazione con la famiglia Borsoni e con il patrocinio del Comune di Brescia, si sviluppa in due sedi e secondo due prospettive complementari. Alla Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana c’è “Sguardi. Immagini, documenti, provocazioni in un teatro di pensiero”; al MO.CA. – Centro per le Nuove Culture “Progetti. Mostra/allestimento tra utopie e rivoluzioni di un teatro libero”. Complessivamente sono oltre 500 i materiali esposti, tra fotografie, scritti, disegni, bozzetti, progetti grafici e documenti provenienti dagli archivi del CTB e della famiglia Borsoni.
Alla Cavallerizza, il teatro attraverso gli sguardi
“Sguardi” mette in fila oltre trecento fotografie di spettacoli realizzati dal 1961 alle soglie del Duemila. È una lunga storia teatrale e umana che parte dagli anni pionieristici della Compagnia della Loggetta e attraversa la nascita e la crescita del teatro stabile bresciano. Le fotografie sono accompagnate da pensieri e riflessioni dello stesso Borsoni, insieme ad articoli e documenti d’epoca.
Ma prima ancora del teatro c’è l’uomo.
Il percorso torna agli anni dell’infanzia e della giovinezza, al periodo compreso fra il 1932 e il 1950. Le fotografie familiari restituiscono il bambino e il ragazzo Borsoni, la presenza della madre e l’assenza, nella documentazione fotografica dell’infanzia, della figura paterna. Poi arrivano le prime esperienze teatrali e il Piccolo Teatro della città di Brescia, fino alle prime esplorazioni fra Novecento e classici.
Tra il 1960 e il 1963 il teatro comincia a diventare ricerca. Le immagini delle prove e dei costumi raccontano il confronto con la tradizione, mentre negli anni successivi la ricerca si apre alle nuove drammaturgie e all’impegno civile.
È un teatro che guarda alla società, alla politica, alla storia. E soprattutto guarda a Brescia.
La città diventa materia teatrale: la memoria, i luoghi, le vicende collettive, le ferite della storia. Anche il riferimento alla strage di piazza della Loggia entra in questo racconto della memoria civile, così come entrano nella mostra i tanti artisti e protagonisti che hanno attraversato la città e il suo teatro, fra cui Carmelo Bene.
La storia procede dalla Loggetta al Centro Teatrale Bresciano, dalla ricerca sui contemporanei al confronto con i classici, dal lavoro di Massimo Castri alle esperienze di Nanni Garella, fino ai grandi progetti culturali, alle ospitalità e agli eventi che portano il teatro fuori dagli spazi tradizionali.
Negli anni Ottanta il rapporto fra teatro e città si amplia ulteriormente. Arrivano i grandi progetti culturali, il lavoro intorno a Goethe, le esperienze negli spazi monumentali e storici di Brescia. Il teatro diventa anche un modo per guardare la città e restituirle i propri luoghi attraverso una prospettiva nuova.
Al MO.CA., il teatro prima dello spettacolo
Se alla Cavallerizza prevalgono gli sguardi, al MO.CA.. emergono i progetti.
“Progetti”. Mostra/allestimento tra utopie e rivoluzioni di un teatro libero ,mette in luce soprattutto il lavoro culturale e grafico di Borsoni e il rapporto inscindibile tra grafica, teatro, progettazione artistica e dimensione politica. La comunicazione visiva, nel suo lavoro, non è un elemento accessorio: contribuisce a costruire l’identità culturale del teatro e il rapporto con la città e con il pubblico.
È il teatro prima ancora di andare in scena: pensato, disegnato, immaginato.
Manifesti, materiali editoriali, immagini coordinate, bozzetti e altri documenti restituiscono così la figura di un Borsoni capace di mettere in relazione linguaggi e competenze diverse. Il percorso, come sottolinea il progetto espositivo, mostra un uomo insieme concreto e visionario, interessato alla sperimentazione e alla possibilità di guardare contemporaneamente al proprio contesto e oltre i suoi confini.
Le due mostre non sono quindi due racconti separati. Sono due punti di vista sulla stessa esperienza.
Da una parte ciò che accade sulla scena e ciò che la fotografia riesce a fissare; dall’altra ciò che precede lo spettacolo: l’idea, il progetto, la grafica, la costruzione di una visione.
Una mostra che fa parlare gli archivi
Durante la conferenza stampa Andrea Cora racconta le motivazioni che lo hanno portato a costruire questo percorso e ringrazia le persone che hanno permesso di realizzarlo. Il lavoro di ricerca diventa così anche un lavoro di riemersione: riportare alla luce materiali, persone, spettacoli e vicende che rischiavano di rimanere confinati negli archivi.
Tino Bino, già presidente del CTB, sottolinea il valore del lavoro di Cora e arriva a proporre, per il futuro, un’altra possibile ricerca espositiva dedicata alle scenografie. Nel suo intervento la figura di Borsoni viene affrontata anche attraverso una lettera che Renato gli aveva scritto: un documento personale che permette di avvicinarsi non soltanto al direttore teatrale, ma all’uomo e al suo modo di intendere la cultura.
È proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’operazione: attraverso Borsoni riemergono anche le persone che hanno fatto tappa a Brescia, gli artisti, i registi, gli attori, gli intellettuali e i protagonisti di una stagione nella quale la città è stata un luogo importante del dibattito teatrale italiano.
“Quando vai a vedere una mostra, la mostra vi deve parlare”
A ricordarlo è anche la figlia di Borsoni, con una frase che sembra quasi diventare una dichiarazione d’intenti per tutto il progetto. Suo padre, racconta, diceva che quando si va a vedere una mostra, la mostra deve parlare.
Non limitarsi quindi a mostrare documenti, fotografie o oggetti, ma costruire un dialogo con chi guarda.
Ed è forse questa la chiave per leggere il doppio percorso: non un archivio messo in ordine, ma un archivio che torna a interrogare il presente.
“Renato è materia viva nella nostra città”
In chiusura interviene la sindaca di Brescia, Laura Castelletti, che lega il ricordo di Borsoni alla città contemporanea.
Il suo intervento parte proprio da questa necessità: quando si pensa a Renato Borsoni, dice, c’è ancora materia a cui attingere. Non deve essere soltanto memoria. Deve essere un’occasione per collocare Renato nel presente, perché la sua esperienza continua a rappresentare materia viva nella città.
È una considerazione che dà un significato preciso al progetto del CTB. Il centenario non diventa soltanto una ricorrenza, ma un’occasione per riaprire un patrimonio di idee, immagini, progetti e relazioni.
E allora i cento anni di Borsoni non si chiudono dentro una fotografia d’archivio.
Alla Cavallerizza il pubblico incontra gli sguardi di una lunga stagione teatrale. Al MO.CA. incontra i progetti, le utopie e le rivoluzioni di un teatro libero. Insieme raccontano un uomo che ha saputo tenere unite concretezza e utopia, arte e organizzazione, teatro e grafica, memoria e futuro.
Il percorso arriva così fino al presente, senza trasformare Borsoni in una figura da consegnare definitivamente al passato. Perché la memoria, quando è davvero cultura, non serve soltanto a ricordare ciò che è stato. Serve a capire che cosa può ancora accadere.
E forse è proprio qui che il teatro di Borsoni continua a parlare.
FRANCESCO CECORO
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