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sabato, Maggio 28, 2022

Intervista a Gaspare Mutolo: Il lungo cammino verso la libertà

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Gaspare Mutolo, collaboratore di giustizia da trent’anni, ex mafioso al fianco di Riccobono e Toto’ Riina, ci racconta il suo percorso di redenzione, la scoperta della vita attraverso le piccole cose, la voglia di riscatto e le ali della libertà…

Gaspare Mutolo
FOTO su gentile concessione di Vincenzo De Caro

Dopo trent’anni, chiede di uscire dal programma di protezione, sente di non aver fatto ancora abbastanza per la sua riabilitazione. A 82 anni, vorrebbe poter parlare liberamente della sua esperienza, della sua scelta di legalità, ai giovani, all’antimafia e alle donne che ancora la proteggono, a discapito dei propri figli.

Per la memoria storica del nostro martoriato paese, Mutolo rappresenta un “pezzo unico” di inestimabile valore. Gaspare è stato sempre un soldato, mai un capo ma sempre, il soldato dei capi. Dal fianco di Riina, seppe passare a quello di Falcone e Borsellino. Dai vertici della mafia a quelli della giustizia, sempre col giusto passo, al momento opportuno, come solo un grande artista sa fare.
Conosceva bene le collusioni tra Stato e mafia e dopo aver valutato a lungo l’opportunità di “saltare il fosso”, si dichiarò disponibile a farlo solo se a porgergli la mano, sull’altra sponda, vi fosse stato Giovanni Falcone. Solo di lui si fidava e a lui rese la prima, deflagrante testimonianza…l’inizio di una nuova era.

“Io non farò come Buscetta, che non ritenne maturi i tempi per fare i nomi, anche degli uomini di Stato. Comincerò da quelli nel suo ufficio, per arrivare alla Cassazione “. Così esordì al loro primo incontro e già tremavano i palazzi.

Falcone, a causa del suo nuovo incarico, non poteva raccogliere le sue dichiarazioni e per convincerlo a fidarsi di Borsellino, al quale voleva passarlo, gli spiego’ che loro due erano “la stessa cosa”, frase usata in mafia per definire uomini uniti dallo stesso ideale e leali tra di loro.

Poi la strage di Capaci…

Gaspare cominciò a rilasciare le sue scottanti dichiarazioni a Paolo Borsellino.

La storia racconta di fughe di notizie, allarmi ignorati, palazzi in fibrillazione… poi la strage di Via D’Amelio.

Proprio per onorare quegli uomini, il loro coraggio fino all’estremo sacrificio, che Gaspare decise di andare avanti nella collaborazione. Mentre Riina, aveva trascinato nel fango le sue illusioni e gli ideali comuni, quei due magistrati, seppero incarnare alla perfezione il concetto di Uomo d’Onore e Grande maestro insieme, titoli usurpati, dei quali allora comprese, il profondo significato.

Erano anni di guerra, la DIA nacque con lui, intorno a lui, che ci viveva dentro.

Mutolo volle fare di testa sua, come sempre del resto e non accettò il trasferimento all’estero, riservato ai predecessori storici come Buscetta o Contorno. Voleva combattere al fronte, da uomo di valore, quale si riteneva…
Lui non aveva tradito la mafia, al contrario era la mafia ad aver tradito se stessa. Per quello aveva cambiato esercito ma non avrebbe mai cambiato posto di combattimento. Voleva stare lì ad ascoltare le intercettazioni , a dare indicazioni a deporre dai magistrati, ad aiutare le indagini e a fare proselitismo. Arrivo’ ad accusarsi di crimini mai commessi, tratteggiando una pessima immagine di sé, pur di far comprendere agli altri, che lo Stato faceva sul serio quella volta, che se proteggeva la famiglia di uno come lui, avrebbe fatto lo stesso con chiunque altro, avesse deciso di collaborare, spezzando la catena di omertà della mafia.

Dopo i primi pentiti storici, Buscetta, Contorno e Mannoia, che avevano svelato i misteri di cosa nostra, si era creato di nuovo il vuoto, vuoto che Gaspare seppe colmare meglio di chiunque altro, vista la sua posizione di fiducia, col capo dei capi e le sue mille conoscenze, dalla testa della piovra, fino all’ultimo tentacolo. Dopo di lui il fenomeno esplose e i giudici non riuscivano più a starci dietro.

La Palermo del dopoguerra, lo vide bambino affidato a sé stesso, la mamma in manicomio, espulso da scuola e vita normale, nella terra degli uomini d’onore. Ai mafiosi, “Asparino”, riparava le auto, puliva le candele e intanto sognava di diventare un giorno come loro…distinto, rispettato, ben vestito e riverito.

Conobbe Riina in carcere e ne restò affascinato. Ci racconta di un uomo dalle grandi doti e forte carisma che negli anni, l’insaziabile brama di potere, rese un pazzo sanguinario, senza freni. Ci spiega come il male, alberghi nella sete di denaro e di potere. Ci racconta di aver scoperto l’amore vero e la gioia delle cose belle della vita, proprio quando non era più potente e possedeva solo lo stretto indispensabile, quello che non dovrebbe mai mancare a nessuno.

Via via che “lavava” la sua anima, sul greto del fiume della vita, scopriva le macchie indelebili, lasciate dal male compiuto, comprendendo che il dolore del rimorso, se pur devastante, da solo, non basta. Ci vogliono azioni, uguali e contrarie. Nell’acqua dei suoi pennelli ha diluito le lacrime, sulle tele, ha dato sfogo alla sofferenza, scoprendo colori sempre più brillanti e puliti, come il suo sguardo, che si abbassa e galleggia in quel liquido dell’anima, ogni qualvolta nomina la moglie, i figli o altre vittime innocenti di quel passato ingombrante.

Sul suo corpo i segni del tempo ma non nel suo spirito, non nel suo entusiasmo, che me lo mostra bambino, affacciato con gioia alla vita, un giovane puledro che stringe il morso per strappare quelle redini che gli impediscono il galoppo.

Perché hai chiesto la fuoriuscita dal programma?
Sono grato allo Stato che mi ha permesso di sperimentare una vita onesta, scoprendone il vero significato ma ora, nel tempo che mi resta, voglio fare di più.
È umiliante dover chiedere il permesso per andare sulla tomba di mia moglie e mi va stretto il fatto di non poter apparire, di non poter divulgare con maggior forza, la mia esperienza, il lungo cammino interiore che mi ha reso consapevole di tante cose, doni preziosi che potrei offrire ad altri. La missione non è finita.

A che punto si trova, dopo tutti questi anni, la lotta alle mafie?
Sull’orlo di un precipizio. Sento parlare di togliere l’ergastolo ostativo, alleggerire il 41bis. Sarebbe la fine, uno sputo in faccia a Falcone e Borsellino, insieme a tutti gli eroi che hanno difeso gli ideali della giustizia a costo della vita. Il perdono va dato, certo ma a chi si pente, non a chi resta fermo sulle proprie posizioni. Chi si rifiuta di collaborare, lo fa per continuare a delinquere una volta tornato a casa, più pericoloso e potente di prima. Farsi “u carcerieddu” restando zitti è una medaglia al valore mafioso. La dissociazione, solo una presa per i fondelli. Ormai lo sanno che la mafia esiste e come funziona, non deve certo spiegarcelo l’Europa, come si fa. In questa materia, abbiamo i “docenti” migliori al mondo.

Quindi, che si dovrebbe fare?
Rinforzare ed aggiornare le leggi volute da Falcone e Borsellino, non certo affossarle e soprattutto, ricordarsi di farne anche per punire i collusi di Stato, i politici che comprano voti alla mafia e tutti quelli che si lasciano corrompere. La mafia si propaga grazie alla corruzione. Dopo la reazione del popolo alle stragi dei corleonesi, ha scelto di tornare nelle fogne, quelle si, che arrivano ovunque.
Silenziose e invisibili, un miasma mortale, occultato da tombini di ottima fattura.

Quanto manca al tuo sogno di liberazione?
Non so, mi sento un po’ nervoso. Non pensavo ci volesse tanto tempo. È da Luglio che ho presentato la domanda. Mi parlano di burocrazia…che ne so io. Nella mafia la burocrazia non esiste e neppure esisteva quando ho cominciato a collaborare con lo Stato. I protocolli non si rispettavano, perché eravamo in stato di emergenza. Credo che la stesura del mio contratto di collaborazione, abbia richiesto una seduta straordinaria ma io non l’ho neppure mai letto. Se ti fidi di qualcuno, ti butti quando dice che ti tiene. A me sono mancate le carezze di una madre, la guida di un padre ma da buon soldato, ho imparato a riconoscere il vero valore. Falcone e Borsellino, resteranno i fari più luminosi della mia vita. Oggi ci sono altri valorosi come Di Matteo e Gratteri ma ce ne vorrebbero mille. Vorrei mangiare ancora un gelato a Mondello ma non voglio disobbedire o farmi uccidere sotto protezione. Io sono una vittoria dello Stato, non una sconfitta.

Gaspare Mutolo da silente mafioso di un tempo, oggi è un fiume in piena di incontenibili parole e tumultuosi racconti che nessun argine potrà fermare.

Quelle mani nodose e forti di un tempo, oggi saltellano leggere fra le mie durante i saluti , per aggrapparsi infine, un attimo sulla mia spalla, come un uccellino che cerca l’equilibrio, quell’istante prima di spiccare il volo.
Lasciatelo andare e stiamo a guardare. Sarebbe comunque il primo volatile della storia, sparato a Mondello, libero e felice, con un gelato fra le zampe.

Puoi chiamarlo assassino, puoi chiamarlo soldato, puoi chiamarlo redento o magari impazzito…ma di certo, mai scontato. Buon volo Gaspare!

Francesca Capretta / Redazione

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