Tra Caraibi e Medio Oriente FRANCO GARELLI*

Che cosa c’è dietro il grande passo di riconciliazione tra le chiese di Roma e di Mosca che si è celebrato ieri a Cuba? Un momento storico atteso da decenni. 

Un momento auspicato da molti pontefici, ma che avviene solo ora, tra il Papa argentino (quindi una figura non europea e non occidentale) che vuole una chiesa estranea a ruoli politici e il Patriarca Kirill che sta guidando la chiesa ortodossa di Mosca e di tutta la Russia che mai fino ad ora è stata così filo governativa? Vi sono ragioni solo religiose o anche geo-politiche? E quali conseguenze questo gesto può avere invece in campo geo-religioso? E poi perché Cuba? Perché si incontrano all’Avana due personaggi che abitano l’uno a Roma e l’altro a Mosca? Perché questa pacificazione religiosa (e qualcos’altro) passa per un’isola dei Caraibi?  

Per quanti non credono nello Spirito Santo (ma anche per i non pochi «credenti») il tutto si presenta come uno dei thriller più avvincenti dei nostri tempi. Tempi da società globale, dove i destini di molte aree martoriate della terra dipendono da conflitti ed equilibri mondiali, e dove le grandi religioni – nel rappresentare i loro popoli e nel promuovere gli ideali di giustizia e di solidarietà che sono loro propri – vengono sempre più chiamate in causa (sia che lo vogliano o no) a giocare un ruolo «politico». 

Ma andiamo per ordine. Il passo di riconciliazione di ieri tra la chiesa cattolica di Roma e quella ortodossa russa è dettato certamente da ragioni spirituali. Da tempo è in atto il riavvicinamento tra Roma e Costantinopoli, in vista di un possibile abbraccio conclusivo tra la cattolicità e il ramo ortodosso che fa capo al patriarca Bartolomeo, che metta fine allo scisma d’Oriente. Più ostici invece sono sempre stati i rapporti tra Roma e la chiesa di Mosca, l’altro grande ramo dell’ortodossia mondiale. Che cosa ha facilitato l’incontro di riappacificazione tra Papa Francesco e il patriarca Kirill? Certamente il desiderio di superare gli steccati tra due chiese che hanno comuni radici lontane, fin qui in tensione perché emblema di due mondi diversi e per vari aspetti contrapposti: da un lato l’area russa e orientale, con la sua cultura e le sue tradizioni; dall’altro quella chiesa cattolica che tende a non avere confini. Il quadro sembra essere improvvisamente cambiato a fronte del prolungarsi e dell’acuirsi della crisi in Medio Oriente. Al riguardo, Papa Francesco sta facendo di tutto per salvare quel poco che resta delle comunità cristiane in quelle terre che erano la patria di Abramo; e svolge un ruolo di rilievo tra i grandi della terra perché venga pacificata un’area geografica oggi tramortita dai conflitti (Siria, Iraq) e che porta ancora i segni del colonialismo occidentale. Ma in questo impegno egli incontra la sensibilità del Patriarca di Mosca, anch’egli preoccupato della difesa dei cristiani in quelle terre in cui ha avuto origine il cristianesimo. 

È in questo quadro che – come ha osservato Cesare Martinetti qualche giorno fa su La Stampa – emerge l’ombra lunga di Putin. Quel nuovo zar di Mosca che sta giocando una partita di forza negli equilibri del Medio Oriente, sia per contrastare l’iniziativa delle potenze occidentali in quei territori, sia per uscire dall’isolamento internazionale (che ha pesanti conseguenze economiche per la Russia) in cui si è cacciato a seguito dell’invasione della Crimea e della conseguente guerra con l’Ucraina. Di qui tutto l’interesse di Putin perché sulla questione medio-orientale si crei una convergenza tra la Mosca ortodossa e la Roma cattolica, che non può che rafforzare la sua presenza sullo scacchiere mondiale. Del resto la reciproca vicinanza tra Putin e la chiesa ortodossa russa è nota da tempo. Quella di Mosca è una chiesa di stato, che ha trovato nell’attuale Patriarca Kirill un attivo interprete dell’identità e della cultura russa, musica questa assai gradita ad un Putin da tempo impegnato a far leva sulla religione della tradizione per aumentare la coesione sociale del suo popolo e persino a presentarsi come il difensore dei valori cristiani in un Occidente ormai secolarizzato. 

Ma c’è un altro fattore – tra il profano e il religioso – che spinge il Patriarca Kirill a riallacciare buoni rapporti con Roma. Dentro la galassia ortodossa, la chiesa di Mosca è sempre stata vista come quella più tollerante nei confronti del potere politico, e questa propensione ha prodotto non poche difficoltà di rapporto con l’altro ramo dell’ortodossia mondiale, quello che fa capo a Costantinopoli. Kirill, in altri termini, può cercare, attraverso il gesto di riappacificazione con Roma, una legittimazione in campo spirituale che la sua chiesa ha difficoltà a ottenere dall’altra chiesa ortodossa. L’incontro con Bergoglio quindi può favorire la vicinanza tra i due rami ortodossi che da tempo vivono come fratelli separati. 

Perché Cuba? Ecco un’altra domanda vitale. Certamente non perché il Papa è in viaggio per il Messico. Non perché il patriarca Kirill sta visitando la diaspora degli ortodossi in America Latina, che sono tra l’altro rappresentati da davvero poche comunità. Ma perché l’incontro sarebbe stato impossibile in Europa, in quanto non c’è un angolo del vecchio continente che non abbia nella sua memoria storica dei conflitti religiosi ed ecclesiali; per cui non si fa di una città o di un territorio che hanno vissuto dei tormenti in questo campo il simbolo di un cammino di riconciliazione. Questo simbolo, invece, può essere l’isola di Cuba, un campo neutro, che ha una sua tradizione cristiana debole ma reale, oggi governato da quel Raul Castro che si è dichiarato convertito. Cuba poi è l’emblema di una «periferia» del mondo – idea tanto cara a Francesco – distante dalle grandi potenze e di matrice antiamericana. Ma soprattutto sembra essere la chiave per il futuro. Un Paese che è stato lì lì per essere l’epicentro di una guerra mondiale può rappresentare per molti altri stati (in primis la Siria) un modello di ricostruzione e di riconciliazione, un luogo di speranza per la soluzione di casi storici disperati.  

Insomma, anche Papa Francesco è al centro di un bell’intreccio geo-religioso e geo-politico, interprete attivo di un ruolo che forse gli costa un po’ ma che può favorire cammini di pace e di riconciliazione. 

*lastampa

 
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