Sant’Antonio Abate: stesa intimidatoria per le strade della città

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Stesa a Sant’Antonio Abate: un’ondata di violenza intimidatoria scuote la tranquillità e sparge il terrore nelle strade della città.

Stesa a Sant’Antonio Abate

Sommario:
Nella serata di ieri, una stesa a Sant’Antonio Abate ha scosso la tranquillità della città, con colpi d’arma da fuoco esplosi e bossoli rinvenuti in strada. Questo articolo esplora le origini e il significato di questa azione di intimidazione, coinvolgendo giovani camorristi e i loro obiettivi nel territorio. Si esamina anche la speranza di riappropriarsi del significato originario di “stesa” come espressione culturale, trasformando così gli atti di violenza in narrazioni di amore e vita vissuta.

Sant’Antonio Abate: Stesa Intimidatoria per le Strade della Città

Nella serata di ieri, a Sant’Antonio Abate, i carabinieri della locale stazione insieme con i colleghi della sezione radiomobile della compagnia di Castellammare sono intervenuti in via Stabia 623.
Qualche attimo  prima alcuni  ignoti avevano esploso alcuni colpi d’arma da fuoco. Tre i bossoli calibro 9 rinvenuti in strada e sequestrati. Sono in corso indagini.

La stesa: origini e significato

Nel gergo della camorra, la stesa è una violenta azione di intimidazione consistente nell’attraversare velocemente a bordo di motorini le vie di determinate zone cittadine, sparando tutt’intorno con l’effetto di costringere le persone a stendersi per terra.

La stesa è una pratica utilizzata dai giovani camorristi per seminare il terrore nei quartieri di Napoli ed, attualmente, risulta essere la nuova legge messa in atto dalla camorra per gestire le zone borderline del centro e della periferia della città.

Fare la stesa” significa correre all’impazzata sui motorini e sparare vigliaccamente una raffica di proiettili contro le saracinesche dei negozi o ovunque capiti, semplicemente per infondere terrore e per sfidare i propri “rivali”, affermando il dominio di un clan su un altro.

Reazione conseguenti agli spari è, per l’appunto, “la stesa” delle persone, ovvero tutti, terrorizzati, si distendono a terra per evitare di finire nel mirino dei criminali.

I Protagonisti del terrore

I protagonisti di questi gesti di terrore sono spesso ragazzini minorenni, Baby Boss vengono definiti, addestrati fin da piccoli alla vita criminale per guadagnarsi il “rispetto” del quartiere in cui operano.

È questa l’altra faccia di una delle città più incantevoli d’Italia, dove le azioni brutali e gli atti di natura camorristica avvengono all’ordine del giorno per opera di una parte minima ma incisiva della popolazione, provocando uno stato di allerta e di paura nei cittadini residenti in quei quartieri ed estranei alle vicende.

I raid rappresentano una vera e propria strategia della camorra per incutere paura e sottomissione. Per dire: qui comando io e questo è il mio territorio. Ma quel territorio, quei territori, sono dello Stato.

E bisogna riappropriarsene prima che il prezzo sia troppo alto. Bisogna affermare la presenza dello Stato in quelle ore dove i camorristi agiscono.

 La speranza di un ritorno all’antico significato di “stesa”

“…A seguito degli spari tutti si buttano a terra, stesi, perché terrorizzati, pietrificati. Poi se qualcuno lo stendi davvero, se lo ammazzi, è danno collaterale. Possibilmente da evitare perché le stese riuscite meglio non dovrebbero provocare danni collaterali. Ma se accade, accade…” Questo è ciò che afferma Roberto Saviano.

Sarebbe gradito un ritorno all’antico significato di “stesa”.

Le prime “stese” napoletane, infatti, furono quelle canore: voci e intonazioni che si intrecciavano, dalle più vicine alle più lontane, dei venditori ambulanti. Il loro grido espressivo, unito ai lamenti d’amore, diede origine alle canzoni a stesa, risalenti alla metà del Settecento e all’Ottocento.
Si racconta che da una stesa ispirata da una bella farenara (venditrice di farina, forse proprio la “molinarella” dell’opera buffa di Niccolò Piccinni) nacque un’anonima canzone d’amore popolare. Ma ben presto Il testo originario fu sostituito da una satira contro il Regno d’Italia e un lamento alla perduta libertà del meridione all’indomani di quella che molti ritennero una conquista ingiusta.
La cosa non appare strana se si considera che all’epoca era cosa non rara utilizzare arie di canzoni celebri modificandole per far nascere canzoni satiriche nei confronti dei regnanti. La canzone in questa forma divenne ben presto molto popolare, ma il testo, considerato troppo sovversivo dalle autorità sabaude, venne modificato e quello originale andò perso. Il testo “Palummella zompa e vola”, così come oggi lo conosciamo, fu redatto da Domenico Bolognesi e cantato per la prima volta nel 1873, come si evince dagli Archivi sonori della RAI, che ne attribuisce la paternità a Teodoro Cottrau, antenato di Luigi Pitterà.

Confidiamo ancora nel fatto che orribili colpi di pistola possano trasformarsi nel melodioso suono di una voce narrante che possa denunciare ciò che non va, ma anche  raccontarci storie d’amore e  di vita vissuta.


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