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Mondo Politico sempre più italiota

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La scissione consumata la scorsa settimana nel Pd dà vita a un nuovo partito: Mattia Feltri ci ricorda le scelte più bizzarre nel variegato mondo politico italiano, dagli alberi agli ossimori.

Alberi, ossimori e un tocco d’italianità. Quando il partito scivola sul nome

L’ultimo nato è Democratici e progressisti: il Pd al contrario

ROMA – Le bizzarrie sono già state sottolineate. E cioè, chiamare un nuovo partito Dp, in semplice inversione delle lettere del partito da cui ci si è scissi, il Pd. E chiamarlo come Democrazia proletaria, la creatura di rimpatrio di cento sigle comuniste nata nel 1975, di cui il sessantottino Mario Capanna fu leader nella fase finale. Non è soltanto la collocazione ideologica rievocata, senza molti altri appigli, e il successo di consenso, visto che quella Dp si barcamenò per un decennio fra lo 0.2 e l’1.6 per cento: fosse tutto qui, saremmo in zona strano ma vero. È il nome in sé, Democratici e progressisti, a denunciare la stanchezza e la vaghezza delle idee diffuse nella politica italiana.

Da tempo anche le fonti battesimali sono sempre le stesse, secondo l’usanza: c’è stato il tempo dei vegetali (querce, margherite, ulivi), il tempo ancora attuale del centro orfano della Dc (Centro cristiano democratico, Unione di centro, Centro democratico), e il tempo che non finisce mai in cui ci si vergogna di usare il termine «partito», come se definirsi altro fosse di per sé una garanzia di estraneità alla palude. E così i Democratici e progressisti non sono un partito ma un Movimento, come i Cinque stelle ma anche come il Movimento italiani all’estero e il Movimento la Puglia in più, tutti così presi dalla folgorazione movimentista da dimenticarsi il progenitore toponomastico: il Movimento sociale italiano, erede del fascismo.

Altra moda è la doppietta: Democratici e progressisti, come Civici e innovatori (dalla frantumazione di Scelta civica), come Libertà e diritti (partito arcano del Gruppo misto), e soprattutto Conservatori e riformisti (dalla scissione di Raffaele Fitto da Forza Italia), che più di altri portano l’evidenza dell’ossimoro: conservare e riformare. E se non c’è ossimoro, sembra esserci la necessità di ampliare la proprie ambizioni, in realtà smisurate, per darsi un tono.

Libertà e diritti non vuole dire assolutamente niente di quello che si è e si vuole propugnare: la libertà e i diritti stanno a cuore a chiunque; sarebbe stato già più interessante un partito – pardòn, movimento – che si fosse chiamato Libertà e doveri. Democratici e progressisti è un carta d’identità senza confini in una democrazia in cui, per di più, c’è il Partito democratico, la Democrazia solidale, il Centro democratico. È che nascono formazioni una settimana sì e una settimana no, figlie di divisioni incomprensibili (per fortuna, perché quando le si comprende è peggio), che si buttano nell’anagrafe partitica prendendo una parola qui e una là, sempre le stesse: Area popolare, Azione popolare, Alleanza liberalpopolare, Alleanza nazionale, Alleanza per l’Italia, di modo che è diventato impossibile per chiunque, persino per topacci di palazzo, ricordare chi appartenga a un gruppo e in che si distingua dagli altri.

Ultimamente va molto forte la dichiarazione di italianità, che per un partito italiano dovrebbe darsi per acquisita: da Forza Italia a Fratelli d’Italia, oltre ad Alleanza per l’Italia, passando da Insieme per l’Italia, Centristi per l’Italia e naturalmente Sinistra italiana che apre l’infinito capitolo del titolo Sinistra, in mano per tutta la legislatura a Sinistra ecologia e libertà. Ma negli anni abbiamo avuto il Partito democratico di sinistra, i Democratici di sinistra, Sinistra democratica, Sinistra arcobaleno, e mille sinistre ancora. Insomma, oggi se si fonda un partito e si cerca di passare inosservati, è necessario prendere un paio dei seguenti termini – sinistra, Italia o italiano, democrazia, libertà, popolo o polare, progressisti o riformisti – associarli più o meno a caso – Popolo riformista, Democrazia e libertà, Italia progressista, Progresso popolare – e sperare che il copyright non sia già stato depositato. È proprio questo il punto: se non sai chi sei non riesci a definirti, e se sei nato a caso ti definisci a caso.

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