Analisi sul “bullismo”, “branchismo” e il valore del lavoro di squadra

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Oggi si parla molto di bullismo, che si è evoluto nella forma digitale del cyberbullismo, collegato al concetto di branchismo (leader) come elemento negativo dell’attuale società moderna.

Nello sport, in particolare nel pugilato, onestà, schiettezza e lealtà invece sono virtù coltivate sin dai primi passi.

Se tali qualità fossero concesse, senza riserve, ad una “causa”, ad una “fede” o ad un “leader” potrebbero facilmente essere trasformate in uno strumento per agire “male”. Pensiamo all’apparato stalinista quando eseguiva purghe e bagni di sangue o alle “SS” che ordinavano una esecuzione collettiva nelle camere a gas.

Hanna Arendt e Primo Levi ci hanno insegnato che la “banalità del male” viene interpretata da quegli uomini protagonisti di immani tragedie come “lo stato di costrizione conseguente a un ordine”. Non c’è istanza decisiva i disumani e terribili atti cercano riparo dietro la prestigiosa maschera della colpa innocente. “Ho eseguito degli ordini superiori” era la frase ricorrente pronunciata dagli imputati per la strage contro l’umanità nel tribunale di Norimberga, aula seicento.

Il fenomeno del “bullismo” e del “branchismo” ripropone in misura diversa le stesse gerarchie di gruppo che stabiliscono un rapporto asimmetrico

Essere forti con i deboli ed umili con i potenti.

Lo stato italiano vuole educare e non indottrinare. Le fonti dell’educazione sono: la famiglia; la scuola; la parrocchia; le società sportive; le associazioni culturali di quartiere; le biblioteche pubbliche.

Tali istituzioni e organizzazioni funzionano in modo sinergico per contribuire in modo determinante allo sviluppo dell’educando, destinatario delle azioni educative e formative che promuovono.

Per alcuni individui è possibile essere refrattari agli stimoli psico-pedagogici che propongono modelli di apprendimento per relazionare con gli altri in modo comprensivo, rispettoso delle esigenze altrui, urbano, in quanto membri di una comunità di uguali tra uguali. Coloro che dividono il mondo in due, i buoni e i cattivi, guarda caso si situano sempre dalla parte migliore! L’apprendimento è il comportamento in divenire.

La curiosità rappresenta la matrice del voler capire le situazioni, comprendere sé stessi e gli altri, coltivarsi, abitare bene il proprio corpo, per attuare un comportamento adeguato ad ogni istante della propria esistenza. Tale processo permanente ricco per tanti può essere ignorato da altri.

Il risultato di tale mancanza conduce all’identificazione con il più forte, con chi detiene il potere assoluto, attraverso questo ragionamento: in fondo in fondo avrei fatto lo stesso e preteso l’obbedienza totale ai “diktat”. Tale pensiero significa rifiutare il senso del proprio “determinismo” ossia la logica e la conseguenzialità tra la premessa e la conclusione. E’ necessario che comprendano l’insegnamento dei Latini: “la causa agente non muove senza mirare il fine”. Sottolineiamo lo sbaglio che commettono i cosiddetti “bulli”: il non rendersi conto che le loro azioni sono la causa e l’effetto di comportamenti offensivi e prevaricatori nei confronti di coetanei. Dimostrano di non possedere una minima coscienza sociale. (Riferimento a Emanuel Levinas).

Noi apparteniamo al regno animale, così ci classificò Aristotele, e sono interessanti sia le comparazioni che le analogie comportamentali del “branco” messe in evidenza dagli studi di Etologi e Antropologi.

Queste due categorie di scienziati scandiscono, in modo netto, il passaggio dal NATURALE al CULTURALE.

La nostra “genesi” è testimoniata dallo sviluppo del cortex con il suo patrimonio di dieci alla decima di neuroni, dall’allungamento del muscolo psoas-iliaco e dall’irrobustimento del tendine di Achille. I nostri predecessori conquistarono la postura eretta e incominciarono a correre in gruppo per sfiancare la preda e trasformarla in cibo per tutti.

L’aggressività indica il comportamento adeguato all’ambiente per modificarlo a proprio favore, magari per non soccombere e quindi vincere la selezione.

La violenza scaturisce da un comportamento non controllato e incurante delle conseguenze, a volte tragiche. Essa è “auto remunerante ” per l’autore in quanto gli genera un senso di euforia e l’illusione dell’onnipotenza.

La violenza crea dipendenza come una droga ed è “eticamente ingiustificabile”. L’uso violento del corpo presuppone una mente di tipo violento.

Il pugilato forma i giovani, di ambo i sessi, nel rispetto delle regole e dell’avversario.

L’aggressività nello sport viene finalizzata a mete di tipo agonistico.

Nella Boxe il confronto tra i due pugili esige “l’ opponibilità” per stabilire una uguaglianza di possibilità di successo, solo il verdetto discriminerà il migliore o attribuirà il “pari”.

La violenza rimane sancita ed esclusa da qualsiasi categoria del comportamento sportivo. Noi tecnici delle società di pugilato ci adoperiamo insieme alle altre fonti educative, famiglia, scuola, oratorio, affinché i giovani  sportivi possano maturare e completarsi attraverso le relazioni con gli altri ed imparare ad amare  anche la cultura e l’arte.

I momenti associativi ci educano a essere gruppo-centrici nel senso di sapere indirizzare i nostri sforzi per la creazione dello spirito di squadra. Nel gruppo possiamo assumere responsabilità per il benessere dei singoli e di tutti i componenti nutrendo la fiducia reciproca e una approfondita conoscenza tra associati. (esempi dal convegno di Carrara 2016).

Un gruppo coeso è in grado di costruire un futuro fatto di onestà dell’impegno, di solidarietà, di contributi etici e morale, di connettere l’utilità professionale all’utilità sociale, dare continui buoni esempi, volersi bene con dignità.

A cura di Massimo Scioti


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