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Libia, ex ostaggi Pollicardo e Calcagno rientrati in Italia

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Pollicardo e Calcagno rientrati in Italia accolti dal ministro Gentiloni. L’aereo che ha riportato a casa i due tecnici è arrivato a Ciampino intorno alle 5. Ad accoglierli c’erano i familiari e il ministro Gentiloni. Mattarella: “Cordoglio per vittime e sollievo per i liberati”. Interrogati dal pm. Il figlio di Piano: “Lo Stato ci deve dire la verità sulla sua morte”

ROMA – L’incubo è finito per Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, e per le loro famiglie. Alle 5 di questa mattina è arrivato all’aeroporto di Ciampino l’aereo con a bordo i due italiani  liberati in Libia dopo un sequestro durato diversi mesi. Ad attenderli c’erano i loro cari e il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. I due tecnici della Bonatti erano stati rapiti il 20 luglio scorso nella zona di Mellitah, a 60 chilometri da Tripoli, insieme a Salvatore Failla e Fausto Piano, uccisi in uno scontro a fuoco tra fazioni rivali. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato un messaggio  ai familiari di Failla e Piano per far pervenire loro il suo profondo cordoglio per la tragica morte dei loro congiunti in Libia. Il presidente ha inoltre espresso grande sollievo per il rientro in patria dei due ostaggi “finalmente ricongiunti alle proprie famiglie”.

Pollicardo e Calcagno sono parsi provati ma in buone condizioni. Il loro rimpatrio è stato possibile soltanto al termine di una giornata di tensione e di un estenuante braccio di ferro con i libici. E alla fine, intorno alle 3:30, sono partiti dall’aeroporto di Mitiga a Tripoli, a bordo di un’aereo speciale.

I due tecnici, accompagnati da Gentiloni, stavano ancora percorrendo i pochi metri verso la palazzina di rappresentanza del 31 stormo, quando i loro familiari sono corsi ad abbracciarli. Prima Ema Orellana con i figli Gino e Jasmine e due nipoti si sono stretti piangendo e gridando di gioia a Pollicardo; subito dopo è stata la volta di Maria Concetta Arena con i figli Cristina e Gianluca e la nuora Loana nei confronti di Calcagno.

Subito dopo, finalmente sbarbati, stanchi ma felici, sono nella sala di rappresentanza. E lì sono cominciati i racconti.

Secondo la prassi, Pollicardo e Calcagno stanno incontrando il pm Sergio Colaiocco nella caserma del Ros di Colle Salario. Molti ancora i punti oscuri di tutta la vicenda, a partire dall’identità dei rapitori, dalle modalità della liberazione, fino alla morte dei loro colleghi Failla e Piano. Non è ancora chiaro quando rientreranno in Italia le loro salme, al momento ancora in Libia, presumibilmente a Sabrata.

Giovinco: “Scudetto? Il Napoli gioca meglio della Juventus…”

Sull’edizione di oggi della Gazzetta dello Sport, troviamo un’intervista all’ex giocatore della Juventus Sebastian Giovinco. Tra gli argomenti trattati c’è anche la lotta Scudetto: “Se sono stupito dal recupero della Juventus? Per niente: l’avevo previsto già tempo fa. Conoscendo la forza della Juve, sapevo che si trattava solo di una falsa partenza, che sarebbe tornata su. Nessun dubbio che Napoli e Fiorentina sono quelle che giocano meglio. Nel calcio però conta soprattutto vincere e la Juve ha qualcosa in più rispetto alle altre”.

E’ l’anno del terzo scudetto del Napoli, Higuain veste i panni di Diego

La Gazzetta dello Sport scrive sulla vittoria del Napoli contro il Chievo: “Di nuovo in testa, almeno per una notte. Il Napoli fa ciò che deve fare una preda, mettere pressione alla preda: lepre o zebra che sia. Alla fine il San Paolo canta i suoi cori, tutti basati su un concetto: è l’anno del terzo scudetto. Con Higuain nei panni di Maradona e una squadra che gioca per lui e per il gol, si può reggere fino alla fine. Riguardatevi l’azione del 3-1, con passaggi rasoterra rapidi, precisi, verticali. A guadagnare campo e smarcare compagni fino alle percussione vincente di Callejon. Eletrizzante. Schema ed esecuzione da grande squadra anche in occasione del 2-1. Il Napoli si è imposto in rimonta, Ma con veemenza figlia di altissima convinzione nei mezzi”.

Sarri voleva mangiarsi Chiriches dopo l’erroraccio iniziale

La Gazzetta dello Sport scrive: “Chiriches, titolare al posto di Albiol (squalificato e per la prima volta assente in campionato) ha cominciato la sua serata con uno di quegli errori dai quali fai fatica a riprenderti. Ha praticamente lanciato Rigoni verso Reina con un dribbling avventato, roba che Sarri voleva mangiarselo. Il tecnico azzurro aveva lavorato tutta la settimana sulla fase difensiva e in particolare sui movimenti della coppia, inedita in Serie A, formata appunto da Chiriches e Koulibaly. Nemmeno due minuti e tutti i piani sembravano essere saltati”. Poi la reazione da grande squadra. E’ successo ciò che avviene in tutti i gruppi vincenti, la squadra ha sostenuto Chiriches nei minuti successivi. L’ex Tottenham ha trascinato i suoi compagni verso la rimonta, quando stentavano a trovare la strada del vantaggio.

Perché serve una dottrina sulla sicurezza MOLINARI *

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Dottrina sulla sicurezza

Il dramma attraversato dai quattro tecnici di «Bonatti» evidenzia la dissoluzione della Libia, suggerisce l’entità dei pericoli che ne conseguono per l’Italia e impone la necessità di una nuova dottrina sulla sicurezza nazionale.

L’uccisione di Fausto Piano e Salvatore Failla, così come l’odissea di Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, nasce dalla decomposizione della Libia. Lo Stato post-coloniale, creato nel 1951 e dominato per oltre 40 anni da Muammar Gheddafi non esiste più. Non ha governo, Parlamento, forze di sicurezza né controllo sui confini. Nelle tre regioni che ne erano parte – Tripolitania, Cirenaica e Fezzan – a prevalere è la polverizzazione dell’autorità del territorio da parte di una miriade di milizie armate che si contendono centri urbani, poteri locali, basi militari, vie di comunicazione, risorse naturali e traffici illegali. Gli esecutivi rivali di Tripoli e Tobruk sono segnati da lacerazioni intestine, firmano accordi destinati a cadere e devono fare i conti, da Sabratha a Misurata, con una sorta di città-stato gestite in proprio da leader corrotti, più o meno sanguinari. Ciò spiega la difficoltà della diplomazia internazionale – a cominciare da Stati Uniti e Italia – nel tentare di favorire la creazione di un governo di unità nazionale.

E l’intenzione dell’inviato Onu Martin Kobler di dialogare con le tribù, unica forma di rappresentanza alternativa alle milizie fra le quali spicca lo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi padrone di almeno 200 km di costa attorno a Sirte. A descrivere la precarietà dell’opzione diplomatica è lo scenario a cui si sta lavorando: l’insediamento a Tripoli di un governo di unità incompatibile con quello locale islamico, con la città divisa di conseguenza in aree rivali colme di armi. Ovvero, una sorta di Berlino 1945 in versione maghrebina.

Tutto ciò pone tre tipi di minacce agli interessi nazionali italiani. Primo: la possibilità che gruppi terroristi, come Isis e Al Qaeda, estendano le enclave già occupate e le usino come piattaforma per lanciare attacchi contro il nostro territorio, e l’Europa, come anche azioni di pirateria contro il traffico marittimo nel Mediterraneo. Secondo: il sabotaggio di fonti di energia di importanza strategica per il fabbisogno nazionale, dall’impianto di Mellitah da dove parte il «South Stream» che arriva in Sicilia fino a raffinerie e pozzi off shore. Terzo: la cattura di cittadini o proprietà italiane al fine di ottenere riscatti politici o economici per consolidare il potere di clan e milizie locali.

Poiché si tratta di minacce contro la sicurezza collettiva, l’Italia è chiamata a difendersi. Ma la dottrina militare deve adattarsi a tale scenario. Dalla fine della Seconda guerra mondiale la sicurezza italiana ha avuto come pilastri l’adesione alla Nato e all’Unione Europea ma entrambe tali organizzazioni multilaterali sono state create per fronteggiare pericoli provenienti da Stati con confini, eserciti e governi. La campagna in Afghanistan contro i taleban ed Al Qaeda ha già evidenziato le difficoltà tattiche nella sfida a gruppi terroristi ed ora in Libia, dove i nemici sono ancor più disarticolati, tali problemi tattici aumentano. Perché abbiamo a che fare con una galassia di jihadisti, milizie, clan e trafficanti di ogni tipo.

Da qui la necessità per l’Italia di procedere in una duplice direzione. Da un lato spingere la Nato ad operare con maggiore agilità contro i nuovi pericoli e l’Ue a dotarsi di unità di intervento rapido capaci di entrare in azione con breve preavviso. Dall’altro stabilire dei principi per operare direttamente e in fretta, se necessario. Sono tali principi che dovranno formare il nucleo di una nuova dottrina di sicurezza. Le scelte compiute dai nostri maggiori alleati – Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia – suggeriscono una possibile strada da seguire: l’uso della forza viene deciso per eliminare minacce dirette ed immediate alla collettività così come per portare in salvo cittadini in pericolo di vita. Lo strumento per eseguire tali missioni sono le truppe speciali impegnate in operazioni guidate dall’intelligence: come altri Paesi Nato già fanno e come anche l’Italia può adesso fare dopo l’approvazione delle relative norme dal Parlamento, con i conseguenti decreti di attivazione da parte della presidenza del Consiglio. Ma avere lo strumento non basta: per adoperarlo con efficacia, e nel lungo termine, deve essere accompagnato da una dottrina di sicurezza.

Il direttore Molinari: “Perché serve una dottrina sulla sicurezza”

* lastampa

Lula attacca, nel caos il Brasile nella morsa della crisi. DANIELE MASTROGIACOMO *

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Lula attacca, nel caos il Brasile nella morsa della crisi. DANIELE MASTROGIACOMO *

Cordone di polizia intorno alla sede del Partito dei Lavoratori mentre si susseguono le manifestazioni. Accuse di corruzione per il carismatico ex-presidente e controaccuse di tentativo di golpe. E lui dice: “Ho 70 anni ma me ne sento 30 nella mente e 20 nel fisico”

SAN PAOLO – Come un leone ferito e umiliato, Luiz Iniacio Lula da Silva tira fuori gli artigli e reagisce sfoderando l’enfasi dei vecchi tempi. La battaglia di venerdì pomeriggio, davanti alla sede del Partito dei lavoratori, non si è ancora spenta. Chiusi da un cordone di poliziotti sul marciapiede di fronte sostano 250 militanti e sostenitori. Indossano le camicie rosse che hanno usato in decine di manifestazioni. Sventolano le bandiere del partito che garriscono alle folate del vento caldo di fine estate. Qualcuno ha affisso sulla porta principale uno striscione: “Lula è il più onesto in questo paese”.

C’è aria di mobilitazione. L’incursione della polizia nella casa dell’ex presidente socialista è vista come l’ultimo segnale di un’offensiva che dura da almeno due anni. Molti si sentono in dovere di vigilare, quasi fossimo davanti ad un tentativo di golpe. In realtà, la maggioranza dei brasiliani, almeno qui a San Paolo, guarda con distacco a una vicenda su cui pochi sembrano avere dubbi. La corruzione, nel sistema Petrobras, ha inferto il colpo decisivo ad un’economia in affanno. I dati fanno paura. Le conseguenze si sentono nella vita di tutti i giorni. Prezzi più cari, pochi acquisti, licenziamenti, crescita bloccata. Le scritte dei banner che scorrono sui cartelloni luminosi delle strade, nei centri commerciali, persino negli schermi dentro gli ascensori, mischiano annunci pubblicitari al calo (3,8 per cento) del Pil, al crollo (6,2) della produzione industriale, al tonfo (1,8) del settore agricolo. Dati che non si registravano dal 2005. Le case automobilistiche annunciano il taglio di altri 500 mila posti di lavoro. L’inflazione torna a mordere, come i tassi di interesse che restano elevati.

Lula segue con ansia la grande crisi provocata dal crollo del prezzo delle materie prime. Ma vede all’orizzonte le elezioni del 2018. E’ tentato di candidarsi. Anzi: approfitta di un incontro con i sindacati dei bancari per annunciare ufficialmente la sua discesa in campo. Per la prima volta dopo tanto tempo parla a braccio. Lascia i fogli degli appunti su una sedia, afferra il microfono e si lancia nella sua arringa. Per 28 minuti torna il Lula dei vecchi tempi. Quelli che lo portarono al vertice del Partito dei lavoratori, che facevano accorrere milioni di simpatizzanti ai comizi, che gli hanno aperto la strada verso la presidenza. Che lo hanno eletto e poi sostenuto negli anni (2003-2010) in cui ha guidato il Brasile verso uno sviluppo sorprendente. Con la crescita costante dell’8 per cento, l’ingresso nei Brics: un faro di una nuova via possibile, alternativa al liberalismo imperante e al chavismo populista.

L’ex presidente attacca, non si difende. Punta il dito sulla polizia e sulla magistratura. Non accenna mai all’opposizione, quel centrodestra che neanche considera. E’ furioso. La voce trema quando ricorda quello che è successo. “Sono stato umiliato”, dice. Lo ripeterà più volte. Non replica alle accuse che gli vengono mosse. Usa tutto il carisma che ancora possiede. Ricorda la sua difficile infanzia, i lavori umili, la fuga dalla favela in cui era cresciuto. Si sofferma sul primo lavoro in fabbrica, sulla suo impegno da sindacalista. “Abbiamo lottato”, urla ancora con rabbia, “fondato un partito, raccolto milioni di consensi, contribuito alla democrazia, vinto le elezioni, eletto un presidente”. Poi, con orgoglio, agita il pugno e si esalta: “Sono stato il migliore a governare questo paese”. Il viso è rosso, gocce di sudore gli bagnano la barba. I bancari lo sorreggono con un lungo applauso. Lui alza la mano, ringrazia, vuole proseguire. “Ora”, dice con voce squillante, “la gente umile può camminare a testa alta e può permettersi di mangiare una fetta di manzo”. Ma le accuse lo rincorrono. Pesano quei sospetti sui beni che i magistrati considerano conseguenze di tangenti. La casa a Guaruja, un trilocale che il vecchio leader ha acquistato ad un prezzo di favore. Fa parte di un elenco che scorre implacabile sugli stessi banner di siti web e tv. La barca comprata da sua moglie (“pagata pochissimo”, ripete), la fattoria di campagna (“E’ di un amico e spesso mi invita”). Il contributo di 200 mila dollari all’Istituto Lula. “Ci ha consentito di fare una conferenza e di spiegare a milioni di persone che l’energia era un bene di tutti”, precisa. Queste cose, aggiunge, le ho dette più volte alla magistratura. Avrei potuto ripeterle anche questa volta. Invece, “hanno messo in piedi un vero spettacolo pirotecnico”. Lula non ha dubbi: “Una parte della magistratura sta lavorando con alcuni settori della stampa. L’obiettivo è chiaro: evitare che mi candidi come presidente nel 2018. Non so se lo farò. Ma quello che sta accadendo mi spinge a farlo. A partecipare di nuovo alla vita di questo paese. Da adesso tornerò per le strade, per le piazze, tra la gente. Come facevo un tempo. Ho camminato da San Paolo e San Giovanni d’Acri e ho raccolto milioni di sostenitori. Sono pronto a rifarlo. Ho 70 anni. Ma me ne sento 30 nella mente e 20 nel fisico. E anche questa volta correrò per vincere. Per tornare ad essere il presidente Lula”.

 * Lula attacca, nel caos il Brasile nella morsa della crisi. DANIELE MASTROGIACOMO / larepubblica

 

VIDEO ViViCentro – Ghoulam, Chievo Verona: “Voglio crescere sempre di più.”

Ghoulam, Chievo Verona. Alla stadio San Paolo, il migliore in campo del match contro il Chievo Verona, è stato Faouzi Ghoulam che è intervenuto ai nostri microfoni nel post partita. Una vittoria importante per agganciare la Juventus in testa alla classifica, in attesa della gara dei bianconeri di questo pomeriggio contro l’Atalanta, ma anche per tenere a 5 punti punti la Roma, terza, e allungare sulla Fiorentina, ferma al quarto posto.

dal nostro inviato al San Paolo, Ciro Novellino

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Il racconto di 40 anni di vivace concorrenza tra noi e il Corriere. EUGENIO SCALFARI *

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Il racconto di 40 anni di vivace concorrenza tra noi e il Corriere di EUGENIO SCALFARI

Ricordo ancora quando nell’autunno del 1975 feci una sorta di tour nelle sale teatrali delle principali città italiane per presentare pubblicamente il futuro giornale quotidiano “la Repubblica” che sarebbe uscito nelle edicole il 14 gennaio del 1976. “Dall’alpi alle Piramidi”, scrisse il poeta. Più modestamente io andai da Torino a Palermo, da Milano a Bari, da Reggio Calabria a Bologna, a Firenze, a Verona, a Padova, a Catania, a Genova, insomma dappertutto, concludendo al teatro Eliseo di Roma.

Dopo aver esposto le caratteristiche più interessanti del futuro giornale, a cominciare dal formato che era per l’Italia un’assoluta novità e il cosiddetto palinsesto, cioè la collocazione dei diversi argomenti, l’abolizione della classica terza pagina, il trasferimento delle pagine culturali al centro e una sezione economica che chiudeva il giornale, la parola passava al pubblico e le domande fioccavano. Quante pagine? Trentadue. Quali sono i temi esclusi? Le cronache locali, la meteorologia, lo sport. Anche lo sport? Sì, anche lo sport. Ed infine: qual è l’obiettivo editoriale? Superare tutti gli altri giornali. Anche il “Corriere della Sera”? Sì, anche il Corriere, anzi l’obiettivo è proprio quello.

Il pubblico accoglieva quest’ultima risposta da un lato ridendo e dall’altro applaudendo. E poi, giù il sipario.

L’inseguimento durò esattamente dieci anni: nel 1986 raggiungemmo e superammo il Corriere nonostante che, sotto la direzione di Piero Ottone, avesse raggiunto il massimo delle sue vendite.

E nonostante avesse adottato una politica di neutralità nei confronti del partito comunista che fin lì era stato la bestia nera del giornale di via Solferino, da custodire ideologicamente in una gabbia del giardino zoologico o in un ghetto dal quale non si può né entrare né soprattutto uscire.

Dieci anni sono appena un baleno per superare un giornale che esisteva esattamente da cent’anni quando Repubblica vide la luce.

L’altro ieri il Corriere della Sera ha giustamente celebrato i suoi 140 anni pubblicando un supplemento molto interessante che contiene l’elenco di tutti i direttori. Innumerevoli, a cominciare dal fondatore che si chiamava Eugenio Torelli Viollier e soffermandosi soprattutto su Luigi Albertini che di fatto lo rifondò nel 1900 e lo diresse fino al 1921 quando, nominato senatore del Regno, ne lasciò la guida al fratello continuando però a scriverci articoli di un coraggioso antifascismo, ancorché lui, Luigi Albertini, fosse un liberal-conservatore di un antisocialismo a prova di bomba e quindi, dal ’19 al ’22, sostanzialmente non ostile alle squadre che incutevano timore alle “Case del popolo”, così come era stato un fiero interventista nella guerra del ’15, appoggiando D’Annunzio che ne era la bandiera.

Centoquarant’anni da un lato e quaranta dall’altro; una miriade di direttori da un lato e tre (il terzo dei quali è però arrivato da poche settimane) dall’altro. Che cosa è accaduto nel periodo di convivenza e di concorrenza tra le due testate? Come è cambiato il paese, l’opinione pubblica, il costume e quale è stata la funzione dei due giornali nell’influenzare quell’opinione ed esserne al tempo stesso influenzati?

***

Il Corriere della Sera è sempre stato il giornale del capitalismo lombardo: produttività, profitto da reinvestire, “fordismo” come allora si diceva, salari soddisfacenti e aggrappati alla produttività della manodopera che alimentava la domanda, dialettica severa con i sindacati, antisocialismo e soprattutto anticomunismo, atteggiamento filogovernativo sempreché i governi in carica aiutassero gli investimenti privati con appositi e tangibili incentivi che facessero funzionare a dovere i servizi pubblici; fiscalità proporzionale e non progressiva, commercio con l’estero libero nei settori nei quali la nostra economia era in grado di competere ma protezionismo e dazi dove eravamo ancora in fase immatura. Laicismo ma con misura perché la religione e la famiglia rappresentavano i pilastri della società. In politica estera Francia, Inghilterra e America erano i punti di riferimento. Governi, sia in Italia sia all’estero, preferibilmente liberal-conservatori.

Questo il quadro generale, che aveva il vantaggio d’esser condiviso dalle classi dirigenti non solo lombarde ma italiane. Infatti il Corriere vendeva metà della tiratura in Lombardia e soprattutto a Milano e provincia dove la sua cronaca locale ne aumentava la diffusione; l’altra metà nel resto d’Italia e soprattutto nelle città dove una parte della classe dirigente si sentiva adeguatamente rappresentata da quel giornale.

Questa struttura al tempo stesso economica, politica e culturale era stata creata da Luigi Albertini che non era soltanto un giornalista ma anche organizzatore, uomo di vasta cultura e di vaste conoscenze sociali, comproprietario di maggioranza nella società che editava il Corriere, avendo con sé come soci di minoranza alcuni famiglie industriali, proprietarie di imprese soprattutto tessili.

Proprio per queste caratteristiche Albertini era molto più che un direttore nominato da una proprietà, era direttore e proprietario, quindi assolutamente indipendente. Condivideva pienamente gli ideali e gli interessi del capitalismo lombardo, ma gli dava una vivacità ed una modernità sua propria con il risultato di influenzare la pubblica opinione di stampo liberal-conservatore senza peraltro che lui e il Corriere che era casa sua ne fossero condizionati. Era molto patriottico Luigi Albertini. Non amava la guerra ma le imprese coloniali sì, anche per mettere l’Italia a livello delle altre potenze europee.

Giudicava il governo italiano dal colore politico che aveva, ma anche dall’efficienza. E metteva gli interessi del Corriere ed i valori del giornale al centro della sua attenzione. Di fatto il Corriere era un partito di cui il suo direttore era il capo. Infatti parlava con i presidenti del Consiglio direttamente. Al prefetto di Milano parlava quasi come un suo superiore e lo stesso faceva con il direttore della Banca d’Italia, specie quello che dirigeva la sede milanese dell’Istituto.

Queste notizie sono in gran parte rese esplicite dalle sue memorie, fonti di grande ricchezza per ricostruire il passato.

Questa situazione proseguì quando Albertini dovette cedere la proprietà del giornale perché Mussolini non sopportava che i grandi quotidiani italiani fossero posseduti da giornalisti-direttori. Così accadde al proprietario-direttore de La Stampa, Alfredo Frassati, così accadde anche alla Serao che dirigeva e possedeva Il Mattino di Napoli ed ad altri quotidiani importanti e così accadde anche a lui, che dovette cedere la proprietà alla famiglia Crespi, fortemente impegnata nell’industria tessile e già azionista di minoranza nella società del Corsera.

I direttori nominati dai Crespi dovevano naturalmente essere graditi a Mussolini, che come primo mestiere era stato direttore prima dell’Avanti e poi del Popolo d’Italia da lui fondato. Al Corriere, come negli altri giornali che erano ormai ossequienti al regime fascista, voleva giornalisti bravi che però adottassero la linea del governo, sia pure adattandola al tipo di lettori ai quali quel giornali si dirigeva. Dunque propaganda capillare attraverso testate di prestigio che quel prestigio dovevano conservarlo e addirittura accrescerlo. IlCorriere della Sera si conformò a quelle direttive come tutti gli altri. Con un minimo di fronda? Direi di no. Del resto la fronda non era possibile.

Le cose naturalmente cambiarono quando il fascismo cadde e il Corrierediventò come tutti gli altri un giornale antifascista, famiglia Crespi consenziente.

Il primo direttore della nuova situazione fu Mario Borsa che non era soltanto antifascista ma anche repubblicano. Su questo punto i Crespi non erano d’accordo, tant’è che Borsa, a Repubblica già proclamata, si ritirò. Ma poi la qualità professionale dei direttori che si avvicendarono a via Solferino fu sempre notevole e culminò con Missiroli, con Spadolini e infine con Piero Ottone del quale ho già fatto cenno.

Quando nacque Repubblica c’era appunto lui alla direzione del Corriere; ma vent’anni prima era già nato l’Espresso, il settimanale “genitore” del quotidiano. E l’Espresso aveva già messo sotto tiro la stampa quotidiana, la sua formula, i suoi valori, tutti sotto l’influenza del Corsera. Sicché la polemica tra il nostro gruppo e il Corriere e il resto dei quotidiani fatti a sua somiglianza, non è cominciata quarant’anni fa ma sessanta. Solo La Stampa di Torino era del tutto diversa dal Corriere, e Il Giorno di Milano, che però aveva già perso una parte della sua iniziale brillantezza.

Questo fu il teatro nel quale i due gruppi si scontrarono.

***

Come avvenne e di quali valori diversi il gruppo Espresso-Repubblica fosse portatore l’ho già accennato all’inizio di quest’articolo, ma ora mi soffermerò su qualche punto che merita d’essere approfondito.

La parola liberale anzitutto. Nella lingua inglese si chiama “liberal” che serve a designare chiunque non sia asservito ad una ideologia. Non riflettono abbastanza, secondo me, sull’uso ed il senso della parola “ideologia” che lessicalmente significa adesione ad un’idea e perciò anche sostenere che “liberal” è colui che non si sente asservito ad una qualsiasi ideologia configura in questo modo proprio un’ideologia.

Comunque il significato reale della parola “liberal” consiste nel rifiuto del totalitarismo. I liberal cioè possono cambiare idea secondo l’andamento dei fatti che modificano il luogo in cui essi vivono. Basta lessicalmente aggiungere una aggettivo a quella parola: c’è il liberal conservatore, il liberal moderato, il liberal progressista. Al di là non si va, il liberal radicale non è concepibile. Il liberal vive in uno spazio che politicamente è definibile di destra o di centro, ma non di sinistra. Aggiungo che dal punto di vista economico è liberista.

Da noi, nel linguaggio politico italiano, questi aggettivi sono applicabili ma esistono anche altre e più approfondite spiegazioni.

Anzitutto quegli aggettivi possono diventare sostantivi: reazionari, conservatori, moderati, progressisti. Inoltre c’è la parola liberale ma c’è anche liberista, libertario, libertino.

A mio parere il Corriere della Sera, sia pure con i mutamenti portati dai vari direttori nelle varie stagioni della loro direzione, ha sempre avuto un sottofondo liberale-liberista e conservatore o moderato.

Noi, di Espresso-Repubblica, siamo sempre stati liberal-democratici. E se volete altre ma equivalenti definizioni, siamo stati innovatori con l’ancoraggio del bene comune, della giustizia sociale, dell’eguaglianza dei punti di partenza, cioè dare a tutti i cittadini e soprattutto ai giovani le stesse possibilità di misurarsi con la vita.

Questo significa liberal-democratico che è la definizione politica dei due grandi valori di libertà ed eguaglianza, mettendone secondo le circostanze l’accento a volte più sulla libertà e a volte sull’eguaglianza, purché l’altro valore sia sempre presente e mai dimenticato.

Questo diversifica i due gruppi editoriali e le due opinioni pubbliche che sentono l’appartenenza all’uno o all’altro.

Noi non siamo mai stati un partito, ma sempre abbiamo avuto noi stessi, cioè i valori che noi sosteniamo, come punto esclusivo di riferimento.

Sono stati di volta in volta alcuni partiti o alcune correnti di quei partiti, ad avvicinarsi a noi, ma non è mai avvenuto il contrario. Spesso è capitato che fossero con noi Guido Carli quando era governatore della Banca d’Italia e Antonio Giolitti, comunista prima e socialista dopo la crisi di Ungheria repressa nel sangue dalle truppe sovietiche. Oppure Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, oppure Beniamino Andreatta, oppure Ciriaco De Mita.

Noi siamo sempre stati laici, fautori della libera Chiesa in libero Stato, ma molti democristiani sono stati vicini a noi e si sono battuti di conseguenza ed alcuni comunisti hanno modificato la loro ideologia non certo per merito nostro, ma con noi si sono trovati a loro agio.

Questo è stato ed è il nostro patrimonio ideale e civile. E questo ho ragione di credere che resterà in un futuro che non deve dimenticare il passato e che deve operare attivamente nel presente garantendo libertà e giustizia sociale

  • Il racconto di 40 anni di vivace concorrenza tra noi e il Corriere di EUGENIO SCALFARI / larepubblica

Napoli-Chievo, Sarri: “Abbiamo giocato meglio nelle scorse partite, adesso testa al Palermo”

E’ intervenuto, ai  microfoni di Mediaset, Maurizio Sarri: “Abbiamo fatto bene, anche se a livello di qualità abbiamo fatto meglio nelle partite precedenti. Il calcio, talvolta, non è logico. Higuain arrabbiato? Non mi interessa, ha fatto comunque una grande prestazione. Domani non guarderò la Juventus, studierò il Palermo e il match di questa sera. Napoli Higuain-dipendente? E’ un grande campione, è normale che ci influenzi, come Messi al Barcellona, Ronaldo al Real Madrid. Ma la nostra squadra è anche qualcos’altro. Sono soddisfatto perché stiamo andando tantissimo al cross, attacchiamo l’aria molto bene. Ci abbiamo lavorato molto in settimana e ciò ha dato i frutti.”

MEDIASET- Higuain non festeggia con la squadra: l’attaccante subito negli spogliatoi

Non festeggia sotto la curva Gonzalo Higuain come di consueto, dopo ogni vittoria in casa. Non sono chiari ancora i motivi della scelta. Sarà stanchezza o magari delusione per la prestazione, nonostante il 26esimo gol siglato, ma l’attaccante ha deciso di rientrare direttamente negli spogliatoi, senza festeggiare con i suoi tifosi. A rivelarlo, Mediaset.

Napoli-Chievo, Callejon: “Siamo lì, bisogna crederci. Io sto bene”

È intervenuto, subito dopo il fischio finale di Di Bello, Josè Maria Callejon, ai microfoni di Premium: “Sto bene. Ho sentito una botta alla caviglia fortuita, cose che succedono. Abbiamo fatto tante partite buone ma non avevamo vinto, oggi era importante per restare là in alto. Noi siamo lì, lo scudetto è lì, dobbiamo continuare a credere in questo sogno. I tifosi sono con noi, adesso cantano di nuovo, ma in fondo non hanno mai smesso.” 

Napoli-Chievo, i voti di Vivicentro: fa tutto Chiriches!

Il Napoli supera il Chievo Verona e aggancia la Juventus in testa alla classifica in attesa della gara di domani. Questi i voti di Vivicentro.it:

Reina 6, Hysaj 6, Chiriches 5.5, Koulibaly 6, Ghoulam 7.5, David Lopez 6.5, Jorginho 6.5, Hamsik 7, Callejon 7, Insigne 6, Higuain 7. A disp. Gabriel, Rafael, Strinic, Valdifiori, Maggio, Mertens 6, Regini, Allan 6, Gabbiadini, El Kaddouri, Grassi, Chalobah sv, Luperto. All. Sarri 6.5

dal nostro inviato al San Paolo, Ciro Novellino

Napoli-Chievo, gli azzurri per la nona volta in gol per più di due volte nel primo tempo, è record

Record su record: gli azzurri ne battono ancora. Quella con il Chievo, infatti, è stata la nona partita in cui il Napoli ha segnato più di due gol nel primo tempo. Nessuno come loro in serie A, nemmeno la capolista Juve.

FOTO, LIVE DAL SAN PAOLO- Spettacolo distinti, San Paolo delle grandi occasioni per Napoli-Chievo

I tifosi presenti, anche in un sabato freddo, tipico di marzo. Il San Paolo quasi gremito, per un match che non è Napoli-Juve, ma poco ci manca per importanza. Gli azzurri, questa sera, contro il Chievo per allungare sulle avversarie, Roma in particolare, e non lasciarsi sfuggire la Juve. Ecco come i tifosi del settore distinti hanno appoggiato la squadra, prima del fischio d’inizio.

dal nostro inviato al San Paolo Ciro Novellino

Calcio, cade l’ultimo tabù: sì alla moviola in campo

Cardiff (Galles) – Un passo storico verso la moviola in campo. L’Ifab (International Football Association Board), in occasione della 130^ assemblea generale a Cardiff, in Galles, ha dato il via libera alla sperimentazione della video-assistenza per gli arbitri nel calcio. “Abbiamopreso una decisione storica per il calcio. Adesso Ifab e Fifa porteranno avanti il dibattito e non hanno intenzione di fermarsi”, ha commentato il presidente della Fifa, Gianni Infantino. “Abbiamo dimostrato che ascoltiamo il mondo del calcio e che applichiamo il buon senso – ha aggiunto Infantino – Dobbiamo essere prudenti ma dobbiamo fare dei passi concreti per dimostrare che e’ iniziata una nuova era all’interno della Fifa e dell’Ifab”.

Non c’e’ ancora una data certa su quando partira’ la sperimentazione ma al piu’ tardi avverra’ con la stagione 2017-2018. E comunque l’utilizzo dello strumento televisivo a supporto del direttore di gara non riguardera’ indistintamente episodi in campo ma solo quelli la cui decisione arbitrale potrebbe essere tale da condizionare le situazioni di gioco, come i gol, i calci di rigore, il cartellino rosso diretto e gli errori sul responsabile, ovvero quando un fallo e un cartellino viene attribuito ad un giocatore anziche’ a quello che effettivamente ha commesso il fallo da sanzionare. Sara’ possibile anche rivedere le immagini su richiesta dell’arbitro oppure dopo segnalazioni degli assistenti al direttore di gara che potrebbe non essersi accorto di un episodio da valutare.

Ifab, addio “tripla sanzione”: no espulsione se da contrasto corretto deriva un fallo in area

Nel giorno in cui l’Ifab ha dato il via libera alla sperimentazione della video-assistenza per gli arbitri, si e’ parlato anche dell’annosa questione della “tripla punizione”, ovvero espulsione, rigore e squalifica per un fallo in area nel caso di chiara occasione da gol. Su proposta della Uefa, l’Ifab (International Board) ha approvato una nuova formulazione della norma prevedendo un periodo di prova di due anni prima del via libera definitivo. “Se il portiere o il difensore, nel cercare di prendere la palla effettua un contrasto in modo corretto ma fa fallo, non ci sara’ nessuna espulsione ma solo un giallo – ha annunciato il presidente della Fifa, Gianni Infantino – In tutti gli altri casi, come il gioco violento o un gol negato, ci sara’ il cartellino rosso. Questa norma entrera’ in vigore dall’1 giugno, in tempo per gli Europei e la Coppa America del Centenario”.

Tornando alla riunione dell’Ifab, luce verde anche per la sperimentazione di una quarta sostituzione da consentire durante i supplementari per capire se porta benefici alla salute del calciatore, se prevale l’aspetto tattico e se l’uso di tutte e quattro le sostituzioni durante i supplementari, cambiando cosi’ piu’ di un terzo della squadra, abbia un impatto non corretto. Nel corso della riunione di oggi c’e’ stata anche una revisione generale delle norme del calcio sulla base del progetto portato avanti negli ultimi 18 mesi da una sottocommissione dell’Ifab guidata dall’ex arbitro inglese David Elleray. In tutto 94 modifiche, volte soprattutto a migliorare la struttura e la fraseologia, combinando le norme con l’interpretazione e dimezzando le parole usate. Ma non solo: alcune delle modifiche fanno si’ che le norme del gioco siano piu’ vicine al calcio moderno e al buon senso: per esempio, al calcio d’inizio, il pallone potra’ muoversi in qualsiasi direzione e non piu’ necessariamente in avanti mentre un giocatore infortunato potra’ essere soccorso velocemente sul campo anziche’ uscire e lasciare la sua squadra in inferiorita’ numerica. Si tratta della piu’ grossa revisione delle norme del calcio in 130 anni di storia. La prossima assemblea generale e’ prevista fra un anno, il 4 marzo 2017, a Londra.

Pro Vercelli-Pescara 5-2: Pescara “sepolto” nella neve in Piemonte

Nelle neve di Vercelli, Il Pescara rimedia un’umiliante e cocente sconfitta contro la Pro Vercelli. 5-2 il risultato finale, un punteggio quasi tennistico. Pescara assolutamente confuso e privo di idee, in completa balìa di un avversario che si trova a lottare per non retrocedere. Chi aveva paragonato questa squadra al Barcellona e la dava per sicura al salto di categoria, dovrà rivedere i suoi giudizi. Ed anche alla svelta.

La gara comincia con due ore di ritardo, per dare la possibilità agli addetti ai lavori di liberare il campo dalla copiosa nevicata scesa su Vercelli. Chissà, se con il senno di poi, la formazione abruzzese avrebbe preferito non disputare la gara quest’oggi.

I piemontesi aprono le danze al 37’ con Coly, il cui terzo tempo su azione di corner, non lascia scampo a Fiorillo. Passano 3’, e una punizione perfetta di Mammarella, permetta l’imperioso stacco di testa da parte di Malonga, che sigla il raddoppio per la formazione vercellese. Nel primo tempo c’è ancora tempo per l’espulsione di Zampano, reo di avere atterrato Malonga, lanciato a rete.

Nella ripresa al 7’ arriva il 2-1 griffato da Torreira, ma si tratta solo di un fuoco di paglia: al 10’ Scavone con uno shot dalla distanza cala il tris. Al 15’ difesa addormentata, ne approfitta Beretta per siglare il 4-1. Benali sigla la rete del 4-2, ma al 36’ arriva la “manita” della Pro Vercelli, firmata Scavone. La gara termina tra gli applausi dei tifosi piemontesi che salutano con la “manita” la formazione abruzzese, la quale ha conquistato 3 punti nelle ultime 6 gare: Novara che ha raggiunto il Delfino, Cesena che ha la possibilità di sorpassarlo con il posticipo cadetto, Entella e Spezia che incalzano a soli due punti. Un’involuzione evidente e preoccupante. Profondo biancazzurro.

IL TABELLINO DELLA PARTITA

PRO VERCELLI 5 – PESCARA 2

PRO VERCELLI: (3-5-2): Pigliacelli; Legati, Budel, Coly; Germano, Rossi, Scavone, Emmanuello (24’st Ardizzone); Beretta (36’st Marchi), Malonga (25’st Mustacchio). In panchina: Melgrati, Berra, Redolfi, Sprocati, Filippini, Forte. Allenatore: Foscarini.

PESCARA: (4-3-2-1): Fiorillo, Zampano, Fornasier, Zuparic, Mazzotta (31’st Bruno); Memushaj, Torreira (11’st Acosta), Selasi (11’st Vitturini); Caprari, Benali; Cocco. In panchina: Aresti, Verde, Pasquato, Mandragora, Mitrita, Cappelluzzo. Allenatore: Oddo.

ARBITRO: Marini di Roma.

RETI:37′ ptColy, 40’pt Malonga, 7’st Torreira, 10’st Scavone, 15’st Beretta, 32’st Benali, 35’st Scavone.

Espulsi: 43’pt Zampano.

Ammoniti :Legati, Rossi, Coly.

 

CHRISTIAN BARISANI

Juve Stabia- Akragas, la presentazione del match

Per la venticinquesima giornata del campionato di Lega Pro Girone C andrà in scena domani, con inizio alle ore 15.00, presso lo stadio Romeo Menti di Castellammare, il match tra la Juve Stabia e l’Akragas. I siciliani stanno vivendo un grande periodo di forma e sono reduci da ben sei vittorie consecutive. L’avvento del tecnico Pino Rigoli in luogo dell’ex tecnico Nicola Legrottaglie ha portato entusiasmo nella “Valle dei Templi” e da allora il “gigante” è riuscito a conquistare tutti e diciotto i punti a disposizione.

Fra le file dei bianco azzurri ci sono giocatori importanti come il portiere Maurantonio, i difensori Muscat e Capuano, il centrocampista Zibert e gli attaccanti Madonia e Di Piazza, solo per citarne alcuni. Le vespe, invece, allenate da Nunzio Zavettieri, sono reduci dalla sconfitta al “San Vito- Marulla” di Cosenza e hanno bisogno di vincere in casa contro una diretta concorrente alla salvezza come la squadra di Agrigento.

Il tecnico Zavettieri dovrà rinunciare a Ripa, Celin e Izzillo infortunati, ma potrà contare sulla vena realizzativa dell’attaccante senegalese Abou Diop, uno dei pezzi pregiati portarti alle falde del Faito dal ds Pasquale Logiudice, abile a rafforzare la squadra nelle zone in cui era più deficitaria. L’attaccante di proprietà del Torino, ha già realizzato 4 gol in 5 presenze ed è finora il trascinatore dei gialloblù. Prevista una discreta cornice di pubblico per questa importante sfida salvezza.

All’andata, nel match dell’Esseneto, la squadra campana conquistò la vittoria, la prima con Zavettieri dopo l’esonero di Ciullo, grazie alla doppietta del difensore ceco Jan Polak.

Ecco le probabili formazioni:

JUVE STABIA (4-4-2): Polito, Cancellotti, Carillo, Polak, Contessa, Lisi, Obodo, Maiorano, Nicastro, Del Sante, Diop.

AKRAGAS (4-3-3): Maurantonio,, Salandria, Marino, Muscat, Grea, Aloi, Vicente, Zibert, Madonia, Di Grazia, Di Piazza.

Salvatore Sorrentino

Copyright-vivicentro

Agguato in periferia a Napoli, ucciso un pregiudicato

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Spari a Pianura nei pressi di un pub

Agguato a Pianura, alla periferia di Napoli: ad essere ucciso un pregiudicato, Giuseppe Perna. L’uomo avrebbe compiuto 41 anni il prossimo luglio.

Secondo le primissime informazioni della polizia, l’agguato è avvenuto nei pressi di un bar, in via Torricelli.

In Europa e America emergenza vocazioni. E la Chiesa riscopre i diaconi sposati. ANDREA GUALTIERI*

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Il Vaticano pubblica i dati sui cattolici nel mondo: sono un miliardo e 272 milioni. Nel Nord America e in Europa l’aumento dei preti è “praticamente nullo” dal 2012 ma c’è un’impennata del numero di laici impegnati nella pastorale e nella liturgia. La Santa Sede però insiste: “Celibato del clero non è in discussione”

CITTA’ DEL VATICANO – Il celibato dei preti per ora non si tocca, ma in tempi di crisi delle vocazioni sacerdotali la Chiesa cattolica si aggrappa agli uomini sposati che diventano diaconi: in dieci anni, a partire dal 2005, sono aumentati del 33 per cento. E l’impennata più consistente si registra proprio nel Nord America e in Europa, le aree del mondo nelle quali è più marcato il calo delle vocazioni sacerdotali. Secondo i dati dell’Annuario pontificio 2016 e dell’Annuarium statisticum ecclesiae 2014, curati dalla tipografia vaticana e distribuiti in questi giorni, sono sempre meno gli uomini che scelgono di indossare il collarino bianco, tanto che l’aumento di sacerdoti nel mondo – erano 406mila nel 2005, sono 415mila alla fine del 2014 – sembra, per ammissione del Vaticano, “essersi stabilizzato negli ultimi anni” fino a diventare “praticamente nullo” dal 2012.

Il trend emergente, invece, è proprio quello dei diaconi permanenti. Si tratta di figure che esistono sin dalle comunità paleocristiane: le scritture riportano, ad esempio, che era un diacono anche Stefano, il primo martire lapidato a Gerusalemme. A differenza di coloro che sono in formazione per diventare sacerdoti possono avere moglie e figli e il Concilio Vaticano II ha rilanciato il loro ruolo attivo. In tutto il mondo se ne contano 45mila.

In Italia a fine 2014 erano circa 4.200, cinquecento in più rispetto al 2009, e sono una presenza preziosa in particolare nelle aree della Penisola, come il Friuli e il Piemonte, nelle quali non ci sono abbastanza preti per coprire le parrocchie. “Sono i diaconi, in questi casi, ad assicurare una funzione liturgica quotidiana e a restare come punto di riferimento per le comunità”, spiega don Domenico Dal Molin, direttore dell’Ufficio vocazioni della Cei. Possono celebrare matrimoni e battesimi, presiedono le liturgie in assenza dei sacerdoti ma senza la consacrazione del pane e del vino, l’unico rito, insieme alla confessione, dal quale sono esclusi. “Sarebbe sbagliato però considerarli solo assistenti liturgici” precisa Dal Molin. Dagli uffici Caritas alla pastorale per i laici, ai diaconi la Chiesa chiede infatti una testimonianza di fede e una missione operativa tra la gente. Anche perché, esaurita l’ondata post sinodale, la nuova generazione ha un’età media che si aggira tra i 45 e i 55 anni, ha un lavoro e una famiglia. Tanto che solo 42, tra i diaconi permanenti italiani, sono celibi e secondo il diritto canonico sono tenuti a restare tali. “Quando un uomo decide di iniziare il cammino di formazione, la famiglia deve essere protagonista della sua scelta e diventa partecipe anche nel rito di ordinazione”, spiega don Domenico Dal Molin.

È la frontiera più avanzata nell’apertura al celibato, un tema che è stato congelato pochi giorni fa dal cardinale Piero Parolin. “Una riforma in questo senso non è al momento all’esame del Papa”, ha detto il segretario di Stato vaticano, rigettando l’ipotesi che l’apertura ai sacerdoti sposati possa essere una strada per contenere il calo delle vocazioni: “Non mi pare che tra gli anglicani, dove il celibato è facoltativo, si registrino tendenze diverse: l’emergenza è piuttosto legata a questioni demografiche”.

Una tesi che il Vaticano rilancia anche nel commentare i dati forniti dagli annuari: “Appare quasi ovvio che lo sviluppo della Chiesa nel mondo non possa prescindere da quelle che sono le tendenze di fondo nello sviluppo planetario”. E quindi: Europa poco dinamica, che ospita quasi un quarto della comunità cattolica mondiale ma che in un decennio registra un aumento di poco più del 2 per cento; Africa che, al contrario, segna un incremento di cattolici pari al 41 per cento, di gran lunga superiore al ritmo di crescita della popolazione che si è attestata sul 23 per cento.

In totale, i cattolici nel mondo al 31 dicembre 2014 sono un miliardo e 272 milioni, il 17 per cento della popolazione mondiale. Sono aumentati di circa cento milioni in dieci anni, ma soprattutto, a causa del calo delle vocazioni, è esploso nello stesso periodo il carico pastorale rappresentato dal numero di battezzati per ogni sacerdote. I diaconi possono essere una soluzione? In America ce n’è uno ogni 4 preti, in Europa uno ogni dodici. Una presenza che, sottolinea il Vaticano, ancora “non incide in modo significativo” ma sembra esprimere una “vivace dinamica” nella diffusione della fede.

*larepubblica

CASERTANA-ISCHIA ISOLAVERDE LE FORMAZIONI

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Le formazioni ufficiali di Casertana-Ischia Isolaverde. Fischio d’inizio ore 20.30.

CASERTANA: Gragnaniello, Rainone, Pezzella, Agyei, Idda, Murolo, Mangiacasale,Mancosu, Alfageme, Matute, De Angelis.

A disp.Maiellaro, Guglielmo, Varsi, Tito, De Marco, Cesarano, Som, Giannone, Marano, Capodaglio, De Filippo, Signoriello. All. Nicola Romaniello.

ISCHIA ISOLAVERDE: Iuliano, Bruno, Porcino, Blasi, Moracci, Filosa, Armeno, Acampora, Gomes, Di Vicino, Pepe.

A disp. Modesti, Savi, Guarino, Florio, De Clemente, Manna, Palma, Kanoute, Spezzani. All. Nello Di ostanzo.

ARBITRO: Fabio Piscopo di Imperia (Ass.Fausto Rugini di Siena e Flavio Zancanaro di Treviso)

Simone Vicidomini