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Juve Stabia, Turi e Mainolfi a caccia di talenti: ospiti dell’Asd Ciro Caruso

Juve Stabia, Turi e Mainolfi a caccia di talenti: ospiti dell’Asd Ciro Caruso

Questo pomeriggio il direttore del settore giovanile della Juve Stabia, Alberico Turi, il responsabile Saby Mainolfi e l’osservatore Romano hanno fatto visita alla scuola calcio A.S.D. Ciro Caruso 16, al campo Grillo. Dopo la notizia di ben cinque vespette convocate in Nazionale, sempre più, e come sempre, è la voglia di scoprire nuove possibile stelle, nuovi giovani talenti da lanciare nel calcio che conta.

a cura di Ciro Novellino

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FOTO ViViCentro – Il racconto in scatti di Napoli-Crotone

FOTO ViViCentro – Il racconto in scatti di Napoli-Crotone

Il Napoli vince contro il Crotone e prosegue la corsa per il secondo posto in una lotta testa a testa con la Roma. Finisce 3-0 con i calabresi grazie alla doppietta di Insigne e al gol di Mertens. Questo il racconto in scatti di Giovanni Somma.

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La Juve Stabia ha scelto il nuovo mister: Guido Carboni

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO:

S.S.Juve Stabia rende noto di aver affidato la conduzione tecnica della prima squadra a Guido Carboni che sarà coadiuvato da Fabio Caserta quale allenatore in seconda e da Francesco Senatore, nel ruolo di preparatore dei portieri.

Il tecnico, nativo di Arezzo, attaccante da calciatore, vanta circa 250 presenze, tra serie B e Lega Pro, sulle panchine di Genoa, Pisa, Olbia, Viterbese, Bari, Crotone, Avellino, Rimini, Frosinone, Empoli, Benevento e Robur Siena Il neo tecnico dirigerà l’allenamento di questo pomeriggio allo Stadio “Menti”.

S.S.Juve Stabia

guido carboni

JUVESTABIA – NEWS

Juve Stabia, Carboni a un passo dal diventare il nuovo tecnico

Per il dopo Fontana si pensa a Carboni Dopo l’esonero di Gaetano Fontana, arrivato ieri sera, la Juve Stabia ha iniziato la ricerca del nuovo tecnico:…

Ministro Fedeli in Sapienza. La polizia deve difenderla

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E’ stato interrotto il convegno sull’università italiana che si sta tenendo nella gipsoteca della facoltà di Lettere e Filosofia dell’università La Sapienza. A farlo sono cinque giovani che, dopo aver preso la parola al posto dell’oratore, hanno duramente contestato il ministro Valeria Fedeli, che partecipa all’evento.

Sapienza, scontri fra polizia e studenti davanti alle aule dove è in corso convegno con ministro Fedeli e Gelmini

“Voi avete organizzato questo convegno in questo luogo senza avvisare gli studenti. Avete invitato il ministro Gelmini (non ancora presente, ndr) qui dentro”, ha detto ad alta voce una ragazza del gruppetto criticando allo stesso tempo le politiche degli ultimi anni per quanto riguarda l’università. La ministra si è quindi difesa affermando: “C’è un convegno in corso. Se mi chiedete un incontro sui precari, lo facciamo. Prendete un appuntamento e venite al ministero”. Essendo però immediatamente interrotta da questi giovani, che hanno replicato dicendo che “oggi possiamo confrontarci tutti”, Fedeli ha risposto con fermezza: “Lei però viene all’università per studiare, non per aggredire”. I giovani si sono quindi calmati e l’oratore ha ripreso il suo intervento

Disordini e brevi tafferugli tra un gruppo di studenti e le forze dell’ordine alla Sapienza si erano verificati poco prima davanti alla sede del convegno “Dopo la riforma: università italiana, università europea?”, promosso dall’associazione Treelle alla presenza della ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli.

Mentre nella facoltà di Lettere era in corso il convegno, gli studenti, giunti in corteo con striscioni e fumogeni, hanno chiesto di poter entrare. Bloccati dalle forze dell’ordine, hanno cercato di violare la barriera dando vita a brevi tafferugli. Gli studenti hanno intonato cori chiedendo “fuori i padroni dall’università” e lanciato uova contro le forze dell’ordine. I ragazzi hanno provato poi a accedere all’edificio attraverso un altro ingresso.

Gli studenti dopo i momenti di tensione e tafferugli con le forze dell’ordine davanti la facoltà di lettere hanno sfilato in corteo nei viali dell’ateneo e tra i cartelli e striscioni anche quello con su scritto “Da Berlinguer a Gelmini, Fedeli alla linea: distruggere scuola e Università” e anche “Fuori dalla Sapienza chi ha distrutto l’Università”.

vivicentro.it/cronaca
vivicentro/Ministro Fedeli in Sapienza. La polizia deve difenderla
huffingtonpost/Sapienza, scontri fra polizia e studenti davanti alle aule dove è in corso convegno con ministro Fedeli e Gelmini

Serie A, anticipi e posticipi: Napoli-Juventus alle 20.45

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Serie A, anticipi e posticipi: Napoli-Juventus alle 20.45

E’ stato definito il programma degli anticipi e posticipi fino alla 14ª giornata di ritorno della Serie A 2016/2017, questo il quadro delle partite.

11ª GIORNATA RITORNO
Sabato 1 aprile 2017 ore 18.00 SASSUOLO – LAZIO
Sabato 1 aprile 2017 ore 20.45 ROMA – EMPOLI (§)
Domenica 2 aprile 2017 ore 12.30 TORINO – UDINESE
Domenica 2 aprile 2017 ore 20.45 NAPOLI – JUVENTUS
Lunedì 3 aprile 2017 ore 20.45 INTER – SAMPDORIA (§)

12 ª GIORNATA RITORNO
Sabato 8 aprile 2017 ore 15.00 EMPOLI – PESCARA (^)
Sabato 8 aprile 2017 ore 18.00 ATALANTA – SASSUOLO
Sabato 8 aprile 2017 ore 20.45 JUVENTUS – CHIEVOVERONA
Domenica 9 aprile 2017 ore 12.30 SAMPDORIA – FIORENTINA
Domenica 9 aprile 2017 ore 20.45 LAZIO – NAPOLI
13ª GIORNATA RITORNO
Sabato 15 aprile 2017 ore 12.30 INTER – MILAN
Sabato 15 aprile 2017 ore 18.00 SASSUOLO – SAMPDORIA
Sabato 15 aprile 2017 ore 20.45 NAPOLI – UDINESE
Domenica 16 aprile 2017 ore 20.45 ROMA – ATALANTA (ç)

14ª GIORNATA RITORNO
Sabato 22 aprile 2017 ore 18.00 ATALANTA – BOLOGNA
Sabato 22 aprile 2017 ore 20.45 FIORENTINA – INTER
Domenica 23 aprile 2017 ore 12.30 SASSUOLO – NAPOLI
Domenica 23 aprile 2017 ore 20.45 JUVENTUS – GENOA
Lunedì 24 aprile 2017 ore 20.45 PESCARA – ROMA

(§) anticipo/posticipo disposto per evitare la sovrapposizione con altro evento sportivo
cittadino

(^) anticipo disposto su segnalazione dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni
Sportive del Ministero dell’Interno

(ç) posticipo disposto nel solo caso di qualificazione della ROMA ai Quarti di Finale di
UEFA Europa League. Su richiesta della società, la gara potrebbe essere ulteriormente
posticipata a lunedì 17 aprile 2017.

San Paolo, obiettivo 600mila spettatori!

San Paolo, obiettivo 600mila spettatori!

Atalanta, Genoa, Palermo e Crotone: quattro partite che hanno fatto registrare oltre 170mila presenze al San Paolo di Fuorigrotta. Uno sprint, si legge sull’edizione odierna de Il Mattino, che potrebbe far chiudere il Napoli a oltre 600mila spettatori in campionato e circa 850mila se si considera anche le Coppe (e stimando NapoliJuve in 50.000 spettatori): “Il San Paolo che trabocca d’amore. Attendendo i lavori per migliorare uno stadio che dimostra tutti i suoi sessanta anni, e forse anche di più”.

Possesso palla, Napoli meglio del Barcellona!

Possesso palla, Napoli meglio del Barcellona!

Il Napoli meglio del Barcellona. Apre così Il Mattino, dedicando ampio spazio all’81% di possesso passa avuto dalla squadra di Maurizio Sarri contro il Crotone domenica al San Paolo: “Il possesso palla prolungato è il marchio di fabbrica del gioco di Sarri: il Napoli da questo punto di vista è la squadra che si avvicina di più al Barcellona, anche se ovviamente gli interpreti sono diversi e la manovra dei catalani è molto più spettacolare e travolgente, oltre che più efficace. Ma in quanto a percentuale numerica gli azzurri sono stati superiori alla squadra di Luis Enrique. Il riferimento è al 71% avuto dagli spagnoli contro il Paris SaintGermain.

Juve Stabia – Fontana: storia di un amore mai (ri)nato

13 luglio 2016, la Juve Stabia annuncia di aver affidato la guida tecnica a Geatano Fontana, ex fantasista proprio delle Vespe. La scelta dell’allenatore arriva in un momento non semplice: urge mettersi alle spalle la disastrosa stagione targata Ciullo/Zavettieri, che ha minato le ambizioni di alta classifica che da sempre animano il Presidente Manniello.
La “nomination” di Fontana sembra essere il segreto di Pulcinella; lo sanno tutti nell’ambiente ma, nonostante la scelta fatta, l’annuncio ufficiale tarda di qualche giorno. Secondo molti, fattore del ritardo dell’annuncio è il malumore della piazza stabiese, restia a riabbracciare il proprio ex numero 10.

Sì, perché Fontana ha qualcosa da farsi perdonare. A fare rabbia ai tifosi della Juve Stabia non è tanto il passato sulla panchina della Nocerina dell’allenatore, né la squalifica di 42 mesi (poi oggetto di grazia) rimediata da Fontana a seguito del derby farsa tra Salernitana e Nocerina del 10 novembre 2013. A fare scalpore sono le parole che proprio Fontana, nel periodo di inibizione, rilascia durate un’intervista; parlando del tifo violento l’allenatore si lascia andare: “A Castellammare quando ero calciatore volevano tagliarmi la testa..”.
La dichiarazione fa esplodere di rabbia il popolo di fede gialloblù, che ha sempre idolatrato Fontana durante la sua permanenza alla Juve Stabia, vedendolo anzi come il calciatore di maggior qualità e fantasia della Juve Stabia targata Roberto Fiore.
Dopo due anni quelle parole rimbombano ancora fortissimo ed a nulla serve la parafrasi che, in fase di presentazione alla Juve Stabia, il tecnico fornisce appunto con due anni di ritardo.

Per i tifosi stabiesi quelle parole gettano fango su Castellammare, da sempre facile bersaglio di pregiudizi e commenti razzisti, e rappresentano un mezzo attraverso il quale Fontana ha rinnegato tutto quello che di bello ha vissuto con la maglia della Juve Stabia.
La Curva Sud e tutto il tifo stabiese, da sempre corretto anche nei momenti critici, non può accettare qualcosa del genere. A far passare in secondo piano questa diatriba possono essere soltanto i risultati, che nella prima parte di stagione danno ragione all’allenatore ed a chi l’ha scelto. La Juve Stabia vola, rosicchiando punti alle prime della classe, fino a congedarsi per la pausa invernale della stagione da prima in classifica.

Qui si spegne tutto. L’ambizioso mercato di gennaio non dà l’iniezione di qualità ed esperienza che tutti speravano, l’allontanamento dell’ex D.S. Pasquale Logiudice fa perdere quello che era un punto di riferimento per la squadra e lo stesso Fontana “perde la bussola” che lo aveva sempre orientato.
All’11 titolare base viene preferita una formazione che cambia ad ogni gara; il gioco rapido e di qualità messo in mostra a lungo si tramuta in un attimo in un “palla lunga e pedalare” o in un possesso palla sterile e privo di spunti; la condizione fisica crolla forse perché non adeguatamente programmata; tanti calciatori dal rendimento ottimo vengono fatti accomodare in panchina. Dal primo si scivola al quarto posto, con un distacco incolmabile dalle prime della classe; il rapporto tra Fontana e la piazza diventa incandescente. Gli scarsi risultati fanno risalire a galla la rabbia per quelle indimenticabili dichiarazioni, e l’allenatore diventa il primo colpevole nella contestazione dopo l’ultima sconfitta, quella interna contro la Paganese.

Inevitabile la scelta di Manniello, che ieri ha ufficialmente esonerato Fontana, così da dare una scossa tattica e mentale alla squadra (anch’essa non priva di responsabilità). A questo punto c’è da sperare in una giusta intuizione da parte del Presidente perché la rotta va assolutamente invertita. Dispiace tanto anche per il compianto Presidente Fiore; la sua profezia secondo cui il suo “figlioccio” Fontana avrebbe riportato la Juve Stabia in Serie B non potrà tramutarsi in realtà.

Raffaele Izzo

Juve Stabia, Carboni a un passo dal diventare il nuovo tecnico

Per il dopo Fontana si pensa a Carboni

Dopo l’esonero di Gaetano Fontana, arrivato ieri sera, la Juve Stabia ha iniziato la ricerca del nuovo tecnico: intensificati i contatti con Guido Carboni

Le vespe, che oggi riprenderanno gli allenamenti in vista del match di domenica a Cosenza, sono al momento senza staff tecnico, quindi la scelta del nuovo allenatore e di conseguenza del nuovo staff dovrebbe essere celere.
Nelle ultime ore sono stati intensificati i contatti con Guido Carboni, fratello dell’ex ds del Valencia Amedeo ed ex tecnico, tra le altre, di Frosinone, Avellino, Benevento e Siena, sua ultima avventura terminata lo scorso anno con il sesto posto in Lega Pro.
Carboni in caso di fumata bianca, porterebbe con se il suo staff composto da 4 elementi che vanno dal preparatore dei portieri al nuovo preparatore, che si sostituiranno rispettivamente Giglio e Trepiccioni che sono stati sollevati dall’incarico insieme a Gaetano Fontana.
Il suo è un nome caldissimo e si avranno ulteriori novità a breve. La Juve Stabia e Guido Carboni, un matrimonio molto vicino…
comunicato_ufficiale_JS

JUVESTABIA – NEWS

Juve Stabia, arriva lo scossone: Fontana non è più allenatore

S.S.Juve Stabia rende noto che il tecnico Gaetano Fontana è stato sollevato dall’incarico di allenatore della prima squadra. Nel contempo si rende noto…

copyright-vivicentro

Burocrati, signori del tempo perso

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Un libro appena uscito racconta come la burocrazia riesca sempre a battere la politica nella difesa dello status quo. Un suo capitolo descrive come il “rapporto Giavazzi” del 2012 – che voleva trasformare 10 miliardi di sussidi in riduzioni di imposta per tutte le imprese – sia stato insabbiato da funzionari ministeriali.

Quei burocrati che frenano l’Italia

Come ha fatto la burocrazia a diventare un centro di potere capace di ostacolare le riforme e lo sviluppo dell’Italia? Lo spiegano Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri ne “I signori del tempo perso”, di cui pubblichiamo uno stralcio.

Burocrati, signori del tempo perso

Come ha fatto la burocrazia a sostituirsi alla politica e a diventare un centro di potere capace di ostacolare le riforme e lo sviluppo dell’Italia? Lo spieghiamo nel libro, appena uscito per Longanesi, “I signori del tempo perso. I burocrati che frenano l’Italia e come provare a sconfiggerli”, in cui proponiamo anche tre possibili vie d’uscita per limitare potere e privilegi dei burocrati.
Di seguito, le pagine che raccontano le strategie utilizzate dagli alti funzionari del ministero dello Sviluppo economico per far fallire il “rapporto Giavazzi”, commissionato nel 2012 dall’allora presidente del Consiglio Mario Monti per ridurre i sussidi pubblici alle imprese.

Perché è tanto difficile tagliare la spesa pubblica?

Negli Stati Uniti ha fatto molto discutere la scoperta del quotidiano Washington Post, secondo il quale il Pentagono ha nascosto all’opinione pubblica uno studio interno che aveva individuato 125 miliardi di dollari di sprechi amministrativi, nel timore che il Congresso lo utilizzasse come pretesto per tagliare i finanziamenti alla Difesa – sebbene fosse stato proprio il Pentagono a chiedere agli autori dello studio di verificare come rendere più efficiente la macchina burocratica con l’obiettivo di reinvestire i risparmi in attività di combattimento.

Recuperare un po’ di queste risorse richiederebbe, secondo lo studio, di ridurre la mole e lo strapotere della burocrazia ministeriale attraverso «politiche di contrasto e pensionamenti anticipati», limitando l’impiego di collaboratori esterni a contratto e incrementando la digitalizzazione. Ottenuti questi risultati, i dirigenti del Pentagono che avevano commissionato lo studio sono passati in breve tempo da una posizione iniziale di collaborazione a una di sostanziale chiusura, temendo che i risultati della ricerca potessero essere usati come argomento per tagliare i fondi della Difesa e spendere quel budget da qualche altra parte.
Questo esempio, e in particolare l’intervento dei dirigenti del Pentagono per cercare di seppellire lo studio che essi stessi avevano commissionato, mostra come spesso siano i funzionari preposti alla gestione della spesa i primi che si oppongono a ridimensionarla. […]

In Italia un esempio analogo si verifica nell’amministrazione dei sussidi concessi a vari soggetti privati: contributi alle scuole private, elementari e materne, agevolazioni fiscali sul carburante impiegato dai battelli che navigano sui laghi, il Fondo unico per lo spettacolo. Ciascuna di queste agevolazioni è gestita da un ufficio responsabile. […]

Cinque anni fa uno di noi (Francesco Giavazzi) fu incaricato dal governo Monti – insieme al professor Fabiano Schivardi della Bocconi e al professor Marco D’Alberti della Sapienza – di elaborare un progetto per ridurre i sussidi pubblici alle imprese. Si trattava di una cifra considerevole, circa 30 miliardi di euro, due punti di Pil. A questi si sommavano altri 30 miliardi di agevolazioni fiscali a questa o quell’impresa, spesso a quelle più abili nell’attività di lobbying. L’incarico riguardava solo i sussidi. Analizzandoli con la lente di ingrandimento, si vide che di quei 30 miliardi i veri sussidi a imprese private (una metà circa pagati dallo Stato, l’altra metà dalle regioni) erano circa un terzo, 10 miliardi. Gli altri 20 miliardi erano sussidi a imprese pubbliche (la parte del leone la fanno le ferrovie), ma anche, per esempio, alle scuole confessionali, che nel bilancio dello Stato sono classificate come imprese private. […]

Il progetto consegnato al governo Monti mostrava, sulla base dell’evidenza empirica illustrata sopra, che quei 10 miliardi avrebbero potuto essere risparmiati. Meglio ancora, avrebbero potuto essere trasformati in una riduzione del carico fiscale su “tutte” le imprese. Insomma, si sarebbe scontentato qualche privilegiato, facendo contente la maggior parte delle imprese, quelle che non ricevevano alcun sussidio. Non sorprendentemente, Confindustria si disse favorevole al progetto, pur sostenendo che la cifra totale era inferiore a 10 miliardi. Direste: è fatta! Se anche chi rappresenta le imprese che ricevono i sussidi è favorevole alla loro eliminazione, chi altro può opporsi? Invece nulla accadde e il progetto finì in un cassetto.
I motivi furono sostanzialmente due. Da un lato una quota significativa – quasi la metà – dei sussidi va a una singola categoria: le imprese di autotrasporto. La minaccia di uno sciopero degli autotrasportatori spaventa qualunque governo e puntualmente le agevolazioni sugli acquisti di carburante vengono rinnovate. Il secondo motivo è più interessante e spiega perché il ministro dello Sviluppo economico del tempo, Corrado Passera, si dimostrò tiepido verso il rapporto: questi tagli di spesa avrebbero comportato la chiusura di metà degli uffici del suo ministero. È un esempio perfetto: i sussidi non furono eliminati per l’opposizione di chi li riceveva – e di Confindustria che li rappresentava – ma per l’opposizione di chi li amministrava. Cioè dei dirigenti del ministero di via Veneto, che di fronte alla prospettiva di perdere (non il posto) ma il potere di gestire 10 miliardi di euro l’anno si sono «dati da fare». […]

Il modo in cui ciò avvenne è istruttivo. Ricevuto il progetto, il presidente del Consiglio, Mario Monti, chiese di trasformarlo in norme operative. Ma solo la burocrazia conosce le leggi e i regolamenti che sarebbe necessario modificare per cancellare ciascuna agevolazione. Si aprì così un «tavolo di lavoro» cui parteciparono i dirigenti dei ministeri coinvolti (in primis lo Sviluppo economico, ma non solo) e i funzionari della Ragioneria generale dello Stato, cioè coloro che conoscono le norme che stanno a monte di ciascun capitolo di spesa. Il cuore della Ragioneria generale, il cui compito è contenere la spesa, batteva dalla parte giusta, ma a ogni voce da eliminare i dirigenti dei vari ministeri opponevano ragioni imprescindibili che ne impedivano la cancellazione. Dopo qualche settimana di riunioni infruttuose il progetto fu abbandonato.

vivicentro.it/l’esperto
vivicentro/Burocrati, signori del tempo perso
lavoce.info/Quei burocrati che frenano l’Italia (Giorgio Barbieri e Francesco Giavazzi)

FRANCESCO GIAVAZZI giavazziSi è laureato in ingegneria al Politecnico di Milano nel 1972. Insegna economia politica all’Università Bocconi, della quale è stato pro-rettore alla ricerca tra il 2000 e il 2002. Tra il 1992 e il 1994 è stato dirigente generale del Ministero del Tesoro, responsabile per la ricerca economica, la gestione del debito pubblico e le privatizzazioni. Dal 1992, anno della privatizzazione, alla conclusione dell’OPA lanciata dalle Assicurazioni Generali, è stato membro del consiglio di amministrazione e del comitato esecutivo di INA s.p.a. e, in rappresentanza di INA spa, vice-presidente del Banco di Napoli dal 1998 al 2000. Fa parte del Gruppo dei consulenti economici del Presidente della Commissione europea e collabora con il Corriere della Sera e con Project Syndicate, un archivio on-line di articoli scritti da economisti di vari paesi. Redattore de lavoce.info.

Rinnovo Insigne, parti più vicine: ecco quando arriverà la firma

Rinnovo Insigne, parti più vicine: ecco quando arriverà la firma

La Repubblica fa il punto sui rinnovi ed in particolare su quello di Lorenzo Insigne. Lo scugnizzo napoletano sta impressionando a suon di buone prestazioni. Domenica dopo domenica impressiona al San Paolo e fuori. Ma solo ora le parti si sono avvicinate per far sì che la sua avventura a Napoli prosegua: “Solo adesso De Laurentiis s’è dato una mossa e ha intensificato (col suo braccio destro Chiavelli) i contatti con gli agenti di Insigne. L’accordo tra le parti sull’ingaggio è più vicino. Le diplomazie sono al lavoro ed entro un mese dovrebbe esserci la fumata bianca.  la voglia di Lorenzinho di non partire scontata e resta dunque da quantificare il valore dei diritti d’immagine, che alla fine dovrebbero rimanere in toto nella disponibilità del club”.

Pavoletti non al top: corpo estraneo, non si è inserito negli schemi

Pavoletti non al top: corpo estraneo, non si è inserito negli schemi

Contro il Crotone non ha giocato una grandissima partita, ha avuto pochi palloni giocabili e non li ha sfruttati per il meglio. E nel post-partita il presidente Aurelio De Laurentiis ha avuto parole dolci per parlare del suo inserimento. Tuttavia Leonardo Pavoletti, finora, non ha entusiasmato e la Gazzetta lo attacca: “L’impressione è che Pavoletti sia ancora un corpo estraneo alla squadra e che non si sia inserito negli schemi di Sarri. Una condizione che, probabilmente, finirà per relegarlo definitivamente in panchina, considerato che il Napoli è atteso da un finale di stagione ad alta tensione e, quindi, non può permettersi più di aspettare nessuno”.

Mertens non rinnova, Inter pronta a fare un’offerta super al belga

Mertens non rinnova, Inter pronta a fare un’offerta super al belga

La Gazzetta dello Sport apre col botto, dedicando ampio spazio al mercato dell’Inter in vista della prossima estate. Perchè l’Inter e non il Napoli? Perchè il club azzurro è direttamente coinvolto, come potete leggere dallo stralcio che vi proponiamo: “Intanto, però, le antenne nerazzurre sono orientate anche verso Napoli, perché da quelle parti sembra che Mertens non intenda rinnovare il suo contratto: l’accordo con il Napoli scade nel 2018, e l’Inter è pronta a fare un’offerta super al 29enne belga e allo stesso De Laurentiis. Mertens era fra l’altro stato accostato all’Inter anche nelle scorse stagioni”.

La proposta di legge sul testamento biologico va in aula: presenti solo venti deputati

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Alla Camera è ufficialmente iniziato l’esame della proposta di legge sul testamento biologico, ma in aula c’erano meno di venti deputati.

Banchi deserti alla Camera per il testamento biologico

Solo 20 deputati per la discussione della legge sul fine vita. I paletti di Ncd: togliere acqua e cibo al malato significa eutanasia

ROMA – C’era più gente fuori da Montecitorio, che nella sua austera aula. Fuori, c’erano i Radicali italiani dell’Associazione Luca Coscioni guidati da Marco Cappato che dopo aver accompagnato Dj Fabo a morire in Svizzera sta addosso ai politici perché diano all’Italia almeno una legge sul biotestamento, in attesa che i tempi tornino maturi per affrontare il grande tema dell’eutanasia. Dentro l’aula della Camera però la battaglia così sentita sui media, e sullo sfogatoio collettivo dei social network, i duelli laceranti scatenati dai casi come quello di Fabiano Antoniani che è dovuto andare a morire in esilio, era solo un’eco attutita dal silenzio che può fare una stanza del genere quando dentro ci sono venti deputati al massimo.
 Va detto subito che ieri era giornata di discussioni generali sul testo e chi conosce le procedure sa che a presenziare sono tenuti solo coloro che, di ogni partito, hanno lavorato alla legge. Persino i grillini che in passato si sono intestati campagne a effetto sull’esiguità dei giorni di lavoro, ieri mettevano in guardia da tentazioni demagogiche: «Parliamo dei contenuti importanti, non dei numeri» dicevano Matteo Mantero e Silvia Giordano. Ma è un vecchio adagio delle cronache parlamentari quello che vuole che ogni tanto ci si ricordi che le Camere lavorano a pieno regime solo dal martedì al giovedì. In questo caso, però, c’è il di più di una portata simbolica che fa riflettere chi chiede che la politica dimostri partecipazione sui diritti, troppo spesso lasciati in mano alle sentenze dei giudici o ai dibattiti tv. È vero, ci saranno tempo e modo per le discussioni animate, ma ieri era una data storica: una legge sul testamento biologico, che in altri Paesi è realtà da tempo, è approdata in aula e alla Camera dovrebbe passare facile con i voti di Pd, M5S, e la sinistra tutta. Al Senato il discorso si complica, sia per i numeri, sia perché il testo potrebbe arrivare agli sgoccioli della legislatura. Di certo, sarà a Palazzo Madama che si scatenerà l’ostruzionismo di Ncd, Lega Nord e chi in Forza Italia, non tutti, è contrario alla legge che porta come prima firmataria la deputata dem Donata Lenzi. Il governo è spaccato, la maggioranza che vota a favore spera che il testo passi indenne dagli emendamenti. Anzi che venga integrato dall’inserimento della sedazione palliativa continua e profonda che aiuterebbe il paziente a morire senza soffrire.

Difficile invece che passeranno le proposte di normare i casi simili a quello di Eluana Englaro, che non aveva lasciato nulla di scritto e la cui volontà è stata ricostruita a posteriori. La legge prevede che i Dat (disposizioni anticipate di trattamento) siano scritti o registrati. La modifica spaccherebbe il Pd che per ora tiene. Pochi i cattolici contrari. Tra chi ha portato le ragioni dei credenti dem ieri ha parlato Giovanni Burtone. Il tentativo di Ncd sarà di emendare la parte che considera trattamenti sanitari la nutrizione e l’idratazione artificiale, consentendone l’interruzione. Perché per i centristi togliere acqua e cibo sarebbe di fatto aprire all’eutanasia.

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Juve Stabia, cinque Vespette convocate in Nazionale!

Juve Stabia, cinque Vespette convocate in Nazionale!

Il settore giovanile della Juve Stabia, l’anima di Castellammare di Stabia in questo momento di difficoltà della prima squadra che ha esonerato Gaetano Fontana. Orgoglio di una città intera, lustro per tutti, che vede ben 5 ragazzi, categoria Under 15, essere stati convocati in Nazionale, dalla stessa di categoria. Le Vespette che saranno allo stage azzurro sono: Giuseppe Annibale (difensore), Mariano Guarracino (attaccante), Domenico Costanzo (centroampista), Stefano Selvaggio (centrocampista), Matteo Esposito (portiere).

a cura di Ciro Novellino

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Approvato il decreto per l’indizione dei referendum sui voucher: si terrà il 28 maggio

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Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto per l’indizione dei referendum popolari relativi alla “abrogazione di disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti” e alla “abrogazione di disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)”.

Il 28 maggio il referendum sui voucher

Il Consiglio dei ministri ha fissato la data per la consultazione sui buoni lavoro e gli appalti

Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto per l’indizione dei referendum popolari relativi alla «abrogazione di disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti» e alla «abrogazione di disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)».

Le consultazioni referendarie si svolgeranno domenica 28 maggio 2017, si legge nel comunicato di Palazzo Chigi.

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lastampa/Il 28 maggio il referendum sui voucher

Braccio di ferro sull’ambasciatore italiano in Usa

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A un anno dalla nomina ad ambasciatore italiano negli Usa, Armando Varricchio, veneziano, 55 anni, sembra in bilico. L’ex consigliere diplomatico di Renzi a Palazzo Chigi sarebbe infatti troppo vicino ai democratici e per questo «sgradito a Trump». A sostituirlo potrebbe essere Pasquale Terracciano, attuale rappresentante a Londra.

“Sgradito a Trump”, l’ambasciatore italiano adesso rischia il posto

A un anno dalla nomina Varricchio sembra in bilico: “Vicino ai democratici”. Il diplomatico cerca la sponda di Renzi. L’ipotesi del cambio con Londra

ROMA – Un sotterraneo, felpato braccio di ferro è in corso in queste settimane alla Farnesina. In gioco è una delle sedi diplomatiche più prestigiose di tutte, l’ambasciata italiana a Washington. Fondamentale, perché da lì passa il rapporto del governo italiano con il neo presidente Trump.

Da un anno, a rappresentarci negli Stati Uniti è Armando Varricchio, veneziano, 55 anni, ex consigliere diplomatico di Renzi a Palazzo Chigi. Il suo mandato dovrebbe quindi essere ancora lungo, se non fosse che rumors insistenti raccontano di una posizione in bilico e un potenziale candidato interessato a sostituirlo, un altro big della diplomazia, l’attuale ambasciatore a Londra Pasquale Terracciano.

È l’inatteso esito delle elezioni americane, il successo di Donald Trump, il fattore principale di “instabilità” per Varricchio. C’è infatti, tra le feluche, chi lo considera troppo vicino ai democratici, con la candidata sconfitta Hillary Clinton che, vicina di casa dell’ambasciata, è stata spesso avvistata tra le quattro mura della rappresentanza. Una vicinanza che, d’altra parte, non avevano esitato a esibire prima delle elezioni neppure l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni («mi auguro che il risultato sia in continuità con l’amministrazione attuale», disse a pochi giorni dal voto, prevedendo in caso di vittoria dello sfidante una «differenza enorme, non solo in termini di politiche di immigrazione ma più in generale riguardo alla proiezione internazionale degli Stati Uniti») e l’ex premier Renzi: «È ovvio per me e per tanti di noi preferire Hillary Clinton come “commander in chief”»; un endorsement per i dem ricambiato da Obama quando, ricevendo l’allora inquilino di Palazzo Chigi alla Casa Bianca, si schierò a favore del referendum costituzionale.

Pure alle convention dei due partiti, l’estate scorsa, l’Italia sembrava aver scelto da che parte stare: numerose le presenze nostrane a quella democratica di Filadelfia, a cominciare dall’allora ministra di primo piano Maria Elena Boschi, immortalata in un selfie con l’ex presidente Bill Clinton; molto meno entusiasmo, nonostante la doverosa presenza dell’ambasciatore, dai repubblicani a Cleveland. Un’affinità con gli avversari che non dev’essere sfuggita all’entourage di Trump: finora il presidente americano ha trovato il tempo di incontrare la premier britannica Theresa May e si appresta a vedere a Washington la cancelliera tedesca Angela Merkel, ma non ha ancora annunciato un appuntamento con il presidente del consiglio italiano Paolo Gentiloni. Un incontro che sarebbe invece auspicabile, visto che tocca all’Italia organizzare l’annuale G7, a maggio a Taormina, e sarebbe opportuno discutere anche con il presidente Usa di persona l’agenda. Per il momento, però, c’è stata solo, ai primi di febbraio, una cordiale telefonata tra i due, per discutere dei rapporti bilaterali e di lotta al terrorismo.

Ecco perché c’è chi sostiene che l’ambasciatore scelto da Renzi, e protagonista di una fase in cui il nostro governo si è apertamente schierato a favore dei democratici, non sia più la figura giusta per costruire un rapporto con Trump e la sua squadra. Una voce arrivata presto all’orecchio del diretto interessato: quando, un paio di settimane fa, l’ex premier è volato per qualche giorno in California, Varricchio è andato a incontrarlo a San Francisco. Un appuntamento non ufficiale, rimasto finora segreto, per ricevere rassicurazioni.

Perché il sostituto ideale è già stato individuato. L’ambasciatore napoletano Terracciano, 60 anni, destinato a lasciare a breve la Gran Bretagna, che vanta un ricco curriculum e il sostegno della nomenklatura della Farnesina. Un diplomatico stimato, capace anche di iniziative avventurose come quando, nel 2011, sbarcò in gommone a Bengasi per prendere contatto coi ribelli libici. Nelle settimane scorse si era parlato di lui alla rappresentanza italiana all’Onu a New York; poi invece è stato spesso indicato come il successore di Cesare Maria Ragaglini alla sede di Mosca. Sotto traccia però, lavora per una sua candidatura a Washington, che si fa sempre più forte. Come il volto nuovo capace di ricucire con Trump. E ottenere finalmente un incontro con il premier Gentiloni.

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vivicentro/Braccio di ferro sull’ambasciatore italiano in Usa
lastampa/“Sgradito a Trump”, l’ambasciatore italiano adesso rischia il posto FRANCESCA SCHIANCHI

La previsione del consolato di Milano: Renzi deve temere i suoi

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«L’agenda è ambiziosa, ma la vera sfida sarà la divisione all’interno del suo stesso partito». È il giudizio che il consolato di Milano invia al dipartimento di Stato il 20 febbraio del 2014, alla vigilia dell’insediamento del governo guidato da Renzi. Una valutazione che, alla luce della scissione appena consumata nel Pd, colpisce per la capacità premonitrice.

“Renzi dovrà temere i suoi”. Il dossier premonitore degli Usa

I dispacci inviati a Washington nel 2014, alla vigilia dell’insediamento del nuovo governo. “L’agenda è ambiziosa, ma la vera sfida sarà la divisione all’interno del suo stesso partito”

NEW YORK – «Molti osservatori nel Nord suggeriscono che una delle più grandi sfide per Renzi saranno le divisioni all’interno del suo stesso partito politico». Il consolato di Milano invia questo giudizio al dipartimento di Stato il 20 febbraio del 2014, cioè alla vigilia dell’insediamento del nuovo esecutivo guidato dall’ex sindaco di Firenze. Leggerlo ora, alla luce della scissione appena consumata nel Pd, e dell’opposizione interna al referendum costituzionale di dicembre, colpisce per la capacità premonitrice.

All’inizio del 2014 l’Italia è scossa dalla crisi politica che porterà alla caduta del governo Letta, e i diplomatici americani sono impegnati a capire cosa aspetta il nostro paese. Il consolato di Milano viene coinvolto per spiegare a Washington cosa succede al Nord, e infatti il rapporto ottenuto da La Stampa, nel rispetto delle leggi, si intitola «Matteo Renzi’s Ascent: Views from Northern Italy». Il sommario è già netto: «Con Matteo Renzi che si prepara ad annunciare a breve il suo gabinetto, i nostri contatti nell’Italia settentrionale restano generalmente disposti a sostenerlo. Tuttavia ammettono l’esistenza di incertezze riguardo il suo programma, e l’ambiziosa agenda di riforme che ha annunciato. Molti osservatori nel nord suggeriscono che una delle più grandi sfide per Renzi saranno le divisioni all’interno del suo stesso partito politico».

La parte centrale del rapporto comincia con un titolo dubitativo: «Does He Have What It Takes?», cioè possiede le qualità necessarie a farcela? La risposta è incoraggiante solo a metà: «I contatti del Consolato ci hanno detto che sperano nel successo di Matteo Renzi, con la sua agenda per riformare l’Italia come nuovo primo ministro». Un conto però sono gli auguri formali, e scontati, e un altro i giudizi politici concreti: «Allo stesso tempo, molti credono che la maggioranza risicata di cui gode Renzi, gli interessi politici ed economici italiani profondamente trincerati, e la stessa inesperienza del capo del governo a livello nazionale, rendono scarse le sue possibilità di successo».

Oltre ai dubbi politici, ci sono anche quelli campanilistici: «A parte le preoccupazioni per la scarsa esperienza di Renzi, alcuni italiani del nord si lamentano anche per l’esiguità dei nomi settentrionali circolati come possibili ministri. Il giornale della Lega Nord, La Padania, ha strombazzato che il nuovo esecutivo sarebbe dominato da un asse fiorentino-romano».

Gli americani in realtà sono interessati alla riuscita del nuovo esperimento, per ragioni che toccano direttamente i loro interessi nazionali. Come si capisce da un altro rapporto, inviato il giorno successivo dall’ambasciata di Via Veneto al segretario di Stato Kerry: «Dopo otto trimestri consecutivi di declino – la più lunga recessione dalla Seconda Guerra Mondiale – la crescita economica italiana si è appiattita alla fine del 2013. La risalita dagli otto punti di percentuale persi durante quei due anni sarà lenta. Il settore delle esportazioni relativamente in salute potrebbe favorire un po’ di ripresa, ma quest’anno non ci si aspetta più di una espansione dello 0,7%. Il tasso di disoccupazione ufficiale del 12,6% continuerà probabilmente a crescere nel 2015, e potrebbe non tornare ai livelli pre crisi per almeno un decennio».

In queste condizioni Roma rischia di non essere più un alleato affidabile, tanto sul piano economico, quanto su quello del contributo che può dare alla sicurezza e alla stabilità dell’Europa e del mondo. Perciò l’ambasciata di via Veneto offre un suggerimento: «Il nuovo governo dovrebbe rimanere attento agli obblighi dell’Italia di ridurre il proprio debito ogni anno, a partire dal 2015, e potrebbe continuare la ricerca dell’esecutivo precedente per nuove entrate, attraverso un possibile nuovo round di privatizzazioni, un’ampia revisione delle spese dello Stato, e altre fonti. Sfortunatamente, il recente focus sull’austerità ha tolto forza alle riforme che potrebbero portare la crescita, e sopprime i consumi interni, aggravando così la recessione. L’incertezza politica ha anche frenato i progressi per risolvere le sfide di competitività di lungo termine che affliggono l’Italia. Questa mancanza di riforme, unita ai costi dell’energia e le tasse tra le più alte in Europa, allontanano gli investitori, che non sono disposti a correre così tanti rischi. Di conseguenza, la potenzialità di crescita italiana resta piatta nel lungo termine». Il governo Renzi però nasce, e Washington lo sostiene fino all’ultimo, cioè la visita alla Casa Bianca nell’ottobre scorso. Con l’Europa che traballa dopo la Brexit, e Trump che minaccia Hillary nelle presidenziali, Obama lo invita a restare in carica anche se perdesse il referendum. Ma alla fine le divisioni interne al partito prevalgono, come previsto.

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lastampa/“Renzi dovrà temere i suoi”. Il dossier premonitore degli Usa PAOLO MASTROLILLI – INVIATO A NEW YORK

Erdogan minaccia l’Olanda che vota domani. Mark Rutte vira a destra

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Erdogan minaccia l’Olanda che vota domani: stop al dialogo diplomatico mentre Mark Rutte vira a destra per respingere il populista Geert Wilders.

Erdogan piomba sul voto. E Rutte vira a destra per respingere Wilders

Ankara rompe le relazioni con l’Olanda: è crisi diplomatica. Domani le elezioni, il premier: «Fermiamo i populisti»

ROTTERDAM – ’è una casetta di legno di fronte al consolato turco di Rotterdam. Riporta un cartello stradale blu che indica di svoltare a destra: «Istanbul 1.247 Km». In realtà sarebbero almeno il doppio, ma poco importa. La Turchia non è mai stata così vicina all’Olanda come in questi giorni. Lo dimostrano quelle transenne abbandonate accanto alla sede diplomatica, unica traccia di disordine nella linearità della Westblaak, il viale a poche centinaia di metri dalla celebre statua in bronzo di Erasmo da Rotterdam. Quattro transenne residuo di un week-end di scontri scoppiati dopo il rifiuto dell’Aja di accogliere due ministri turchi sul proprio territorio e il divieto di fare campagna elettorale in vista del referendum del 16 aprile. Una decisione che è presto sfociata in una crisi dall’esito ancora imprevedibile. Ankara ha reagito con la linea dura, vietando il rientro dell’ambasciatore olandese e di tutti i diplomatici. Stop anche a tutte le relazioni politiche con l’Aja.

Ma effetti sono attesi anche sul fronte della politica interna. Sono circa 500 mila i cittadini olandesi di origine turca che domani voteranno alle politiche. In uno scenario frammentato, in cui nessuno dei 28 partiti in corsa probabilmente supererà il 17%, potrebbero essere determinanti. Ma non è a loro che il premier Mark Rutte ha voluto rivolgersi con questa mossa. I destinatari del suo messaggio sono gli altri 16 milioni di elettori, o almeno quelli che si stanno facendo tentare dagli slogan populisti di Geert Wilders, il leader dell’estrema destra. Gli ultimissimi sondaggi danno il suo Partito della Libertà (Pvv) in leggero calo, mentre il Vvd del liberale Rutte si è ripreso il primato. Gli analisti politici sono concordi: il principale effetto di Wilders sulla politica olandese è stato lo spostamento a destra di Rutte. Che negli ultimi mesi ha intensificato i suoi messaggi sulla sicurezza e contro l’immigrazione irregolare.

A Rotterdam, seconda città olandese per numero di abitanti, circa la metà della popolazione ha origini straniere. Il sindaco, Ahmed Aboutaleb, è di fede musulmana ed è nato in Marocco. Lo hanno eletto nel 2009 e riconfermato nel 2014. Dopo la strage di Charlie Hebdo si era scagliato contro i terroristi: «Se non vi piace questo modello di libertà, fate le valigie e andatevene. Se non vi piace l’umorismo di un giornale, andate a farvi fottere». «Rotterdam è uno splendido esempio di multiculturalismo». Almeno a sentire Marianne Vorthoren, direttrice di Spior, un’organizzazione che raggruppa una settantina di istituzioni musulmane di Rotterdam. «La convivenza – ci spiega questa olandese convertita all’islam – non è così problematica come viene raccontata dalla politica e dai media. È come se esistessero due realtà parallele e sono molto preoccupata per l’effetto di questi messaggi». Ai suoi occhi l’Olanda del 2017 resta un Paese aperto e tollerante con tutti (a meno che non si tratti di pedoni distratti che camminano sulle corsie riservate ai ciclisti).

Ma Rutte ha una sua battaglia personale. «C’è il rischio reale di svegliarsi il 16 marzo con Wilders alla guida del primo partito d’Olanda – ha ammesso a 48 ore dal voto -, un risultato che manderebbe un segnale al resto del mondo. Dobbiamo fermare questo effetto domino e arrestare il populismo sbagliato». Evidentemente il premier liberale vuole farsi portabandiera di un «populismo giusto» ed è per questo che – dopo aver mostrato i muscoli alla Turchia – non ha fatto mezzo passo indietro. Ieri sera i due si sono scontrati in un faccia a faccia televisivo e Rutte ha ribadito la sua linea: «Non governerò con te, mai e poi mai». «La gente non ti crede» ha replicato con un sorriso beffardo Wilders, aggiungendo: «Avevo avvertito il Vvd sulla Turchia e mi hanno cacciato a calci dal partito». «Governare un Paese è diverso da scrivere tweet» lo ha sbeffeggiato il premier, cercando di tenere l’aplomb dello statista.

Sulla querelle turca, è intervenuto persino il Cremlino con un «invito alla moderazione». L’Aja ha incassato la «solidarietà e il totale appoggio» di Angela Merkel e anche l’Ue ha fatto quadrato attorno a Rutte, che viene visto come un argine a Wilders. Però la Turchia è pur sempre un partner da tenere buono, perché da un anno a questa parte ha chiuso le sue porte ai migranti diretti in Europa (in cambio di sei miliardi di euro). L’accordo è stato siglato, guarda caso, proprio durante il semestre di presidenza olandese. Ieri per l’ennesima volta il ministro per i rapporti con l’Ue, Omer Celik, ha minacciato di farlo saltare. Tutto questo mentre il presidente Recep Tayyp Erdogan prometteva: «Porterò l’Olanda alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo». Se potesse, la statua di Erasmo scuoterebbe la testa.

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lastampa/Erdogan piomba sul voto. E Rutte vira a destra per respingere Wilders MARCO BRESOLIN – INVIATO A ROTTERDAM

Nicola Sturgeon, leader dello Scottish National Party, vuole restare nella UE

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Restare nell’Ue – scrive Bill Emmott – è una scommessa che la leader dello Scottish National Party, Nicola Sturgeon, ha buone probabilità di vincere. Intanto Londra è pronta a imboccare la strada della Brexit, ma la Scozia scuote l’Unione annunciando un nuovo referendum sull’indipendenza di Edimburgo ed Erdogan minaccia l’Olanda che vota domani: stop al dialogo diplomatico mentre Mark Rutte vira a destra per respingere il populista Geert Wilders.

La scommessa separatista contro Londra

Se vi piace l’azzardo, potreste fare la scommessa che, per la fine del 2019, il mondo avrà un nuovo Paese indipendente, la Scozia, e che l’unione durata 300 anni tra l’Inghilterra e la Scozia che dette vita al Regno Unito si spezzerà. Oggi appare assai probabile che gli elettori britannici che nel 2016 hanno rotto un’Unione, quella Europea, nel 2018 o 2019 ne romperanno un’altra, la loro.

Se non altro, questa è la scommessa che la leader dello Scottish National Party, Nicola Sturgeon, che guida il governo locale della Scozia, ha deciso di fare. Fin dal referendum sul Brexit, nello scorso giugno, aveva deciso di prendere tempo, per vedere in quale direzione si sarebbe evoluta l’opinione pubblica scozzese e, ovviamente, che piega avrebbe preso il piano del governo britannico per staccarsi dall’Ue.

Il fatto che al referendum per la Brexit il 62% degli scozzesi abbia votato per restare in Europa ha dato una nuova spinta alle pulsioni separatiste. Il problema era capire se l’opinione pubblica scozzese avrebbe seguito la stessa strada.

Ora, nella settimana in cui il primo ministro britannico Theresa May dovrebbe avviare il negoziato con l’Ue in base all’articolo 50 del trattato di Lisbona, Sturgeon ha deciso di fare la sua scommessa.

In palio ci sono la sua carriera politica e il futuro della Scozia. Ma è una scommessa che lei ha buone probabilità di vincere.

Il separatismo e il nazionalismo sono cresciuti visibilmente in Scozia negli ultimi 20 anni. Molti in Inghilterra avevano sperato che queste tendenze avessero raggiungo l’apice nel settembre 2014, quando i separatisti persero il referendum sulla secessione con un margine netto di 55% contro 45%. Quando poi il prezzo del greggio si dimezzò l’anno successivo, senza poi risalire, i partiti politici inglesi si sentirono ancora più rassicurati riguardo alla prospettiva che il Regno Unito sarebbe rimasto tale per almeno un’altra generazione. Questa convinzione resistette anche al fatto che, alle elezioni nazionali del 2015, il partito di Sturgeon vinse 56 su 59 seggi parlamentari scozzesi. Durante la campagna per il referendum sull’Ue i leader dello schieramento pro-Brexit come Boris Johnson espressero la totale fiducia che il Regno Unito sarebbe rimasto unito dopo aver abbandonato l’Unione Europea.

Il petrolio è al centro del disagio e della speranza degli scozzesi, ed è anche fonte di orgoglio nazionale. Il disagio nasce dalla convinzione che il greggio estratto dai giacimenti nel Mare del Nord fin dagli Anni Settanta dovrebbe appartenere alla Scozia. La speranza nasce dall’idea che i proventi fiscali dall’estrazione nel Mare del Nord potrebbero comunque rendere sostenibile la secessione scozzese.

In realtà, questa speranza è abbastanza illusoria, soprattutto ora che il prezzo del petrolio è crollato. Si stima che se la Scozia dovesse contare solo sul proprio gettito fiscale, avrebbe oggi un deficit del bilancio pari all’incirca al 15% del suo Pil. Una Scozia indipendente dovrebbe pagare maggiori imposte sul reddito, Iva e altre tasse soltanto per mantenere il livello esistente di servizi pubblici, che in alcuni casi – soprattutto le università e le cure degli anziani – sono già più generosi del corrispettivo a Sud del confine, in Inghilterra.

Il nazionalismo però è un sentimento forte. Il risentimento nei confronti della decisione del governo di Westminster non solo di uscire dall’Ue, ma di farlo nella maniera più risoluta, abbandonando anche il mercato unico e l’unione doganale, hanno fatto infuriare gli scozzesi, che preferivano una forma più soft della Brexit, con il Regno Unito che restava nel mercato unico. E l’idea che la Scozia potrebbe proseguire il cammino da sola, come nazione indipendente nell’Unione Europea, ha riacceso l’orgoglio nazionale.

Gli ultimi sondaggi mostrano che l’idea dell’indipendenza raccoglie in Scozia una maggioranza risicata. Restano numerosi ostacoli da superare. La Spagna ha minacciato di mettere il veto sull’adesione della Scozia all’Ue, per scoraggiare la Catalogna dalla secessione, ma dopo la Brexit questa minaccia appare difficilmente realizzabile.

La Scozia dovrà proporre un piano economico plausibile, e decidere quale moneta vorrà usare: l’euro oppure una nuova valuta scozzese. Nel corso del referendum del 2014 il governo di Westminster aveva respinto la proposta che la Scozia continuasse a utilizzare la sterlina britannica.

La strada è lunga. Ma, soprattutto se il negoziato per l’uscita del Regno Unito dall’Ue diventerà duro, la spinta per la secessione della Scozia potrebbe essere forte. Nicola Sturgeon la sua scommessa l’ha fatta.

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