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Il caso Desirée: la tragedia poteva essere evitata?

Il caso Desirée: a chi attribuire le maggiori responsabilità? Al contesto familiare, che non ha saputo difendere dai pericoli esterni la giovanissima vittima o alla società tout court, sempre più violenta?
A dividere l’opinione pubblica il tragico caso di Desirée Mariottini, la ragazza sedicenne di Cisterna di Latina che pochi giorni fa è stata prima drogata, poi violentata per dodici ore e infine lasciata morire da un branco di almeno quattro spacciatori extracomunitari, in un edificio abbandonato di una zona degradata di Roma.
C’è chi sostiene che le responsabilità della famiglia siano evidenti: che ci faceva la ragazzina, da sola, a sessanta chilometri da casa in tale cattiva compagnia?
C’è invece chi ritiene che le colpe siano tutte di una società allo sbando, dove spacciatori, stupratori e delinquenti di ogni tipo, soprattutto nelle grandi metropoli, fanno il bello e il cattivo tempo, senza che le forze dell’ordine riescano a fermarli.
Sarebbe difficile negare che in questo caso un controllo maggiore della famiglia avrebbe potuto forse evitare il tragico epilogo.
Ma il problema di fondo è che ormai la famiglia tradizionale, quella con la “effe” maiuscola, non esiste più. I genitori, in gran parte, hanno perso la loro autorevolezza e gli adolescenti riescono ad ottenere tutto quello che vogliono.
Soprattutto hanno una libertà di movimento che le passate generazioni potevano soltanto sognare:
ragazzi giovanissimi che escono la sera e rientrano ad orari inadeguati alla loro età, bevono alcolici e fumano, fanno le prime esperienze sessuali e si accostano al mondo degli stupefacenti, ma i genitori non sono in grado di gestire queste situazioni.
Un tempo c’erano genitori che stabilivano delle regole che non si potevano ignorare, ponevano dei limiti precisi che i ragazzi erano obbligati a rispettare, rappresentavano l’autorità.
Ora, in alcuni contesti, troviamo il cosiddetto genitore-amico, una figura ibrida, che, invece di dettare regole per il bene del proprio figlio, gli concede sempre più libertà, in una società complessa e pericolosa come quella attuale, dove invece i controlli dovrebbero essere ben maggiori.
Con questo non vogliamo dire che quando si verificano tragedie come quella di Desirée la colpa sia esclusivamente della famiglia. Qualsiasi ragazzo, anche se trasgressivo, non può finire la sua giovane esistenza in questo modo: è un fallimento per tutta la società che non lo ha saputo proteggere.
La voglia di trasgredire nell’adolescenza è fortissima, è un modo per affermare la propria individualità, distaccandosi dai genitori. E, per fare nuove esperienze, i giovanissimi mentono, per eludere il controllo degli adulti, usano ogni tipo di sotterfugio.
Per questo la parola d’ordine per i genitori è vigilare, ma con discrezione, e saper cogliere i segnali di malessere che i giovanissimi inviano, per porvi rimedio.
Soprattutto, non interrompere mai il dialogo con i propri figli: un giovane ha bisogno di essere accettato, anche se il suo look e il suo comportamento non sono quelli che un genitore vorrebbe.
Per questo, bisognerebbe mettere da parte l’ipercriticità, ma mostrargli il proprio apprezzamento per ogni piccola cosa fatta bene, anche e soprattutto se il suo comportamento abituale è oppositivo.

Se il genitore gli negherà la propria approvazione, l’adolescente la cercherà altrove, in un mondo  pieno di “lupi cattivi” che ne approfitteranno per i loro fini.
E’ quanto è successo alla povera Desirée, che per fare nuove esperienze si è fidata di chi non doveva, finendo nella maniera peggiore.
C’è un’ultima riflessione da fare: purtroppo i giovani d’oggi si fidano troppo delle persone sconosciute. Un tempo i genitori conoscevano tutti gli amici del figlio e vigilavano sulle sue frequentazioni, evitandogli brutti incontri.
Ora per un adolescente basta che una persona faccia parte del suo gruppo social per considerarlo un amico e l’ingenuità, l’inesperienza, la voglia di trasgredire fanno il resto.
Per un genitore non è per niente semplice tenere sotto controllo le nuove conoscenze del proprio figlio che, anche quando è nella sua camera a studiare, può essere in contatto sui social con qualsiasi malintenzionato e farsi convincere ad incontrarlo.
Inculcare un po’ di sana diffidenza nelle menti dei giovanissimi è dunque quanto mai opportuno. La raccomandazione “mai caramelle da uno sconosciuto” che ha accompagnato tutta la nostra infanzia, ci ha fatto guardare con sospetto le persone estranee, ma ci ha consentito di arrivare indenni all’età adulta. Come metodo educativo potrebbe rivelarsi ancora valido.

Adelaide Cesarano

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