In Sicilia si va via dalle grandi città e dai piccoli comuni
In Sicilia si va via dalle grandi città e dai piccoli comuni

Dalla Sicilia sono emigrati in 10.400 nel 2020 e il Covid c’entra poco

In Sicilia si va via dalle grandi città e dai piccoli comuni. Emigrano soprattutto giovani non sposati fra i 18 e i 35 anni e giovani coppie

Il Rapporto Italiani nel Mondo giunge, nel 2021, alla sedicesima edizione. Vi hanno partecipato 75 autori che, dall’Italia e dall’estero, hanno lavorato a 54 saggi articolati in cinque sezioni: Flussi e presenze; Indagini; Riflessioni; Speciale Covid-19 e città del mondo; Allegati socio-statistici.

L’edizione di quest’anno si interroga e riflette su come l’epidemia di Covid-19 abbia influenzato la mobilità italiana. Cosa ne è stato dei progetti di chi aveva intenzione di partire? Come hanno vissuto coloro i quali, invece, all’estero già risiedevano? Chi è rientrato? Chi è rimasto all’estero? E cosa è successo ai flussi interni al Paese?

Sono stimati in circa 10.400 i siciliani che nel 2020 hanno lasciato l’Isola per iscriversi all’anagrafe dei residenti all’estero, aumentando le file del vero capoluogo demografico della Sicilia. Come anche scrivevamo in un articolo del 2019, si tratta di una città sparsa per il inondo con circa 800mila abitanti che vivono fuori dall’Italia.

Il rapporto “Italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes fotografa l’Isola quale prima in Italia per residenti all’estero, con un saldo negativo sia migratorio che naturale tra nascite e decessi.

Negli ultimi dieci anni la Sicilia ha perso circa 220mila residenti: dai cinque milioni 60mila del 2011 ai 4 milioni 840mila di adesso.

Prima della pandemia partivano soprattutto interi nuclei familiari e anziani che si ricongiungevano con familiari. Adesso si parte anche non solo nelle grandi città ma anche dai piccoli comuni che rischiano uno spegnimento demografico. Partono specialmente giovani non sposati fra i 18 e i 35 anni e giovani coppie. Il risultato è un’emorragia demografica che rischia di far sparire intere comunità.

Significativo che negli anni ‘80 il capoluogo siciliano, Palermo, aveva raggiunto 700mila abitanti. Dal 1991 a oggi ne ha persi 63mila: secondo l’ultimo dato Istat di agosto, erano 637.600. Nella classifica degli “expat” (espatriati): la provincia di Agrigento ha il maggior numero di residenti all’estero con 158.753; segue Catania con 133.479: Palermo con 131.541: Messina 92.941: Enna con 80.508: Caltanissetta con 74.374; Trapani con 47.280; Siracusa con 46.723.

Nel 2019, quindi prima della pandemia, si era scritto un articolo “25 Novembre 2019 La gente va via dalla Sicilia … La Sicilia nel 2019 è in “declino demografico” con “quasi centomila abitanti in meno”. L’esito dopo anni senza sviluppo, senza lavoro se non pubblico … Il capoluogo più popoloso della Sicilia infatti non è Palermo ma si trova fuori dall’Isola”. Si ha pertanto molti dubbi che la causa dell’emigrazione incorso sia adesso solo il covid. Ci appare al contrario sempre più verosimile che il maggiore responsabile sia il trasversale cronico “marcium” del sistema pubblico-politico italiano e specialmente siciliano.

L’emergenza sociale siciliana da sempre è la mancanza di alternativa, salvo accodarsi al sistematico trasversale “sistema”, assoggettandosi pertanto al clientelismo, nepotismo, baronismo, voto di scambio sociale, tracotanza politica, istituzionale, burocratica, professionale, sociale – per carità tutto ormai costituzionalizzatosi (e “altro” quale mafia, spaccio, prostituzione, delinquenza, corruzione, concussione, ecc.). E comunque, anche quanto citato, messo insieme, non può “garantire” tutti, inoltre parecchi non sono disposti a soggiacervi non rinunciando alla propria dignità anche a costo di dovere andare via.

Non si “esce” pertanto solo per scelta o per esplorare il mondo, al contrario, il più delle volte si va fuori per avere un lavoro: spesso manuale; una possibilità di degna carriera; un percorso di studi meno limitato; liberandosi dalla annosa oppressiva “arroganza” (mafiosità) legalizzata dai tanti risvolti (quelli citati nel paragrafo precedente): i siciliani, lontani dall’isola, scommettono anche sulla meritocrazia senza asservimento.

COME SE NE ESCE ?

I siciliani li abbiamo provati tutti: destra, sinistra, centro e movimento. Ci rimane ormai la propagandata speranza di questo PNRR. Però è di tutta evidenza che se non si “cura” parallelamente e, una volta per tutte, il risaputo quanto dissimulato (neanche tanto) decennale “marcium” del sistema pubblico-politico (spartizione, ingordigia, razzia, spreco, sperpero, ecc.) anche attraverso norme chiare ed efficaci così da ingenerare pure un sano e civile timore, al solito, cambierà tutto per non mutare nulla. Fino a che dura.

Adduso Sebastiano

(le altre informazioni regionali le trovi anche su Vivicentro – Redazione Sicilia)

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