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30 Aprile 1989; muore Sergio Leone, regista, sceneggiatore e produttore

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ACCADDE DOGGI 30 APRILE – Sergio Leone (Roma, 3 gennaio 1929 – Roma, 30 aprile 1989) è stato un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico italiano è morto all’età di 60 anni a Roma

Sergio Leone è stato un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico italiano. È riconosciuto come uno dei più importanti e influenti registi della storia del cinema, particolarmente noto per i suoi film del genere spaghetti-western.

Figlio d’arte

Figlio di Vincenzo Leone, pioniere del cinema muto, conosciuto anche con il nome d’arte di Roberto Roberti e dell’attrice Edvige Valcarenghi, nota con il nome d’arte di Bice Valerian, Sergio Leone, nonostante sia cresciuto nell’odiato e stimato mondo della cinematografia, si avvicina a questa strettamente per lavoro solo verso i 18 anni.

In precedenza, era stato un semplice spettatore, come tutti noi, un bambino che rideva delle comiche di Charlie Chaplin e che rimaneva incantato dalla sagacia di Lubitisch.

È ancora un bambino quando suo padre lo inserisce come comparsa in un suo film: La bocca sulla strada (1941) con Carla Del Poggio e Franco Coop. Leone dimenticherà l’accaduto, veramente poco interessato a percorrere la strada materna.

Il mestiere di aiuto-regista a Cinecittà

Sceglie invece il mestiere di sceneggiatore e di aiuto regista (a volte firmandosi Rob Robertson, anglofonizzazione del nome del padre), influenzato da opere come Mezzogiorno di fuoco (1952), Il cavaliere della valle solitaria(1953), Vera Cruz (1954), Ultima notte a Warlock (1959) e L’uomo che uccise Liberty Valance (1962).

Lavora con Carmine Gallone (Rigoletto, 1946), Mario Bonnard (da Afrodite, dea dell’amore del 1958 con Ivo Garrani fino a Gli ultimi giorni di Pompei del 1959, quando Leone gli subentrò come regista perché una malattia costrinse Bonnard ad abbandonare il set), Mario Soldati, Sergio Corbucci e Primo Zegli.

In breve tempo, venne conquistato da quel primo neorealismo di Vittorio De Sica che lo scelse come assistente e comparsa (un seminarista) in Ladri di biciclette (1948), anche se continuò a collaborare con vari registi in film come: Fabiola (1949) con Gino Cervi; Il voto (1950), Milano miliardaria (1951) e La tratta delle bianche (1952) con Sophia Loren (che era ancora una tale Sofia Lazzaro e Scicolone); Il brigante Musolino (1950) con Amedeo Nazzari e Silvana Mangano; L’uomo, la bestia e la virtù (1953) con Totò e Orson Welles.

Importante, in questi anni la sua collaborazione con Aldo Fabrizi che ritroverà come regista e attore in: Questa è la vita (1954) di Giorgio Pastina, Mario Soldati e Luigi Zampa con Totò; Hanno rubato un tram (1954) di Mario Bonnard; Mi permette, babbo! (1956) con Alberto Sordi e Il maestro (1957) di Eduardo Manzanos Brochero.

Poi vennero gli americani sul Tevere e Leone divenne direttore della seconda unità in numerose produzioni hollywoodiane girate negli studi di Cinecittà: Quo Vadis (1951) con la Loren ed Elizabeth Taylor; Storia di una monaca (1959) con Audrey Hepburn e Peter Finch, passando al capolavoro Ben-Hur (1959) di William Wyler e con Charlton Heston.

Dopo gli Stati Uniti, le bellezze francesi – e in particolare quella di Brigitte Bardot che avrà modo di conoscere sul set di Tradita (1954) e Elena di Troia (1956) – e il peplum che aveva il marchio de Nel segno di Roma (1959) di Guido Brignone, Michelangelo Antonioni, Riccardo Freda e Vittorio Musy Glori, con il grande Cervi.

Il debutto cinematografico

Nel 1961, qualcuno gli dà fiducia e gli mette nelle mani la sceneggiatura del suo primo film, un peplum epico-romano con Lea Massari: Il colosso di Rodi.

Il film non è un grande successo e così viene retrocesso a assistente regista collaborando con Giorgio Bianchi alla realizzazione di alcune scene del film Il cambio della guardia (1962), con la coppia Fernandel-Cervi, e con l’americano Robert Aldrich come direttore della seconda unità di ripresa di Sodoma e Gomorra (1962), ma storici furono i malintesi, i litigi e le incomprensioni fra i due.

Molto meglio andò accanto a Damiano Damiani per Un genio, due compari, un pollo (1975) con Klaus Kinski.

Nonostante questo qualcuno punta su di lui per un nuovo peplum (che non sarà mai realizzato) dal titolo Le aquile di Roma.

Peccato che a lui non interessi, dato che le sue intenzioni sono quelle di passare ai western.

Alcune perle della sua produzione
  • Per un pugno di dollari (1964) con un leggendario Clint Eastwood
  • Per qualche dollaro in più (1965) con Klaus Kinski
  • Il buono, il brutto e il cattivo (1966),
  • C’era una volta il West con Henry Fonda, uno dei suoi attori preferiti (1968)
La morte e i progetti incompleti

Nel 1989, un infarto lo porta via al cinema, colpendolo proprio nella sua villa e lasciando inconcluse sceneggiature come Un posto che solo Mary conosce che sarebbe dovuto diventare un film con Mickey Rourke e Richard Gere, il remake del capolavoro Via col vento (1939) e un film epico sull’Assedio di Leningrado durante la Seconda Guerra Mondiale.

Alla sua morte il cinema intero e chi da lui imparò gli rese un forte omaggio: Clint Eastwood prima degli altri, poi Quentin Tarantino, Stanley Kubrick e Robert Zemeckis.

Si spegne così quello straordinario narratore di dimensioni epiche ammirato in tutto il mondo, ma purtroppo troppo a lungo denigrato in patria.

L’uomo che trasformò Eastwood in una star, l’uomo che per guardare all’estremo Occidente si rifaceva all’estremo Oriente.

Il costruttore di una mitologia di immagini, vittima per anni, di una politica di autorship troppo antica e di una critica forse troppo contenutistica.

Eppure, ha fatto così tanto per l’Italia, riuscendo ad amalgamare le lezioni di cinema muto insegnategli da suo padre che riguardavano l’essenzialità dei gesti e il significato dei silenzi, le nuove metafore neorealiste sui dettagli e sulle facce, ma soprattutto la sapiente tecnica hollywoodiana appresa dagli americani.

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