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Report azzurro: il Napoli ha ripreso gli allenamenti, 12 gli assenti per le nazionali

Il Napoli ha ripreso oggi nel pomeriggio gli allenamenti a Castelvolturno. Gli azzurri si allenano nella settimana della sosta pasquale dedicata agli impegni delle Nazionali. Il campionato riprenderà domenica 3 aprile con la partita al Friuli di Udine per la 31esima giornata di Serie A, “lunch match” delle 12,30. La squadra, priva dei 12 nazionali. ha svolto una prima fase di lavoro atletico su circuito di forza. Successivamente partitina 7 contro 7 a campo ridotto con l’impiego di 3 calciatori della Primavera azzurra. Domani doppia seduta.

Fonte: SSC.Napoli.

Ag. Hysaj: “Tre top club su ragazzo. Il suo futuro…”

E’ intervenuto, ai microfoni di Radio Crc, il procuratore del difensore azzurro Elseid Hysaj, Mario Giuffredi: “Due squadre tedesche su Hysaj? Ditemelo voi. Penso che Hysaj sia osservato da 2 o 3 club importanti europei, almeno una tedesca e una spagnola, ma le squadre non le conosco. Sarri già conosceva Hysaj, nei tre anni precedenti gli ha trasmesso tanto, ma quest’anno ha fatto il salto di qualità perché dopo Empoli, ha dimostrato di saper reggere le pressioni e fare bene in una squadra come importante come il Napoli. Rinnovo? Il contratto di Hysaj non l’ho fatto io, ma le cifre erano giuste perché il calciatore doveva dimostrare di essere da Napoli. Mi sento spesso con Giuntoli e non c’è nemmeno bisogno di chiedere al Napoli di rinnovare o adeguare il contratto ad Hysaj, e al tempo giusto si muoverà. Certo, il Napoli dovrà carpire se vorrà prendere in considerazione le offerte che arriveranno, ma il ragazzo non vuole sapere niente, non vuole parlare di mercato e nemmeno di soldi perché c’è in ballo qualcosa di più importante in questa stagione. Poi, in estate parleremo col Napoli. Valdifiori l’anno prossimo farà un’annata completamente diversa perché ha acquisito grande esperienza. Credo che il Napoli creda ancora in lui.”

Ag. Koulibaly: “Stiamo lavorando per il rinnovo”

E’ intervenuto, ai microfoni di radio Crc, Bruno Satin, agente di Koulibaly: “Non sono stato a Castelvolturno, avranno visto un fantasma. Ieri ero a Parigi e oggi in Africa, ma parlo spesso con Giuntoli. Il ds non vuole proprio parlare di una eventuale cessione di Koulibaly, crede che il calciatore sia una pedina importante del progetto Napoli e anziché lasciarli andare, il Napoli preferisce tenere i migliori e prenderne altri validi. Nel calcio ogni cosa ha il suo prezzo, ma non ci sono offerte per Koulibaly di 40 milioni. Stiamo lavorando per il rinnovo col Napoli, ma non è una cosa che si sistema in due giorni. Però, con Giuntoli già ne parliamo e ad un certo punto si troverà un’intesa. Poi, il discorso Champions è importante e partita dopo partita il Napoli conferma la sua forza”.

La cronaca minuto per minuto di Juve Stabia – Benevento

Juve Stabia – Benevento

La Juve Stabia recupera per il difficile derby contro i sanniti Nicastro, rimessosi in tempi record dopo la botta rimediata contro il Matera. Solo panchina invece per Del Sante, ancora non al meglio dopo il problema muscolare accusato a Catania.

Fuori uso anche Contessa, indisponibile per guai al polpaccio. Nel Benevento, titolare a centrocampo l’ex De Falco ma non convocato, causa infortunio, l’altro ex Raimondi. Fischi da parte del pubblico stabiese per Auteri, che non si degna di salutare Zavettieri. E’ proprio il tecnico stabiese che va fino alla panchina ospite per stringere la mano al collega. Grandi applausi invece per Salvatore Di Somma.

Juve Stabia 4-4-2: Russo, Romeo, Liotti, Obodo, Polak, Carillo, Cancellotti, Maiorano, Diop, Nicastro, Lisi. A disposizione di Zavettieri: Polito, Navratil, Atanasov, Rosania, Favasuli, carrotta, Izzillo, Grifoni, Gatto, Del Sante, Mascolo.

Benevento 3-4-3: Gori, Pezzi, Mattera, Del Pinto, Lucioni, Lopez, Troiani, De Falco, Cisse, Ciciretti, Mazzeo. A disposizione di Auteri: Piscitelli, Vitiello, Mazzarani, Marotta, Melara, Padella, Mucciante.

Ammoniti: Pezzi (B), Mattera (B), De Falco (B)

PRIMO TEMPO

Inizio positivo delle Vespe che collezionano due calci d’angolo nei primi tre minuti.

Minuto 9: Per il Benevento sinistro al volo di Lopez sugli sviluppi di un corner; palla a lato della porta di Russo.

Minuto 10: Ancora gli ospiti pericolosi con Mazzeo, il cui tiro ravvicinato è murato da Romeo.

Minuto 14: Palla rubata da Diop che tenta il rasoterra dalla distanza; la mira dell’attaccante è però imprecisa.

Minuto 28: Gran sinistro dai 25 metri di Nicastro che costringe Gori a rifugiarsi in corner.

Minuto 31: Doppia occasione per i giallorossi con Cisse e Ciciretti ma Russo risponde presente.

Minuto 35: Parata superlativa di Russo su conclusione mancina a botta sicura di Mazzeo; sul capovolgimento di fronte, per le Vespe destro alto di Obodo.

Minuto 45: GOL BENEVENTO. Scavino di Cisse che alza la palla per Del Pinto, che beffa la difesa stabiese e insacca solo avanti a Russo.

SECONDO TEMPO

Minuto 3: Clamorosa palla gol per le Vespe con Mattera, che sugli sviluppi di un corner quasi insacca la sua stessa porta ma Gori respinge.

Minuto 10: Dribbling e sinistro da fuori area di Nicastro, Gori blocca senza affanni.

Minuto 15: Juve Stabia a trazione offensiva, esce Romeo ed entra Del Sante.

Minuto 18: Nelle Vespe esce Obodo ed entra Izzillo, piedi buoni a centrocampo.

Minuto 36: Schema da calcio piazzato per la Juve Stabia che libera Nicastro al tiro; il sinistro del numero 10 sfiora il palo.

Minuto 37: Palla gol incredibile per Diop, che da pochi metri spara altissimo con il sinistro al volo.

Minuto 46: Doppia occasione per Il Benevento con De Falco e Pezzi ma Russo risponde ancora presente.

Dopo un dubbio rigore non concesso a Diop, termina il match. Il Benevento espugna il Menti grazie alla rete di Del Pinto. Per la Juve Stabia passo indietro dal punto di vista del gioco.

Raffaele Izzo / La cronaca minuto per minuto di Juve Stabia–Benevento

Copyright vivicentro

Higuain e l’ istinto del gol, predatore assoluto

Bomber di razza, fiuto del gol, sente la porta anche senza vederla: stiamo parlando ovviamente di Gonzalo Higuain, vero e proprio predatore dell’ area di rigore.
Da tempo ormai non vi sono più aggettivi per descrivere il pipita, una stagione incredibile la sua e senza dubbio la migliore da quando gioca tra i professionisti.
Un Higuain così non si era mai visto : grande condizione fisica e mentale, merito soprattutto di Maurizio Sarri,a detta del centravanti  “un secondo padre”, che è riuscito a rigenerarlo dopo una stagione poco brillante facendo emergere il campione e non solo il semplice calciatore. Merito anche della raggiunta alchimia con i tifosi azzurri ai quali non era mai stato  così legato , amore per Napoli e per il Napoli; un legame viscerale e molto sentito che si palesa al termine di ogni gara casalinga sulle note dell’ ormai celebre coro “Un giorno all’ improvviso”,una sorta di corrispondenza amorosa del pipita con l’ intero stadio alla maniera di “Romeo e Giulietta”.
Ma quello che più interessa è che Higuain ricambia l’ affetto del popolo partenopeo a suon di gol: 31 in tutto, di cui 29 in campionato e 2 in Europa League. Superato il suo precedente record di 27 centri in campionato quando ancora vestiva la “camiseta blanca” del Real Madrid; raggiunto Edison Cavani per numero di gol con la maglia azzurra in una singola stagione di serie A. Non una cosa da poco se si considera il fatto che ci troviamo di fronte ad un attaccante con il vizio del gol nel DNA: 15 in 41 presenze con il River Plate, 121 in 264 apparizioni con il Real Madrid.
Attenzione però: mancano ancora 8 partite al termine della stagione e Higuain non è mai domo, il prossimo “step” si chiama Gunnar Nordahl che nella stagione 1949-1950 toccò quota 35 reti, maggior numero di gol in un singolo campionato di serie A. Una marcia in più per continuare a gonfiare la rete e puntare fino alla fine allo scudetto. E poi magari ambire ad un altro record, in ottica futura, andando a scomodare un mostro sacro come Diego Armando Maradona fermo a 115 gol con la maglia del Napoli.

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Immigrazione e periferie, nei quartieri di Milano arrivano gli psicologi di strada: si parte da via Padova

Il quartiere intorno a via Padova (fotogramma)

Il piano parte da via Padova, il quartiere con più alta densità di stranieri. L’obiettivo è sviluppare nuovi modelli di integrazione e gestire potenziali tensioni

Una squadra di psicologi “di strada” per intercettare bisogni e problemi di chi vive in via Padova, il quartiere più multietnico della città. La proposta è dell’Ordine degli psicologi e ha avuto il finanziamento del consiglio di Zona 2. Per tre mesi un gruppo di esperti parlerà con i cittadini e con i rappresentanti delle comunità straniere e delle associazioni di volontariato. Al termine di questi incontri e dialoghi a più voci, si cercherà di fare una mappa dei temi da approfondire e anche una prima proposta di iniziative per far fronte ai disagi che potranno emergere nei colloqui.

Il piano che parte dal quartiere con più alta densità di immigrati in realtà è stato pensato per tutte le periferie milanesi, “luoghi in cui, ogni giorno, la contaminazione tra idee, nazionalità, costumi e religioni si traduce in opportunità per lo sviluppo di nuovi modelli di integrazione e in potenziali tensioni da gestire, anche sul piano del benessere mentale”, spiegano all’Ordine degli Psicologi della Lombardia che ha in mente un approccio nuovo di lavoro, col metodo della prossimità ai cittadini e della presenza capillare, concreta, in sinergia con i consigli di Zona, che sono poi i terminali dell’istituzione locale dove la gente va a presentare le sue richieste e doglianze.

Gli psicologi sonderanno bene la zona attorno al Parco Trotter, luogo di ritrovo delle famiglie con i bambini, ma anche dei giovani delle comunità sudamericane. “Crediamo che iniziative di welfare integrativo reale possano e debbano nascere a partire dalla comune volontà di depositare piccoli semi, anche economici, in grado però di far sbocciare grandi cambiamenti nel vissuto delle famiglie, delle comunità, dei quartieri – dice Riccardo Bettiga, presidente dell’Ordine – Le periferie metropolitane possono essere straordinari laboratori, in cui realizzare progettualità inedite, immaginare risposte nuove a nuove esigenze, incrociare energie e far crescere idee”.

Quello della “Psicologia di Zona” è uno dei progetti all’interno della piattaforma generale per una “psicologia sul territorio della città”, con cui gli psicologi si sono offerti di presidiare e dare attenzione alle zone più decentrate della città di Milano, in collaborazione col Comune e le zone. “L’obiettivo è quello dicomprendere e rispondere in modo sempre più articolato ai bisogni di cura e di benessere mentale dei cittadini invitati a partecipare a gruppi di discussione e a immaginare soluzioni tutti assieme”, conclude Bettiga. La logica è quella della prevenzione dello scontro sociale con l’ascolto e con le risposte concrete a problemi che magari non sono di grande entità: questioni di normale convivenza in un territorio delicato per mescolanza etnica, religiosa e culturale.

  • larepubblica / Immigrazione e periferie, nei quartieri di Milano arrivano gli psicologi di strada: si parte da via Padova di ZITA DAZZI

Ischia-Paganese, gialloblu con un solo obiettivo

Ischia Isolaverde-Paganese Stadio "Mazzella"
Ischia Isolaverde-Paganese
Stadio “Mazzella”

I gialloblu allo stadio “Mazzella” alle ore 15:00 ospitano la Paganese in un derby campano con tanti ex in campo,ma hanno un solo obiettivo: la vittoria, e aggrapparsi a quella piccola luce accesa in fondo al tunnel chiamata salvezza diretta. Conquistare i tre punti non solo significherebbe questo,ma anche tenere a distanza il Martina Franca. Allo stadio “Mazzella” arriva la Paganese di mister Grassadonia, oramai certa della permanenza in Lega Pro anche per il prossimo anno. Nel derby campano gli isolani di mister Porta devono rinunciare per infortunio a Pepe e Sirigu, in più allo squalificato Iuliano. Il tecnico procidano può sorridere, perchè recupera due pedine fondamentali nel pacchetto difensivo: Bruno e Moracci che rientrano dopo la squalifica. Prima convocazione anche per il nuovo acquisto Rubino,pronto ad entrare a partita in corso. Porta dovrebbe confermare il modulo del 4-3-3, con Acampora dal primo minuto al posto di Palma nella linea di centrocampo. In avanti tridente con Armeno, Gomes e Kanoute.  In casa Paganese, Mister Grassadonia dovrà rinunciare a Schiavino fermo ai box, Corticchia out per un attacco influenzale e l’attaccante De Vita. Il trainer ex Messina confermerà il 4-3-3. Tra i pali ci sarà uno dei gli ex di turno, Marruocco. Bocchetti e Sirignano guideranno il pacchetto difensivo. A centrocampo in cabina di regia Corcione. In avanti Evangelista Cunzi con Cicirelli. L’unico dubbio riguarda bomber Caccavallo che però potrebbe partire dalla panchina per rifiatare un pò al suo posto non è escluso l’utilizzo di Vella.

Queste la probabili formazioni

Ischia Isolaverde (4-3-3) : Modesti; Florio,Filosa,Moracci,Bruno; Acampora,Spezzani,Di Vicino; Armeno,Gomes,Kanoute. A disp. Di Donato, De Palma, Savi,Guarino,Pistola,Porcino,De Clemente,Palma, Barbosa Moreira Pablo,D’Angelo,Manna,Rubino.

PAGANESE (4-3-3): Marruocco; Esposito, Sirignano, Bocchetti, Della Corte; Guerri, Carcione, Deli; Caccavallo, Cunzi, Cicerelli. A disp.: Borsellini, Acampora, Magri, Parente, Penna, Dozi, Cassata, Grillo, Palmiero, Tommasone, Vella. All.: Grassadonia

Attacco Bruxelles, così ha colpito la cellula di Salah

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Attacco Bruxelles

 Attacco Bruxelles – Tutti gli errori dell’intelligence belga. Probabile che il gruppo stesse pianificando da tempo gli attentati

Ci vorrà del tempo per venire a capo delle molte domande che pone la strage di Bruxelles. Ad alcune, quelle cruciali, è tuttavia possibile provare a dare delle prime risposte.

Chi sono i terroristi che hanno colpito? E’ una nuova rete?
Non c’è dubbio – o almeno questa è la pista seguita dagli inquirenti – che si tratti di quella parte della rete creata dal Califfato tra l’estate e l’autunno dello scorso anno nel cuore dell’Europa. Abdelhamid Abbaoud, il ring leader delle stragi del 13 novembre, morto nel blitz di Saint Denis, aveva confidato infatti prima di morire che i martiri che l’Is aveva inviato in Europa lungo la rotta balcanica erano 90.

Inoltre, informazioni in possesso della nostra intelligence accreditano la possibilità che ai superstiti di quella originaria rete stesa dal Califfato in Europa (dei 90, 30 sono stati neutralizzati, perché morti o arrestati, dal 13 novembre in poi), si siano aggregati anche criminali comuni e foreign fighter appena rientrati dalla Siria. Tra loro, nei dossier della nostra intelligence, si segnalano “quattro esperti in esplosivi”.

Perché agire ora? Per vendetta?
Dalle prime informazioni, è ragionevole ritenere che il gruppo stesse pianificando da tempo l’attacco. E che nella pianificazione fosse coinvolto anche il latitante Salah Abdeslam. La decisione di accelerare i tempi, più che una vendetta per l’arresto di Salah, sarebbe la verosimile conseguenza delblitz a Forest del 16 marzo scorso, durante il quale muore Mohamed Belkaid, algerino, 35 anni.

Belkaid è infatti un pezzo grosso dell’organizzazione e partecipa alla pianificazione ed esecuzione delle stragi del 13 novembre. Per altro, con il nome di Samir Bouzid, era stato controllato a settembre del 2015 in compagnia di Salah Abdeslam. E la sua impronta digitale era stata rilevata sul telefono cellulare gettato nel cestino davanti al Bataclan con il quale era stato dato il via alla mattanza. Non solo: quattro giorni dopo le stragi di Parigi, Belkaid, con la sua falsa identità, aveva trasferito da un ufficio Western Union di Bruxelles la somma di 750 euro ad Hasna Aït Boulahcen, la cugina di Abdelhamid Abaaoud.

Gli investigatori sono convinti che Belkaid stesse lavorando all’attacco di Bruxelles quando la polizia belga lo ha ucciso durante l’irruzione nella casa di Forest dove era nascosto. In quella casa sono stati infatti ritrovati due detonatori pronti per essere utilizzati.

Chi sono terroristi in fuga?
La polizia belga ha diffuso ieri sera un appello alla popolazione perché aiuti nella ricerca di uno dei tre uomini ripresi dalla video sorveglianza dell’aeroporto di Zavantem. Si tratta di quello con il cappello scuro e il giaccone chiaro, alla sinistra dei due che, come lui, spingevano il carrello con i bagagli e che si ritiene si siano fatti saltare in aria. Alcuni testimoni hanno raccontato di aver visto l’uomo allontanarsi frettolosamente dal terminal subito dopo le due esplosioni.

Per quanto riguarda i suoi due complici e martiri potrebbe trattarsi dei fratelli Khalid e Ibrahim el-Bakraroui, jihadisti e prima ancora criminali comuni. Le loro tracce sono state trovate in alcuni dei covi dove secondo la polizia si sarebbe nascosto Salah durante i suoi 4 mesi di latitanza, compreso quello di Forest dove è morto Belkaid. In quello stesso appartamento sono state trovate le tracce di un altro dei possibili terroristi in fuga in queste ore. Si tratta di Najim Laachraoui, 24 anni, almeno un falso alias (Soufiane Kayal), è scampato al blitz nel quale è morto l’amico Belkaid. Le sue impronte sono state rilevate sul materiale esplosivo utilizzato per le stragi di Parigi.

Nella lista dei fuggitivi, va ricordato anche Mohamed Abrimi, l’uomo tutt’ora latitante da quattro mesi e ripreso dalle telecamere di sorveglianza di un distributore di carburante, insieme a Salah poco prima dell’attentato del 13 novembre, lungo l’autostrada Bruxelles-Parigi.

La strage e l’ennesimo buco dell’antiterrorismo belga?
Se fossero confermate le indiscrezioni di queste prime ore, le responsabilità dei servizi di sicurezza belgi sono consistenti, al punto che, ieri pomeriggio l’argomento è stato oggetto di un fitto scambio di valutazioni da parte dei vertici di tutte le intelligence internazionali. Non si comprende infatti perché, dopo l’arresto di Salah, il livello di allerta fosse rimasto a 3, nonostante molti indizi indicassero una minaccia imminente. Né perché, ancora lunedì pomeriggio, i procuratori belgi e francesi avessero deciso una pubblica passerella per incassare il plauso di un’indagine su una rete evidentemente ben lungi dall’essere stata disarticolata.

Ancora una volta, il Belgio appare come il buco nero della sicurezza europea. Come dimostrano i 4 mesi necessari per venire a capo di Salah Abdeslam, latitante in casa propria, a Molenbeek. Come dimostra la sottovalutazione degli allarmi arrivati, tre settimane fa, alle intelligence europee sul rischio di “attentati imminenti” a Bruxelles. Un warning ribadito in un nuovo e preciso fonogramma sabato scorso (si parlava di luoghi frequentati da stranieri), dopo l’irruzione nell’appartamento di Forest: la bandiera dell’Is, il kalashnikov, il libro sul salafismo ma soprattutto i detonatori e le istruzioni per confezionare ordigni erano il rumoroso e incontrovertibile indizio di un prossimo attacco. Qualcuno lo ha colpevolmente sottovalutato.

larepubblica / Attacco a Bruxelles, così ha colpito la cellula di Salah di CARLO BONINI e GIULIANO FOSCHINI

Terrorismo, Renzi: “Presa ogni misura, ma non c’è minaccia”

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 Terrorismo – Il premier incontra i capigruppo di maggioranza e opposizione sulla sicurezza. Lupi: “Probabile vittima italiana, in corso verifiche”

ROMA – “Abbiamo, come tutti i partner, messo in campo ogni misura di sicurezza necessaria, anche se non risulta ad ora una minaccia specifica in Italia”. Lo ha detto il premier Renzi nell’aprire l’incontro con i capigruppo di maggioranza e opposizione all’indomani dell’attacco terroristico a Bruxelles. Come già dopo gli attacchi di Parigi, Renzi ha sottolineato il ruolo decisivo della cultura: “Mettere denari veri sulle aree urbane. Serve un gigantesco investimento in cultura, sulle periferie urbane, un investimento sociale. Continuo a pensare che l’aspetto educativo per sconfiggere le minacce nate e cresciute in europa sia fondamentale”, ha detto.

“Occorre stringere sui meccanismi di intelligence fra i Paesi europei e non solo, valorizzare Europol, lavorare su una struttura condivisa”, ha aggiunto il premier.

Alle parole di Renzi hanno fatto seguito quelle del capogruppo di Ncd Maurizio Lupi al termine della cabina di regia parlamentare sulla sicurezza a palazzo Chigi: “Il presidente del Consiglio ci ha detto che è molto probabile che ci sia una vittima italiana negli attentati di Bruxelles. Sono in corso verifiche. Si tratterebbe di una donna, di cui si erano perse le tracce e che sarebbe morta nell’attentato in metropolitana. Sono  in corso verifiche che sono difficoltose perchè l’attentato nella metro è stato particolarmente violento e i corpi sono irriconoscibili”.

Attacco Bruxelles Viaggio in città tra coraggio e rassegnazione

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Attacco Bruxelles – In piazza della Borsa la notte del dolore e dello sgomento (afp)

 Attacco Bruxelles – Strade svuotate, ma nessuna scena di panico. La giornata di terrore nella capitale d’Europa, emblema del mondo dopo l’11 settembre

È CORAGGIO o rassegnazione? È capacità di resistere alla paura o passiva accettazione di un destino annunciato? L’esplosione alla fermata della metropolitana di Maelbeek è avvenuta da pochi minuti, una moto della polizia si è appena messa di traverso di fronte all’ingresso della Commissione europea per cercare di bloccare il fiume d’auto che all’ora di punta intasa Rue de la Loi, arriva la prima ambulanza, poi un furgone dei vigili del fuoco e due auto della polizia, la folla si ferma e scruta i telefoni.

Nessuno qui sopra ha sentito il rumore di cosa è accaduto lì sotto, nessuno ha idea delle grida, dei corpi dilaniati, dei feriti. Ma sugli schermi degli smartphone la notizia fa presto ad arrivare: c’è chi indica l’ingresso della stazione, chi accelera il passo, chi si mette a mandare messaggi rassicuranti, ma nessuno pensa di correre, nessuno grida e i funzionari europei entrano regolarmente nei loro palazzi.

Mezz’ora dopo non ci sarà più nessuno per strada, completamente svuotate le arterie principali della capitale europea, solo militari in assetto da guerra, uomini delle forze speciali con il volto coperto, artificieri e ambulanze. Nel silenzio del traffico, nell’assenza dei clacson e delle voci si sentono solo le sirene. Centinaia di sirene a scandire l’angoscia, a convincere chi non lo aveva ancora fatto ad abbassare la saracinesca, a chiudere bar, ristoranti e negozi.

Bruxelles sotto attacco, silenzio e sirene nelle strade deserte

Nessuna scena di panico. Eppure i feriti sono sdraiati sul marciapiede e la hall dell’hotel Thon si sta riempiendo di corpi martoriati. Nel palazzo della Commissione, a 400 metri di distanza dall’esplosione che ha fatto almeno 20 morti, le riunioni continuano regolari, tutti scrutano il telefono e si alzano per guardare dalla finestra ma senza reazioni visibili.

Poi i Palazzi vengono sigillati e gli incontri sospesi, chi è dentro non può più uscire, chi è fuori è pregato di allontanarsi velocemente. Il cordone dei militari si allarga sempre di più, la zona di sicurezza si gonfia e non si capisce se serve a proteggere chi è ancora dentro o ad evitare pericoli a chi è rimasto fuori.

Nessuno parla per strada, anche perché la rete telefonica dei cellulari è saltata, persone mute mandano messaggi e stanno immerse nei piccoli schermi cercando risposte. Poi le sirene si diradano: non ci sono più feriti da trasportare, sono stati usati anche i pullman per sfollare chi è in stato di shock, restano solo le pale degli elicotteri.

“Sapevamo tutti che doveva arrivare: doveva succedere, è successo”, è l’unica risposta che raccolgo da chi si allontana camminando a testa bassa.

LIVETWEETING Calabresi, Bonini, Ginori, Berizzi

Sono 15 anni che, quasi senza accorgercene, facciamo i conti con il terrorismo islamico. È il mondo dopo l’11 settembre: ci siamo abituati a controlli di ogni genere, ad avere la pazienza di togliere scarpe, cinture, di consegnare accendini e liquidi chiusi in piccole buste, di fare la fila e mostrare i documenti. Hanno già colpito tutto quello che costruisce le nostre esistenze: i treni a Madrid, gli autobus e le metropolitane a Londra, le sinagoghe, le scuole, i supermercati kosher, i teatri, gli stadi, i ristoranti e un giornale satirico a Parigi, musei, spiagge, resort e aerei di turisti dall’altra parte del Mediterraneo dove sognavamo il mare d’inverno. Siamo ormai anche stanchi di cercare simbolismi nella scelta degli obiettivi, di ripeterci che il marchio di fabbrica è l’attacco multiplo, abbiamo scoperto che in Europa colpiscono ragazzi cresciuti in casa nostra, che trovano nella violenza e nel terrore un senso alle loro esistenze perdute. La domanda che mi pone amaro un francese che lavora in una compagnia americana è semplice: “Perché i servizi di sicurezza non sono riusciti a fermarli? Quattro mesi di paure e quattro mesi di speranze, paura che attaccassero, speranza che li trovassero. Invece hanno fatto come hanno voluto, hanno colpito la zona delle partenze all’aeroporto e la fermata della metropolitana della Commissione europea”.

La gente cerca di tornare a casa, vuole andare a prendere i bambini a scuola. Ai genitori al telefono dicono di stare tranquilli che i loro figli sono al sicuro nelle classi, ma se ti presenti al portone ti consegnano subito il bambino, sperando di chiudere presto.

Ci sono gli ostinati della normalità: al bordo della zona chiusa dai cordoni di polizia, nel Parco del Cinquantenario intorno al centro islamico dove poco prima dell’una è in corso la preghiera e si diffonde la litania del muezzin, in molti fanno footing con le cuffiette nelle orecchie. Mi sembra il loro modo di correre via, di scappare dall’angoscia, dal terrore. Di ripetere anche oggi un’abitudine quotidiana per sopravvivere, per convincersi che nulla è cambiato.

Lunedì sera nel viaggio dall’aeroporto avevo chiesto al tassista che clima ci fosse in città, se l’arresto di Salah avesse fatto tirare un sospiro di sollievo o aumentato la paura. Mi aveva risposto in modo laconico e asciutto: “Accadrà anche qui, ma con le stesse possibilità che accada di nuovo a Londra o Parigi. Dobbiamo abituarci a vivere così. Il problema però non è il terrorismo che colpirà pochi sfortunati, ma la crisi economica che ci piega tutti da anni e che sta scivolando in secondo piano”.

Il mondo fuori è sconvolto, si informa, manda messaggi di cordoglio, si infervora, commenta e ragiona sul fatto che i terroristi hanno colpito il cuore dell’Europa, la capitale. Qui non riesco a trovare questa convinzione, nonostante la rivendicazione dell’Is, nonostante i luoghi scelti non siano casuali.

Si pensa che questa sia una nuova tappa di una via crucis che percorre il continente, sia l’emergere di un cancro che abbiamo lasciato crescere dentro i nostri paesi.

Raggiungo un diplomatico di carriera che ha visto conflitti di ogni genere e lui allarga le braccia: “La pentola era in ebollizione da tempo, sentivamo il coperchio ballare, era tutto chiaro e presente ma speravamo che si riuscisse a fermarli in tempo. Ma quando ci siamo resi conto che Salah era rifugiato a poche centinaia di metri dalla casa dei suoi genitori abbiamo capito che aveva acqua in cui nuotare, una rete di protezioni e complicità”.

Tutti i nascondigli del terrorista fuggito da Parigi sono in uno spicchio di città che è stato ribattezzato il croissant pauvre, la mezzaluna della povertà che ha la forma di un croissant e taglia il centro di Bruxelles e in cui la disoccupazione giovanile raggiunge il 60 per cento. Gli occhi erano tutti puntati su questa terra perduta.

“Viviamo dentro l’attentato da quattro mesi, ogni giorno – mi racconta Christophe Berti, direttore del quotidiano Le Soir – ci chiedevamo: “Oggi Salah uscirà dal suo rifugio per colpirci?”. Lo sapevamo, eravamo preparati. Per tre giorni a novembre l’allarme è stato massimo, scuole chiuse, teatri e cinema spenti, metropolitana ferma, ma poi la gente ha cominciato a dire che non potevamo vivere così, che si deve respirare, andare avanti. E ci siamo messi a vivere in modo inconsapevole, sapevamo ma fingevamo che tutto fosse normale. Gli attentati non sono il punto di arrivo di un incubo, non sono la fine di una storia ma l’inizio. L’inizio di un mondo in cui dobbiamo vivere facendo attenzione a tutto e sospettando di tutti”.

Bruxelles sotto attacco: il videoracconto

Oggi le scuole saranno aperte, dopo gli attentati di Parigi le avevano chiuse. Sembra un controsenso e di nuovo ci porta alla domanda iniziale: coraggio o rassegnazione? Si vuole rispondere al terrore con un messaggio forte di normalità o la barca è alla deriva e nessuno sa più dove andare?

Dopo gli attentati di novembre in Francia il governo aveva deciso 34 misure eccezionali per combattere il terrorismo, solo 13 sono in vigore, le altre 21 sono in attesa. Ora senza discussioni, ma automaticamente, si attende che aumentino intercettazioni, metodi speciali, arresto per chi torna dalla Siria, braccialetto elettronico per chi è ritenuto una minaccia, l’isolamento dei detenuti pericolosi e lo smantellamento dei luoghi di culto dove si predica la jihad.

Nella piazza della Borsa si tenta timidamente di ripetere la mobilitazione dei parigini, fiori e lumini per fermarsi a pensare, pregare, per non sentirsi soli. Qualcuno porta dei gessetti colorati e molti cominciano a scrivere frasi di pace sull’asfalto. Ma sono soprattutto turisti, le scritte sono in spagnolo, in greco, in inglese. Ci sono mazzi di tulipani e chi offre “abbracci gratis”, ma alle nove di sera sono di più i giornalisti, i fotografi e le telecamere rispetto ai belgi. Non è scattata l’onda emotiva e non ci sono “Je suis…” a farci sentire tutti bruxellesi. Forse nell’Europa dei populismi, dei no euro, della guerra alle burocrazie comunitarie non scatta l’identificazione con una capitale poco amata.Le grida disperate di una bambina in fuga nel tunnel della metropolitana, che le televisioni ripropongono fino a tarda notte, dovrebbero spingerci a rispondere al dilemma: dobbiamo trovare il coraggio di affrontare la minaccia, non rassegnarci a sperare che anche la prossima volta non tocchi a noi. Dobbiamo ricordarci cosa significhi essere cittadini, persone responsabili che non perdono la testa, non perdono la dignità ma non abbassano gli occhi per non vedere cosa succede 300 metri più in là.

larepubblica / Attacco Bruxelles, viaggio nella città tra coraggio e rassegnazione di MARIO CALABRESI

L’economia e il pericolo attentati STEFANO LEPRI *

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STEFANO LEPRI
STEFANO LEPRI  –  Nel 2001, dopo il crollo delle Torri gemelle, a chi doveva viaggiare per lavoro capitò di traversare l’Atlantico su aeroplani quasi vuoti. In tutto il traffico aereo calò del 15 per cento, negli Stati Uniti si persero oltre un milione di posti di lavoro, tutti i Paesi avanzati conobbero almeno un paio di mesi di recessione. Poi il recupero fu rapido, grazie anche alla tempestiva reazione dei governi.

Nei primi giorni dopo quegli attentati, i più sanguinosi della storia recente, parecchi avevano espresso il timore che la globalizzazione, allora galoppante, si fermasse. Non fu così, e anzi a posteriori possiamo vedere che l’andamento dell’economia fu influenzato più da altri fattori: negli Stati Uniti soprattutto i postumi della precedente ubriacatura per le nuove tecnologie.

A Parigi dopo gli attentati del 13 novembre sul momento i danni erano apparsi pesanti: prenotazioni in albergo e vendite nei grandi magazzini si erano quasi dimezzati. Ma poi, a conti fatti, il traffico negli aeroporti risulta diminuito solo del 6% durante le due settimane successive; la Banca di Francia ha stimato una minor crescita di appena un decimo di punto nel quarto trimestre.

Insomma è possibile sostenere che gli effetti del terrorismo sull’economia sono minori di quanto l’orrore della notizia e le prime reazioni facciano presumere. Una spiegazione hanno tentato di offrirla anni fa due economisti, il premio Nobel Gary Becker (scomparso nel 2014, uno dei capi della scuola neoliberista) e Yona Rubinstein.

Analizzando il periodo di attentati in Israele noto come seconda Intifada, cominciato nel 2000, che in 5 anni causò la morte di circa 900 civili israeliani soprattutto in attentati sugli autobus o per strada, i due concludono che a spaventarsi davvero, cambiando comportamento, sono gli «occasionali», ossia coloro che non hanno forti motivazioni per fare qualcosa, e i meno informati.

Invece chi esercita costantemente una attività, viaggia per necessità di lavoro, ha esperienza dei luoghi e delle persone con cui entra in contatto, cambia poco le proprie mosse: stringe i denti e sopporta i rischi. Quanto agli svaghi, Becker e Rubinstein hanno riscontrato che le famiglie tendevano a restare più in casa, i «single» uscivano la sera allo stesso modo di prima.

E’ su una linea simile, in fondo, la reazione delle Borse ieri. A Milano, hanno accusato il colpo i titoli del lusso, legati ai consumi voluttuari, oppure quelli del consumo occasionale di massa. Il grosso dei titoli industriali, soprattutto quelli della produzione di beni durevoli o legati ai consumi duraturi, ha resistito bene.

Potrà capitare di viaggiare di meno per vacanza, o di effettuare acquisti spensierati. La cosa non è affatto irrilevante in un Paese come il nostro, dove il «made in Italy» ha una importante componente di lusso, e il turismo ha un grande ruolo. E’ improbabile al contrario che la gente rimandi l’acquisto di una casa, di una automobile, di un computer.

Oltre è difficile andare, nelle previsioni. Più serio è il discorso sull’accumulo di eventi che possono contribuire a frenare gli scambi e a peggiorare le attese; c’è sempre un filo di paglia in più che spezza la schiena al cammello. Se controlli severi negli aeroporti si sommeranno alla temporanea chiusura dei confini già in atto, i danni potrebbero a poco a poco diventare gravi.

Il rischio maggiore lo avevamo già davanti, la fine dell’area Schengen, dato il numero enorme di pendolari a cavallo delle frontiere, e la quantità di lavorazioni distribuite tra diversi Paesi con arrivo dei pezzi in tempi stretti. Al contempo, tuttavia, un impulso positivo lo potrebbero fornire le maggiori spese per la sicurezza e per la sistemazione dei migranti.

*lastampa/ L’economia e il pericolo attentati STEFANO LEPRI *

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Non facciamoci fermare dal mostro della paura M. GRAMELLINI *

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MASSIMO GRAMELLINI

GRAMELLINI – Se la paura è un mostro che si nutre di buio, la scena del Martedì di Passione che ci resterà impressa nella mente l’ha ripresa un telefonino nelle viscere della metropolitana di Bruxelles. Il treno si è appena fermato in mezzo al tunnel e i passeggeri scendono dai vagoni per incamminarsi lungo le rotaie, verso la stazione più vicina. Nei loro gesti non si respira il panico dell’aeroporto, dove tutti correvano a perdifiato trascinandosi appresso i carrelli. Forse qui sotto non hanno ancora la percezione esatta di cosa è successo. Qui il buio e il silenzio avvolgono ogni azione e ogni emozione. A sporcarli affiorano il bagliore tenue delle luci di emergenza e il pianto isolato di un bambino. Ma gli adulti non piangono e non urlano. Neppure parlano. Si limitano a camminare silenziosi in fila per due, ascoltando il rumore dei propri passi senza rallentare né correre, come durante una processione.

A un certo punto la camera del telefonino inquadra un uomo con un corpetto blu solcato da un’enorme scritta Nike.

Cammina da solo in mezzo alle rotaie e tiene in mano un mazzo di fiori bianchi e rossi. Sembra quasi sollevarli con cura, affinché la polvere che sale dal basso non deturpi troppo la loro innocenza. Chissà a cos’erano destinati: se a battezzare una laurea, il vincitore di una gara sportiva o un appuntamento galante di prima mattina. La scena ha un effetto surreale che trascende nel magico: dopo tanto buio, in fondo al tunnel si comincia a intravedere una luce.

Anche noi vorremmo vedere la luce, sperando non sia quella di un treno in corsa che procede contromano. Dopo la mattanza dei vignettisti di Charlie Hebdo eravamo sconvolti, ma immaginavamo ancora che il terrore colpisse obiettivi mirati. Dopo il Bataclan abbiamo capito che non era così, ma continuavamo a sperare che si trattasse di un attentato sporadico, non di un atto bellico a cui ne sarebbero seguiti molti altri. Finché è arrivata la battaglia di Bruxelles a ricordarci che qualcuno ci ha dichiarato guerra e che qualunque muro eretto tra noi e il nemico è ridicolo perché il nemico è già penetrato nella fortezza Europa. Ci è nato, ha frequentato le sue scuole, usufruito dei suoi servizi, imparato le sue lingue e quanto basta dei suoi costumi per coglierne gli aspetti più vulnerabili. I disperati che scappano dalla guerra e i fanatici che ce la portano in casa sono due problemi enormi, ma molto diversi tra loro, che non verranno mai risolti se affrontati allo stesso modo.

La paura non dà mai risposte. Fa solo domande. La più stringente se la stanno ponendo le persone che avevano prenotato un viaggio all’estero per i giorni di Pasqua. Rinunciare, a costo di rimetterci dei soldi? O sfidare il destino, accettando il rischio di salire su un aereo, ma ormai anche su una metropolitana? E qual è il limite da dare all’espressione «viaggio all’estero», quando il terrore invade la capitale stessa dell’Europa?

L’essere umano opta tendenzialmente per la soluzione che risuona meno pericolosa al suo carattere. Il fatto è che questa soluzione si sta rattrappendo di mese in mese, come il numero di Paesi sulla cartina geografica in cui sia ancora possibile immaginare di trascorrere una vacanza senza infilare troppa angoscia in valigia. E’ il ricatto del terrorismo, lo sappiamo, ma conosce un limite nel nostro desiderio naturale di muoverci, accettando rischi calcolati. I treni e gli aeroporti torneranno a popolarsi, perché nessuno è disposto a rinunciare al piacere di percorrere in libertà almeno la porzione di terra che gli è toccata in sorte. Quell’Europa che, paradossalmente, la tragedia spagnola del pullman dell’Erasmus e gli attentati di Bruxelles ci stanno facendo sentire finalmente nostra.

Restringendo la visuale all’Italia, bisogna riconoscere che la sua prolungata impermeabilità ai sicari del Califfo non è frutto del caso o di un accordo segreto con la mafia, come giurano i dietrologi che tutto sanno, ma dello straordinario lavoro di una tra le Intelligence migliori del mondo. Si dice che l’esercizio sviluppa l’organo e i servizi italiani si sono addestrati attraverso mezzo secolo di lotta al terrorismo politico e alla criminalità organizzata, fino a raggiungere livelli di efficienza e di prestigio che le frange di agenti «deviati» non sono riusciti a macchiare. Forse un giorno verremo a sapere quante Bruxelles sono state risparmiate agli italiani in questi anni, grazie ai controlli e alle intercettazioni che qualche anima candida vorrebbe abolire.

La paura è un sentimento reazionario che spinge verso scelte reazionarie. Storicamente trascina i popoli alla dittatura, nell’illusione che sospendere le garanzie democratiche possa proteggere meglio dal terrore. In realtà il populismo porta all’isolamento e l’isolamento non fa che aumentare il pericolo. Ma se avere paura è un diritto, e in certa misura un dovere, anche non perdere la testa lo è. Si brancola al buio come nel tunnel di Bruxelles, eppure si comincia a intravedere una luce. L’interruttore lo hanno in mano i leader europei. Cercheranno l’applauso facile delle opinioni pubbliche, sollevando ponti levatoi nel cuore dell’Europa, oppure useranno l’emergenza per accelerare il processo di integrazione tra le polizie continentali? Forse il terrorismo, come la paura, non si combatte alzando muri, ma gettando reti.

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*lastampa / Non facciamoci fermare dal mostro della paura MASSIMO GRAMELLINI

Attacco jihadista. Una nuova coalizione per sconfiggere terrore

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Attacco jihadista

Bruxelles sanguina e l’Europa è sotto assedio. La capitale del Belgio è stata teatro di un attacco jihadista assai simile a quello che il 13 novembre ha investito la capitale della Francia. Un commando ben addestrato di seguaci del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico, ha applicato con minuzia di particolari un piano studiato – nei tempi e nei luoghi – per colpire in maniera da causare il più alto numero possibile di vittime civili innescando il caos con l’intento di dimostrare l’incapacità delle forze di sicurezza di difendere il territorio. Umiliando la sovranità del Belgio sede delle istituzioni europee. Il risultato è stato precipitare nel panico, anche se solo per poche ore, una grande città europea.

Ieri Bruxelles come era avvenuto a Parigi. È una tattica di guerriglia che nasce dall’addestramento dei jihadisti nei campi del Califfato in territori già appartenuti a Siria e Iraq, evidenzia la creazione a Raqqa di una sorta di «ministero delle operazioni all’estero» capace di impartire ordini e seguire operazioni a distanza, e lascia intendere che è già in fase avanzata una campagna di attacchi contro le città europee.

Lo Stato Islamico è un avversario sanguinario e duttile perché capace di adattare il metodo di combattimento ai diversi territori di scontro: nel deserto si affida a gruppi esigui di combattenti per controllare risorse e vie di comunicazione sfuggendo ai raid avversari mentre in Occidente colpisce le metropoli con gruppi d’assalto capaci di usare più tipi di armamenti perché è qui che abbondano gli obiettivi da colpire, i civili. La campagna jihadista contro le nostre città ha tre obiettivi. Primo: esaltare i seguaci al fine di moltiplicare le reclute in Europa ovvero rafforzare le cellule terroriste all’interno di una comunità musulmana europea che in gran parte non è contagiata dall’ideologia totalitaria del Califfo. Secondo: testimoniare in Medio Oriente e Nordafrica che è Isis la più potente organizzazione jihadista al fine di convincere rivali ed avversari, all’interno della galassia fondamentalista, alla sottomissione, riuscendo così ad imporsi su organizzazioni come Al Qaeda e movimenti come i Fratelli Musulmani. Terzo: terrorizzare gli europei, governi e cittadini, per precipitarli in una sensazione di impotenza e debolezza capace di schiudere ai jihadisti lo scenario che più desiderano ovvero il saccheggio, economico e umano, del Vecchio Continente.

Se Osama bin Laden l’11 settembre 2001 attaccò l’America per obbligare l’Occidente ad abbandonare le terre dell’Islam, Abu Bakr al-Baghdadi persegue il disegno apocalittico di un Califfato jihadista destinato ad assoggettare l’Europa – Roma inclusa – per riscattare la caduta di Costantinopoli. Documenti, video e testimonianze di Isis offrono un tesoro di informazioni – quasi sempre accessibile online – che ci consente di conoscere la sconvolgente limpidezza del progetto del Califfato del terrore. Tale chiarezza di intenti stride con la confusione che regna sul fronte delle democrazie aggredite. Europa e Stati Uniti combattono in Siria e Iraq, da quasi due anni, una guerra disordinata e svogliata contro Isis, in Nordafrica hanno lasciato l’iniziativa ai jihadisti dalla Libia al Mali, e sul fronte interno sono divisi da politiche di sicurezza che nel migliore dei casi non sono coordinate, e nel peggiore sono in contrasto. Ciò consente ai jihadisti di avere più strumenti ed occasioni per colpire in un campo di battaglia senza confini. Ecco perché le democrazie hanno bisogno di una nuova coalizione per fronteggiare e combattere il primo avversario totalitario del XXI secolo. I precedenti del Novecento ci suggeriscono la strada da seguire: bisogna trovare un’intesa sulla definizione del nemico, conoscerlo a fondo e quindi dotarsi di una dottrina di sicurezza capace di sconfiggerlo. Battersi contro il Califfo con l’arsenale di idee, strategie ed armamenti del secolo scorso ci condannerebbe a subire altre stragi. Al momento il fronte delle democrazie sembra privo di leader capaci di confrontarsi con tale sfida ma la Storia ci insegna che sono spesso le crisi, le guerre, a forgiare chi guiderà le nuove generazioni.

*lastampa / Attacco jihadista / Una nuova coalizione per sconfiggere il terrore MAURIZIO MOLINARI

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Euro 2016, Conte vede Montolivo e non Jorginho

Tutto sulla Nazionale

La Gazzetta dello Sport scrive sulle possibilità di andare all’Europeo da parte di Jorginho: “Là in mezzo, davanti alla difesa, serve assolutamente un altro giocatore con piedi educati e mente veloce da affiancare agli «intoccabili» Marco Verratti, Claudio Marchisio e Marco Parolo. E le ultime convocazioni hanno appunto ridotto il casting al milanista, al regista del Paris Saint Germain e al faro della banda Sarri. Un passo avanti rispetto alla concorrenza c’è Montolivo, che non a caso è già stato riportato in gruppo lo scorso autunno per le ultime due gare di qualificazione europee e per l’amichevole di Bologna pareggiata 2-2 contro la Romania. Il 31enne ragazzo milanese, di scuola Atalanta, mette sul piatto della bilancia 61 presenze azzurre e una certa duttilità tattica, avendo già dimostrato di poter interpretare ad alti livelli un po’ tutti i ruoli nel cuore del campo. Jorginho ha dalla sua l’età. Classe 1991, il regista del Napoli sta vivendo una stagione positiva dopo la difficile esperienza sotto la gestione Benitez. Rispetto a Montolivo e Thiago Motta ha però minori margini dal punto di vista tattico. Di fatto, Jorginho rende al massimo solo al centro di una linea a tre, e non a caso nel 4-2-3-1 di Benitez incontrò parecchie difficoltà. Un ostacolo non di poco conto nella corsa a Euro 2016, visto che Conte in Francia si affiderà soprattutto al 3-4-3 e al 4-2-4”

Juve Stabia- Benevento, la presentazione del match 

Juve Stabia- Benevento, la presentazione del match

Sfida ad alto coefficiente di spettacolo quello che andrà in scena questo pomeriggio allo stadio Romeo Menti di Castellammare. Alle ore 15, nell’impianto stabiese, ci sarà il sentitissimo derby tra la Juve Stabia e il Benevento. Il match d’andata al Vigorito terminò 1-1 per effetto dei gol di Gomez e l’autorete di Migliorini. Gli stregoni sono la capolista del girone C di Lega Pro e stanno attraversando un buon periodo di forma dopo le due vittorie consecutive nei due derby contro Casertana e Paganese. Auteri e Di Somma hanno allestito una squadra molto competitiva e, dopo un periodo di appannamento iniziale, il tecnico ex Nocerina ha trovato la quadratura giusta facendo giocare bene e vincere i sanniti. Gli ospiti vorranno vincere sia per allungare sul Lecce secondo in classifica, sia per dare una gioia ai tifosi che non potranno assistere al match. Pochi dubbi di formazione per Auteri, che potrà al massimo varare qualche sostituzione per fare turnover. Non saranno del match, tra i sanniti, gli attaccanti Raimondi e Campagnacci. Ciò nonostante la rosa a disposizione è di primissima qualità con giocatori esperti come Gori, Lucioni, Pezzi, De Falco, Del Pinto, Marotta, Cissè e Mazzeo. La Juve Stabia, invece, ha bisogno di punti per raggiungere la salvezza ed è reduce dal doppio pareggio con Catania e Matera. Zavettieri dovrà fare i conti con alcune situazioni spiacevoli come la squalifica di Gomez e gli acciacchi di Del Sante, Favasuli e Nicastro. Dubbi di modulo e di uomini per il tecnico calabrese, che solo poco prima del match scioglierà ogni dubbio.

Ecco le probabili formazioni:

JUVE STABIA (4-4-2): Russo, Romeo, Polak, Carillo, Contessa, Cancellotti, Obodo, Maiorano, Lisi, Nicastro, Diop.

BENEVENTO (3-4-3): Gori, Mattera, Pezzi, Lucioni, Melara, De Falco, Del Pinto, Lopez, Ciciretti, Cissè, Marotta.

Inizia a muoversi il mercato del Napoli: i nomi caldi

Ecco il dettaglio

Il Napoli inizia a muoversi sul mercato, non ancora ufficialmente ma comunque le prime mosse inizia a farle. Confermato l’asse con l’Atalanta: dopo Grassi, potrebbe arrivare anche il centrocampista olandese Marten De Roon. La Repubblica parla poi di due altri nomi caldi: il primo è quello di Martin Caceres, difensore tuttofare della Juventus in scadenza di contratto, il secondo è quello dell’argentino Ramiro Funes Mori attualmente in forza all’Everton in Premier League. Funes Mori è un centrale difensivo classe 1991 cresciuto nel River Plate: mancino, forte fisicamente, dotato di buona resistenza.

Auriemma: “Man Utd e Bayern pronti a prendere Koulibaly”

Il suo pensiero

Raffaele Auriemma parla del futuro di Kalidou Koulibaly su Tuttosport: “Ieri è arrivato a Castelvolturno il manager Satin, che a breve dovrebbe incontrare Giuntoli per discutere l’adeguamento del contratto, ma anche per prospettare la sua cessione. Manchester United e Bayern sarebbero pronti ad acquistarlo, ma il Napoli ha fissato il prezzo: 40 milioni”

Napoli, c’è Maksimovic per la Champions

I dettagli…

Tuttosport scrive sul mercato del Napoli: “Grandi manovre anche per il reparto arretrato, soprattutto nella zona centrale. L’assalto a Maksimovic verrà rinnovato ad aprile, nella speranza di trovare più disponibilità da parte del presidente Cairo nell’accettare la somma di 18 milioni più bonus. Intanto, si lavora per prendere dal River il cartellino di Mammana, acerbo, ma di grande prospettiva. Rojo (Manchester United) e Nacho (Real Madrid) sono sempre nel mirino. Per il lato destro si guarda con interesse a Meunier del Bruges”.

“Per giugno nulla è impossibile”, si riapre la pista-Klaassen

Napoli pronto all’assalto

Ricomincia la caccia del Napoli ad un centrocampista di qualità ed il primo nome è quello dell’olandese dell’Ajax Davy Klaassen. Il direttore sportivo della squadra di Amsterdam, Marc Overmars, qualche mese fa dichiarò “Il Napoli vuole Klaassen. Seriamente. E se per il momento il giocatore non si muoverà, per giugno nulla è impossibile”. In effetti è così, secondo il Corriere dello Sport: “Il club per la verità ha cominciato a muoversi già prima di gennaio: fosse stato possibile, Klaassen sarebbe già arrivato un paio di mesi fa. E’ nel mirino del Napoli sin dall’epoca di Benitez: gol, assist e una complessiva qualità di calcio e idee sono elementi base del suo campionario. A completare un quadro già interessante, poi, c’è la polivalenza tattica”. 

De Laurentiis lavora d’anticipo per il mercato Champions

La Gazzetta dello Sport scrive sul futuro mercato del Napoli:

“Vincere di rincorsa può rappresentare una spinta per cercare la rimonta, sulla Juve. Certo, giocare dopo i bianconeri non aiuta psicologicamente ma ormai il Napoli ci ha fatto l’abitudine (accadrà anche dopo la sosta). Piuttosto, aiuta molto agire di anticipo sul mercato ed il club di De Laurentiis pare lo stia facendo. Ieri De Roon, centrocampista dell’Atalanta, ha confermato che il Napoli ha una «opzione morale» qualora in estate lasciasse Bergamo. Per la Champions serviranno un paio di rinforzi in mediana e lui sarebbe lusingato di vestire la maglia azzurra. In anticipo rispetto alla scadenza del contratto (2019) si sta parlando anche del rinnovo di Koulibaly”