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Sindaca Raggi, stop ai bivacchi sulle fontane: multe di 240 euro

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La sindaca Virginia Raggi dice stop ai bivacchi nelle fontane storiche.

Un’ordinanza, infatti, vieterà di consumare cibo, bagnarsi, arrampicarsi o sedersi sui marmi di circa quaranta fontane di Roma. L’obiettivo – secondo la Raggi – è quello di “impedire che si verifichino episodi contrari alle regole di decoro urbano e garantire adeguata tutela del patrimonio storico, artistico e archeologico di Roma Capitale”.

LA PENA PER I TRASGRESSORI

Per i trasgressori è prevista una sanzione amministrativa pecuniaria da 40 a 240 euro. Il provvedimento – valido fino al 31 ottobre 2017 – vieta di bivaccare, consumare cibo e qualsiasi tipo di atteggiamento non compatibile con la naturale destinazione del bene pubblico, soprattutto impedisce che le fontane diventino delle improvvisate piscine pubbliche. Sarà vietato lanciare oggetti nelle fontane, a eccezione delle tradizionali monetine.

LE FONTANE INTERESSATE

Tra le fontane di Roma che rientrano nell’ordinanza ci sono: la Fontana di Trevi, le Fontane dei Leoni, del Nettuno e della Dea Roma, la Fontana della Barcaccia in Piazza di Spagna, le Fontane dei Quattro Fiumi, del Moro e del Nettuno in Piazza Navona, la Fontana dei Catecumeni, la Fontana dell’Acqua Paola a Piazza Trilussa, la Fontana di piazza Santa Maria in Trastevere, la Fontana del Tritone a Piazza Barberini, la Fontana della Navicella, la Fontana dei Due Mari a Piazza Venezia, la Fontana in piazza dell’Aracoeli, la Fontana delle Naiadi a Piazza della Repubblica, la Fontana di piazza di Campo dé Fiori, Fontana della Dea Roma in piazza del Campidoglio e la Fontana Mostra dell’Acqua Paola in via Garibaldi.

 

 

 

Corbo: “Il contratto di Sarri resta un rebus!”

Antonio Corbo per La Repubblica

Dalla notte di Cardiff si attenua la ventata di euforia. I campioni d’Italia apparvero confusi e battibili. È passata una settimana ed il cambia di nuovo la scena: il Napoli tratta, la Juve compra. Per i tifosi che sollecitano il primo scudetto dell’era De Laurentiis sono giorni di ansia: se non è questo l’anno giusto, quando?
Schick, 19enne ceco di Praga, è un attaccante di buona tecnica. Sa giocare di sponda: ideale per il gioco di Sarri, si sente dire da tempo, piace al Napoli che promette di lasciarlo per un anno alla Samp, sembra un affare possibile. Sembra. Perché da sabato Schick è della Juve. Non solo. Il miglior sostituto di Reina è considerato Szczesny, polacco di Varsavia, 27 anni, otto meno di Reina. La Roma non lo trattiene, basta parlare con l’Arsenal, facile quindi? Macché, Szczesny va alla Juve, che liquida Neto come riserva di Buffon. Si immagina l’entusiasmo dei tifosi quando scoprono il disoccupato juventino potrebbe passare al Napoli, dove il futuro di Reina è in bilico tra gossip e illazioni. Si può capire che succede al Napoli? Possibile che De Laurentiis non compri nessuno, come nel secondo anno di Benitez? Anche nell’estate 2014 il Napoli doveva superare i preliminari per entrare in Champions. Rimase fuori, escluso dall’Athletic Bilbao. Con trollando le voci di dentro, si mettono insieme 4 punti fermi.
1) Il Napoli non rincorre più Schick perché crede in Mertens, ma punta anche sul recupero di Milik. Da Pavoletti e Zapata aspetta un po’ di soldi. Hanno mercato. Sarri dà parere favorevole per lo spagnolo Berenguer dell’Osasuna e il franco-algerino Ounas, mancino del Bordeaux. Non vuole altri doppioni: compra, ha detto a Giuntoli, solo se trovi giocatori migliori dei nostri.
2) Il Napoli ha trascurato Szczesny perché cerca un portiere che sappia raccogliere con i piedi 30-35 retropassaggi. La verità è un po’ diversa. Il Napoli non sa come finirà tra De Laurentiis e Reina. Sarri non si espone più di tanto: garantisce il posto a Reina fino al 2018, quando scade sia il suo contratto che quello del portiere. Ha anche detto che giocherà il portiere del Napoli più forte. Tradotto nella realtà: se arriva Leno del Bayer Leverkusen, non ha rivali. Se gli prendono Neto, va in panchina.
3) Tramonta Conti dell’Atalanta: perché è più forte in fase offensiva, ma in difesa è più debole di Hysaj. Via libera al Milan, quindi.
4) Il Napoli osserva la Juve. E (m.c.) trae una conclusione: pur comprando, non ha risolto i suoi problemi. L’attacco non supera i livelli di Dybala e Higuain con Schick, la difesa con Rugani e Caldara sarà più elegante ma meno perentoria, affaticati sembrano Barzagli, Bonucci e Chiellini.
Su ottimismo e strategie, si allunga qualche ombra. I rapporti tra società e Sarri non sono cambiati. Né premio extra, né contratto rimodellato. Il 30 aprile 2018 vi sarà quindi la resa dei conti: il Napoli può rinunciare a Sarri pagando un milione di buonuscita, Sarri invece può andar via lasciando 8 milioni di penale. Augurabile la terza ipotesi: ottimi risultati e Sarri che tratta la conferma alle sue condizioni. Ora guadagna 1,4 milioni, Spalletti 4, Allegri più di 7. Nella stagione più ambiziosa è un elemento di disturbo per allenatore e società quel contratto che scade proprio nei giorni della volata scudetto. De Laurentiis e Sarri come fanno a non parlarne?
Per il Napoli come per altri club è allarmante il rinvio dell’asta per i diritti tv. La Lega di A rifiuta l’unica offerta di Sky sperando di incassare il doppio. Rischiano di ridursi i fatturati. Non trema chi ha stadio di proprietà e grande marketing. Ecco due punti a favore della Juve sul Napoli.

A Santa Severa arriva Penelope: la tartaruga caretta caretta prima curata e poi liberata (VIDEO)

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Il video della liberazione della tartaruga Penelope, sotto lo sguardo emozionato di molti ambientalisti e sostenitori accorsi alla Riserva Naturale di Macchiatonda

Roma – L’hanno chiamata Penelope, la tartaruga marina della specie caretta caretta, trovata al largo del Golfo di Gaeta dalla Capitaneria di porto, il 14 maggio scorso.

Aveva qualche problema di galleggiamento e non mangiava”, ci spiega il dott. Luca Marino che ha seguito l’avventura di Penelope dal soccorso fino al giorno della “liberazione” avvenuta il 9 giugno nella Riserva Naturale di Macchiatonda, nelle splendide acque di Santa Severa (RM).

VIDEO: Liberazione di Penelope a Macchiatonda

Penelope aveva ingerito dei pezzi di plastica e non riusciva più a mangiare. Fortunatamente è stata soccorsa in tempo, è stata portata dai guardiaparco a Torvaianica, al centro di Primo Soccorso presso Zoomarine, dove ha ricevuto le prime cure e tutta l’assistenza necessaria finché non è guarita ed è stata in grado di riprendere il suo “cammino” da sola.

La testuggine, che è la specie di tartaruga marina più comune del mar Mediterraneo ma che nelle acque territoriali italiane è al limite dell’estinzione, dopo circa un mese, è stata rimessa in libertà sotto gli occhi emozionati di moltissime persone, accorse per immortalare con scatti e filmati la sua liberazione e per accompagnare il suo “ritorno” in mare con un applauso.

Il punto di ri-partenza scelto per Penelope è stata la Riserva Naturale di Macchiatonda, un’area protetta da dove la tartaruga ha potuto riprendere il suo cammino senza più imbattersi nell’inciviltà degli uomini che minano la sua esistenza e l’intera specie.

Maria D’Auriacopyright-vivicentro

Ghoulam-Napoli, brusca frenata per il rinnovo

Ghoulam-Napoli, brusca frenata per il rinnovo

Secondo Il Corriere dello Sport, ora che la stagione agonistica è finita, con Algeria-Togo valida per le qualificazioni ai Mondiali, Faouzi Ghoulam, con il suo entourage, può concentrarsi sul rinnovo con il Napoli, che ha subito un prevedibile stop. Il Napoli vorrebbe tenere il fluidificante algerino, per non alterare un organico che ormai recita a memoria lo spartito tattico di Sarri. Nell’ultimo anno, sono stati già sette i contratti adeguati e quello di Ghoulam appare come l’ultima fatica, per il momento, a cui il club è sottoposto. Se il Napoli e l’esterno di sinistra non dovessero arrivare ad un’intesa è chiaro che prenderebbe una svolta anche il mercato, perché a quel punto Ghoulam (che va in scadenza nel giugno del 2018) verrebbe inevitabilmente ceduto. Ma c’è volontà di ritrovarsi.

Reina-De Laurentiis, è gelo!

Reina-De Laurentiis, è gelo!

Il portiere spagnolo del Napoli Pepe Reina ha quasi 35 anni ed inizierà la prossima stagione agonistica in scadenza di contratto, perchè nel giugno del 2018 sarà libero di andare altrove, a meno che non decida di anticipare la partenza di un anno già durante questa estate. La Gazzetta dello Sport fa sapere che tra il portiere spagnolo ed il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis il rapporto è decisamente freddo. Sono tre i nomi studiati dal Napoli per una eventuale sostituzione: Alessio Cragno del Cagliari, Neto della Juventus e Bernd Leno del Bayer Leverkusen.

 

M5S: una campagna elettorale da dimenticare

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A urne chiuse resta ben poco da ricordare della campagna elettorale 2017: cose come il candidato rom (a Lucca) che ha scritto a Facebook chiedendo un’icona grafica per i nomadi o le spose che si sono presentate al seggio in bianco.

Benvenuti alla fiera del nulla tra spose che votano in bianco e il rom che attacca Facebook

Poche certezze e un sollievo: il primo turno è passato

ROMA – Nella complicata analisi del post voto, abbiamo due certezze.

Prima: è andato molto bene il concerto di Iggy Pop a Bari.

Seconda: è andato anche meglio il concerto dei Guns N’ Roses a Imola. Ottantamila spettatori in Puglia, centomila in Emilia, e nemmeno un ferito schiacciato per psicosi da folla. Già un successo, parrebbe, visto che il segretario del partito democratico, Matteo Renzi, s’è sentito di complimentarsi vivamente coi sindaci delle due città, come se in Italia, dopo Torino, ogni raduno di piazza debba risolversi con ricoveri di massa. Eppure, dicono i più sottili analisti del renzismo, le due note avevano proprio lo scopo del rimprovero a Chiara Appendino e all’intero Movimento cinque stelle. Mah. Adesso forse ci sarà qualche ragione in più, e più concreta, di spassarsela alle spalle dei grillini, visti i risultati, per esempio, di Parma, Genova e Palermo. Eppure, se si vorranno trarre indicazioni politiche dalle amministrative di ieri, forse la più solida è che non è successo niente. Non era successo niente prima e non succederà niente oggi, e niente poteva succedere al termine di una campagna elettorale di cui poco si ricorda. Qualcuno si è acceso per gli indizi di sovversione squadernati dal sindaco di Verona, l’ex leghista Flavio Tosi, che sosteneva fin davanti ai magistrati di essere stato pedinato da oscuri nemici. Qualcuno ha scorto una promessa per il paese nel modello Pistoia indicato dalla leader di F.lli d’Italia, Giorgia Meloni, perché lì il «centrodestra compatto» sostiene un solo candidato? Avete la pelle d’oca? Sarebbe forse più interessante scoprire che cosa bevano a mangino, a Pistoia, dove l’anagrafe ha segnalato con gusto che sono iscritti alle liste elettorali ventuno ultracentenari.

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Ma va benissimo così. C’era altro a cui pensare, nei giorni scorsi. Persino l’intramontabile Rosi Bindi era spuntata, a pochi giorni dal voto, per stilare il classico elenco delle impresentabilità: tre presunti mascalzoni in dieci comuni, i soli controllati di un migliaio abbondante. La Commissione antimafia, delegata alla verifica, aveva avuto soltanto due giorni per setacciare una profusione di partiti e liste civiche e decine di migliaia di candidati. Che senso abbia proseguire in questa semipoliziesca attività, è davvero misterioso. Ma il punto è che anche l’accorata conferenza stampa di Bindi, incentrata sulle gravi perplessità che in certe zone (naturalmente al sud) sollevano le liste civiche, dietro cui si nasconderebbero clientele e forse criminalità organizzata, non se l’è filata nessuno. Il nostro eroe è diventato, in un breve pomeriggio di gloria, Angelo Cofone, vincitore del premio Cetto La Qualunque che da un quindicennio si assegna al candidato meno pratico di sussidiari. I pochi che non sanno di che stiamo parlando, vadano a vedersi il video del suo comizio ad Acri, Cosenza, anche per farsi un’idea di quanto gusto ci sia a trovare uno su cui misurare, con successo, il nostro grado di cultura.

Sembrava molto più bello, a noi, che ieri, molto prima del tramonto, ci fossero giù due sindaci acclamati, e dunque sfuggiti alla logica stordente degli exit poll: Fabio De Pedro a Paspardo e Massimo Mattei a Provaglio Valsabbia, due comuni del bresciani in cui i candidati non avevano avversari se non il quorum. Ottimo, altrimenti non sarebbe rimasto che di riflettere sui risvolti sociali, tendenti all’ottimismo, delle due signore che hanno deciso di entrare al seggio vestite da sposa, una nel reatino e l’altra in provincia di Catanzaro. Oppure di trarre segnali inequivocabili dal risultato di Rignano sull’Arno, dove bravi cronisti avevano annotato per le agenzie l’orario preciso in cui era andato a votare Babbo Renzi. Eh bè. Come sono lontani i tempi gloriosi in cui il paese andava in fiamme sui complotti delle matite copiative. Ricordate quelle ore tambureggianti sulle tastiere di Facebook per i foschi tranelli del palazzo? Meglio così, non c’è dubbio. In una domenica silenziosa, non ci restava che aspettare il risultato di Carla Cimoroni, candidata all’Aquila di un gruppo di liste «della coalizione sociale» molto orgogliose di pubblicizzare il sostegno ottenuto da Yanis Varoufakis, il ministro delle Finanze del primo governo Tsipras, e soprattutto incuranti del pericolo, visto che Varoufakis, in quanto a consenso, è una specie di calamità naturale. Era quasi elettrizzante attendere come si sarebbero spartiti i voti i dieci aspiranti sindaco di Taranto e i nove di Gorizia, che si erano contesi aree politiche e gruppi d’influenza, e sono divisi da confini ingarbugliati e psicotici: di diciannove non uno s’avvicina al 30 per cento, per rendere l’idea di come gli italiani spesso votino, in un proporzionale dell’anima. E nessuna notizia, nemmeno dalla più marginale proiezione, sul candidato rom per il consiglio comunale di Lucca che aveva scritto a Mark Zuckerberg per chiedergli di colmare una grave lacuna: su Facebook manca l’emoticon (faccina) coi colori verde e azzurri dei popoli nomadi. In campagna elettorale, avrebbe avuto il suo peso.

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lastampa/Benvenuti alla fiera del nulla tra spose che votano in bianco e il rom che attacca Facebook. MATTIA FELTRI

 

Gazzetta su Insigne: “Fuori categoria a prescindere dall’avversario”

Gazzetta su Insigne: “Fuori categoria a prescindere dall’avversario”

Italia-Liechtenstein 5-0, con un Lorenzo Insigne in grande spolvero sul terreno di gioco della Dacia Arena di Udine. La Gazzetta dello Sport scrive: ‘fuori categoria a prescindere dall’avversario‘: “A Udine si sente a casa, ha dispensato magie. A volte ha perfino esagerato. Sono state le sue giocate e il suo talento a illuminare la serata, deve concentrarsi costantemente: dare continuità alla crescita, fare la differenza partita dopo partita, questa deve essere la missione. L’anno prossimo è quello che porta al Mondiale, Insigne ci arriverà a 27 anni appena compiuti, sarà l’evento centrale della carriera di Lorenzo”.

Ounas-Napoli, summit la prossima settimana

Ounas-Napoli, summit la prossima settimana

Il Napoli si avvicina ad Adam Ounas, esterno offensivo franco-algerino del Bordeaux: come riporta Il Mattino, con la società francese è stato fissato già l’appuntamento per metà della settimana entrante. La settimana scorsa il direttore sportivo del Napoli Cristiano Giuntoli ha incontrato l’entourage di Ounas, prima di avere un contatto con la dirigenza del Bordeaux: “Il summit sarà l’occasione per mettere sul piatto l’offerta e la richiesta. Il Napoli ha nel suo budget un investimento da 6 milioni con rate in due anni. Dal suo canto il Bordeaux non vuol scendere da quota 8 milioni. Magari può mollare sulla rateizzazione”.

Crolla il M5S e ripartono PD e Forza Italia: Renzi torna alla tentazione del voto a novembre

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Del crollo M5S traggono vantaggio Pd e Forza Italia, fino a ieri in evidente difficoltà.

Ora a Renzi torna la tentazione del voto anticipato: a novembre

Si potrebbe puntare all’abbinamento con le Regionali siciliane per provare a evitare una possibile ripresa dei Cinque Stelle

ROMA – Ora la tentazione del «contropiede», di chiudere il prima possibile la legislatura è destinata a tornare. In cuor suo Matteo Renzi non l’ha mai archiviata.

E nelle ultime ore la scomparsa dei Cinque Stelle dai ballottaggi in quasi tutte le città fa tornare l’appetito al leader del Pd in vista di una accelerazione verso le elezioni anticipate. Ieri sera Matteo Renzi è rimasto silenzioso, arrivato in tarda serata al Nazereno e, pur non escludendo esternazioni in Rete durante la notte, il primo commento arriverà oggi.

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Certo, ma nelle prossime ore il leader del Pd potrà legittimamente cantar vittoria, anche se sarà complicato legare la buona performance delle coalizioni e dei candidati di centrosinistra ad un effetto-Renzi per la semplice ragione che l’ex presidente del Consiglio non soltanto non si è fatto vedere nelle principali città chiamate al voto, ma non ha mai richiamato il valore politico di queste amministrative. E quanto al risultato delle liste del Pd, i primissimi dati (da verificare al termine dello spoglio) indicano risultati inferiori a quelli sin qui raggiunti dai Democratici nelle amministrative, competizione sempre poco favorevole ai partiti nazionali.

Subito dopo la trasmissione degli exit poll alle 23, Renzi ha preferito non commentare a caldo le prime proiezioni, ma chi ha parlato con lui in queste ore consiglia di non sottovalutare la sincerità delle sue assicurazioni sulla durata della legislatura – e dunque del governo Gentiloni – ma al tempo stesso suggerisce di considerare ancora attivo il «piano B», a parole archiviato.

Con un’idea in più rispetto a quella circolata nelle settimane scorse: se non si farà a tempo a votare il 24 settembre, la subordinata può diventare il 5 novembre, data nella quale sono state fissate le elezioni regionali siciliane. Un abbinamento, Politiche-Regionali, che consentirebbe al Pd di assorbire ed evitare un passaggio ritenuto ad altissimo rischio: la vittoria dei Cinque Stelle in Sicilia. Un risultato temuto da Renzi ogni ragionevole misura, perché una vittoria dei «grillini» nell’ultimo test elettorale importante prima delle Politiche potrebbe determinare un effetto-trascinamento sulle elezioni nazionali, a quel punto imminenti.

Certo, l’analisi sia pure sommaria dei primi risultati elettorali non è molto gratificante per il Pd. Nella città più importante nella quale si è votato, Genova, al ballottaggio va Gianni Crivello un personaggio più vicino alla ditta» (gli ex Pci-Ds) piuttosto che a Renzi e oltretutto dai primissimi risultati delle liste, quella del Pd sembra destinato ad attestarsi su percentuali che potrebbero relegare il partito al peggior risultato della sua storia. A Parma, in quella che un tempo era l’Emilia «rossa», il candidato del Pd è al secondo posto, con un distacco che pare incolmabile dal sindaco Pizzarotti. A Palermo il sindaco uscente, Leoluca Orlando, potrebbe essere eletto al primo turno ma il Pd è entrato nella coalizione (forse) vincente soltanto a condizione di rinunciare al proprio simbolo. Più promettenti le situazioni a Verona e Catanzaro dove il centrosinistra dovrebbe andare al ballottaggio ma in entrambi i casi il risultato delle liste del Pd (per quel che valgono in elezioni comunali) risulta su percentuali non rilevanti. Ieri sera il primo commento a caldo da parte del Pd è venuto da Matteo Ricci, responsabile Enti locali: «Il M5S, se i dati sono confermati, non arriva al ballottaggio in molte città ed è questo il dato politico».

Test difficilmente decrittabile per le formazioni alla sinistra del Pd, La formazione nata dalla scissione del Pd, l’Mdp, nel 64% dei capoluoghi di provincia era alleato col Pd, in alcune città (Lodi. Cuneo, Asti, La Spezia) non era presente e non aveva candidati sindaci in realtà importanti, mentre a Genova e l’Aquila c’erano liste vicine ad Articolo Uno.

Il test dunque sarà soltanto sul voto di lista, disponibile solo a partire da oggi. Anche se in una delle città importanti nelle quali si è votato, Catanzaro, Mdp appoggiava il civico Nicola Fiorita che sembra messo meglio del candidato del Pd per andare al ballottaggio.

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vivicentro/Crolla il M5S e ripartono PD e Forza Italia: Renzi torna alla tentazione del voto a novembre
lastampa/Ora a Renzi torna la tentazione del voto anticipato: a novembre. FABIO MARTINI

Trionfo per la NPS: i campioni regionali Under 14 Gold sono loro

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Con una splendida vittoria che li incorona campioni regionali Under 14 Gold, la Nuova Polisportiva Stabia chiude una magnifica e spettacolare stagione.
Dopo aver superato in semifinale l’Artus Maddaloni con il punteggio di 50-42, la Nps ha affrontato ieri il Sales Vomero, avversario di tutto rispetto.

Il Coach Gino Sabatino ha saputo trasmettere per tutti e 40 i minuti la giusta carica e determinazione ai suoi ragazzi, soprattutto nei momenti cruciali del match.
Decisivi i canestri da tre messi a segno da Di Ruocco, Savelli e Amato, i rimbalzi e i punti decisivi di Carolei, le penetrazioni pungenti di Celotto e Scognamiglio e l’apporto dato da tutta la panchina (Pacifico, Sacco, Olivo, Orazzo, Esposito, De Simone).

La squadra conclude la stagione agonistica con una serie di 24 vittorie e di sole 2 sconfitte.
Un anno decisamente da incorniciare per questi ragazzi, che hanno trovato nella forza del gruppo e nella guida del loro coach gli elementi determinanti per affrontare vittoriosamente ogni avversario.

Risultato finale della sfida 67 – 60

 

Campioni regionali

Widmer lontano da Udine: i friulani pensano già ad un sostituto

Widmer lontano da Udine: i friulani pensano già ad un sostituto

L’Udinese guarda agli esterni e pensa già ad un sostituito di Widmer, che tanto piace sia a Napoli che alla Lazio. Secondo quanto riporta Di Marzio, i friulani sarebbero molto interessati a Vincent Laurini dell’Empoli.

Il paradosso del M5S: vola nei sondaggi nazionali e a livello locale crolla

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E’ il paradosso di un partito che vola nei sondaggi nazionali e a livello locale crolla.

Il flop dei grillini nei territori: “Non si può fare finta di nulla”

Da Parma a Genova, i Cinque Stelle mancano il secondo turno. Delusione tra i parlamentari: “È l’effetto-Raggi”. Di Maio nel mirino

ROMA – È il paradosso del partito che vola nei sondaggi nazionali e crolla a livello locale. La sintesi sul M5S è tutta qui. E in fondo, come sarebbe andata a finire, l’aveva messa in musica lo stesso Beppe Grillo: «Tanto non andiamo nemmeno ai ballottaggi…» cantava ironico e profetico il comico, venerdì, al comizio conclusivo di queste amministrative a bassa intensità. L’ultimo giro di blues è stato in piazza Matteotti, nella sua Genova. Poca gente ad applaudirlo, ma in verità poca gente si è vista in generale ai comizi di tutti in candidati.

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Genova è uno dei due simboli del flop del M5S, la città natìa e dove vive Grillo, che agli amici in questi mesi ha sempre confidato, un po’ scherzando un po’ no, di sperare di perdere per non ritrovarsi le proteste sotto la villa di Sant’Ilario. L’altro simbolo è Parma, dove il diseredato Federico Pizzarotti si è preso la sua vendetta: il sindaco uscente, l’ex dissidente numero 1 guarda dalla vetta in giù disgregarsi quello che resta del M5S cittadino. Poi c’è Palermo, il capoluogo perduto di una regione che resta ancora il sogno segreto di questo 2017 per i 5 Stelle, il trampolino da cui lanciarsi alla conquista del governo del Paese. La meta che sembrava così vicina però è ancora lontana. Prima bisognerà raccogliere i cocci dei territori.

Il quadro è limpido. Nelle grandi città il M5S non agguanta il ballottaggio da nessuna parte. In alcuni casi non è nemmeno terzo o quarto. Neanche a Taranto, la città dell’Ilva, dell’ambiente ammalato, i grillini hanno convinto i cittadini. A Genova e a Palermo si è compiuto il suicidio perfetto: prologhi che erano già epiloghi e che raccontavano il fallimento di un Movimento con pulsioni autodistruttive, incapace di radicarsi con una classe dirigente locale, preda di lotte tribali interne, tra candidati e capicorrente che si combattono a colpi di veleni e dossier. Genova, dove la diaspora ha prodotto tre candidati di matrice grillina, è stata la città del golpe online, contro cui si sono infranti i sogni dei molti che credevano nella democrazia diretta sul web: spazzata via dalla decisione di Grillo di sostituire Marika Cassimatis, legittima vincitrice delle primarie online, con Luca Pirondini, capace di raccogliere, secondo gli exit poll, solo il 19-23% di consensi. A Palermo il calvario dello scandalo firme false, di tre deputati di primo piano indagati e le faide tra bande opposte, è culminato nel gioco autolesionistico degli audio rubati per indebolire il candidato Ugo Forello, fermo al 17-22%. Lo schiaffo più forte però arriva da Parma dove Pizzarotti, lasciando Grillo e Casaleggio al loro destino, con un partito cucito sulla sua amministrazione ha ridotto il M5S a numeri da partitino marginale, tra 2 e 4%.

Ai vertici, però, i 5 Stelle ostentano una certa tranquillità che stona con la débâcle fotografata a urne chiuse. «Ce lo aspettavamo» si ripetono al telefono Grillo e lo staff della Casaleggio. Già alle nove di sera ai parlamentari arriva l’ordine di tacere e di evitare commenti. Qualcuno però ha voglia di parlare e sotto anonimato dice «non si può fare finta di nulla», che dopo «la figuraccia di Virginia Raggi, cosa potevamo aspettarci?». Già: Roma è lì a ricordare impietosamente un anno di caos amministrativo. E il pasticcio di piazza San Carlo, il dramma dei feriti di Torino avvenuto pochi giorni fa, potrebbe non aver aiutato. Ma al di là di un possibile effetto-Raggi, nella caccia al colpevole il deputato dice di essere in buona compagnia quando afferma che «c’è qualcuno tra noi che si atteggia a statista e aveva la responsabilità degli enti locali». Sembrano parole rubate di bocca a Pizzarotti quando rivendicava la sua esperienza contro Luigi Di Maio. E al futuro candidato premier si riferiscono anche gli scontenti di oggi. Ma citano anche Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede, fedelissimi del vicepresidente della Camera e titolari di un ruolo sui territori dove la ricetta pentastellata non ha attratto.

In questa distanza si misura il fallimento del M5S, si coglie la sua forza di partito di opinione nazionale e si comprendono i motivi di tanta insistenza sulla necessità di inserire il voto disgiunto nella legge elettorale. È una questione di sopravvivenza per un movimento che era stato creato attorno ai meet-up, motori di passionali campagne politiche spesso nate su problemi locali, ma adesso ragiona solo puntando a Palazzo Chigi.

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Adam Ounas-Napoli, le ultime: Giuntoli parlerà con il Bordeaux

Adam Ounas-Napoli, le ultime: Giuntoli parlerà con il Bordeaux

Secondo quanto riporta il Mattino, Giuntoli, a breve, avrà un summit con il Bordeaux Adam Ounas, ala sinistra che tanto piace agli azzurri. Il classe 96 è valutato dai francesi 8 milioni di euro, mentre il Napoli si ferma a 6. Nei prossimi giorni le parti potrebbero incontrarsi per limare le differenze che frenano la buon riuscita della trattativa.

La Champions è la chiave per la permanenza di Ghoulam i dettagli

La Champions è la chiave per la permanenza di Ghoulam i dettagli

Secondo quanto riporta il Mattino, Ghoulam potrebbe rimanere a Napoli la prossima stagione. Nonostante qualche chiacchierata con il Milan e l’Atletico Madrid, l’algerino potrebbe prolungare il contratto con gli azzurri in scadenza nel 2018. L’offerta di Giuntoli è ferma ad un quadriennale da 1,8 milioni di euro. La champions potrebbe convincere il ragazzo a fermarsi in Campania anche per la prossima annata.

Reina-Napoli, l’addio è una possibilità concreta: Cragno, Leno e Neto i possibili sostituti

Reina-Napoli, l’addio è una possibilità concreta: Cragno, Leno e Neto i possibili sostituti

La Gazzetta dello Sport apre l’edizione odierna facendo il punto della situazione Pepe Reina: “Pepe Reina ha quasi 35 anni e sarà in scadenza di contratto: a giugno 2018 sarà libero di andare altrove, a meno che non decida di anticipare la partenza di un anno. Una possibilità concreta, perché tra il portiere spagnolo e De Laurentiis il rapporto è freddo, e su un eventuale prolungamento le parti sono molto distanti sulle cifre, col club che vorrebbe spalmare l’attuale ingaggio. In ogni modo, Cristiano Giuntoli sta monitorando il giovane Alessio Cragno, fresco di promozione in A con il Benevento, che è rientrato a Cagliari, il club che ne detiene la proprietà del cartellino. Il Napoli è pronto a versare 5 milioni più Sepe come contropartita tecnica. Un’operazione che potrebbe avere un’accelerazione proprio nei prossimi giorni. Diversamente, si punterà su un portiere d’esperienza: Neto della Juventus e Leno del Bayern Leverkusen sono i profili più immediati”. 

Napoli del futuro, Sarri ha fatto una richiesta ad Aurelio De Laurentiis

Napoli del futuro, Sarri ha fatto una richiesta ad Aurelio De Laurentiis

Sarri è stato chiaro: prima del 5 luglio, ossia prima dell’inizio del ritiro di Dimaro, il tecnico vuole a disposizione tutti i nuovi acquisti. L’obiettivo dell’allenatore è quello di integrare tutti i nuovi e partire al meglio per prepararsi al preliminare di Champions League. Non partirà nessuno, eccezion fatta per i vari Pavoletti, Zapata, Maggio e forse Pepe Reina: il resto della rosa è confermato per poter puntare allo scudetto. I tempi appaiono maturi per raggiungere questo scopo.

Macron fa il capolavoro e conquista la Francia

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Dopo aver guadagnato l’Eliseo, Emmanuel Macron si appresta a conquistare la Francia: il suo partito ha ottenuto 400 seggi su 577, è maggioranza assoluta. Due mesi fa Macron, scrive Cesare Martinetti, era un’ipotesi politica e un’incognita elettorale. Da ieri sera assomiglia a un Bonaparte che contempla il campo di battaglia dove ha vittoriosamente lanciato la cavalleria leggera: giovani, per metà donne e due su tre mai eletti prima.

Macron, la cavalleria e l’orgoglio

Dopo aver conquistato l’Eliseo, Emmanuel Macron si appresta a conquistare la Francia. Due mesi fa era un’ipotesi politica e un’incognita elettorale; da ieri sera assomiglia a un Bonaparte che contempla il campo di battaglia dove ha vittoriosamente lanciato la cavalleria leggera: giovani, per metà donne, due su tre mai eletti prima.

Saranno questi i suoi deputati. Resistono i gollisti, prima forza di opposizione, ma la sinistra è ai minimi storici e Marine Le Pen ha un risultato molto deludente. Ma più della metà dei francesi non ha votato.

Il primo turno delle legislative, che si svolgono sempre un mese dopo le presidenziali per consentire al presidente di formare la maggioranza parlamentare con la quale dovrà governare, hanno avuto ieri un risultato ben al di là delle previsioni che conferisce a Macron lo statuto di un leader già entrato nella storia della Quinta Repubblica. In meno di un anno ha realizzato un’operazione politica che nessuno aveva previsto, sbaragliando i due storici partiti tradizionali – gollisti e socialisti – battendo in modo netto Marine Le Pen, fenomeno politico di riferimento per tutti i populisti d’Europa, e affermando una leadership che dopo l’abbandono degli impegni sul clima da parte Usa sta sfidando apertamente Donald Trump. L’appello rivolto da Macron agli scienziati americani perché vengano a lavorare in Francia, dove saranno «liberi e difesi dalla République», è stato un colpo di orgoglio patriottico che gli è valso enormi consensi nel Paese.

Ieri il suo movimento ha avuto più del 32 per cento. I gollisti, secondo partito, hanno preso il 21; estrema sinistra e Le Pen il 14; socialisti l’11. Il secondo turno, con i ballottaggi, si svolgerà domenica prossima, ma il sistema elettorale francese è elementare e brutale. Tradotte in seggi, le percentuali significano che Macron avrà poco meno di 400 deputati su 577: una larghissima maggioranza. Marine Le Pen, sua antagonista nel ballottaggio presidenziale, visti i risultati di ieri, potrà avere al massimo dieci deputati e dunque non potrà nemmeno formare un gruppo parlamentare.

A questi dati va però aggiunto quello dell’astensione che è un altro record: più del 50 per cento. Non era mai accaduto. Una realtà che non scalfisce la vittoria di Macron, ma che va ben compresa nel suo significato politico che è quello di una diffidenza e di una sfiducia molto forte per il giovane leader che ne è perfettamente consapevole. L’immagine di sé che ha voluto affidare alla Francia la sera stessa della sua elezione, è quella dell’uomo solo che attraversa a piedi nel buio della sera il cortile d’onore del Louvre e va sul palco a salutare la folla. Ai militanti del suo movimento ha detto più volte di essere consapevoli del fatto che la Francia non concederà loro una «luna di miele» politica. Il risultato di ieri è insieme una conferma e un annuncio: per questo giovane presidente liberaldemocratico, europeista, riformatore che crede nel mondo aperto e nell’economia globale si prepara un’opposizione molto forte. Dopo presidenziali e legislative, sarà il cosiddetto «tour social» a prendere il sopravvento: sindacati e movimenti stanno affilando le armi per reagire all’annunciata riforma liberale del codice del lavoro.

Ma questo lo vedremo a partire da domenica prossima. Intanto Macron e il suo governo con il primo ministro Edouard Philippe, un quarantenne arruolato dai gollisti, ingaggia una rivoluzione generazionale e politica straordinaria. La destra repubblicana sarà la prima forza di opposizione, in teoria; in realtà è facile prevedere scissioni e «soccorsi» al vincitore. La sinistra a cominciare dal partito socialista, è interamente da rifondare. Marine Le Pen dovrà compiere un’altra traversata del deserto in attesa delle prossime presidenziali. Ma anche nel suo campo è da prevedere che molte cose e persone cambieranno.

Il risultato di ieri che porterà domenica prossima al presidente una schiacciante maggioranza ha già riaperto il dibattito sul sistema elettorale e addirittura sul modello costituzionale: saltati i vecchi partiti e la forma sostanzialmente bipolare, il presidenzialismo dell’era Macron non avrà nemmeno il contrappeso parlamentare. La vera opposizione rischia di essere “dans la rue”, quella della strada, come già hanno annunciato ieri sera con la solita singolare coincidenza estrema destra ed estrema sinistra. La Francia è più che mai spaccata in due.

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vivicentro/Macron fa il capolavoro e conquista la Francia
lastampa/Macron, la cavalleria e l’orgoglio. CESARE MARTINETTI

Il caldo è da record, ma il G7 ambiente è un flop

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Gli Stati Uniti danno forfait e il G7 dell’ambiente di Bologna fallisce alla vigilia di una settimana nella quale il termometro raggiungerà picchi da 36 gradi. Il ministro Galletti: “Abbiamo trovato un accordo su tutto tranne che sul clima”. Alla rottura con Trump, scrive Bill Emmott, l’Europa deve reagire con la politica: lasciando la porta aperta agli Stati Uniti, stando però pronta a difendere il suo modello di sviluppo da sola fino a quando sarà necessario.

Così l’Europa può ricucire con Donald

Dopo la prima visita del presidente Trump in Europa, l’alleanza occidentale appare disorientata e fragile. Non solo il paese che è il punto di riferimento dell’Occidente ha eletto alla sua guida un narcisista patologico, ma quest’ultimo ha minacciato i suoi più stretti alleati di scatenare guerre commerciali, ha rinnegato il patto di reciproca difesa della Nato, ha espresso apprezzamento per la candidata alle elezioni francesi anti-Nato e anti-Eu Marine Le Pen e in quest’ultima settimana ha ritirato l’adesione dell’America agli accordi globali sul clima siglati a Parigi meno di due anni fa. Che cosa dovrebbe fare l’Europa? Rispondo: imparare dal maresciallo Ferdinand Foch.

Il maresciallo Foch fu un grande generale francese che, com’è noto, durante la Battaglia della Marna nel 1914 disse: «Il centro dello schieramento sta cedendo, l’ala destra è in ritirata – la situazione è ottimale per attaccare».

Detto altrimenti, è tempo che l’Europa prenda l’iniziativa. Questo intendeva il cancelliere Angela Merkel il 25 maggio quando ha voluto deliberatamente fare colpo sui tedeschi dichiarando che è ora che noi europei prendiamo «il destino nelle nostre mani». E questo era anche il senso della fin troppo energica stretta di mano scambiata da Emmanuel Macron con il presidente Trump in occasione della sua visita europea, così come dell’aperta disapprovazione espressa al presidente russo Vladimir Putin quando pochi giorni dopo l’ha incontrato a Versailles.

Da quasi dieci anni a questa parte, dall’inizio della crisi finanziaria globale, e in quest’ultimo anno dopo il voto inglese sulla Brexit, i governi europei hanno dato prova di grande volontà politica. Le loro divisioni e la debolezza politica hanno reso loro impossibili ulteriori progressi, ma hanno dato prova di tenacia nel preservare e salvaguardare l’euro e le istituzioni comunitarie. Adesso, però, devono dare prova di coraggio politico.

Il loro futuro, così come quello dell’Occidente, con tutto quello che ne consegue in termini di valori condivisi, dipende dalla loro volontà di agire con coraggio negli anni a venire. La debolezza economica dei paesi dell’Ue di fronte alla crisi finanziaria è all’origine delle loro troppe divisioni nell’affrontare in modo adeguato le guerre e i flussi migratori che attraversano il Mediterraneo, e della loro vulnerabilità alle provocazioni della Russia che ha violato le leggi internazionali modificando a proprio vantaggio i confini in Ucraina e nel Caucaso.

Eppure l’Europa, più di tutti, dopo il 1945 è cresciuta in prosperità e sicurezza grazie ai valori fondanti del liberalismo occidentale: l’apertura ai commerci, alle idee, ai popoli e alle tecnologie, al suo interno come nel mondo; l’uguaglianza, dei diritti politici, dei servizi sociali, della cittadinanza, il ruolo della legge, che ha mantenuto la stabilità, e ultima ma non meno importante, l’alleanza globale delle nazioni democratiche che si riconoscono in questi valori e si alleano per difendere la legge internazionale e la correttezza delle regole nei commerci e non solo.

L’attuale congiuntura sfavorevole è in gran parte dovuta al nostro stesso fallimento per non essere riusciti a scongiurare la crisi finanziaria del 2008, la peggiore degli ultimi 80 anni. Sono le medesime ragioni che hanno portato all’elezione di Donald Trump e alla Brexit. Ma questo non è un buon motivo per rinunciare ai nostri valori, anzi. Per tornare a prosperare nella comune sicurezza dobbiamo riscoprirli.

Il significato della visita di Trump e del suo ritiro dall’accordo sul clima è che non si può più fare conto sull’America per guidare questo processo, impegnata com’è nel suo dibattito ideologico interno tra liberalismo e protezionismo, apertura e chiusura, internazionalismo o isolazionismo. L’Europa deve tenere la porta aperta agli Stati Uniti nella speranza di un loro eventuale ritorno a una piena e condivisa partecipazione ai comuni valori. Ma nel frattempo deve difenderli da sé e rafforzarsi.

È possibile farlo? La presa di posizione del Cancelliere Merkel è un segnale positivo in questo senso, anche se può essere sminuita etichettandola come cinica retorica elettorale. Se davvero gli europei vorranno prendere il destino nelle loro mani, però, la politica tedesca dovrà fare un salto di qualità, non limitarsi a stabilire le regole ma assumersi un approccio più attivo e generoso: occorre, ad esempio, un piano adeguato di investimenti pubblici a livello europeo, svincolato dalla normativa fiscale vigente, per realizzare infrastrutture come la super rete elettrica europea; e un programma di difesa comune che accresca tanto gli investimenti come la cooperazione, secondo le linee guida proposte da Federica Mogherini, l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri; e anche un accordo per la gestione del debito sovrano che liberi la Grecia dalla morsa in cui si trova stretta.

Ci sono due motivi per pensare che tutto questo possa accadere. Il primo è che, dando per avvenuta la sua rielezione a settembre, Angela Merkel sarà al suo ultimo mandato e a giudicarla non avrà più gli elettori ma soltanto la storia. La seconda ragione si chiama Emmanuel Macron. Per la prima volta in decenni la Francia ha un presidente che gode della fiducia dei tedeschi anche se non sono d’accordo con lui in tutto e per tutto.

Anche l’Italia deve fare la sua parte. Nessuno si aspetta che diventi un capofila del progresso e della collaborazione europei dopo le prossime elezioni, ma i vicini europei si augurano che non diventi nemmeno un ostacolo sul percorso o una bomba a tempo da disinnescare. Ci vorrà un governo pronto a collaborare a livello europeo e, allo stesso tempo, a fare in patria ciò che tutti sperano farà Macron: riformare l’economia, rimuovere gli ostacoli che bloccano l’imprenditoria e gli investimenti, far funzionare la giustizia. Una Germania più coraggiosa e generosa, una Francia credibile e propositiva, un’Italia stabile, progressista e riformista: questa sarebbe una buona ricetta per ridare forza all’Europa e salvare l’Occidente. E se, nel giro di quattro anni, un’Europa così rinnovata potesse accogliere alla sua prima visita un nuovo e più internazionalista presidente americano, uomo o magari donna, ecco che il futuro dell’Occidente potrebbe tornare a colorarsi di rosa.

Traduzione di Carla Reschia

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Il voto delle città punisce i grillini: risorge il bipolarismo

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Il voto per le amministrative punisce i grillini e suggerisce il ritorno del bipolarismo. Fin dai primi exit poll è stato chiaro che Il M5S è rimasto fuori dai ballottaggi nei maggiori Comuni perfino a Genova, la città di Beppe Grillo.

Dalle sfide per le città risorge il bipolarismo M5S fuori dai ballottaggi

Testa a testa destra e sinistra a Genova, Verona, Taranto e Catanzaro

ROMA – Dopo tanto parlare di Italia divisa per tre, ritorniamo improvvisamente all’antico: al centrosinistra che se la combatte con il centrodestra, mentre i Cinquestelle restano spettato ri.

Deludono in tutti i maggiori comuni dove si è votato ieri (oltre 9 milioni gli aventi diritto in 1004 città, superiore al 61 per cento l’affluenza alle urne). Il “flop” grillino sarà ricordato come la vera sorpresa di questo test amministrativo, politicamente di un certo peso poiché a detta degli esperti si è trattato di un campione molto attendibile degli umori su scala nazionale, un vasto sondaggio con voti veri.

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Le cause di una débâcle

Sulla base dei primi «exit poll», M5S non arriva al ballottaggio nemmeno nella patria del suo fondatore, Genova, forse anche per il pasticcio delle votazioni online. Il tenore Luca Pirondini, imposto d’autorità a Marika Cassimatis, si ferma tra il 18 e il 22 per cento. Quel movimento che appena l’anno scorso sembrava una valanga inarrestabile (vedi i trionfi di Appendino a Torino e della Raggi a Roma), osserva adesso con il binocolo la performance di un vecchio politico come Leoluca Orlando a Palermo (verso la vittoria al primo turno) e dello “scomunicato” Federico Pizzarotti a Parma, che è a cavallo del 40 per cento. In alcune delle 25 città capoluogo i candidati di Grillo e Casaleggio si fermano addirittura sotto la doppia cifra, per esempio a L’Aquila e a Catanzaro, a conferma che si tratta di un movimento giovane, di gracile costituzione, non ancora radicato nel territorio. Se davvero Renzi ha rinunciato (come egli dichiara) alle elezioni politiche in settembre, può darsi che alla luce di questi risultati si stia mangiando le mani per non avere approfittato del momento fiacco dei Cinquestelle e di un vento che, nel resto d’Europa, non gonfia più le vele dei populisti.

Sinistra in salute  

I tradizionali duellanti invece se la battono spalla contro spalla: a Genova (dove al momento di andare in stampa Bucci è alla pari con Crivello), a Verona (anche qui sgomitano Sboarina e Salemi), a Taranto (il berlusconiano Baldassarri leggermente davanti a Melucci), a Catanzaro (il sindaco uscente Abramo e Fiorita praticamente appaiati). È nettamente in vantaggio il Pd a L’Aquila, con Di Benedetto che sfiora la vittoria al primo tentativo. Ci sono le condizioni perché nei ballottaggi del prossimo 25 giugno il partito renziano confermi, o magari superi, le 17 bandierine piantate 5 anni fa negli stessi Comuni capoluogo, laddove Forza Italia e Lega insieme avevano vinto in 5 città. Per la sinistra nel suo insieme, è un indizio di discreta salute che riscatta le più recenti batoste.

Destra forte se unita  

La buona notizia per Berlusconi è che il centrodestra si conferma una forza per nulla trascurabile, nel suo insieme ragguardevole. Lo sarà ancora di più se tra due settimane metterà a segno il “colpo” di Genova che farebbe il bis della Regione Liguria, conquistata due anni fa con Toti. La notizia cattiva per Silvio, invece, è che questo risultato gli lega politicamente le mani. Costringe il Cav a restare avvinto a Salvini, che l’uomo di Arcore molto poco sopporta (ancora ieri teorizzava l’importanza di una legge elettorale proporzionale, che lo svincolerebbe dall’abbraccio con i “sovranisti”). Il primo turno di ieri segnala che, nonostante tutte le insofferenze, i due funzionano bene insieme. Quanto è accaduto ieri sembra dare ragione ai teorici del partito unico, basato sulle primarie e sul ricambio generazionale con i quarantenni finalmente al potere.

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Castellammare – incendio in palazzo in Viale Europa

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Castellammare – incendio in palazzo al Viale Europa

Attimi di terrore per i residenti del condomino in Viale Europa 130 a Castellammare. Pochi istanti fa è divampato un piccolo incendio in uno degli appartamenti siti nei primi piani dell’edificio.
Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco che in pochi minuti hanno sedato le fiamme.
Paura per gli abitanti dello stabile, non nuovi ad esperienze del genere; uno di essi ci confessa, esasperato, che è il terzo rogo che in pochi anni ha come teatro il palazzo.
Ad andare a fuoco, poco più di un anno fa, era stata anche l’insegna della sede della compagnia di assicurazioni sita nell’edificio.
Le cause del rogo di questa sera sono ancora da approfondire ed appurare