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Editoriali Politica

Di Maio, Salvini e l’uso del: numquam nega, raro adfirma, distingue frequenter*

“ Numquam nega, raro adfirma, distingue frequenter ”: non negare mai, afferma raramente, distingui frequentemente;

Numquam nega, raro adfirma, distingue frequenter: questo è il tratto distintivo di Di Maio e Salvini ed è anche il vero collante che li accomuna.

Ed ecco perché ora, con disinvoltura, il reddito di cittadinanza è scomparso dalle parole di Luigi Di Maio, mentre Matteo Salvini non parla più di flat tax.

Entrambi continuano nella loro politica del NI:
  1. non negano quanto hanno promesso per le elezioni,
  2. non affermano categoricamente che lo faranno,
  3. cominciano invece con i distinguo;
“ Numquam nega, raro adfirma, distingue frequenter ”, appunto!

C’è chi in quest’aria che circola vede delle prove di intesa tra Lega e M5S.
Una intesa in funzione della quale, per i tanto spesi interventi fiscali, si profilerebbe che:

  • i leghisti accettano il principio di un incentivo per chi cerca lavoro,
  • i pentastellati accettano una forma generica di un taglio delle tasse.
E questo è.

Ma del resto già si sapeva che, tra il dire ed il fare, c’è di mezzo il mare.

Mare che, nel caso specifico e quantificandolo in totale, è risultato essere un oceano; ed anche privo di porti dove approdare per evitare una tempesta.

In tanti lo sapevano già e finanche Totò, in tempi non sospetti, ammoniva che: è la somma che da il totale. Appunto!

Purtroppo, anche se la maggioranza degli italiani lo sapeva già, in troppi ci hanno creduto (o voluto credere) con la differenza che, mentre i primi se ne sono andati tutti a pascolare liberamente, ciascuno nel proprio orticello, gli altri hanno scelto di andare tutti insieme sullo stesso praticello.

Ed ora eccoci qui.

Le elezioni sono andate come sappiamo: sia Di Maio che Salvini possono sì dire di aver vinto ALLE Elezioni, ma NON di aver vinto LE Elezioni. Ed ora?

Ora avanti ancora con il “Numquam nega, raro adfirma, distingue frequenter” e, nel frattempo, cominciare a sistemare sulle poltrone (con stipendi annessi) i propri cani da guardia.

Cani da guardia che, al momento, non è che abbiano null’altro da riguardare se non se stessi, la propria poltrona ed i propri (e collaterali) interessi per cui è stata cosa fattibile; e fattibile alla svelta dato che, sempre per restare ai nostri saggi antenati:

Mala tempora currunt, sed peiora parantur
(Stiamo vivendo tempi non buoni, ma si preparano tempi peggiori)

per cui, cominciamo a spartirci qualche poltrona, facciamo accomodare tutti gli altri nelle poltroncine e poi vediamo come far partire il cronometro dei 4 anni, sei mesi e un giorno necessari per maturare il vitalizio.

Per il resto, per le promesse fatte e le varie reciproche invettive? Bah, che vuoi che siano! Sono cose da nulla. Sono cose chiaramente non serie, sono solo politica, lo si sa.

Oltretutto, e questo si che è cosa seria, ora c’è il problema di fare un Governo e poi di governare: ed hai detto niente!

Chi si metterà veramente al timone per navigare seguendo la rotta tracciata in campagna elettorale?

Una cosa era il mettere in moto la bocca e parlare alla pancia degli italioti promettendo il bengodi. Altra è salire sulla nave, issare le ancore e salpare verso il mare aperto: rotta bengodi!

La realtà, purtroppo, è ben diversa ed in questo ci potrebbe sovvenire il dare un’occhiata traslante, ad esempio, alla dottrina buddista.

Questa infatti, per il quanto si riferisce al Budda ed alla sua vita, ben si presta al poter descrivere la situazione nella parte dove narra che:

….nel corso della sua giovinezza, il Budda Shakyamuni aveva a disposizione tutto ciò che si potesse desiderare.
Suddhodana, suo padre, si preoccupò di costruire intorno a lui le condizioni affinché nessun desiderio potesse rimanere inascoltato, affinché ogni curiosità potesse trovare una risposta, affinché ogni aspetto dell’esistenza, nel palazzo reale, fosse soddisfacente e ricco di ricompense.

Analizzando e parafrasando questa parte, possiamo ben notare il nesso esistente tra:

– la vita del giovane Budda e del mondo fittizio attorno a lui creato dal padre,
– ed i sogni alimentati dai papà Lega, M5S e Centrodestra che, parimenti, hanno costruito, a chiacchiere, un mondo irreale nell’immaginario degli italioti calibrato

“affinché nessun desiderio potesse rimanere inascoltato, affinché ogni curiosità potesse trovare una risposta, affinché ogni aspetto dell’esistenza, nel palazzo reale (ndr: nelle loro fanfaluche), fosse soddisfacente e ricco di ricompense”.

Continuando con il parallelo apprendiamo che:

Il tipo di esistenza che il giovane Siddharta si ritrovò allora a vivere senza alcuno sforzo coincide perfettamente con un’idea assai diffusa di felicità, intesa come soddisfazione di ogni desiderio e come assenza di problemi e sofferenze.

E questo è proprio il quanto volevano far credere di poterci dare i nostri “papà” di cui sopra:

reddito di cittadinanza, flat tax e chi più ne ha più ne metta.

Ma ora, ad elezioni avvenute, le porte del palazzo immaginario costruito dai nostri si sono aperte e proprio come narra la leggenda di Budda secondo la quale a lui:

“….. bastò uscire una volta dal palazzo, dalla città della gioia che artificialmente era stata creata per lui, per accorgersi che chiunque nasca, persino se nella sua fortunata condizione, non sarebbe potuto sfuggire alle sofferenze della vecchiaia, della malattia e della morte.”

ora anche ai nostri italioti (forse) comincia a mostrarsi la realtà della vita fuori dal palazzo dei sogni e al di là delle favole narrate dai nostri affabulatori.

E come Budda si dovette rendere conto che, nella realtà, nessuno può sfuggire alle regole del vivere, con le sue gioie e dolori, così i “nostri” non potranno prescindere dal (e qui torno al faceto) principio di Totò: è la somma che da il totale.

Ecco! Il totale.

Totale che sarebbe (è) da mondo dei sogni per qualsiasi nazione, figuriamoci per l’incerottata, ed indebitata Italia.

Più sopra ci siamo chiesti:

Chi si metterà veramente al timone per navigare seguendo la rotta tracciata in campagna elettorale?

E già abbiamo annotato che:

“Una cosa era il mettere in moto la bocca e parlare alla pancia degli italioti promettendo il bengodi.
Altra è salire sulla nave, issare le ancore e salpare verso il mare aperto: rotta bengodi!”

Come abbiamo appena potuto annotare parafrasando la vita del giovane Budda, la realtà è quella che è per cui riteniamo che, alla fine, si arriverà al a rilanciarsi la patata bollente come nella barzelletta del:

prego, va avanti tu che a me mi vien da ridere;

intendendo, con questo, che probabilmente il mettersi al comando della nave non sarà cosa realmente gradita a nessuno dei due.

Entrambi, infatti, ben sanno che la nave, presto o tardi, dopo “gli inchini” finirà in secca come ricorderà il comandante De Falco riandando con il pensiero alla Costa Concordia e al Capitano Schettino.

E già, a volte il destino e la vita sanno anche essere beffardi.

Questa volta, guarda caso, ritroviamo ancora il nostro comandante De Falco. Ma ora è a bordo e quindi non più seduto alla scrivania in Capitaneria.

Ora è lui stesso membro dell’equipaggio, e si ritrova seduto in poltrona nel transatlantico parlamentare.

Che farà? Saprà ordinare ai neo Comandanti di salire a bordo e salvare il transatlantico Italia come promesso, o correrà a qualche scialuppa?

Ad ora non è dato saperlo. Men che meno è dato sapere a chi resterà il cerino acceso in mano.

A noi non resta che sperare che almeno lo spenga prima di lasciarlo cadere e, al solito, dire: io speriamo che me la cavo!

Stanislao Barretta

vivicentro.it/EDITORIALI POLITICA

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