La norma prevede un contributo fisso di 2 euro su ogni spedizione proveniente da Paesi extra-UE (Cina in primis) con un valore inferiore ai 150 euro. Un balzello che, su un oggetto da 5 euro, rappresenta un rincaro del 40%. Ma il mercato, si sa, non aspetta: ha già trovato la via di fuga.
Il caso Malpensa
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L’effetto più immediato è visibile sulle piste degli aeroporti italiani. Secondo i dati di Confetra (Confederazione Generale Italiana dei Trasporti e della Logistica), nelle prime due settimane di gennaio il traffico aereo cargo legato alle piccole spedizioni è crollato del 40%. Gli scali come Milano Malpensa, hub strategico per le merci asiatiche, hanno visto svanire decine di voli settimanali.
Il motivo? I colossi dell’e-commerce hanno semplicemente cambiato rotta. Invece di far atterrare gli aerei in Italia, dove ogni singolo pacchetto verrebbe tassato all’ingresso, dirottano i carichi verso scali europei “tax-free” come Liegi (Belgio), Budapest (Ungheria) o Lipsia (Germania). Una volta sdoganata in questi hub, la merce acquisisce lo status di “comunitaria” e può entrare in Italia senza pagare il contributo di 2 euro, grazie al principio della libera circolazione delle merci in UE.
La beffa dei conti: soldi persi e logistica in crisi
Il Governo stimava un gettito annuo di circa 122 milioni di euro. Tuttavia, con lo spostamento dello sdoganamento all’estero, questo incasso rischia di trasformarsi in un miraggio. Non solo lo Stato non incassa la tassa, ma perde anche i preziosi diritti aeroportuali e portuali e l’indotto generato dalle attività di handling (insieme delle operazioni manuali di prelievo a terra delle merci) e logistica doganale, che ora arricchiscono i partner europei.
È un paradosso finanziario: nel tentativo di recuperare risorse, l’Italia sta di fatto regalando quote di mercato logistico ai propri vicini, indebolendo la competitività dei propri porti e aeroporti che rischiano di diventare semplici zone di transito, piuttosto che centri di smistamento globale.
L’impatto ambientale: il ritorno alla gomma
C’è poi un conto che non compare nel bilancio dello Stato, ma in quello del pianeta: l’inquinamento. La tassa ha generato una distorsione ambientale senza precedenti. Quello che prima arrivava in volo diretto a Milano o Roma, ora atterra a migliaia di chilometri di distanza e percorre l’intera Europa a bordo di migliaia di tir.
Questo massiccio spostamento del trasporto su gomma congestionano i valichi alpini e le autostrade italiane, aumentando drasticamente le emissioni di CO_2. Un esito che stride violentemente con gli obiettivi della transizione ecologica: per tassare un pacchetto di plastica, stiamo incentivando migliaia di chilometri di gas di scarico.
Un rinvio all’orizzonte?
Gli operatori del settore chiedono ora un passo indietro. La proposta è quella di sospendere la misura in attesa che l’Unione Europea introduca, nel luglio 2026, un dazio armonizzato di 3 euro per tutti gli Stati membri. Muoversi da soli, in un mercato globalizzato e senza frontiere interne come quello europeo, si è rivelata un’operazione di “autarchia logistica” che, per ora, sta premiando tutti tranne l’Italia.






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