Presentato al Mondadori Bookstore di Castellammare l’ultimo romanzo di Nadia Terranova “Quello che so di te”

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Organizzato dall’Associazione culturale “Achille Basile – Le Ali della lettura” in collaborazione con il Bookstore Mondadori di Castellammare di Stabia, lo scorso lunedì 2 marzo, presso la nota biblioteca stabiese si è tenuto l’incontro con l’autrice Nadia Terranova, finalista al Premio Strega 2025.

L’autrice ha presentato il suo ultimo romanzo, “Quello che so di te” (edito da Guanda), un’opera in cui ricostruisce la storia della sua bisnonna, esplorando legami familiari e memorie sospese nel tempo.

Ad accogliere la scrittrice, la prof.ssa Carmen Matarazzo, Presidente dell’Associazione “Achille Basile – Le Ali della lettura”, la giornalista Emanuela Francini e un nutrito pubblico, composto in gran parte dal “Gruppo di lettura Stabiae” che ha seguito con entusiasmo la presentazione del libro.

Carmen Matarazzo, in un’accurata sintesi del romanzo, ha evidenziato i nodi cruciali e messo in luce la capacità del libro di esplorare la complessità delle relazioni familiari tra documenti e verità.

Nadia Terranova è riuscita a conquistare il pubblico, catalizzando l’attenzione con un racconto magnetico, in cui l’autrice ha condiviso il processo creativo di una storia dalle molteplici sfaccettature.

In “Quello che so di te”Nadia Terranova esplora il legame profondo e inquietante tra memoria familiare, maternità e salute mentale, ricostruendo la storia della sua bisnonna.

Il romanzo, finalista al Premio Strega 2025, è un’indagine intima che parte dalla nascita della figlia dell’autrice e dal timore che un’antica “eredità” di follia possa riaffiorare.

La protagonista scopre che la bisnonna, che nella trasposizione letteraria diventa Venera, fu internata nel manicomio di Messina negli anni ’20 per undici giorni, a seguito di una psicosi scatenata dalla perdita di una figlia.

Venera, una figura reale ma avvolta nel mistero della “mitologia familiare”, è una donna minuta e silenziosa che appare in sogno all’autrice, rappresentando una verità frammentata e dolorosa.

La storia si concentra sul breve periodo di internamento di Venera e sul contesto sociale che ha costretto la donna a nascondere il proprio disagio, legato secondo i racconti familiari alla perdita della maternità.

Nadia Terranova indaga sulle “omissioni” familiari fatte per proteggere i discendenti, e la scrittura diventa così un modo per dare voce a chi è stato rimosso dalla narrazione ufficiale.

Per Emanuela Francini il romanzo è “un libro bello nella sua accezione più classica, una commistione di generi: dall’autobiografico, al romanzo familiare, fino alla poesia e agli spunti saggistici. Tra le domande che la giornalista ha posto all’autrice:

“Qual è il confine sottile tra la realtà oggettiva, storica della tua famiglia e invece quella narrativa? Come sei intervenuta laddove ci sono state delle lacune storiche e come hai affrontato il tema della maternità?”

Il corpo delle donne dal punto di vista medico – ha risposto Nadia Terranova – è stato raccontato dagli uomini. Negli ultimi decenni il racconto delle donne non è autoreferenziale, ma necessario. Scopriamo dai racconti delle donne che non esiste la maternità, ma le maternità, perché non esiste una maternità uguale ad un’altra.”

“Per quanto riguarda la prima domanda – ha continuato – Mi sono comportata come una biografa, cioè andando a cercare tutte le notizie, poi ho creato un ritratto del personaggio, scelto una prospettiva, ma non è detto che sia andata proprio così, è l’esposizione di un punto di vista.”

“Sapevo di inventare, ma mi sentivo come guidata da una voce che arrivava dal passato e mi chiedeva di proseguire, di essere raccontata, di ‘scucire quella bocca’, di raccontare.”

Oltre alla maternità, altro tema centrale nel romanzo è la follia: Il libro affronta, infatti, il tabù della perdita del controllo mentale legato all’essere madre.

“Quello che so di te” analizza, inoltre, i ruoli imposti alle donne del Sud Italia nel passato e la difficoltà di conciliare l’essere artista, donna e madre.

Nell’epoca di Venera (primo Novecento), la diagnosi di “pazzia” era spesso una forma di controllo sociale; una donna depressa non riceveva cure, ma veniva internata.

Secondo la Legge n. 36 del 1904 (Legge Giolitti), il manicomio non doveva curare, ma serviva a custodire chiunque fosse pericoloso per sé o per gli altri o rappresentasse un pubblico scandalo, come una madre che non riusciva a prendersi cura dei figli a causa della depressione.

Le donne che non aderivano ai ruoli rigidi di moglie sottomessa e ‘angelo del focolare’ erano scomode. La depressione veniva scambiata per follia e l’internamento era lo strumento per controllare una femminilità non conforme ai dettami della società.

Come racconta Nadia Terranova nel suo libro, bastava un momento di perdita di controllo per essere cancellate dalla narrazione familiare e rinchiuse in luoghi come il manicomio Mandalari di Messina.

Per Nadia Terranova, la “mitologia familiare” è l’insieme di storie, segreti e “non detti” che vengono tramandati di generazione in generazione, plasmando l’identità di chi ne fa parte. Non si tratta solo di cronaca, ma di una narrazione spesso distorta o incompleta.

La mitologia non è fatta solo di ciò che si racconta, ma soprattutto di ciò che viene taciuto. Questi silenzi, nati spesso per proteggere i discendenti da verità dolorose, finiscono per creare “fantasmi” e vuoti che le generazioni successive sentono il bisogno di colmare per non restarne prigioniere.

Per Nadia Terranova, interrogare questa mitologia significa cercare di capire se esiste una follia ereditaria o se è possibile riscrivere la propria storia al di fuori del destino già tracciato dai propri avi.

Il libro esplora come i segreti familiari e i silenzi, spesso usati per proteggere, finiscano per creare fantasmi che abitano il presente. La protagonista cerca di dare un senso a ciò che è stato omesso per liberare se stessa e la figlia da un passato irrisolto.

L’autrice nel suo intervento ha fornito, inoltre, interessanti spunti di riflessione sulle scelte, sui meccanismi che l’hanno spinta a scrivere il romanzo”.

C’è un filo rosso che ricorre in tutto quello che ho scritto ed è il paesaggio che qui torna come “lo Stretto” che divide il passato dal presente, un’epoca da un’altra. Una soglia. Io l’ho attraversata, sono tornata. Questo paesaggio diventa per me il paesaggio della vita, un paesaggio non soltanto dell’infanzia ma anche del futuro, nel senso che vedo ogni movimento dei miei personaggi come un attraversamento, un cambiamento, una trasformazione. Un mare grande di trasformazione.

Questo romanzo è stato scritto in prima persona inizialmente contro la mia volontà, però quello che volevo raccontare era troppo forte per essere trasformato, precisamente il riverbero del passato sul presente; quindi, non era tanto un’azione del passato che io volevo romanzare, ma piuttosto la connessione ancestrale che noi abbiamo con i nostri antenati, le nostre antenate.

Una scienza come la psico-genealogia lo studia molto bene, è la psicologia applicata non alla singola persona, ma all’intero albero genealogico, in cui tutti gli attori della famiglia, in quanto attori di una piccola comunità, compongono una sorta di disegno. Non c’è una maledizione, non c’è una catena, non si tratta di qualcosa che facciamo consapevolmente, è piuttosto un dialogo, come avviene in tutti gli ambienti comunitari.

La psico-genealogia, oltre alla famiglia, studia il modo in cui il trauma si può riaffacciare dopo altre generazioni nella storia dei popoli o delle città, quindi, a partire dall’eruzione del Vesuvio, del terremoto dello Stretto o di guerre e bombardamenti, la psico-genealogia dà per scontato che ad averne memoria non siano soltanto i singoli ma siano gli interi campi collettivi.

Anche la genetica mi è venuta incontro, perché racconto nel libro che ci sono questi 37 geni in ogni individuo, chiamato DNA mitocondriale, che si trasmette di madre in figlio, ma solo le figlie femmine lo riproducono, i figli maschi lo ereditano, ma non lo riproducono. Per cui i genetisti utilizzano il DNA mitocondriale per risalire in via matrilineare fino all’origine dei tempi.

Queste nozioni mi hanno accompagnato nella stesura del libro perché hanno costellato la mia ricerca. Questo libro rimane una sorta di unicum, di diario di quella che è stata la mia ricerca privata, che però ho aperto a una dimensione pubblica, perché il racconto anche della singola persona dentro un manicomio all’inizio degli anni Venti può diventare rappresentativo di tutta la nostra storia.

Un’esortazione a guardare al nostro privato senza vergogna, aprendoci a una dimensione politica pubblica che liberi le parole, le storie dei nostri antenati e, soprattutto, delle nostre antenate perché le donne in particolare sono sempre state emarginate e ho ritenuto che la prima persona dovesse avere un impatto più forte.”

“Quello che so di te” di Nadia Terranova è un romanzo autobiografico e introspettivo che avvince per la sua narrazione emotiva, che descrive un’epoca in cui la sofferenza delle donne veniva spesso patologizzata e repressa da schemi sociali rigidi.

È un libro che porta il lettore a riflettere sulla necessità di accettare le imperfezioni e le fragilità, e che invita a riconciliarsi con il passato.


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