A duecento anni dalla nascita di Giuseppe Zanardelli, Brescia ha ricordato uno dei protagonisti del liberalismo italiano con un convegno dedicato al suo pensiero, alla sua attività politica e al rapporto con la massoneria. Tra i relatori il professor Roberto Chiarini, storico e studioso della figura dello statista bresciano, e l’avvocato Luca Curatti, presidente del Collegio dei Maestri Venerabili della Lombardia e rappresentante della massoneria italiana.
Giurista, patriota risorgimentale, uomo di governo e protagonista delle battaglie per le libertà civili, Giuseppe Zanardelli è stato al centro di un incontro che ha voluto celebrarne il bicentenario della nascita e, nello stesso tempo, riproporne l’attualità.
Nato a Brescia il 26 ottobre 1826, Zanardelli attraversò alcuni dei passaggi più importanti dell’Ottocento italiano: le lotte risorgimentali, la nascita del Regno d’Italia, la costruzione delle istituzioni liberali, la modernizzazione del diritto e il difficile rapporto tra autorità dello Stato e diritti dei cittadini.
Il convegno ha offerto l’occasione per rileggere la sua figura non soltanto come quella di un uomo politico, ma anche come quella di un intellettuale, di un giurista e di un uomo profondamente legato ai valori della libertà, della responsabilità e del progresso civile.
Attraverso gli interventi del professor Chiarini e dell’avvocato Curatti, è emerso il ritratto di uno statista per il quale la politica non poteva ridursi alla conquista del potere, ma doveva rappresentare un impegno concreto al servizio della comunità.
Un convegno per ricordare il bicentenario della nascita di Zanardelli
L’iniziativa si è inserita nel programma delle celebrazioni dedicate ai duecento anni dalla nascita di Giuseppe Zanardelli. La scelta di dedicare un convegno alla sua figura ha assunto un significato particolare proprio a Brescia, la città nella quale nacque e alla quale rimase profondamente legato.
L’incontro ha riunito competenze diverse, mettendo a confronto la prospettiva storica e politica con quella legata alla tradizione massonica.
Il professor Roberto Chiarini ha ricostruito le origini familiari di Zanardelli, la sua formazione, la partecipazione alle Dieci giornate di Brescia, l’impegno parlamentare e l’attività di governo.
L’avvocato Luca Curatti, presidente del Collegio dei Maestri Venerabili della Lombardia, ha invece approfondito il rapporto tra Zanardelli e la massoneria italiana, offrendo il punto di vista di un rappresentante dell’istituzione massonica e di un massone.
La presenza di Curatti ha consentito di affrontare il tema dell’appartenenza massonica senza ricorrere a interpretazioni superficiali o cospirative, ma cercando di evidenziare il terreno comune rappresentato dai valori della libertà, della fraternità, della responsabilità individuale e della formazione morale.
Il convegno ha così proposto una lettura articolata di Zanardelli, nella quale la sua attività politica e giuridica viene messa in relazione con le esperienze culturali e ideali che contribuirono a formare la sua personalità.
Dalle Dieci giornate di Brescia alla vita pubblica
Nato a Brescia il 26 ottobre 1826, Giuseppe Zanardelli si formò in un periodo attraversato da profonde trasformazioni politiche e culturali.
Gli studi, l’interesse per la vita pubblica e il contatto con gli ambienti patriottici lombardi contribuirono a costruire una personalità nella quale riflessione e azione sarebbero rimaste strettamente unite.
Il 1848 segnò una svolta decisiva. L’Europa era attraversata da rivoluzioni e rivolte nazionali, mentre in Lombardia cresceva la volontà di liberarsi dal dominio austriaco.
Zanardelli partecipò al movimento risorgimentale e, nel marzo 1849, prese parte alle Dieci giornate di Brescia, una delle pagine più significative della resistenza cittadina contro gli austriaci.
Quell’esperienza lasciò un segno profondo. La guerra, i sacrifici e il coinvolgimento diretto della popolazione mostrarono al giovane patriota quanto fosse alto il prezzo della libertà, ma anche quanto fosse importante la partecipazione dei cittadini alla costruzione di un nuovo ordine politico.
Nel corso del convegno, il professor Chiarini ha sottolineato proprio questo aspetto: Zanardelli non fu soltanto un uomo di studio, ma una personalità capace di tradurre le proprie convinzioni in comportamenti e scelte concrete.
Il suo percorso, tuttavia, non fu privo di conseguenze personali. Le idee patriottiche e liberali gli procurarono difficoltà professionali e ostacoli alla carriera accademica. La sua adesione alla causa nazionale finì per condizionare a lungo le possibilità di affermazione negli ambienti ufficiali.
Ma proprio queste difficoltà contribuirono a consolidare una convinzione destinata ad accompagnarlo per tutta la vita: la libertà non è un principio astratto, bensì un valore che richiede responsabilità, coraggio e disponibilità al sacrificio.
Un liberalismo fondato sul lavoro e sul merito
Uno dei temi centrali dell’intervento di Chiarini ha riguardato le radici familiari e sociali del pensiero zanardelliano.
La vicenda della famiglia contribuì a formare in Giuseppe una particolare attenzione per il lavoro, l’intraprendenza e la capacità individuale.
Da qui derivò una concezione del liberalismo che non si limitava alla difesa della proprietà o degli interessi delle classi economicamente privilegiate.
Per Zanardelli, la borghesia avrebbe dovuto giustificare il proprio ruolo attraverso il contributo offerto alla società, il lavoro e la capacità di promuovere il progresso.
Era una visione moderna per un Paese nel quale ampie fasce della popolazione restavano escluse dalla partecipazione politica e dalle opportunità offerte dall’istruzione.
La società liberale, nella prospettiva dello statista, non poteva essere considerata una struttura immobile, riservata a pochi. Doveva invece favorire la crescita delle capacità individuali e creare le condizioni affinché un numero sempre maggiore di cittadini potesse partecipare alla vita pubblica.
Questa impostazione aiuta a comprendere anche il suo impegno per l’ampliamento del diritto di voto e per una maggiore diffusione dell’istruzione.
La formazione culturale non rappresentava soltanto un vantaggio personale: era anche uno strumento per costruire cittadini più consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri.
La questione religiosa e la difesa della coscienza individuale
Il rapporto tra Zanardelli e la Chiesa cattolica costituisce un altro passaggio significativo della sua formazione politica.
Il suo anticlericalismo, come ha evidenziato Chiarini, va interpretato soprattutto nel contesto del conflitto tra lo Stato liberale e le istituzioni ecclesiastiche, in un’Italia nella quale la questione religiosa condizionava profondamente la vita politica.
La critica di Zanardelli era rivolta principalmente all’influenza delle gerarchie ecclesiastiche sulla società e alla difficoltà di conciliare tale influenza con l’autonomia delle istituzioni civili.
Non si trattava, tuttavia, di una contrapposizione indiscriminata nei confronti dei cattolici. Il suo percorso mostra una distinzione tra la fede religiosa dei singoli e l’intervento politico delle strutture ecclesiastiche.
Zanardelli riconosceva infatti l’esistenza di sacerdoti patriottici e liberali, capaci di condividere gli ideali dell’unità nazionale e della libertà.
Il problema fondamentale rimaneva quello della coscienza individuale: il cittadino doveva poter partecipare alla vita pubblica senza essere subordinato a un’autorità esterna che pretendesse di determinare le sue scelte politiche.
È una questione che appartiene pienamente alla storia del liberalismo italiano e che, ancora oggi, richiama il tema della laicità dello Stato e dell’autonomia della politica.
Zanardelli e la massoneria: una comunione di ideali
Particolarmente significativo è stato il contributo dell’avvocato Luca Curatti, presidente del Collegio dei Maestri Venerabili della Lombardia e rappresentante della massoneria italiana.
Il suo intervento ha approfondito il rapporto tra Zanardelli e la massoneria, affrontando il tema dal punto di vista di chi appartiene direttamente a questa tradizione.
Curatti ha invitato a superare le interpretazioni che tendono a presentare l’appartenenza massonica come la prova di un sistema occulto di condizionamento politico.
Secondo la lettura proposta durante il convegno, il rapporto tra Zanardelli e la massoneria va compreso soprattutto come una convergenza culturale e morale, fondata sulla condivisione di ideali quali la libertà, la fraternità, la responsabilità individuale e il miglioramento della società.
Le logge massoniche dell’epoca vengono descritte come luoghi di confronto nei quali uomini di provenienze diverse potevano esercitarsi nella discussione, nella reciprocità e nel rispetto di regole comuni.
In questa prospettiva, la massoneria rappresentava anche un ambiente di formazione civile: uno spazio nel quale l’individuo era chiamato a sviluppare il proprio giudizio morale e la capacità di governare se stesso.
Curatti ha insistito su un punto essenziale: non bisogna confondere la condivisione di principi con l’obbedienza a direttive imposte dall’alto.
Zanardelli, nella ricostruzione del relatore, non fu un uomo che subordinò le proprie scelte politiche a presunti ordini massonici. Fu piuttosto uno statista che trovò in quell’ambiente valori e ideali con i quali sentiva una profonda affinità.
La distinzione è importante anche sul piano storico. L’appartenenza a un’istituzione non può, da sola, spiegare le decisioni di un uomo politico: occorre analizzare le sue convinzioni, i suoi atti e il contesto nel quale operò.
Il rapporto con la massoneria costituisce quindi una chiave interpretativa della sua formazione, ma non esaurisce la complessità della sua personalità.
Zanardelli: «Governare se stessi prima di governare gli altri»
È forse questa la riflessione più significativa emersa dall’intervento dell’avvocato Curatti.
L’idea che l’individuo debba imparare a governare se stesso prima di assumere responsabilità sugli altri costituisce, nella sua interpretazione, uno dei punti di incontro tra l’etica massonica e la concezione della vita pubblica propria di Zanardelli.
Il valore della libertà, infatti, non si misura soltanto nella possibilità di esercitare formalmente un diritto. Richiede consapevolezza, disciplina morale e capacità di riconoscere i diritti altrui.
Applicato alla politica, questo principio comporta una conseguenza precisa: chi esercita il potere deve saperne riconoscere i limiti.
Il governante non è proprietario delle istituzioni e non può identificare la propria funzione con il possesso dell’autorità. Al contrario, è chiamato a esercitarla nel rispetto delle regole e delle libertà dei cittadini.
Curatti ha richiamato, a questo proposito, anche una comunicazione attribuita al gran maestro Ernesto Nathan, nella quale sarebbe stato sollecitato un intervento a favore della lotta contro la pellagra, malattia che colpiva duramente diverse aree del Paese.
Il significato dell’episodio, così come presentato durante il convegno, è emblematico: la richiesta rivolta a un uomo delle istituzioni non sarebbe stata quella di favorire interessi riservati, ma di utilizzare gli strumenti della politica per affrontare un problema sociale.
Il riferimento documentario merita naturalmente un riscontro sulle fonti originali. Resta, tuttavia, centrale il principio sottolineato dal relatore: la solidarietà deve tradursi in iniziative capaci di migliorare concretamente la vita delle persone.
Il Codice Zanardelli: una svolta nella storia del diritto italiano
Tra le eredità più importanti dello statista bresciano figura il Codice penale del 1889, entrato in vigore il 1º gennaio 1890.
La riforma abolì la pena di morte per i reati comuni e rappresentò un passaggio fondamentale nella modernizzazione del sistema giuridico italiano.
Il codice esprimeva una concezione del diritto nella quale la giustizia non poteva essere identificata con la vendetta e la repressione. La pena doveva essere regolata da principi giuridici e inserita in un sistema che riconoscesse limiti all’esercizio del potere pubblico.
Il valore della riforma non fu soltanto tecnico. Essa rappresentò una scelta politica e culturale, coerente con una visione liberale dello Stato e con una più ampia attenzione alle garanzie individuali.
Il diritto diventava così uno strumento di civiltà: non soltanto un mezzo attraverso il quale lo Stato imponeva le proprie decisioni, ma anche un sistema di regole che limitava l’autorità e tutelava i cittadini.
In questo senso, il Codice Zanardelli costituisce una delle espressioni più concrete del principio che attraversa l’intero convegno: le idee acquistano significato quando si trasformano in istituzioni e riforme.
La democrazia parlamentare contro il trasformismo
Il percorso politico di Zanardelli si sviluppò all’interno di una classe dirigente liberale che doveva confrontarsi con una contraddizione profonda.
Da un lato, l’Italia aveva raggiunto l’unità nazionale e costruito le proprie istituzioni. Dall’altro, una parte consistente della popolazione restava lontana dalla vita politica e le maggioranze parlamentari erano spesso il risultato di accordi tra gruppi dirigenti più che di una reale partecipazione popolare.
Zanardelli guardava con diffidenza al trasformismo, la pratica politica associata soprattutto ad Agostino Depretis, attraverso la quale le maggioranze venivano costruite mediante accordi e spostamenti tra diversi schieramenti.
La sua preoccupazione riguardava la qualità della democrazia parlamentare. Il confronto politico, secondo la sua concezione, doveva conservare un significato reale e non ridursi a un sistema di intese finalizzate alla conservazione del potere.
Nel corso del convegno è stato ricordato anche il suo impegno per l’ampliamento del corpo elettorale.
La riforma del 1882 estese il diritto di voto a una parte più ampia della popolazione maschile, modificando i criteri precedenti e attribuendo maggiore importanza all’istruzione.
Non si trattava ancora del suffragio universale, ma il cambiamento contribuì a porre in primo piano il legame tra alfabetizzazione, cittadinanza e partecipazione politica.
La strada verso una democrazia più ampia rimaneva lunga. Tuttavia, l’idea che lo Stato dovesse favorire una maggiore consapevolezza dei cittadini costituiva un elemento significativo dell’evoluzione liberale italiana.
La crisi di fine secolo e il rifiuto della repressione
La parte più attuale della riflessione riguarda il rapporto tra Zanardelli, le tensioni sociali e l’uso della forza da parte dello Stato.
L’Italia della fine dell’Ottocento era attraversata da profonde difficoltà economiche, conflitti nel mondo del lavoro e proteste popolari. Le trasformazioni del capitalismo e le condizioni di vita delle classi più povere mettevano in discussione gli equilibri della società liberale.
La risposta delle istituzioni oscillava tra tentativi di riforma e politiche repressive.
In questo contesto, il confronto con Francesco Crispi aiuta a comprendere la posizione di Zanardelli. Pur avendo collaborato con Crispi in alcune fasi della propria carriera, Zanardelli si riconosceva in una concezione del liberalismo che attribuiva un valore fondamentale alle libertà costituzionali.
Libertà di opinione, di riunione e di associazione non potevano essere sacrificate semplicemente in nome dell’ordine pubblico.
La questione divenne drammatica nel maggio 1898, quando a Milano le proteste popolari, alimentate anche dal rincaro del pane, furono represse dall’esercito guidato dal generale Fiorenzo Bava Beccaris, durante il governo di Antonio di Rudinì.
La repressione provocò numerose vittime e aprì una ferita profonda nella vita politica italiana.
Zanardelli non condivideva una concezione dell’ordine pubblico che autorizzasse il ricorso indiscriminato alla forza contro la popolazione. La difesa delle istituzioni liberali, nella sua prospettiva, richiedeva anche la capacità di resistere alla tentazione autoritaria nei momenti di maggiore tensione.
È qui che la vicenda storica incontra una questione ancora presente nel dibattito contemporaneo.
Come deve comportarsi uno Stato quando la crisi economica e sociale produce proteste e conflitti? Qual è il confine tra il legittimo mantenimento dell’ordine e la compressione dei diritti?
La lezione che emerge dal percorso di Zanardelli è che la solidità di un sistema liberale non si misura soltanto nei periodi tranquilli. Si misura soprattutto quando il dissenso diventa difficile da gestire e il potere è tentato di rispondere con la forza.
La questione nazionale e il difficile rapporto con l’Austria-Ungheria
Un altro passaggio significativo riguarda la posizione di Zanardelli sulla questione irredentista e sulle terre ancora sotto il dominio asburgico, in particolare Trento e Trieste.
L’Italia era legata alla Germania e all’Austria-Ungheria dalla Triplice Alleanza, un accordo che imponeva al governo di muoversi entro un quadro diplomatico complesso.
La questione nazionale, tuttavia, continuava a suscitare forti sentimenti patriottici. Il desiderio di completare l’unità italiana entrava in tensione con gli impegni internazionali del Regno.
Nel 1893 Zanardelli fu incaricato di tentare la formazione di un governo, ma il tentativo non ebbe successo. Durante il convegno, l’episodio è stato richiamato per illustrare le difficoltà di conciliare gli equilibri diplomatici con le aspirazioni irredentiste.
La vicenda testimonia quanto fosse complesso il percorso dello Stato italiano, sospeso tra la necessità di consolidare la propria posizione internazionale e la volontà di non rinnegare le aspirazioni maturate durante il Risorgimento.
In Zanardelli, il sentimento nazionale rimase strettamente legato alla libertà e alla dignità politica. La patria non era soltanto un territorio da difendere, ma una comunità di cittadini chiamata a riconoscersi in principi condivisi.
La presidenza del Consiglio e l’apertura alle questioni sociali
Nel 1901 Zanardelli divenne presidente del Consiglio dei ministri, con Giovanni Giolitti alla guida del ministero dell’Interno.
La sua esperienza di governo si collocò in una fase delicata della storia italiana, nella quale le istituzioni liberali erano chiamate a confrontarsi con una società sempre più articolata e con la crescita delle organizzazioni dei lavoratori.
L’indirizzo del governo fu caratterizzato da una maggiore apertura nei confronti delle organizzazioni sindacali e da un atteggiamento più rispettoso delle libertà di associazione e di sciopero.
Il conflitto sociale non doveva essere affrontato automaticamente come un problema di ordine pubblico. Occorreva riconoscere che le rivendicazioni dei lavoratori erano parte di una trasformazione più ampia della società italiana.
La collaborazione con Giolitti si inseriva in questo processo, pur tra differenze di sensibilità e di metodo.
Zanardelli attribuiva grande importanza alla coerenza dei principi e alla difesa delle libertà. Giolitti si distingueva per il pragmatismo e per la capacità di costruire equilibri parlamentari.
La loro collaborazione contribuì a una fase di maggiore apertura politica, anticipando alcuni sviluppi che avrebbero caratterizzato l’età giolittiana.
Le difficoltà parlamentari e le condizioni di salute dello statista limitarono tuttavia la durata e l’efficacia della sua azione di governo.
Rimane il significato di un tentativo politico: dimostrare che la stabilità delle istituzioni non dipende necessariamente dalla repressione dei conflitti, ma può essere rafforzata attraverso il riconoscimento dei diritti e la ricerca di soluzioni riformatrici.
Il viaggio in Basilicata: uno Stato che incontra i cittadini
Tra gli episodi più significativi dell’ultima fase della vita di Zanardelli figura il viaggio in Basilicata del settembre 1902.
Nonostante le precarie condizioni di salute, il presidente del Consiglio volle visitare una delle regioni più povere del Paese, prendendo direttamente contatto con le difficoltà economiche e infrastrutturali del territorio.
La visita ebbe una notevole risonanza pubblica e contribuì a portare la questione meridionale al centro dell’attenzione nazionale.
Non si trattava soltanto di un viaggio istituzionale. Era anche un modo di intendere il rapporto tra governo e popolazione: conoscere direttamente i problemi, ascoltare le comunità e comprendere le condizioni nelle quali vivevano i cittadini.
Da quell’attenzione prese impulso il percorso che avrebbe condotto alla legislazione speciale per la Basilicata del 1904, approvata dopo la morte di Zanardelli.
Il viaggio dimostrò inoltre che la sua popolarità non era circoscritta a Brescia o alla Lombardia. Il presidente del Consiglio venne accolto con grande partecipazione in una regione geograficamente e socialmente lontana dai centri tradizionali del potere politico.
La sua figura incarnava, agli occhi di molti, l’idea di uno Stato capace di uscire dai propri palazzi e di rivolgersi alle persone che più avevano bisogno di attenzione.
È un’immagine che completa il ritratto del giurista e del riformatore: dietro le leggi e le battaglie parlamentari vi era anche la volontà di affrontare concretamente gli squilibri del Paese.
Perché Zanardelli è oggi meno conosciuto di quanto meriterebbe?
Il convegno si è concluso con una riflessione sulla memoria pubblica dello statista.
Brescia conserva numerosi richiami alla sua figura: luoghi, monumenti e istituzioni ne tramandano il nome. Eppure, al di fuori della città, la sua conoscenza appare spesso limitata rispetto all’importanza che ebbe nella storia nazionale.
Zanardelli fu uno dei protagonisti del liberalismo italiano, un uomo che attraversò il Risorgimento e contribuì a definire le istituzioni del Regno d’Italia.
La sua eredità non si concentra in un unico episodio spettacolare, ma si distribuisce lungo un percorso fatto di riforme, battaglie parlamentari, scelte giuridiche e difesa delle libertà.
Forse proprio questa complessità spiega, almeno in parte, la difficoltà di trasformare la sua figura in un riferimento immediatamente riconoscibile nella memoria collettiva.
Zanardelli non fu soltanto il protagonista di una stagione politica. Fu soprattutto un interprete di una concezione dello Stato nella quale il potere doveva essere sottoposto a regole, il diritto doveva garantire le libertà e la politica doveva assumersi la responsabilità delle condizioni di vita dei cittadini.
Ricordarlo, a duecento anni dalla nascita, significa quindi tornare alle radici di alcune questioni che continuano a interrogare le democrazie contemporanee: il rapporto tra libertà e autorità, il ruolo delle istituzioni, la partecipazione politica, la tutela delle minoranze e la responsabilità morale di chi governa.
Pensiero e azione: un’eredità ancora attuale
Il confronto tra il professor Roberto Chiarini e l’avvocato Luca Curatti ha restituito una figura nella quale si intrecciano tre dimensioni fondamentali: il patriota risorgimentale, il giurista riformatore e l’uomo politico liberale.
Il contributo di Curatti, presidente del Collegio dei Maestri Venerabili della Lombardia e rappresentante della massoneria, ha aggiunto una prospettiva particolare sul rapporto tra Zanardelli e la tradizione massonica.
Secondo l’interpretazione proposta, tale rapporto rappresenta una componente della sua formazione morale e culturale, fondata sulla libertà, sulla fraternità e sulla responsabilità individuale.
La sua attività politica, tuttavia, non può essere ridotta a una sola appartenenza o a un’unica influenza. È il risultato di esperienze personali, convinzioni maturate nel corso degli anni e scelte compiute in momenti decisivi della storia italiana.
Il Codice penale del 1889, la difesa delle libertà costituzionali, l’impegno per una maggiore partecipazione politica e l’attenzione alla questione meridionale sono espressioni diverse di una stessa concezione della vita pubblica.
La libertà, in questa prospettiva, non consiste soltanto nell’affermazione di un diritto individuale. Richiede istituzioni capaci di rispettarlo, cittadini consapevoli e governanti disposti a riconoscere i limiti del proprio potere.
È forse questo il messaggio più importante che la figura di Giuseppe Zanardelli consegna al presente.
Prima di essere una legge dello Stato, la libertà deve diventare una responsabilità personale. E prima di essere esercitato sugli altri, il potere deve essere sottoposto alla coscienza di chi lo detiene.
Una lezione che attraversa la storia dell’Italia liberale e che, a duecento anni dalla nascita di Zanardelli, conserva intatta la propria forza civile.

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