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Adnkronos) – "C’è qualcosa di eccessivo nel modo in cui si litiga sui destini del mondo dentro la maggioranza e dentro l’opposizione di casa nostra.Si dirà che è sempre stato un po’ così, che questa è la natura, e insieme l’abitudine, di tutti gli schieramenti politici che si sono via via formati nel nostro paese.
E’ vero.Ma è ancor più vero che da qualche tempo la disputa avviene soprattutto in quei territori strategici, delicatissimi e decisivi -la geopolitica, appunto- che dovrebbero essere messi al riparo, per quanto possibile, dalla controversia casalinga. Ora, chi scrive ha una certa esperienza della dialettica che si instaura nelle coalizioni e non se la sentirebbe certo di salire in cattedra come maestro di bon ton.
Ma un conto è litigare sulle aliquote fiscali, le pensioni d’anzianità e le regole della par condicio (tutte missioni cui ho cercato a suo tempo di adempiere).E tutt’altro conto è pensarla diversamente su Trump, su Putin, sull’Europa e su cosa fare nel mondo.
Tanto più in un mondo che è diventato così drammaticamente turbolento. La cosa che colpisce di più è che sembra esserci ormai una diffusa rassegnazione verso questo andazzo.Meloni in cuor suo ha l’aria di essere furibonda per come Salvini, un giorno sì e l’altro pure, si discosta dai fondamentali della politica estera del governo.
Ma se lo tiene per sé.E al capo opposto la gran parte della dirigenza del Pd non sembra affatto di un umore migliore nel dover fare i conti con i proclami “pacifisti” dello pseudo-alleato Conte, il quale sembra studiarle tutte, ma proprio tutte, per insinuare che dalle parti del Nazareno tiri un fortissimo vento “bellicista”. Ma, anche qui, il brontolio non basta a sciogliere il nodo.
Nessuno azzarda un chiarimento, nessuno chiede una 'verifica' (parola desueta che profuma ancora di troppo passato), nessuno si perita di andare a vedere il bluff del proprio vicino.Di tanto in tanto si produce qualche vertice, si lascia intendere che la situazione è stata messa sotto controllo, si offrono a prezzi di realizzo quelle surreali interviste nelle quali si proclama l’unità di intenti e perfino la fraterna amicizia di vicini con i quali si è appena smesso di litigare. Ora, può darsi che il mio sia il tipico riflesso condizionato di un figlio (fin troppo) devoto della prima repubblica, abituato a pensare che la coesione geopolitica sia il primo e il più cruciale requisito di ogni schieramento che si rispetti.
Tant’è che tutto il balletto delle alleanze del dopoguerra si svolse appunto a partire da questa premessa: e cioè che fosse d’obbligo pensarla allo stesso modo sul mondo per poter governare assieme in casa. Ma anche senza indulgere a questa sottile nostalgia basterebbe guardare oltre le nostre frontiere, nell’attualità altrui, per rendersi conto che in tutti i paesi che contano questa disordinata dialettica che tiene banco nelle nostre contrade è un lusso che nessuno concede più a se stesso.E se anche capita che vi sia qualche differenza al riguardo tra gli alleati (è il caso della Germania) i patti di governo fanno sì che quelle differenze escano dall’agenda dei partiti non appena si formano le coalizioni che intrecciano i loro destini. Tocca solo a noi, insomma, il 'privilegio' di vedere all’opera cartelli elettorali che si accapigliano sulla questione più rilevante dell’agenda globale.
E che per giunta, dopo aver dato voce a pensieri così diversi tra loro, ci riservano il giorno dopo la consueta recita sulla loro reciproca, indefettibile amicizia e lealtà.Argomento col quale ci si prende gioco dell’elettorato -e pazienza.
E ci si illude di potersi prendere gioco anche delle cancelliere internazionali.E qui però la pazienza comincia a scarseggiare". (di Marco Follini) —politicawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
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