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La Casa Bianca chiede a Renzi di restare anche se al Referendum prevalesse il NO

Matteo Renzi e il presidente Barack Obama
Il premier Matteo Renzi e il presidente Barack Obama durante il vertice alla Casa Bianca dell’aprile 2015.

Il premier Matteo Renzi arriva alla Casa Bianca per la cena di Stato con Barack Obama e viene ricevuto con tutti gli onori. Sono i consiglieri del presidente Usa ad anticipare a Fabio Martini e Paolo Mastrolilli cosa avverrà dentro lo Studio Ovale: “Obama chiederà a Renzi di non dimettersi se il referendum dovesse essere sconfitto”perché a Washington si guarda al premier come un partner cruciale in Europa “su crescita e lavoro“.

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WASHINGTON – I cerimonieri della Casa Bianca hanno persino consentito a telecamere e giornalisti italiani di dare uno sguardo – con 30 ore di anticipo – alle posate, alle porcellane e alla tavola dove questa sera si consumerà l’ultima cena di Stato del presidente Barack Obama, ospiti d’onore Matteo Renzi e la signora Agnese.

E il presidente del Consiglio è approdato a Washington molto compiaciuto per l’evento e anche molto adrenalinico, come raramente gli era accaduto nel passato. Sospinto da una «febbre» da caccia al consenso in vista del referendum del 4 dicembre, Renzi sta interpretando la missione con ritmi forsennati.

Ieri mattina, prima di decollare per gli Stati Uniti, Renzi ha trovato il tempo di far sentire la sua voce dalle onde di Radio 105, scrivere il suo pensiero su Enews, volare in elicottero in tre diverse iniziative in Toscana, partire per Washington. Qui, dopo dieci ore di volo e dopo il cambio abiti alla Blair House, il capo del governo si è trasferito a Villa Firenze, per partecipare al ricevimento organizzato dall’ambasciatore Armando Varricchio.

Un ricevimento che è soltanto l’antipasto di un’accoglienza, quella preparata dal presidente Barack Obama a Matteo Renzi, immaginata come un evento. A Washington il protocollo conta e il fatto che l’Italia sia stata scelta come la protagonista dell’ultima cena di Stato della presidenza Obama non è casuale, così come non è casuale l’enfasi di un giornale non distante dalla Casa Bianca come il Washington Post, che definisce l’invito a Renzi «un clamoroso voto di fiducia da parte dell’amministrazione Obama», anche in vista del referendum, mentre il Financial Times racconta di un’accoglienza «da star».

Durante i contatti diplomatici che hanno preparato l’evento, il messaggio più forte diretto dall’amministrazione americana a palazzo Chigi è stato quello relativo all’imminente referendum: appoggio incondizionato alle riforme e al Sì. Ma anche un consiglio: un’eventuale vittoria del No, non dovrebbe avere come conseguenza l’uscita di scena del leader italiano. Ovviamente a Washington non si entra nei dettagli e non lo farà oggi Obama – dimissioni, reincarico, ecc. – ma il consiglio è quello: Renzi non deve mollare. I democratici americani investono sul capo del governo italiano, più che per effetto di un rapporto personale speciale – che pure è buono – tra Obama e Renzi – per motivi strategici: in un’Europa vacillante, non può entrare in crisi anche l’Italia di Renzi, tra l’altro paladino di un modello di politiche attive per la crescita, in linea con quelle dell’amministrazione Obama. Questa motivazione la spiega Charlie Kupchan, responsabile dell’Europa al National Security Council: «La futura stabilità e crescita del continente sarà al centro dei colloqui, e noi vediamo Renzi come uno dei giovani leader che possono realizzarla».

Sul piano internazionale la Russia, la Libia e le migrazioni, la Siria, l’Iraq, ma anche l’Egitto, sono sul tavolo. Sulla Russia, il primo passaggio sarà il rinnovo delle sanzioni a fine anno. Sulla Libia gli americani chiedono aiuto per stabilizzare il governo, passando a quella che chiamano «la seconda fase». Sono grati all’Italia per le operazioni di assistenza già offerte, come l’ospedale a Misurata, per l’aiuto della nostra intelligence e l’uso di Sigonella, però chiederanno uno forzo ulteriore. Gli Usa poi favoriscono l’impegno della Nato nel salvataggio dei migranti.

Qui si inserisce anche il dossier dell’Egitto, che ci riguarda per l’uccisione di Regeni e il futuro del giacimento di gas scoperto dall’Eni davanti alle coste del Paese. Viste le sue difficoltà economiche, l’Egitto ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale un pacchetto di aiuti da circa 30 miliardi di dollari, che viene negoziato in questi giorni. Gli americani hanno accolto con favore la richiesta, perché offre una leva: sono disposti ad aiutare il Cairo, mettendo però sul tavolo tutte le questioni aperte.

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