Tefa dal 1992 è una tassa, fino adesso sostanzialmente velata
Tefa dal 1992 è una tassa, fino adesso sostanzialmente velata

La materializzazione di Tefa

Tefa dal 1992 è una tassa, fino adesso sostanzialmente velata, per l’esercizio delle funzioni di tutela, protezione e igiene dell’ambiente

Ultimo aggiornamento:

I contribuenti che dichiarano il reddito e i beni alla luce del sole si saranno accorti che sulla bolletta del “Servizio di Raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani” è comparsa esplicita una scritta: Tefa.

Non è una nuova gabella, bensì un tributo che abbiamo sempre pagato ma che era pressoché velato nella bolletta in quanto “unito” alla tassa sui rifiuti pur comparendo come “addizionale provinciale 5%”.

Tefa (acronimo di : Tributo per l’esercizio delle funzioni di tutela, protezione e igiene dell’ambiente) è una tassa che esiste dal 1992, istituita dal Governo Amato con l’articolo 19 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 e relativi interessi e sanzioni.

Il Governo di Giuliano Amato (DC, PSI, PSDI, PLI), giudice costituzionale poi passato politicamente all’Ulivo, divenne noto in quegli anni poiché per il pareggio di bilancio fece una manovra finanziaria (di imposte e prelievi) da 93 mila miliardi di lire – gli attuali circa 48 miliardi di euro  (dopo che già nel luglio precedente ne aveva fatta un’altra per 30 mila miliardi di lire) definita all’epoca la più importante dal dopoguerra con la quale effettuò un prelevò forzoso retroattivo del sei per mille sui conti correnti dei cittadini nella notte di venerdì 10 luglio 1992.

La Tefa è stata fino adesso (come disponeva la norma) riscossa insieme alla tassa sui rifiuti, la Tari e viene poi riversata dallo Stato alla Provincia o Città metropolitana per territorio al netto della commissione (paghiamo anche la percentuale intermediaria tra sistemi pubblici).

Intanto una prima considerazione, anche alla luce delle calamità idrogeologici degli ultimi tempi e giorni nonché le manifestazioni di piazza sul clima insieme alla richiesta di avere ulteriori fondi (cioè imposte) per fare (presunta) fronte ai cambiamenti climatici in corso: è dal 1992 che si paga questa tassa (Tefa) per “tutela, protezione e igiene dell’ambiente”.

Tuttavia, salvo nelle generali magniloquenze della cosiddetta Società civile nonché retoriche di trasversali Governanti e Parlamentari, sembra – almeno per chi può o vuole vedere – dai disastri sul territorio: estivi (incendi) e invernali (allagamenti); come pure dall’inefficiente smaltimento rifiuti (spazzatura sparsa un po’ ovunque, raccolta differenziata dubbiosa e depuratori colabrodo); sia cambiato poco nei fatti.

Di recente con un decreto del Ministero dell’economia e delle finanze del 1° luglio 2020, si è disposto che a decorrere dal 2021 e successivi, il tributo in questione e gli eventuali interessi e sanzioni sono versati dai contribuenti, secondo gli importi indicati dai Comuni, utilizzando gli appositi codici tributo istituiti con risoluzione dell’Agenzia delle entrate. La Struttura di gestione provvede al riversamento degli importi pagati con i suddetti codici tributo alla provincia o città metropolitana competente per territorio, in base al codice catastale del comune indicato nel modello F24.

Con il medesimo decreto del luglio 2020 (Governo Conte-2) è stato decretato lo scorporo della Tefa dai singoli pagamenti (compresi eventuali interessi e sanzioni) e il successivo riversamento alle province e città metropolitane applicando la misura del 5 per cento o la diversa misura comunicata da tali Enti.

Ecco perché d’un tratto la Tefa si è materializzata in bolletta. L’abbiamo sempre pagata ma non lo sapevamo chiaramente.

Adduso Sebastiano

(le altre informazioni regionali le trovi anche su Vivicentro – Redazione Sicilia)

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